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Le Parenti di San Gennaro

di Angela Villa

La decadenza non risparmia nessuno, nemmeno i santi. Sabato due maggio una folla eterogenea ha assistito al miracolo di San Gennaro, nel Duomo di Napoli: turisti e curiosi capitati di passaggio durante un tour della città, armati di macchine fotografiche e telecamere; giornalisti freelance, pronti a postare sui social in tempo record; amanti dello spritz, seduti sulle gradinate del Duomo (negli ultimi tempi, d’altronde, le sprizzerie sono nate come funghi in ogni quartiere). In mezzo a questo caos si scorgono i fedeli, assorti nelle preghiere con la coroncina di San Gennaro tra le dita.
Nonostante la folla chiassosa, forse un po’ distratta dal “cosa c’è ancora da vedere”, il culto resiste. La sua forza continua a parlare a tutti, trasformandosi nel tempo in una sintesi perfetta di opposti: sacro e profano, nobiltà e popolo, aristocrazia e folklore. In esso, l’anima laica e quella religiosa della città si fondono. Tre piccole donne sedute di fronte alla statua del Santo, resistono ad ogni forma di decadenza e mantengono vivo il rituale più arcaico. Sono le custodi dei canti antichi delle litanie e delle preghiere in onore al Santo: le “Parenti di San Gennaro”. Mentre i turisti scattano foto, loro invocano il Santo con compostezza e rigore.
L’origine di questa tradizione è avvolta nel mistero. Alcuni dicono che la prima fedele fosse davvero una consanguinea del martire, o forse una donna di nome “Januaria”. Altri ipotizzano legami con Eusebia, la nutrice che raccolse il sangue dopo il martirio. Il nome stesso, Ianuarius, rimanda alla gens Ianuaria e al dio Giano, il dio bifronte delle soglie. Eppure, al di là della genealogia, ciò che conta è il legame spirituale: queste donne si sentono parte di una famiglia.
Ogni anno, il 19 settembre, il sabato precedente la prima domenica di maggio e il 16 dicembre, queste signore siedono in prima fila con i medaglioni al collo. Il loro è un ruolo fondamentale, tutto al femminile: sono madri e maestre che esortano il Santo a “darsi da fare”. A compiere il miracolo per il bene della città. Ogni volta la funzione del miracolo avvicina il Santo alla città. Se il sangue non si scioglie sono guai, il Santo è arrabbiato con il suo popolo, e annuncia una catastrofe imminente. Ecco perché le Parenti invocano con trasporto e passione.
La particolarità del loro approccio sta nel linguaggio. Non sono preghiere sussurrate, ma incitamenti corali, talvolta in rima. Si rivolgono a San Gennaro chiamandolo confidenzialmente “Faccia Gialla” (per via del busto bronzeo ingiallito). Il tono è quello di una madre con un figlio distratto: lo invocano, lo incitano e, se il miracolo tarda, arrivano a rimproverarlo aspramente.
Durante la funzione, l’anziana del gruppo sembra quasi dirigere le operazioni, interpellando il pastore della Chiesa o sgridando chiunque si frapponga tra lei e la statua: «Ci dobbiamo guardare in faccia, io e lui, toglietevi davanti». Sgrida i turisti che si affannano a riprendere la statua del Santo. Se una compagna sbaglia un verso, viene subito corretta, l’altra alza le spalle: non importa, nessuno noterà l’errore in questo marasma, l’importante è che il miracolo avvenga. E che il Santo, attraverso il sangue, riprenda il legame con la città, un legame carnale, viscerale.
Quando il Cardinale finalmente solleva l’ampolla e il sangue appare liquido, la pace è fatta, l’annuncio è segnato dallo sventolio del fazzoletto bianco, di un membro della Deputazione, l’organo laico che da secoli custodisce il Tesoro. Fondata dai rappresentanti dei sedili nobiliari (Capuana, Nido, Montagna, Porto e Portanova) e dal popolo, la Deputazione è ancora oggi il simbolo di quella Napoli duplice che governa il culto: sacro e profano religione e laicismo. Ma oltre gli applausi, oltre l’oro dei paramenti e lo sventolio dei fazzoletti, resta la voce di quelle donne: una voce antica, che sa di tufo e di secoli, un canto che non cerca il consenso dei social ma il cuore di un martire. Il miracolo si è compiuto la processione va verso Santa Chiara. Il fiume umano scorre e sopra ogni cosa, domina «’a muntagna bella», il gigante addormentato, sospeso tra mare e cielo, dorme dal 1944, su un tappeto di case vicoli e speranze. Cosa accadrà quando si sveglierà? Secoli fa portarono in processione il Santo per fermare la lava, chi ci crede e chi no. Fino ad allora la città continuerà a celebrare miracoli di ogni tipo, per strappare un altro giorno di vita, all’ombra del Vesuvio.

