
PASSEGGIATE IN LUOGHI INSOLITI (5)
di Angela Villa
Bisaccia spunta solitaria sulle alture dell’Irpinia, a 860 metri d’altezza, situata fra due Valloni, quello dei Corvi e quello dei Ferrelli, si affaccia sul Monte Calvario, circondata da una corolla di pale eoliche. Francesco De Sanctis la battezzò “la gentile”, ancora oggi le persone ti salutano volentieri lungo la strada e ti regalano sorrisi.
Raggiungo la parte alta del paese, detta: “La Cavallerizza”. Un’insegna attira la mia attenzione: Via della Principessa. La strada è stretta e lunga, si estende da est a ovest e termina con terrazzo che si affaccia sul castello e sul borgo antico. A destra e a sinistra, casette basse mettono in mostra portoni in pietra bianca e tende colorate, le porte aperte sull’uscio, creano piccoli capannelli di persone che chiacchierano e osservano i pochi turisti passare, ci sono molti portoni chiusi alcuni con cartelli “Vendesi”, altri completamente abbandonati, testimoni di uno spopolamento che avanza.
Mi avvicino a una donna anziana seduta all’ombra. Lavora l’uncinetto, e contemporaneamente vigila su chiunque passi.
«È dedicata a qualche principessa del posto questa strada?» Le chiedo. Senza smettere di lavorare la donna mi squadra e ribatte:
«Chi sei? A chi appartieni? Da dove vieni?» Appagata la sua curiosità, mi fornisce tutte le indicazioni:
«Per sapere tutto sulla principessa devi andare al castello. Scendi le scalette e poi c’è una salita. Ci vuole fiato… Vai al castello, vai…»
Mi incammino verso il Castello Ducale. La vecchina aveva ragione, c’è una bella salita da affrontare e alla fine arrivo col fiatone. La sua sagoma imponente domina il borgo, portandosi dietro la memoria di secoli di passaggi: anche Federico II, nel 1246, scelse queste mura per le sue battute di caccia e, dicono, per farvi risuonare i versi dei poeti della Scuola Siciliana.
Varco la soglia del Museo Archeologico, allestito proprio all’interno della fortezza. A darmi il benvenuto c’è la guida: sguardo gentile e due occhi chiari intensi che tradiscono subito una profonda passione per le storie che custodisce.
Mi indica il percorso della mostra: “Alle origini degli Irpini”, raccontandomi di come la storia antica di Bisaccia sia riemersa quasi per caso. Nella zona del Cimitero Vecchio, tra gli anni Settanta e Novanta, una straordinaria campagna di scavi riportò alla luce un’intera comunità dell’Età del Ferro. Un’impresa resa possibile dalla determinazione di figure come Gianni Bailo Modesti e Nicola Fierro, affiancati dagli sforzi di archeologi e funzionari della Soprintendenza come Johannowsky, Cerchiai e Maria Luisa Nava.
Ascoltando le spiegazioni della guida, osservo i reperti nelle teche. I corredi funebri più antichi mostrano una comunità sostanzialmente egualitaria, mentre quelli del VII secolo a.C. rivelano l’insorgere di una rigida gerarchia, esibita attraverso monili d’ambra, metalli lavorati e ceramiche arrivate dalla Daunia. In una sala riservata, è custodito il corredo della “Principessa di Bisaccia”. Ammiro a lungo la teca, tutto è conservato benissimo e lascia spazio all’immaginazione, davanti a me non riposa una principessa nel senso classico del termine, ma l’anima di una comunità: una sacerdotessa, una guida capace di dominare i clan con la sua personalità, me la immagino con una voce suadente, sguardo deciso e capelli corvini.
Per governare non le servivano armi da guerra: la sua vera forza, probabilmente, risiedeva nel potere di placare i conflitti, nell’arte della diplomazia e nella profonda conoscenza dei cicli della natura e delle stelle. Lo si intuisce subito dai dettagli: la miriade di piccole borchie metalliche che decoravano il suo vestito, i raffinati vasi di bronzo di fattura etrusca e, soprattutto, un fascio di tre spiedi in ferro, simbolo del suo ruolo di officiante nei sacrifici. Ritrovata nel 1976 in una tomba isolata, era collocata in una zona più alta, segnalata da una lastra di pietra. La sua sepoltura rappresenta, un altare solitario sospeso tra la terra e il cielo per vegliare a lungo sul suo popolo. O forse chi l’ha amata, ha voluto conservare per sempre il suo ricordo.
Poco più in là, un altro dettaglio cattura il mio sguardo: è la tomba della Tessitrice, resa riconoscibile da una serie di minuscoli pesi da telaio, testimonianza silenziosa e toccante di una vita fatta di gesti quotidiani e pazienza. Due donne, due figure chiave di antiche comunità.
Lascio il Castello e ritorno in Via della Principessa. In una casetta alcune signore sono intente a pulire e lavare pomodori, domani all’alba inizieranno le conserve. Un uomo in un angolo le osserva. Mi salutano e dico sorridendo:
«Mettete al lavoro anche lui…». Mi rispondono in dialetto stretto:
«Quiste e’ ‘nu fatte nuostre. Li masculi nun hanna tucca’ niente!»
Ridono divertite, prima di rituffare le mani tra i pomodori. È un rito femminile, fatto di sguardi e anche di segreti raccontati a mezza voce.
«Si uoi aiuta’tu… Si’ la benvenuta.»
Mi seggo accanto a loro e aiuto un po’ anch’io…ma non è “arta mia…”
«Vabbuo’, nun ce pensa’…Facime nui’» mi dicono sorridendo e mi regalano una ciotola di pomodori profumatissimi.
Li porto a casa e preparo un sughetto speciale. Osservo il tramonto fuori dall’uscio di casa, anche io ho imparato a tenerlo sempre aperto, il sole lentamente scivola sul crinale, sembra un paesaggio fantastico, ho in mente ancora la Principessa e allora le pale eoliche mi sembrano giganteschi cavalieri lucenti e fieri. In questo silenzio denso, ripenso a lei. Come trascorreva le sue giornate? Probabilmente anche lei osservava il tramonto sulle alture, stringendo fra le mani il piccolo amuleto di pietre blu che qualcuno, le ha regalato poco prima… Sotto il cemento delle case nuove, lo zatterone di roccia e argilla custodisce un segreto che nessun cantiere potrà mai scalfire. La Principessa e la Tessitrice sono solo i volti emersi di una trama femminile molto più vasta. Una era guida, l’altra intrecciava fili. Chissà quante altre donne, guaritrici, consigliere, coltivatrici, dormono ancora lì sotto, al riparo dagli scavi che non si faranno mai più.
Camminare qui significa calpestare un archivio invisibile: la storia di questa comunità, continua a respirare proprio sotto i nostri piedi. Mi chiedo se il loro cuore abbia mai conosciuto la leggerezza dell’amore. Mi piace pensarle spogliate per un attimo dalla solennità del loro ruolo sociale: nascoste tra i cespugli di queste alture, nell’ombra di una grotta, di un rudere, fra le pietre, a scambiarsi baci rubati al tempo, semplicemente innamorate del loro uomo.
Ma questa, è una storia che non si può raccontare.
Via della Principessa, Bisaccia (AV) Agosto 2026









