P come Polifonia sovrapposizione di più voci

                                                                                                                                                             FRA I BANCHI

di Angela Villa

Il primo mese di scuola è passato, arrivano puntuali i malanni. Siamo tutti un po’ raffreddati, a cominciare dai bambini, in una polifonia ininterrotta di colpi di tosse, nasi colanti e insofferenze alla vita di classe… Diventano frequenti i: «Posso andare in bagno? …»

Dopo gli iniziali momenti di entusiasmo, il bagno diventa la via di fuga dalla verifica o dal lavoro noioso…

A volte, per catturare maggiormente l’attenzione, lascio gli alunni liberi di scegliere l’attività da svolgere al termine dei lavori. Un po’ come accade nel modello della “Scuola Senza Zaino” che alcune nostre classi hanno adottato quest’anno. Come tutti i modelli ha i suoi pro e i suoi contro: io cerco di rubare le strategie migliori a seconda della lezione, non esiste la ricetta perfetta, ma l’altro giorno la situazione mi è leggermente sfuggita di mano.

A un certo punto mi giro e mi ritrovo sola con mezza classe:

«Scusate, ma… dove sono finiti gli altri?»

Si alza la mia alunna detective, quella che annota minuziosamente qualsiasi evento su un quadernino segreto, e con nonchalance mi dice:

«Maestra, tre sono in biblioteca a leggere perché hanno già finito tutto, cinque stanno correggendo le schede di grammatica e due sono in giardino a raccogliere le foglie da soli… perché tu ti fidi di noi, no? Li faccio rientrare? Avevi detto che oggi c’è la verifica di grammatica…»

Ebbene sì: esistono creature mitologiche che non vedono l’ora di fare le verifiche.

Comunque, osservando quell’aula apparentemente deserta, mi sono resa conto che in realtà non mancava nessuno: la classe era viva, operosa e beatamente diffusa ben oltre le sue quattro pareti. Resta il fatto che per la verifica serve la presenza fisica e possibilmente il silenzio di tomba.

Ad essere sinceri anche io non sopporto le verifiche: quelle programmate nel team docente, con scadenze burocratiche, anche se nella nostra scuola cerchiamo di renderle il più possibile interessanti, alla fine risultano ugualmente stabilite dall’alto.

Che si voglia utilizzare il giudizio sintetico, il voto o la valutazione narrativa, il punto è sempre lo stesso: decidere cosa dare e a chi. In rete ci sono molti esempi di insegnanti che scrivono valutazioni narrative come se fossero delle lettere, in questo ci vedo un po’ una forma narcisistica dell’insegnante, alla fine il centro non è più il bambino o la bambina ma la qualità della sua lettera.

Mi verrebbe proprio voglia di lasciar andare ogni burocrazia, chiudere il registro elettronico e fare come fece il maestro Alberto Manzi, che sulla scheda di valutazione mise una sola frase: «Fa quel che può. Quel che non può, non fa». Quel gesto gli procurò persino una denuncia, ma lui non continuò per la sua strada: non accettava l’idea che un voto o un giudizio potessero fotografare più o meno definitivamente un bambino.

Anche a me piace aggiungere un pensiero personale sui quaderni. Quando un lavoro non è il massimo, di solito scrivo: «Ritenta, la prossima volta sarai più fortunato». Sì, lo so, è la frase del Monopoli (e spero solo che non mi chiedano di pagare il pedaggio per passare dal Parco della Vittoria!), ma ai bambini piace e pure a me. Nei momenti di massima sincerità pedagogica, opto per un più pratico: «È un compito noioso, ti capisco, ma se lo fai velocemente dopo avrai più tempo per giocare!»

In fondo la scuola è anche questo: un continuo equilibrio tra scadenze ministeriali, registri da riempire e qualità del rapporto con gli alunni da mettere sempre al primo posto. Alla fine, tra un fazzoletto di carta e una crocetta sbagliata, quello che resta non sarà un numero o un giudizio in una griglia, ma la sensazione che dall’altra parte della cattedra ci sia qualcuno che tifa per loro. Ai miei alunni dico spesso che ognuno ha la sua scala di riferimento. Non bisogna guardare quelle degli altri, ma riferirsi alla propria. Un mio alunno un giorno mi ha risposto se poteva pensare a uno scivolo anziché alla scala…Lui si diverte a salire all’incontrario. Lì ho capito che il vero problema pedagogico non è la salita, ma se perdi l’equilibrio, la sinfonia della classe, dove ognuno ha un suo preciso significato che può cambiare di volta in volta…

Non c’è nulla di definitivo. Ogni giorno è una sfida. La scuola vive nei dettagli che nessuna griglia saprà mai misurare. Vive in quei sorrisi improvvisi che incoraggiano anziché giudicare. La scuola è il tempo del qui ed ora, come a teatro gli insegnanti devono saper suscitare meraviglia. Proprio come gli attori.

Improvviso di Bepi De Marzi. Coro Polifonico La Miniera (Sesto San Giovanni)

https://www.youtube.com/watch?v=EG7QJmiFqdo

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *