
di Angela Villa
Intermezzo: brani per l’orchestra, all’origine eseguiti tra un momento musicale e l’altro. Successivamente divenuti brani strumentali, collocati nel mezzo di una scena.
La catena di montaggio dei festoni natalizi ovverossia lo squadrone suicida delle decorazioni
A Natale, le classi si trasformano in un delirio decorativo. Tutti gli intervalli vengono dimenticati. C’è chi fa merenda con una frenesia degna di un criceto iperattivo, perché deve riprendere le decorazioni e chi, come noi insegnanti, preferisce rischiare la vita per la gloria del glitter.
Ebbene sì, vince l’arrampicata.
È tutto un fermento di Babbi Natale sospesi con fili rossi luccicanti, Befane appese alle porte che sorridono con quell’aria di “ne ho viste anche troppe”, e stelle che indicano una strada… probabilmente verso il pronto soccorso.
La mia collega ed io, siamo maestre-acrobate, eroine silenziose. Prima i banchi, che non sono mai stati pensati per reggere due adulti con problemi di equilibrio, poi la scala. Ci arrampichiamo sui banchi, come se fossimo in un campo base himalayano. Poi passiamo alla scala, un trabiccolo instabile che ci porta in orbita verso il soffitto, vibra come un telefono in modalità silenziosa.
Un monumento al rischio e alla precarietà.
Certo cerco sempre di non farlo durante l’orario di servizio, è pericoloso!
Se cado, rovino il Babbo Natale di cartone che ci è costato tre giorni di sonno e, cosa più grave, sarò costretta ad assentarmi rompendo le scatole a tutti: alla referente di plesso in primis che deve cercare la sostituzione…
Io vorrei farlo fuori dall’orario di servizio, ma inevitabilmente vengo presa dall’euforia peggio dei bambini.
– lo appendiamo subito maestra? Così vediamo come sta.
E c’è sempre la bambina che, con l’innocenza dei sei anni, si offre di aiutare:
-Posso aiutarvi maestre?
– Grazie, tesoro. Mantieni ferma la scala con la forza della tua fede in Babbo Natale.
Non dovrei scrivere queste cose. La legge sulla sicurezza (che evidentemente abbiamo firmato con inchiostro simpatico permanente) proibisce tutto ciò.
Le maestre non devono scalare nulla, specialmente durante l’orario di servizio con i bambini in classe.
-Vi fate male e in più, avete una certa età. Ci ammonisce il preside. Il nostro sguardo ha un duplice odio primo perché porta sfiga, secondo perché ci ha dato delle “vecchie”. Lui non ha letto il libro che prossimanamente pubblicherò, autonomamente ovviamente: “Le maestre non invecchiano mai. Ci pensano i bambini a mantenerle giovani”
Ovviamente non coglie e continua imperterrito
-Fate le maestre, non le restauratrici del Settecento o le operaie edili. Per queste cose ci sono le commesse! Ha un occhio bionico per i disastri.
-Io ho fatto l’operaia – mi dice la commessa, fermatasi per fare da base umana alla scala – lavoravo alla catena di montaggio. Dovevo inserire i ghiaccioli nelle scatole. La prima volta ho bloccato l’intera linea di produzione. Non è un bel lavoro, la scuola è molto meglio.
Penso la stessa cosa. Qui, almeno, la vita è un reality show a basso costo.
Il preside passa di nuovo. Ci vede ancora lì, in bilico. Non dice niente, ma il giorno dopo arriva una circolare che sembra scritta da un avvocato in preda a un delirio di onnipotenza.
È il suo modo per tutelare sé stesso e dormire tranquillo. O, come ho interpretato io: godetevi l’inferno del rischio, ma sappiate che non è colpa mia se vi schiantate. Ci sono situazioni da cui non si può uscire. Sono come la colla vinilica sui vestiti.
Babbo Natale è uno scherzo
Non abbiamo imparato a leggere tra le righe. La circolare è carta straccia per noi. La ignoriamo con la sublime arroganza del personale scolastico di una certa età. Continuiamo imperterrite il nostro lavoro decorativo. Quella piccola confusione è il nostro momento Zen. Nascono conversazioni che sono come i lampi di bellezza. Sembriamo due ippopotami danzanti in tutù e ce la facciamo benissimo ad arrivare all’ultimo piolo della scala. Quel piccolo caos che si crea mentre appendiamo i festoni è una di quelle situazioni che non scambieremmo con nulla.
-Maestra, Alessandro dice che Babbo Natale è solo uno scherzo. Diglielo tu che esiste! È vero che esiste?
-Certo! — rispondo convintissima. – Secondo te io stavo arrampicata qua sopra solo per uno scherzo?
Ho guadagnato la cima: scotch in bocca, un Babbo Natale di feltro appiccicato alla fronte e puntine in tasca. Dopo aver appeso l’ennesimo Babbo (la collega di arte e immagine, quest’anno deve aver avuto un’ossessione), scendo e chiamo Alessandro, che ha gli occhi sgranati e l’aria di un detective tradito.
-Perché non credi a Babbo Natale?
-Me l’ha detto la mamma. Io ci credo, ma lei dice che sono tutte cretinate, che sono grande e devo crescere. Io gliel’ho detto che esiste, ma lei continua a dire di no! Diglielo tu! — Piange.
Ha sei anni. È lecito credere a Babbo Natale, ancora per un po’ o almeno fino al dottorato.
-Non preoccuparti. Parlerò con la mamma. Forse è solo triste, perciò ti dice così. Comunque Babbo Natale esiste.
-Davvero? Non mi sembra molto convinto. Allora incalzo
-Sì… io l’ho visto.
-E com’è?
-E’ speciale. Ha una certa età come me ed è molto agile.
-Ma no maestra Babbo Natale è maschio, tu sei come la Befana
-Piccolo, torna a giocare, la maestra ti vuole tanto bene comunque…
Riprendo ad arrampicarmi. Mentre lui va a giocare sereno.
Ho deviato una crisi esistenziale con una bella bugia. La mia missione è compiuta.
I suoi genitori vivono separati ma nella stessa casa. Litigano per questioni futili, come chi ha usato l’ultimo rotolo di carta igienica, coinvolgendo il bambino. Se c’è stata una discussione la sera prima, me ne accorgo subito: al mattino Alessandro arriva con gli occhi spenti e guarda fuori dalla finestra come se stesse aspettando l’elicottero per la fuga.
Chiediamo un colloquio con la madre.
-Posso venire solo durante l’intervallo. Va bene. Cerchiamo a una collega che possa sostituirci per dieci minuti. La madre ci spiega che si sta separando dal marito, non ha un lavoro, non ha soldi e non sa dove andare. Vengono da culture diverse e non riescono più a trovare un punto di incontro, discutono continuamente.
-Almeno cercate di non farlo davanti al bambino.
Ci guarda senza parole. Ci sono situazioni da cui non si può uscire.
-E lasci che creda a Babbo Natale ancora per un po’. Farà bene a lui e…. anche a Lei.
Ci salutiamo la mamma mi sembra più serena.
Fare la maestra è anche questo: un’agenzia di riparazioni emotive 24/7.
Riprendo l’arrampicata sulla scala instabile con molta attenzione, perché il vero intermezzo da temere non è tra due momenti musicali, ma tra te e un Babbo Natale che sta cadendo in testa a un bambino.
Intermezzo di Mascagni (dirige Il Maestro Muti)