Napoli, 2 maggio 2026

Gianni Aversano – Canto delle parenti di San Gennaro
https://www.youtube.com/watch?v=xEFDxLUQ0gU&list=RDxEFDxLUQ0gU&start_radio=1

M come melodia


FRA I BANCHI

di Angela Villa 

La melodia è l’arte di dare senso, a una successione di note.

Insegnare a scrivere vuol dire cercare un senso, creare una melodia. Meraviglioso, quasi poetico. Se non fosse che, nella pratica, è un tentativo di sopravvivenza, si procede spesso per tentativi e molti errori.
Prima di decidermi a presentare il corsivo, mi è capitato spesso di svegliarmi all’alba e scervellarmi su come e quando farlo. Ho navigato in quella palude di consigli online, finendo inevitabilmente sui profili che esibiscono quaderni impeccabili, senza una sbavatura, una macchia di cioccolato, un’orecchia nell’angolo della pagina. Alla fine ne esco più indecisa di prima.
Forse è meglio proporre una full immersion immediata?
Spesso si presentano tutti i caratteri contemporaneamente già in prima e questo genera difficoltà per gli alunni con disturbi specifici di apprendimento; per questo motivo molti insegnanti preferiscono attendere la classe seconda, prima di presentare il corsivo e decidere insieme nel gruppo di programmazione. Sebbene la programmazione si faccia in team, la verità è che quando si entra classe, si è sempre soli.
Secondo le più recenti ricerche neuroscientifiche, sarebbe meglio attendere che i bambini abbiano preso confidenza con la lettura prima di introdurre il corsivo. Questo permette loro di esplorare l’alfabeto con la dovuta calma. In un’epoca dominata dai tablet, dove anche un bimbo di due anni sa sbloccare uno schermo, rallentare per tracciare una lettera diventa un atto di resistenza.
I miei alunni, quando scrivono da soli, i loro biglietti durante l’intervallo, scelgono sempre lo stampato maiuscolo mescolando un po’ tutto, mi è capitato di vedere una y al posto di una ì e una doppia w al posto di una m. Solo un piccolo gruppo usa sempre il corsivo, ho chiesto il perché:

“Perché mia madre ha detto che siamo indietro col programma…”

Per rendere la cosa ancora più affascinante e coinvolgere tutti, ho inventato l’Ufficio di Scrittura: un albo illustrato con tutti i caratteri che usano come scudo spaziale sul banco. Fanno a gara per averlo.
Il mio immaginario: che bello, ho creato la classe perfetta.
La realtà: a volte si nascondono dietro il cartoncino per fare qualche disegno invece di scrivere.
Per invogliarli ho inventato la favola di Tip e Titta, due folletti che per non perdersi nel bosco, devono distinguere:

  1. Lettere Cielo: quelle che puntano in alto (sono avventurose e non soffrono di vertigini).
  2. Lettere Terra: quelle che vanno verso il basso (non hanno paura di sporcarsi di fango).
  3. Lettere Prato: quelle che stanno comode nel rigo piccolo (le pigre del gruppo).

Quando correggo, mi capita di dover decifrare le diverse calligrafie, ci sono lettere che assumono forme strane e indecifrabili; quindi ripiombo nell’indecisione: forse ho anticipato troppo i tempi, forse ho sbagliato tutto.
Ma esistono gli “attesi imprevisti”.
L’altro giorno avevo davanti il mio alunno che solitamente ha le molle sotto i piedi. Dovevano copiare un testo in corsivo. Erano le dieci e trenta, in genere andiamo in giardino, loro giocano e io mi godo la bellezza di un albero.
Era tutto concentrato e sussurrava un motivetto a bocca chiusa io, pensando che stesse perdendo tempo, gli ho suggerito:
«Scrivi in stampato maiuscolo, così finisci prima»
Lui non ha nemmeno alzato lo sguardo dal foglio:
«Non posso, maestra. Sono troppo “preso” dal corsivo.»

Consiglio di ascolto
Il Coro a bocca chiusa della Madama Butterfly è il trionfo di una melodia fatta solo di respiro.

https://www.youtube.com/watch?v=nbQDY0i7_88&list=RDnbQDY0i7_88&start_radio=1

 

 

Silenzio di turno

di Angela Villa

Gli angoli di periferia, sanno riservare sorprese preziose. È quanto accaduto nella Sala Teatro dell’Istituto Comprensivo Viale Lombardia di Cologno Monzese, uno spazio che insieme alla Biblioteca Toti, si conferma presidio culturale vivace, capace di ospitare concerti jazz, spettacoli teatrali e letture musicali, danze popolari. Prima dell’evento un’iniziativa di beneficenza: la vendita all’asta di vestiti realizzati dai ragazzi e dalle ragazze dell’Istituto nel laboratorio di sartoria “Per filo e per segno”.

In occasione della Giornata Mondiale del Teatro, l’Istituto ha aperto le porte a un evento di riflessione: la lettura dinamica di “Silenzio di turno”, testo scritto e diretto da Raffaella Di Franco. Raffaella Di Franco è una regista, attrice e drammaturga con oltre vent’anni di esperienza nella formazione teatrale. Presidente di AttoriAMO ETS, si è formata tra Teatri Possibili, la Scuola Mohole e con maestri dell’Actors Studio come Dominique De Fazio.

Il suo lavoro si distingue per un approccio completo alla scena (regia, corpo, voce e scenografia) e per un forte impegno civile, realizzando progetti di teatro sociale e civile. Con il suo gruppo, ha inoltre ricevuto il premio come miglior spettacolo al festival delle scuole di teatro “Area7” con “Madame Bovary c’est moi” (regia di Elisa Lepore); è inoltre una cantante esperta in musica polifonica.

La lettura dinamica, caratterizzata da una scrittura fluida e incisiva, si presenta come un viaggio tra i “nuovi schiavi”. Ambientata in una torrefazione, l’opera racconta la quotidianità di un gruppo di operaie e del loro misterioso caporeparto. Non è una messa in scena della violenza ostentata, ma un racconto fatto di parole, silenzi carichi di tensione e sguardi.

Lo spettacolo indaga sull’oblio e la rimozione come responsabilità collettiva, su ciò che scegliamo deliberatamente di non vedere o non interrompere. Le attrici e l’attore, sono riuscite a dare corpo alle emozioni di donne sospese tra il passato delle fabbriche e la realtà attuale dei nuovi schiavi, lavoratori sfruttati per pochi euro l’ora.

L’evento si è inserito nel solco delle celebrazioni della 64esima Giornata Mondiale del Teatro, istituita dall’ITI-UNESCO nel 1962. Quest’anno, il prestigioso compito di redigere il Messaggio Internazionale è spettato a Willem Dafoe, attore di fama mondiale e attuale Direttore del Settore Teatro della Biennale di Venezia, Willem Dafoe

Nelle sue parole, Dafoe ha sottolineato l’urgenza sociale dell’arte:

    «In un mondo sempre più divisivo e autoritario, la nostra sfida è evitare che il teatro diventi una mera impresa commerciale o un arido custode di tradizioni. Dobbiamo promuoverne la forza di connettere popoli e comunità, interrogandoci su dove stiamo andando.»

Al termine della rappresentazione, la preside dell’Istituto, Eleonora Galli, ha ribadito l’importanza fondamentale della narrazione contemporanea nei piccoli territori. In contesti spesso dimenticati, la cultura non è solo intrattenimento, ma uno strumento essenziale per generare dialogo e cittadinanza attiva. Fare cultura in periferia non è solo organizzare un evento; è un atto di resistenza. È creare legami ponti tra mondi che altrimenti non si parlerebbero mai.

“Silenzio di turno” ha dimostrato che il teatro, anche fuori dai grandi circuiti, resta il luogo di incontro per specchiarsi, capirsi e parlare.

Quando le luci della Biblioteca Toti si sono spente, negli occhi dei presenti è rimasto un riflesso diverso. Portare il teatro tra le mura di una scuola, raccontando le vicende di operaie di una torrefazione immaginaria, significa prendere atto delle tante realtà invisibili dei nostri quartieri. Significa dire: la tua storia è importante per la comunità, merita di essere raccontata e ascoltata qui, a due passi da casa tua.

Perché la cultura non è un privilegio da consumare solo nei templi del centro città, è un diritto che si respira dove la vita è più faticosa, dove la solitudine si fa sentire, dove il futuro sembra, a volte, un orizzonte insignificante. Fare cultura in periferia significa accendere un fuoco che riscalda chi è rimasto fuori, dimostrando che anche nell’angolo più nascosto di una città può nascere una bellezza, quella vera, quella che appartiene a tutti, nessuno escluso.

Sala Teatro Toti, Istituto Comprensivo Viale Lombardia,  Cologno Monzese 27 marzo 2026

L come Legno

di Angela Villa

L come Legno (“con legno”). È una dicitura raffinata che invita i violinisti a non usare i crini dell’arco, ma la parte in legno per percuotere le corde. Il risultato produce un suono secco, sinistro, quasi spettrale. Berlioz lo usò nel movimento finale della sua “Sinfonie Fantastique” per descrivere un sabba di streghe. “Songe d’une nuit du sabbat (Traum einer Sabbatnacht)”

 La fila. È uno dei problemi pratici di ogni insegnante. In fila accade di tutto, è il vero buco nero della didattica. È quel momento drammatico in cui ogni insegnante vede la propria autorità sgretolarsi contro le leggi della fisica e dell’anarchia, innanzitutto si comincia con una sorta di lotta per il capofila: una posizione ambita che nelle fantasie dei bambini conferisce un potere divino. Nel tempo pieno, la fila è ovunque, otto ore di scuola arricchiscono il bagaglio delle diverse tipologie di fila: per andare nelle aule laboratorio; per la mensa (la più pericolosa, perché mossa dalla fame atavica); per andare in giardino durante l’intervallo (la più ambita chi arriva prima è libero di correre sulla discesa che conduce al prato); per l’uscita (la liberazione dei prigionieri).

Ci sono, inoltre, varianti geometriche della fila: fila indiana, uno dietro l’altro, la più odiata dai bambini, per due, per tre… per ordine di altezza o la più pericolosa: “liberi tutti, fate un po’ come vi pare”, che non è una scelta pedagogica, ma un invito formale al rischio.

Quest’ultima tipologia è sempre sconsigliata. Si rischia di creare il valzer delle coppie che si formano, si sformano e qualche volta scoppiano…si comincia a litigare per chi dà la mano alla più simpatica della classe, alla più bella, alla più corteggiata oppure a quello che ha le carte migliori, perché in fila avviene di tutto, anche gli scambi di carte “Pokemon”.

Una volta durante l’uscita, una mia collega riportò una lussazione della spalla, perché si trovò, suo malgrado, in uno di questi scambi che finì male, per separare i litigiosi inciampò in una delle stringhe dello zaino. L’utopia dell’insegnante che consiste nel lasciare agli alunni la libertà di scegliersi i compagni in fila a volte funziona, altre volte no…a me sembra un bel regalo, al termina di una lunga giornata scolastica, uscire con chi si vuole, per poter raccontare ciò che si vuole, in quel breve percorso dalla classe al cancello. Un tragitto che, tra ingorghi nell’atrio, classi che tagliano la strada e genitori in ritardo, può durare quanto una traversata oceanica. Però purtroppo non sempre è possibile lasciare liberi i bambini perché arrivano le gomitate, le spinte di zaino col carrello a mo’ di Curling, ultima trovata per chi ha visto le Olimpiadi e i litigi per chi è più avanti di tre centimetri; quindi spesso opto per la fila peggiore, quella stabilita dall’insegnante. L’utopia muore e scatta la “Modalità Covid”:

«Allora, ascoltatemi bene, per oggi faremo la fila per uno, ben distanziati, finché non sarete in grado di gestire il tempo in fila e renderlo migliore.»

Silenzio tombale e gioia di vivere azzerata. Aspetto tempi migliori per renderli autonomi.

Venerdì scorso i miei due alunni ipercinetici, quelli che non hanno solo l’argento vivo addosso, ma lo vendono anche, perché possiedono l’intero sistema periodico degli elementi in perenne ebollizione, mi hanno fatto una promessa solenne che avrebbe commosso pure i sassi:

“Maestra ti promettiamo che non ci prendiamo a mazzate in fila.”

E io, con il coraggio dei martiri e la fede dei sognatori, ho dato loro fiducia. Li ho messi in testa alla fila, sembravano quasi angelici. Per un istante, il silenzio è sceso nel corridoio. Ma è durato quanto il respiro di un leggero vento prima della tempesta. All’improvviso, un inciampo, uno zaino troppo ingombrante che urta un piede, ed ecco che la Sinfonia Fantastica ha avuto inizio. Il ritmo è cambiato: non più una marcia ordinata. Ho sentito distintamente il suono “Col Legno”: non erano però gli archi dell’orchestra, ma il rumore secco dei loro righelli di plastica che sbattevano a mo’ di sciabole. In quel caos di rotelle e righelli, e lamentele degli altri compagni che mi dicevano:

“Maestra, perché li hai messi insieme…”

Ho capito che Berlioz aveva ragione: il soprannaturale non sta nelle streghe o nei fantasmi dei boschi, il vero soprannaturale è la forza centrifuga di chi cerca la libertà…

Allora li ho riportati in classe ho detto:

«Ricominciamo tutto da capo, secondo me ce la potete fare a mantenere la promessa».

Perché il vero segreto di un insegnante è questo: continuare a credere nei propri alunni, anche quando sembrano appena usciti dal sabba di Berlioz.

 

Berlioz: Symphonie fantastique ∙ hr-Sinfonieorchester ∙ Alain Altinoglu

https://youtu.be/sdYRYbjCcJg?si=pGqoEXNR5VIAKxaJ

I come INTERMEZZO

di Angela Villa

Intermezzo: brani per l’orchestra, all’origine eseguiti tra un momento musicale e l’altro. Successivamente divenuti brani strumentali, collocati nel mezzo di una scena.

La catena di montaggio dei festoni natalizi ovverossia lo squadrone suicida delle decorazioni

A Natale, le classi si trasformano in un delirio decorativo. Tutti gli intervalli vengono dimenticati. C’è chi fa merenda con una frenesia degna di un criceto iperattivo, perché deve riprendere le decorazioni e chi, come noi insegnanti, preferisce rischiare la vita per la gloria del glitter.

Ebbene sì, vince l’arrampicata.

È tutto un fermento di Babbi Natale sospesi con fili rossi luccicanti, Befane appese alle porte che sorridono con quell’aria di “ne ho viste anche troppe”, e stelle che indicano una strada… probabilmente verso il pronto soccorso.

La mia collega ed io, siamo maestre-acrobate, eroine silenziose. Prima i banchi, che non sono mai stati pensati per reggere due adulti con problemi di equilibrio, poi la scala. Ci arrampichiamo sui banchi, come se fossimo in un campo base himalayano. Poi passiamo alla scala, un trabiccolo instabile che ci porta in orbita verso il soffitto, vibra come un telefono in modalità silenziosa.

Un monumento al rischio e alla precarietà.

Certo cerco sempre di non farlo durante l’orario di servizio, è pericoloso!

Se cado, rovino il Babbo Natale di cartone che ci è costato tre giorni di sonno e, cosa più grave, sarò costretta ad assentarmi rompendo le scatole a tutti: alla referente di plesso in primis che deve cercare la sostituzione…

Io vorrei farlo fuori dall’orario di servizio, ma inevitabilmente vengo presa dall’euforia peggio dei bambini.

– lo appendiamo subito maestra? Così vediamo come sta.

E c’è sempre la bambina che, con l’innocenza dei sei anni, si offre di aiutare:

-Posso aiutarvi maestre?

– Grazie, tesoro. Mantieni ferma la scala con la forza della tua fede in Babbo Natale.

Non dovrei scrivere queste cose. La legge sulla sicurezza (che evidentemente abbiamo firmato con inchiostro simpatico permanente) proibisce tutto ciò.

Le maestre non devono scalare nulla, specialmente durante l’orario di servizio con i bambini in classe.

-Vi fate male e in più, avete una certa età. Ci ammonisce il preside. Il nostro sguardo ha un duplice odio primo perché porta sfiga, secondo perché ci ha dato delle “vecchie”. Lui non ha letto il libro che prossimanamente pubblicherò, autonomamente ovviamente: “Le maestre non invecchiano mai. Ci pensano i bambini a mantenerle giovani”

Ovviamente non coglie e continua imperterrito

-Fate le maestre, non le restauratrici del Settecento o le operaie edili. Per queste cose ci sono le commesse! Ha un occhio bionico per i disastri.

-Io ho fatto l’operaia – mi dice la commessa, fermatasi per fare da base umana alla scala – lavoravo alla catena di montaggio. Dovevo inserire i ghiaccioli nelle scatole. La prima volta ho bloccato l’intera linea di produzione. Non è un bel lavoro, la scuola è molto meglio.

Penso la stessa cosa. Qui, almeno, la vita è un reality show a basso costo.

Il preside passa di nuovo. Ci vede ancora lì, in bilico. Non dice niente, ma il giorno dopo arriva una circolare che sembra scritta da un avvocato in preda a un delirio di onnipotenza.

È il suo modo per tutelare sé stesso e dormire tranquillo. O, come ho interpretato io: godetevi l’inferno del rischio, ma sappiate che non è colpa mia se vi schiantate. Ci sono situazioni da cui non si può uscire. Sono come la colla vinilica sui vestiti.

Babbo Natale è uno scherzo

Non abbiamo imparato a leggere tra le righe. La circolare è carta straccia per noi. La ignoriamo con la sublime arroganza del personale scolastico di una certa età. Continuiamo imperterrite il nostro lavoro decorativo. Quella piccola confusione è il nostro momento Zen. Nascono conversazioni che sono come i lampi di bellezza. Sembriamo due ippopotami danzanti in tutù e ce la facciamo benissimo ad arrivare all’ultimo piolo della scala. Quel piccolo caos che si crea mentre appendiamo i festoni è una di quelle situazioni che non scambieremmo con nulla.

-Maestra, Alessandro dice che Babbo Natale è solo uno scherzo. Diglielo tu che esiste! È vero che esiste?

-Certo! — rispondo convintissima. – Secondo te io stavo arrampicata qua sopra solo per uno scherzo?

Ho guadagnato la cima: scotch in bocca, un Babbo Natale di feltro appiccicato alla fronte e puntine in tasca. Dopo aver appeso l’ennesimo Babbo (la collega di arte e immagine, quest’anno deve aver avuto un’ossessione), scendo e chiamo Alessandro, che ha gli occhi sgranati e l’aria di un detective tradito.

-Perché non credi a Babbo Natale?

-Me l’ha detto la mamma. Io ci credo, ma lei dice che sono tutte cretinate, che sono grande e devo crescere. Io gliel’ho detto che esiste, ma lei continua a dire di no! Diglielo tu! — Piange.

Ha sei anni. È lecito credere a Babbo Natale, ancora per un po’ o almeno fino al dottorato.

-Non preoccuparti. Parlerò con la mamma. Forse è solo triste, perciò ti dice così. Comunque Babbo Natale esiste.

-Davvero? Non mi sembra molto convinto. Allora incalzo

-Sì… io l’ho visto.

-E com’è?

-E’ speciale. Ha una certa età come me ed è molto agile.

-Ma no maestra Babbo Natale è maschio, tu sei come la Befana

-Piccolo, torna a giocare, la maestra ti vuole tanto bene comunque…

Riprendo ad arrampicarmi. Mentre lui va a giocare sereno.

Ho deviato una crisi esistenziale con una bella bugia. La mia missione è compiuta.

I suoi genitori vivono separati ma nella stessa casa. Litigano per questioni futili, come chi ha usato l’ultimo rotolo di carta igienica, coinvolgendo il bambino. Se c’è stata una discussione la sera prima, me ne accorgo subito: al mattino Alessandro arriva con gli occhi spenti e guarda fuori dalla finestra come se stesse aspettando l’elicottero per la fuga.

Chiediamo un colloquio con la madre.

-Posso venire solo durante l’intervallo. Va bene. Cerchiamo a una collega che possa sostituirci per dieci minuti. La madre ci spiega che si sta separando dal marito, non ha un lavoro, non ha soldi e non sa dove andare. Vengono da culture diverse e non riescono più a trovare un punto di incontro, discutono continuamente.

-Almeno cercate di non farlo davanti al bambino.

Ci guarda senza parole. Ci sono situazioni da cui non si può uscire.

-E lasci che creda a Babbo Natale ancora per un po’. Farà bene a lui e…. anche a Lei.

Ci salutiamo la mamma mi sembra più serena.

Fare la maestra è anche questo: un’agenzia di riparazioni emotive 24/7.

Riprendo l’arrampicata sulla scala instabile con molta attenzione, perché il vero intermezzo da temere non è tra due momenti musicali, ma tra te e un Babbo Natale che sta cadendo in testa a un bambino.

Intermezzo di Mascagni (dirige Il Maestro Muti)

https://youtu.be/3EaEUCQ04Ec?si=hJcYKKnpBImmo–Y

H come Hertz

di Angela Villa

Unità di misura dell’altezza del suono (simbolo Hz) indica il numero di vibrazioni acustiche per secondo, quindi la frequenza. Notoriamente, il suono di riferimento per l’accordatura degli strumenti è il la dell’ottava centrale del pianoforte, corrispondente, in epoca moderna, a un suono la cui altezza è 440 Hz. Il tedesco H.R. Hertz, che l’ha scoperta alla fine del 1800. (Fonte Wikipedia glossario musicale)


La scuola è iniziata. E con lei, è ricominciato anche il delirio burocratico. Ebbene sì, il digitale non solo non l’ha diminuito, ma per certi versi ne ha aumentato il carico. Bisogna inserire nella piattaforma del registro elettronico le attività di ogni singola ora, specificando come si è svolta la lezione così i genitori sono informati su quello che si fa in classe. E se per caso, i bambini ti portano su un’altra galassia (cosa che accade spesso, perché sono degli strateghi del dirottamento), la sera ti ritrovi al PC a riscrivere le attività realmente svolte. Certo, è risaputo che gli insegnanti fanno le ore piccole. Non per correggere i compiti o le verifiche, quella è la parte preziosa del lavoro, perché dagli errori dei bambini capisci tante cose, ma per lottare contro il sistema operativo. In questo periodo dell’anno, poi, siamo nel pieno della stagione degli acronimi, semafori di individuazione e segnalazione di bisogni specifici di apprendimento: griglie BES, PDP, NAI PEI PDP. Sigle che servono a stanare anche le minime difficoltà. E poi tocca avvisare i genitori, far firmare i documenti, e, meraviglia delle meraviglie, convincere quelli che non vogliono farlo che è per il bene dei loro figlioli, è un aiuto in più, una possibilità. Un tempo, lo facevi e basta, senza bisogno di passare dal Via (i giocatori di Monopoli, sanno di cosa sto parlando), oggi per segnalare una difficoltà devi passare sotto le forche caudine dei fogli condivisi, piattaforme online, moduli, tabelle, griglie. E, ciliegina sulla torta, comunicare le tue decisioni nelle chat di interclasse docenti a cui si sono aggiunte quelle dei presidenti di interclasse e dei referenti di commissioni. Così ti ritrovi, alle dieci di sera che vorresti solo un letto, a rispondere alla collega ansiosa che ti scrive con una valanga di avatar e faccine più o meno sorridenti: “Scusa l’ora, ma… “

La scuola è ricominciata. E, per fortuna, ci sono loro: i bambini. Appena metti piede in classe, ti accolgono con un meraviglioso: “Quando andiamo in giardino?” Oppure: “Quando in palestra? Quando in ludoteca?”. Hanno una tabella stampata con la scansione oraria precisa di ogni materia, ma il loro mantra è sempre lo stesso: “Quando andiamo?” Un’alunna mi fa notare, con aria da revisore dei conti:

– Maestra, in questa tabella non c’è scritta la parola intervallo.

