Letteratura e comunicazione di massa

Uno scambio di opioni sulla pagina FB di Giorgio Mascitelli

a cura di Ennio Abate

Ennio Abate a Giorgio Mascitelli

Sulla tua interessante risposta al questionario della rivista ahida [QUI] so di rischiare la pedanteria, ma mi permetto queste note:

1. Diamo per scontato che la letteratura occupi una posizione marginale rispetto alla comunicazione sociale e che la cosiddetta letteratura impegnata scivolò in molti equivoci, ma in nome di cosa i letterati sarebbero esonerati dall’ occuparsi dei fatti tragici che accadono al mondo? ( O, in altre parole, cosa li obbliga a non occuparsene?)

2. La parziale autonomia della letteratura dalle altre istanze sociali può essere sia una comoda scusa per rimuovere la realtà dalla ricerca letteraria e sia possibilità di una visione degli eventi meno stravolta di quelle che i “combattenti” forse non possono proprio permettersi. (È evidente la differenza tra le due scelte).

3. Sì, la fruizione di ogni testo letterario è dentro il campo estetico, ma mai soltanto in quello. L’estetica non è un mondo a parte e può e viene, magari da pochi, sottoposta alla critica politica o sociale.

4. Non mi pare che il J’accuse di Zola, pur espresso in un articolo di giornale, si ponesse al di fuori dei confini del letterario. (Che, come l’estetico, ha tanti “fili” che lo collegano al resto, all’extra-letterario. Sempre se li si vuol vedere).

4.1. Per la presenza di questi “fili”, non considero più significativo l’impegno politico personale e umano di quello letterario.

5. In fondo sembri concedere una chance ai letterati. Come dire: occupatevi della critica dei linguaggi politici, sociali e letterari. E, però, chiedo: perché dovrebbero farlo soprattutto o in particolare gli “sperimentatori” e non gli altri letterati?

6. Se l’ideologia dominante penetra il linguaggio comune, in particolare quello mediatico, perché la critica non dovrebbe investire tutta la comunicazione sociale (i mass media, i social) e non essere circoscritta (o affidata) alle opere letterarie? Non solo il testo letterario ma qualsiasi testo, anche il più comune, andrebbe sottratto all’omologazione e alla banalità.

7. Sembri rivalutare il «testo letterariamente politico», malgrado la marginalità che gli riconosci. Come se potesse essere ancora il solo capace di demistificare la lingua mediatica. Ma è ancora così?

8. Lo scontro intorno al termine ‘genocidio’ serpeggia in tutta la comunicazione sociale. Ma oltre a criticare gli stereotipi intelligenti e di punta alla Zadie Smith, da te citata, si dovrebbe criticare gli stereoti più comuni e rozzi. Compresi quelli dei movimenti di massa, dove non mancano.

P..s.
La domanda dell’inchiesta mi pare contorta. Sarebbe stato meglio semplificarla con una tipo: cosa possono fare gli scrittori d’oggi di fronte ai genocidi in corso?

Giorgio Mascitelli a Ennio Abate

 1. I sentimenti morali neanche i più nobili sono letteratura e poi scusami chi dovrebbe esonerare gli scrittori? Dovresti riflettere su questa formula linguistica. 2-3: hai ragione, ma non potevo scrivere un trattato: 4. Non sono d’accordo, anche se alcuni articoli possono avere anche un valore letterario, la loro prima funzione è un’altra: se Zola avesse scritto il falso su Dreyfuss, non avrebbe avuto alcuna importanza lo J’accuse, viceversa a noi interessa ciò che Flaubert ha da dire su Madame Bovary, anche se lei non è esistita perlomeno nella sua forma romanzesca; 5. Perché gli altri accettano il linguaggio come istituzione data e oggi in particolare nella sua forma mediatica; 6. Sono d’accordo, infatti non penso che la critica dell’ideologia e del linguaggio sia un’esclusiva della letteratura, ma stavo indicando dove, secondo me, la letteratura può dare un contributo. 7. Non so se sia il solo, credo che la demistificazione letteraria sia sul piano del linguaggio la più potente. 8: uno stereotipo in un bar o in una chat privata è oggettivamente meno pericoloso che in una redazione trattato da specialisti della comunicazione

Ennio Abate a Giorgio Mascitelli

1. I letterati che si esonerano o sono esonerati da chi oggi gestisce l’ ”Istituzione Letteratura” abbondano. Evito esempi o nomi. Certo, posso riflettere sul termine ‘esonerare’ , ma resta aperto il problema di come si rapportano al potere politico e dei media o di come usino la relativa autonomia del loro sapere (punto 2).

4. Non capisco bene l’obiezione. Da tempo i confini tra letteratura e giornalismo mi sembrano meno netti. Sarei d’accordo con te se, con gli esempi di Zola e Flaubert vuoi sottolineare che la ricerca della verità nel giornalismo e in letteratura non si pone negli stessi termini. Ma è essa che accomuna più che separare la buona letteratura e il buon giornalismo.

5. Non mi pare. I letterati “sperimentatori” non sono e non sono stati gli unici a contrastare la forma mediatica del linguaggio. (Penso alla vecchia polemica Pasolini-Sanguineti, alla parabola del Gruppo 63, ecc.).

7. Può darsi. Se, però, riconosciamo che la letteratura – meglio: la letteratura critica – è oggi ancora più marginale che in passato, dovremmo pur occuparci di come demistificare – uscendo da una visione ristretta della letteratura? – il ben più vasto campo della extra-letteratura e soprattutto dei mass media.

8. Credo ci sia circolarità e un processo di alimentazione vicendevole tra i rozzi stereotipi da bar o in chat e certi specialismi.

3 pensieri su “Letteratura e comunicazione di massa”

  1. “Se l’ideologia dominante penetra il linguaggio…” etc.

    Caro Ennio,
    se non si riesce a declinare razionalmente, il rapporto tra ideologia e linguaggio rimane una banalità senza conseguenze.
    Quale linguaggio? La lingua che io e te parliamo? Il lessico, la grammatica, la sintassi? Oppure è proprio la capacità (se non innata, quasi) dell’essere umano al linguaggio che viene condizionata dalle forme con le quali gli individui si mantengono in vita?
    Il grillo metafisico di Marx non diventa parlante per imposizione delle mani.
    Un abbraccio,
    Ezio

  2. Caro Ezio,
    mi sono limitato ad un improvvisato scambio di opinioni con Mascitelli su un suo testo. Non so quanto declinato razionalmente o del tutto banale. I problemi, che tu poni e che ti appassionano, erano fuori dalla mia riflessione. Se hai voglia di affrontarli con un altro dei tuoi contributi, sai che Poliscritture è a disposizione e che, nei limiti delle mie energie, dirò che ne penso.

  3. Ennio, sono dieci anni che vado scrivendo – qui e su altre riviste – le mie riflessioni sul problema; avevo anche pensato di raccogliere gli interventi in un unico volume, ma chi mai pubblicherebbe una cosa simile?
    Sto lavorando a un libro (dal taglio un po’ accademico), vediamo se e quando riuscirò a finirlo.
    Un abbraccio.

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