Archivi tag: Angela Villa

Via della Principessa. Bisaccia (AV)

PASSEGGIATE IN LUOGHI INSOLITI (5)

di Angela Villa

Bisaccia spunta solitaria sulle alture dell’Irpinia, a 860 metri d’altezza, situata fra due Valloni, quello dei Corvi e quello dei Ferrelli, si affaccia sul Monte Calvario, circondata da una corolla di pale eoliche. Francesco De Sanctis la battezzò “la gentile”, ancora oggi le persone ti salutano volentieri lungo la strada e ti regalano sorrisi.
Raggiungo la parte alta del paese, detta: “La Cavallerizza”. Un’insegna attira la mia attenzione: Via della Principessa. La strada è stretta e lunga, si estende da est a ovest e termina con terrazzo che si affaccia sul castello e sul borgo antico. A destra e a sinistra, casette basse mettono in mostra portoni in pietra bianca e tende colorate, le porte aperte sull’uscio, creano piccoli capannelli di persone che chiacchierano e osservano i pochi turisti passare, ci sono molti portoni chiusi alcuni con cartelli “Vendesi”, altri completamente abbandonati, testimoni di uno spopolamento che avanza.
Mi avvicino a una donna anziana seduta all’ombra. Lavora l’uncinetto, e contemporaneamente vigila su chiunque passi.
«È dedicata a qualche principessa del posto questa strada?» Le chiedo. Senza smettere di lavorare la donna mi squadra e ribatte:
«Chi sei? A chi appartieni? Da dove vieni?» Appagata la sua curiosità, mi fornisce tutte le indicazioni:
«Per sapere tutto sulla principessa devi andare al castello. Scendi le scalette e poi c’è una salita. Ci vuole fiato… Vai al castello, vai…»
Mi incammino verso il Castello Ducale. La vecchina aveva ragione, c’è una bella salita da affrontare e alla fine arrivo col fiatone. La sua sagoma imponente domina il borgo, portandosi dietro la memoria di secoli di passaggi: anche Federico II, nel 1246, scelse queste mura per le sue battute di caccia e, dicono, per farvi risuonare i versi dei poeti della Scuola Siciliana.
Varco la soglia del Museo Archeologico, allestito proprio all’interno della fortezza. A darmi il benvenuto c’è la guida: sguardo gentile e due occhi chiari intensi che tradiscono subito una profonda passione per le storie che custodisce.
Mi indica il percorso della mostra: “Alle origini degli Irpini”, raccontandomi di come la storia antica di Bisaccia sia riemersa quasi per caso. Nella zona del Cimitero Vecchio, tra gli anni Settanta e Novanta, una straordinaria campagna di scavi riportò alla luce un’intera comunità dell’Età del Ferro. Un’impresa resa possibile dalla determinazione di figure come Gianni Bailo Modesti e Nicola Fierro, affiancati dagli sforzi di archeologi e funzionari della Soprintendenza come Johannowsky, Cerchiai e Maria Luisa Nava.
Ascoltando le spiegazioni della guida, osservo i reperti nelle teche. I corredi funebri più antichi mostrano una comunità sostanzialmente egualitaria, mentre quelli del VII secolo a.C. rivelano l’insorgere di una rigida gerarchia, esibita attraverso monili d’ambra, metalli lavorati e ceramiche arrivate dalla Daunia. In una sala riservata, è custodito il corredo della “Principessa di Bisaccia”. Ammiro a lungo la teca, tutto è conservato benissimo e lascia spazio all’immaginazione, davanti a me non riposa una principessa nel senso classico del termine, ma l’anima di una comunità: una sacerdotessa, una guida capace di dominare i clan con la sua personalità, me la immagino con una voce suadente, sguardo deciso e capelli corvini.

Per governare non le servivano armi da guerra: la sua vera forza, probabilmente, risiedeva nel potere di placare i conflitti, nell’arte della diplomazia e nella profonda conoscenza dei cicli della natura e delle stelle. Lo si intuisce subito dai dettagli: la miriade di piccole borchie metalliche che decoravano il suo vestito, i raffinati vasi di bronzo di fattura etrusca e, soprattutto, un fascio di tre spiedi in ferro, simbolo del suo ruolo di officiante nei sacrifici. Ritrovata nel 1976 in una tomba isolata, era collocata in una zona più alta, segnalata da una lastra di pietra. La sua sepoltura rappresenta, un altare solitario sospeso tra la terra e il cielo per vegliare a lungo sul suo popolo. O forse chi l’ha amata, ha voluto conservare per sempre il suo ricordo.
Poco più in là, un altro dettaglio cattura il mio sguardo: è la tomba della Tessitrice, resa riconoscibile da una serie di minuscoli pesi da telaio, testimonianza silenziosa e toccante di una vita fatta di gesti quotidiani e pazienza. Due donne, due figure chiave di antiche comunità.
Lascio il Castello e ritorno in Via della Principessa. In una casetta alcune signore sono intente a pulire e lavare pomodori, domani all’alba inizieranno le conserve. Un uomo in un angolo le osserva. Mi salutano e dico sorridendo:
«Mettete al lavoro anche lui…». Mi rispondono in dialetto stretto:
«Quiste e’ ‘nu fatte nuostre. Li masculi nun hanna tucca’ niente!»
Ridono divertite, prima di rituffare le mani tra i pomodori. È un rito femminile, fatto di sguardi e anche di segreti raccontati a mezza voce.
«Si uoi aiuta’tu… Si’ la benvenuta.»
Mi seggo accanto a loro e aiuto un po’ anch’io…ma non è “arta mia…”
«Vabbuo’, nun ce pensa’…Facime nui’» mi dicono sorridendo e mi regalano una ciotola di pomodori profumatissimi.
Li porto a casa e preparo un sughetto speciale. Osservo il tramonto fuori dall’uscio di casa, anche io ho imparato a tenerlo sempre aperto, il sole lentamente scivola sul crinale, sembra un paesaggio fantastico, ho in mente ancora la Principessa e allora le pale eoliche mi sembrano giganteschi cavalieri lucenti e fieri. In questo silenzio denso, ripenso a lei. Come trascorreva le sue giornate? Probabilmente anche lei osservava il tramonto sulle alture, stringendo fra le mani il piccolo amuleto di pietre blu che qualcuno, le ha regalato poco prima… Sotto il cemento delle case nuove, lo zatterone di roccia e argilla custodisce un segreto che nessun cantiere potrà mai scalfire. La Principessa e la Tessitrice sono solo i volti emersi di una trama femminile molto più vasta. Una era guida, l’altra intrecciava fili. Chissà quante altre donne, guaritrici, consigliere, coltivatrici, dormono ancora lì sotto, al riparo dagli scavi che non si faranno mai più.
Camminare qui significa calpestare un archivio invisibile: la storia di questa comunità, continua a respirare proprio sotto i nostri piedi. Mi chiedo se il loro cuore abbia mai conosciuto la leggerezza dell’amore. Mi piace pensarle spogliate per un attimo dalla solennità del loro ruolo sociale: nascoste tra i cespugli di queste alture, nell’ombra di una grotta, di un rudere, fra le pietre, a scambiarsi baci rubati al tempo, semplicemente innamorate del loro uomo.
Ma questa, è una storia che non si può raccontare.
Via della Principessa, Bisaccia (AV) Agosto 2026

Marettimo, Museo del Mare: storie roccia e ritorni

PASSEGGIATE IN LUOGHI INSOLITI (4)

di Angela Villa

Quando metti piede sul molo di Marettimo, in una giornata di caldo afoso, percepisci subito un’aria diversa. Più a est, Favignana e Levanzo, vivono la vivacità del turismo e la vicinanza quasi rassicurante alla costa trapanese, tanto che gli abitanti spesso dicono: “vado in città” per indicare che stanno prendendo il piroscafo per Trapani, una distanza di circa quaranta minuti. Marettimo, la più occidentale, delle Egadi, vive da secoli un isolamento dolce e radicale: venti miglia di mare aperto, pochissimi residenti e la sagoma del Monte Falcone che punta verso il cielo con i suoi 686 metri.

La sua storia è millenaria. Hierà Nésos, la chiamavano i Greci, “isola sacra”, poi divenne Maritima per i Romani, forse per l’odore pungente del timo che cresce spontaneo.

Seguirono secoli bui, quando le minacce dei pirati costringevano gli abitanti a vivere rifugiati nelle grotte della costa. Solamente sotto i Borbone e con la rivoluzione economica e culturale portata in Sicilia dalla famiglia Florio, tra l’Ottocento e il Novecento, la gente abbandonò le caverne per edificare il paese.

Passeggiando tra le viuzze strette, ciò che colpisce prima di tutto è la gentilezza spontanea degli abitanti. Qui le case sono piccole e vicine, le finestre sembrano scambiarsi un saluto, per offrire un caffè a un vicino basta allungare un braccio sulla soglia dell’uscio. Gli abitanti ti incontrano per strada e anche se non ti conoscono ti dicono: bentornati. Ogni arrivo per loro è un ritorno.

L’isolamento, anziché rendere gli isolani schivi, ne ha affinato l’apertura verso l’altro.

Camminando verso il centro, la mia attenzione viene catturata da un’insegna che conduce a un ambiente raccolto, una piccola grotta. All’interno, un uomo si alza subito per salutare con una cordialità d’altri tempi. È Antonino Rallo che, insieme all’Associazione CSRT, si prende cura di questo luogo nato dalla volontà viscerale degli isolani di custodire la propria identità: il Museo del Mare e delle Tradizioni Marinare, in via Campi 6. Nel tempo hanno raccolto con cura tutto ciò che la gente del luogo ha donato, testimonianze storiche di ogni tipo con tantissima costanza e pochi fondi… «Bisogna sempre arrangiarsi e inventare modalità per andare avanti…» sussurra Antonino e si percepisce la fatica per tenere in vita questo luogo pregiato

All’ingresso in bella mostra lo scheletro di un delfino, cosa naturale in un museo del mare, ma poi guardando bene in giro, ci si accorge che in realtà si tratta del museo di comunità.

Attrezzi da pesca logorati dal sale, fotografie in bianco e nero e ritagli di giornale mostrano i volti affaticati di pescatori, agricoltori e artigiani, le dita nodose le ombre sul viso: pochi sorrisi preziosi, a volte imbarazzati. Una donna robusta, con le mani sui fianchi sembra sfidare la macchina fotografica. Un gruppo di suonatori invita a danzare, a ricordare che la musica, sia pure nei momenti più bui, nei luoghi più isolati, regala sempre un po’ di gioia.

Il museo testimonia anche momenti di abbandono. Quando il mare non bastò più a sfamare le famiglie, iniziò l’emigrazione. I pescatori di Marettimo si trasferirono in Portogallo, nel Nord Africa, in California nacquero vere e proprie comunità di marettimiani che conservarono intatte le tradizioni della madrepatria.

Passeggiare nei pochi metri quadrati di questo museo equivale a percorrere uno spazio molto più ampio. Si percepisce il peso del tempo e il coraggio di chi è rimasto o di chi vive lontano e non ha mai spezzato il filo della memoria. Capisci allora che difendere questa particolarità contro le difficoltà dell’isolamento è un atto di resistenza poetica. La storia di Marettimo ti lascia addosso un senso di profonda ricchezza: ti ricorda che lottare per non dimenticare le proprie radici è ciò che ci rende umani. Perché, in fondo, nessun uomo è un’isola, ma ogni uomo, ogni donna ha bisogno di un luogo a cui appartenere o far ritorno.

Mentre la scia del traghetto lascia una schiuma sul blu profondo delle Egadi, guardo lontano, eccola, è diventata un piccolo punto, saluto l’isola verde. Porto con me la certezza che la vera forza di questa terra non risiede unicamente nei suoi tramonti mozzafiato o nelle sue acque incontaminate, ma nel cuore ostinato dei suoi abitanti. Nel Museo del Mare non si visita soltanto una collezione di ricordi, si vive nell’urgenza della memoria. Finché ci sarà qualcuno disposto a raccontarle, queste storie di mare e di orizzonti lontani, continueranno a vivere. Marettimo resta lì, silenziosa e assolata, a ricordarci chi eravamo e dove possiamo sempre tornare.

Marettimo, Isole Egadi, luglio 2026

Napoli-Biblioteca dei Girolamini

PASSEGGIATE IN LUOGHI INSOLITI (3)

di Angela Villa


Per anni, ogni volta che mi recavo al Teatro Elicantropo di Napoli, volgevo lo sguardo curioso verso il grande portone che si affaccia su via Duomo 114: l’ingresso dell’antica Biblioteca dei Girolamini. All’università avevo studiato che quelle sale custodiscono libri rari e antichi, Giambattista Vico era un assiduo frequentatore anche in veste di bibliotecario e catalogatore.

Non compro quasi mai libri, preferisco prenderli in prestito. Mi piace molto camminare tra gli scaffali alla ricerca del perfetto compagno di viaggio che ospiterò a casa per un mese. Per questo le biblioteche sono per me luoghi familiari; vedere quel grande portone sbarrato per anni, è stato come sapere che un caro amico è bloccato dall’altra parte del mondo, imprigionato e del tutto irraggiungibile.

La biblioteca dei Girolamini è rimasta chiusa a lungo per motivi di ristrutturazione e per vicende giudiziarie. Leggendo diversi articoli di stampa, ho scoperto che chi se ne doveva occupare e avere cura aveva invece, per lungo tempo, sottratto volumi rari, in particolare quelli con illustrazioni antiche, i più ricercati. Quando finalmente ho visto il portone aperto, mi sono precipitata a prenotare una visita, anche perché le giornate di apertura sono limitate e presto la struttura richiuderà per lavori di manutenzione.

Fondata alla fine del Cinquecento dai padri dell’Oratorio di San Filippo Neri, la Biblioteca dei Girolamini è tra le più antiche d’Italia. Nel tempo ha raccolto fondi librari di enorme valore, diventando un punto di riferimento per studiosi e intellettuali e attraversando secoli di storia culturale napoletana.

Fin dal 1586 fu aperta al pubblico con l’intento di diffondere la cultura. Nel 1727 i padri oratoriani, su consiglio di Vico, acquistarono la biblioteca di Giuseppe Valletta, che comprendeva una ricca collezione di testi giuridici, filosofici, religiosi e letterari del Seicento e del Settecento napoletano.

Le notizie su questa biblioteca non le troverete sui social: qui non c’è nessun panino con la mollica da assaggiare, nessun murale da fotografare, nessuno spritz da gustare… Oggi il centro storico è quasi soffocato dall’overtourism, un assalto continuo fatto di friggitrici sempre accese, pizzerie a ritmi serrati e tavolini selvaggi. Passeggiando in via dei Tribunali, mi è capitato persino di vedere lungo la strada, un tavolino apparecchiato per due con calici e tovaglioli chic, appoggiato a una colonna su cui era affisso un manifesto funebre: una cena con il caro estinto. Accade anche questo nell’affannosa ricerca di spazi da destinare al profitto facile tra negozietti ammassati di souvenir, gadget tutti identici e salumerie dove comprare finti prodotti locali. In questo marasma di luoghi di culto dedicati al denaro, l’antica biblioteca appare come un miraggio.

La guida mi accompagna nella Sala Vico. Volgendo lo sguardo in alto, si possono vedere libri che si arrampicano fino al soffitto decorato. Lungo le pareti si sviluppano due ordini di scaffali realizzati in legno pregiato, noce del beneventano, i libri sono inseriti con un duplice criterio: secondo il formato o la materia. Provo una grande commozione: aver atteso tanto tempo e finalmente vedere quello che i padri così amorevolmente avevano custodito per anni. Alcuni scaffali vuoti testimoniano i tristi eventi del passato, ma ora che una buona parte dei volumi è stata recuperata, non resta che godere di tanta meraviglia. In questo angolo di paradiso fatto di carta stampata, dove non si può fare swipe, tap, pizzico, screenshot o scroll, ci si riscopre, semplicemente, sospesi nel tempo.

Entro poi nella Sala del Camino, detta così per il grande camino seicentesco collocato sulla parete. Originariamente la sala era utilizzata come luogo di ricreazione dei padri oratoriani. In questa sala ho avuto modo di vedere alcuni libri rari del Cinquecento in occasione della mostra “Rinascimento meridionale. La biblioteca di Andrea Matteo III Acquaviva”, un’esposizione che racconta l’amore di un condottiero per i manoscritti e i libri antichi. La mostra è allestita intorno alla figura di quest’uomo illuminato: un condottiero, ma anche un cultore di libri che nella sua vita si è occupato di far stampare copie di volumi antichi. Un percorso che evidenzia il grande amore di Andrea Matteo III per la cultura. Nel suo palazzo in via Atri fece costruire una tipografia per riprodurre opere di valore inestimabile come quelle di Plutarco e Strabone. La mostra, a cura di Antonella Cucciniello e Teresa D’Urso, ha come obiettivo quello di ripercorrere attraverso la figura del condottiero, il Rinascimento meridionale. È una collezione di testi rari accompagnata da un allestimento multimediale progettato e realizzato da Kaos Produzioni, dove è possibile vedere gufi che sorvolano un panorama immaginario e il condottiero che si spoglia della sua armatura per sedersi, sorridere e sfogliare un libro. Magari lo facessero i capi di Stato di oggi, così smaniosi di costruire potenti armi da guerra.

Se attraversate Spaccanapoli e i Decumani, fermatevi in questo luogo storico, per ricordare che, sotto il rumore e la fretta della Napoli di oggi, batte ancora un cuore antico, fatto di silenzio, di carta e di assoluto stupore.

Mentre esco e sento il portone richiudersi alle mie spalle, guardo via Duomo con occhi diversi. Quegli anni di attesa, dopotutto, sono svaniti in un attimo ma la bellezza ha uno strano potere, sa farsi aspettare una vita intera, per poi restarti dentro per sempre. Lasciate per un attimo i telefoni in tasca, dimenticate i percorsi turistici più battuti e concedetevi il lusso di perdervi quaggiù. In un mondo che corre troppo veloce, la Biblioteca dei Girolamini è la deviazione di cui tutti abbiamo bisogno per tornare a respirare un po’ di gioia.

Napoli, Biblioteca Girolamini, 8 luglio 2026




Il Fondo Raffaele De Luca

PASSEGGIATE IN LUOGHI INSOLITI (2)

 di Angela Villa

«Il canto è l’espressione musicale più spontanea e naturale, e il coro è la forma più immediata del fare musica insieme. In un coro ogni persona è sempre concentrata sulla relazione della propria voce con le altre. L’ascolto dell’altro è quindi alla base del canto corale e, in generale, del fare musica insieme. Imparare a cantare insieme significa imparare ad ascoltarsi l’un l’altro».
                                                                       Claudio Abbado

Esistono passeggiate che non si misurano in chilometri, ma in battute, ritmi e armonie. Luoghi insoliti che non troverete su nessuna mappa geografica, perché si sviluppano tra le cinque linee di un pentagramma.

È un caldo pomeriggio di giugno quando arriviamo. Con noi abbiamo borse cariche di cibi e bevande, pronte per il brindisi con chi vorrà fermarsi per condividere la fine di un viaggio. In una sacca a parte, abbiamo gli abiti di scena: le donne in lungo, gli uomini pantaloni e camicia, tutti nell’impeccabile rigore del nero. Ci cambiamo all’ultimo minuto, con sguardi d’intesa e complimenti sinceri. Nel coro, d’altronde, non esiste competizione: ci si sostiene. Cantare insieme è una forma pura di nutrimento, ci si ciba delle energie e del respiro dell’altro.

Arriviamo con largo anticipo perché c’è bisogno di provare ancora, un’ultima volta prima del concerto. La nostra passeggiata sta per snodarsi tra le note di Heinrich Schütz, gigante del Barocco tedesco. Ci addentriamo nelle armonie del Musikalische Exequien op. 7 SWV 279-281, composto nel 1635, l’opera è costituita da tre parti: il Concerto in forma di messa funebre, il Mottetto e infine il Cantico Simeone.

La prima parte di questo concerto speciale ha preso vita tra le mura della Civica Scuola di Musica “Luigi Piseri” di Brugherio. Un momento voluto per ricordare il Maestro Raffaele Deluca, prematuramente scomparso a dicembre 2025. Si delineerà una nuova sinergia artistico-didattica tra la scuola e il Coro San Bartolomeo. Un progetto fortemente sostenuto dai componenti del coro e dal Maestro Roberto Gambaro, Direttore della Fondazione e Coordinatore Didattico-Artistico della Civica Scuola di Musica. A guidare il coro in questa delicata transizione, la bacchetta di Giulia Ponti.

Ad eccezione di chi, come me, si è aggiunto di recente, i membri del coro condividono un lunghissimo percorso di studio. Molti sono stati i viaggi di approfondimento intrapresi per respirare la grande tradizione di musica sacra e liturgica europea: da Lipsia a Eisenach, da Roma a San Gallo. Tra i progetti più toccanti spicca la serie di concerti dedicati alla musica corale nei campi di internamento dell’Italia fascista, culminata nel 2019 con le esibizioni al Santuario della Beata Vergine del Rosario a Ornago e al prestigioso centro culturale LAC di Lugano. Senza dimenticare l’emozionante e faticoso privilegio vissuto durante la Settimana Santa del 2018, quando il coro ha cantato in lingua latina e araba in tutte le quattordici celebrazioni, tra Messe e Vespri, presso la Basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme. Un coro con una lunga storia alle spalle. Per questo motivo dopo la morte del Maestro si è deciso di andare avanti comunque, per portare a termine il progetto in cui Raffaele Deluca aveva riversato tanta cura e attenzione.

L’evento, non è stato solo memoria, ma futuro. L’intento era quello di celebrare anche la nascita del Fondo Deluca e l’avvio del Progetto Corale Condiviso, che inserisce ufficialmente il coro nell’offerta formativa della Scuola Piseri, con il prezioso supporto artistico del docente Valter Borin direttore d’orchestra, compositore, tenore, un artista poliedrico.

Il Fondo Deluca, custodisce circa 4.000 unità raccolte a partire dal 2006. Questo imponente patrimonio bibliografico e discografico, ora finalmente accessibile a studenti, coristi e studiosi, è uno scrigno che conserva le partiture del coro, donazioni moderne di istituzioni storiche come il Conservatorio e il Duomo di Milano o l’Accademia Filarmonica di Bologna, i testi musicali del musicologo Francesco Degrada, la biblioteca personale del giudice Renato Caccamo, i libri di carriera del mezzosoprano Bianca Berini e circa 2.000 spartiti della Musicografica Lombarda di Brugherio, storica stamperia per conto di Casa Ricordi.

Al termine dell’esecuzione, il silenzio viene rotto da applausi commossi. Un abbraccio musicale alla maestra Giulia Ponti, che con pazienza e molta competenza si è presa cura di tutti noi anime un po’ sperdute e avvilite per la perdita improvvisa. È stato difficile e faticoso portare avanti il progetto del Maestro, ma era un atto dovuto, l’ultimo sincero omaggio a un uomo che ha creduto profondamente nel suo coro e nella bellezza della musica.

«Che cosa è rimasto, alla fine?» mi chiedo, mentre mi cambio velocemente e mi libero soprattutto delle scarpe col tacco: una scelta quasi obbligata con l’abito nero, specie se non si vanta una grande altezza. Mentre ritrovo il contatto con il pavimento, ah che bellezza, mi torna in mente una frase che ripeteva spesso il Maestro: il coro è come una grande architettura musicale, dove ognuno ha una funzione precisa, ma è solo insieme che si prende davvero forma. Ed è esattamente questo ciò che resta: l’ascolto, il respiro condiviso e il battito profondo e alcuni passaggi musicali che ho fatto fatica a memorizzare e che improvvisamente risuonano con chiarezza dentro, proprio ora che il concerto è concluso. La musica non è finita, ha solo cambiato casa, continuando a cantare dentro.

Brugherio, Fondazione Luigi Piseri, 26 giugno 2026

* Cliccare sul link per vedere la locandina dell’evento pres_nuove_coll_ S.Bartolomeo

Concerto a Villa Mirabello

PASSEGGIATE IN LUOGHI INSOLITI (1)

di Angela Villa

Vado non vado, vado, non vado?

Abitando in periferia, uscire di casa, utilizzando i mezzi pubblici, è sempre una scelta un po’ combattuta. La notifica del meteo è chiara: bollino rosso. “Si consiglia di non uscire nelle ore più calde, in particolare anziani e bambini”. Stando all’anagrafe, sarei ufficialmente catalogata nella categoria “anziani”. Io, però, mi ritengo decisamente arzilla. D’altronde, come dice mia madre (che ha una veneranda età): “La vecchiaia non si risolve, si accetta e ci si organizza per viverla al meglio!” Prendo uno zainetto, una borraccia di acqua fresca, un ombrellino parasole che fa subito diva d’altri tempi, ed esco. Ho controllato bene, un’ora e venti di percorso con autobus e metropolitana considerando anche il cambio fra linea verde e linea gialla.

Si va in scena, modalità attivata: turista con mappe digitali pronte per l’uso, così direbbero i miei alunni.

L’associazione Art & Music Insieme, impegnata nella diffusione della musica lirica e classica in luoghi periferici, ha organizzato un evento nel suggestivo cortile di Villa Mirabello: “Armonie in Villa”. L’arrivo è stato senza intoppi: il percorso era giusto e sono riuscita anche a non perdermi nei quindici minuti di strada a piedi per raggiungere la destinazione. Nel sito della Fondazione Villa Mirabello è possibile leggere tutte le informazioni sulla storia della dimora. Mi seggo in un angolo all’ombra circondata da fiorellini di campo e leggo:

«Scelta nei primi anni del Quattrocento dai Visconti come residenza estiva e sede di caccia, la proprietà passò a Giovanni Mirabello, che acquistandola da Filippo Maria Visconti, le diede il nome con cui è conosciuta ancora oggi. Con il passare del tempo la struttura cambiò diversi proprietari, finendo tra le mani di importanti casate come i Portinari, i Landriani, i Marino e i Serbelloni.»

Una curiosità storica lega la villa al motto “SEMPRE EL DOVERE”, ancora oggi ben leggibile sulla parete di una delle sale. Pare che l’iscrizione faccia riferimento all’ordine degli Umiliati, una realtà religiosa che faceva del lavoro quotidiano il proprio cardine spirituale. Sono rimasta molto colpita dalla frase, per una come me, cresciuta a pane e senso del dovere radicato, quella scritta non è solo un reperto storico: mi parla proprio direttamente. Ma oggi non sono qui per dovere, penso, continuo quindi a leggere le informazioni, amo le dimore che hanno secoli di storie alle spalle, chissà quali segreti, quali sofferenze o momenti di gioie, amori furtivi e lagrimosi. Sono con la fantasia in un’altra epoca.

«Nei secoli successivi la villa cadde in decadenza perché i proprietari sfruttarono la dimora per usi agricoli, trascurandola al punto da farla finire nel completo abbandono. La svolta arrivò all’inizio del Novecento grazie all’interessamento della Società Anonima Quartiere Industriale Nord Milano, che realizzò i primi restauri. Nel 1919 la proprietà fu infine acquistata dall’Opera Pia Casa di Lavoro e Patronato per i ciechi di guerra, la Villa, fu ampliata e riadattata per ospitare e dare supporto ai giovani ipovedenti e ciechi reduci dal fronte della prima guerra mondiale. Oggi questa vocazione solidale e culturale continua a vivere grazie alla Fondazione Villa Mirabello ETS, che cura la struttura promuovendo l’inclusione sociale e l’assistenza formativa per bambini e giovani con disabilità complesse, e gestendo al contempo i numerosi eventi culturali e musicali.»

Davvero un esempio di gestione virtuosa. Ho un po’ di tempo, il concerto inizierà in ritardo rispetto all’orario stabilito, per problemi tecnici. Mi guardo intorno, un pubblico eterogeneo di ogni età. C’è una coppia accanto a me che ispira tenerezza: abbracciati, mani incrociate, l’amore vince ogni bollino rosso, si stanno organizzando per capire dove possono vedersi prossimamente: ad un concerto, ad una mostra, ad una conferenza? Faccio il tifo per loro ma non voglio disturbare e vado a vedere la mostra allestita in una sala della villa. Sono esposte le opere del maestro Marra. Mani intrecciate, grandi volti, figure in bianco e nero, c’è molta umanità nelle sue tele, mi sembra di capire, ma non sono esperta di arte. Quello che ho percepito è un grande bisogno di bellezza contro ogni disumanizzazione.

I problemi tecnici si risolvono, Antonio Mazzei, responsabile organizzativo e amministrativo dell’associazione Art & Music Insieme, introduce il concerto presentando la dottoressa Luciana Borgi. La critica d’arte illustra la suggestiva struttura dello spazio, caratterizzato da un loggiato con colonne su cui si affacciano finestre ogivali, il tutto protetto da un solido mastio. Al centro del cortile si trova la fontana del “Mangia Bagai”, copia dell’originale visconteo; l’area è impreziosita da mattoni rossi che creano una cassa di risonanza naturale, ideale per gli eventi musicali. Le mura storiche della villa hanno piacevolmente risuonato grazie alle voci calde e suadenti del baritono Valerio Sgargi e della stessa Ekaterina Adamova. Brani classici e brani tratti dal repertorio più recente, eseguiti con espressione e vivacità: arie da musical, celebri canzoni internazionali e grandi successi di Frank Sinatra, Queen, Alessandro Safina e Andrea Bocelli. L’intermezzo poetico di Anna Vicent e dell’attore Andrea Piovan ha arricchito la performance.