– Hai perfettamente ragione! – Le rispondo, affannandomi a risanare l’errore con pennarelli e cartoncini, quando un altro alunno, un genio della pratica, mi ferma:

– Ma non serve. C’è la campanella!

Bravissimo! Ottimo in attività di discriminazione di suoni e rumori e perché no? Frequenze! La campanella, quella santa, salva tutti da interrogazioni, compiti e discussioni, e decreta il momento della piena (e contenuta) libertà. Contenuta perché i limiti esistono sempre, i rischi penali e civili sono in agguato e rappresentano una delle maggiori fonti di stress per gli insegnanti.

In giardino, vige la regola del “sì, ma…”

Si può correre sul prato, ma non sull’asfalto.

Si possono scavare buche, ma solo dove c’è la zona orto (magari eliminando le erbacce, così aiutano la collega che cura l’orto didattico).

Si possono raccogliere sassi e legnetti, ma senza lanciarli (neanche un sassolino, eh!).

Si può giocare con i gusci delle noci, ma senza tirarli come se fossimo in un campo di calcio (i fanatici del pallone sono ovunque).

A proposito di fanatici. Mi fa sempre sorridere questa conversazione che ho avuto qualche tempo fa con un mio alunno. Stavo predisponendo il gioco del Memory con la lavagna digitale. Un piccoletto simpaticissimo mi ha detto:

– Sai, maestra mio nonno gioca al bar, con le carte vere e quando sto con lui imparo tante parole nuove.

– Che bello, impari i termini del gioco?

– No. Imparo le parolacce, perché il nonno a un certo punto si arrabbia, butta le carte a terra, e dice cose…Non sa perdere!

​ Comunque anche se è pieno di pericoli, io in giardino li porto sempre, sarò amante del rischio. Ore ed ore in una classe non sono salutari per nessuno. Vedere i bambini correre felici in un prato è la migliore ricarica. Osservandoli nel gioco libero, scopri tutto quello che accade fra loro al di là delle lezioni. Scopri, ad esempio, che la prima della classe è innamorata del compagno all’ultimo banco (il più alto, quello che sta sempre in fondo), e che all’intervallo preparano insieme aerei di carta da lanciare in cielo. Aerei che, puntualmente, finiscono tra i rami degli alberi. Quindi, scopa in mano per tirarli giù, la minaccia inevitabile: “La prossima volta, niente aerei di carta!” (Tanto lo so che li faranno lo stesso…). E mentre sono al fresco, seduta ad osservarli giocare, penso alla marea di pratiche digitalizzate da preparare, alla programmazione da caricare, e a come convincere i genitori che la scuola è importante, che non esistono i corsi di calcio (“Maestra la mia mamma mi porta a calcio tre volte a settimana, perché io voglio essere Ronaldo”) che leggere ad alta voce, magari la sera prima di addormentarsi, è fondamentale, che no, non c’è nessun tutorial che sostituisce la voce dei genitori.

Mentre sto pensando a come organizzare e sopravvivere alla marea burocratica, un mio alunno, con l’ingenuità tutta dell’età, mi chiede interessato:

– Maestra, ma tu che lavoro fai?




Consiglio di ascolto Eric Satie a 432 hertz (Mozart Chopin Verdi Satie pare abbiano composizioni a 432 hertz con effetti rilassante sul cervello)
https://www.youtube.com/watch?v=tnOyxZ7Qorw

2025 Fuga dalla città

di Angela Villa

Gioia di cantare come te, torrente[…]
gioia d’essere nata
soltanto in un mattino di sole
tra le viole
di un pascolo…
[…]*

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G come Gioia (L’Inno alla)

di Angela Villa

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E come Elegia

di Angela Villa

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D come DIESIS

di Angela Villa

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