Al termine del concerto, attivo nuovamente il navigatore per una visita rapida al quartiere Maggiolina, ho scoperto un vero e proprio museo a cielo aperto. In particolare il mio sguardo è stato catturato dalle celebri “case igloo”, abitazioni a pianta circolare progettate nel secondo dopoguerra dall’architetto Mario Cavallè, che convivono in un contrasto armonioso con eleganti ville in stile Liberty.

Questo percorso, ha reso la giornata speciale, confermando come Milano, sia pure in tutte le sue contraddizioni legate alle ultime vicende sull’edilizia, sappia custodire, appena fuori dalle rotte più conosciute, tesori rari di bellezza, storia e solidarietà. Alla fine, è valsa la pena di sfidare il bollino rosso: l’arzilla turista, armata di ombrellino e borraccia, torna a casa in periferia, decisamente stanca, ma con la certezza che, a volte, per fare anche un piccolo viaggio, basta solo vincere la pigrizia, chiudere la porta di casa e salire su un autobus.

Ovviamente bisogna saper coordinare tutti gli orari…

 

Milano, Villa Mirabello, 21 giugno 2026

N come NONETTO

       FRA I BANCHI

Composizione musicale caratterizzata dalla presenza fissa di nove strumenti solisti

 

di Angela Villa

La scuola è agli sgoccioli, sospesa fra verifiche e recite provate fino allo sfinimento, zaini che si svuotano e diplomi per i “lettori forti”. Fra questi campioni della biblioteca ho scoperto qualcuno che prende il libro, lo porta a casa, lo riporta indietro così come lo ha preso, per il gusto di avere un libro nuovo a casa, per il piacere di odorare la carta, perché nessuno me lo legge…perché mi piaceva la copertina ma la storia non era entusiasmante. Le risposte sono varie. Ma che importa? Il libro ha viaggiato, ha preso l’aria della cameretta, ha fatto da ponte. Si loda anche quel viaggio a vuoto, perché l’amore per la lettura è un seme pigro che va coltivato lentamente. Uno dei diritti del lettore è proprio saltare le pagine o chiudere il libro prima del tempo.
In questi giorni di maggio si corre nei corridoi a caccia dei maestri perché ,hanno consegnato la foto di fine anno. I bambini cercano la firma di tutti i maestri, anche di quelli che entrano per poche ore in classe, ma che lasciano comunque un segno. Ognuno con il suo superpotere, ognuno con la sua personalissima magia. La bellezza sta cercare di capire come ci vedono loro i bambini, a volte chiedo divertita: ma quanti maestri avete?  Sette, otto, no forse nove…e tutti importanti. L’altro giorno ho dato loro una traccia ero curiosa di vedere la classe con i loro occhi. Ho scoperto che ognuno di noi, ha qualcosa da regalare. Siamo i loro super eroi. Siamo un po’ tutti protagonisti come nell’ensemble di un Nonetto. E anche i commessi per loro sono dei maestri perché gli insegnano le buone maniere…a non sporcare i bagni, a raccogliere le carte in giardino.
Testo descrivi i maestri della tua classe e non saltare nessuno!
«C’è la maestra di religione, amatissima perché fa scrivere i titoli in grassetto, con lei facciamo pure geometria, ci dice, per convincerci a fare i titoli più belli possibili.
C’è il maestro di inglese, quando la classe si fa troppo agitata e il giardino diventa un sogno, distribuisce mandala, se il tempo scade giriamo il foglio e disegniamo quello che vogliamo.
La maestra di scienze e matematica ci porta nell’orto: si innaffia la terra, si tagliano le erbacce si contano i fiori delle zucchine e si va a caccia di lombrichi. Cerchiamo il più lungo e lo mostriamo ai compagni e alle compagne che hanno paura. Una volta uno l’ha nascosto in tasca quel giorno la maestra si è veramente arrabbiata.
La maestra della mensa insegna ad andare in fila uno dietro l’altro e le buone maniere a tavola. Facciamo finta di essere alla tavola di Harry Potter e sembra di vedere i gufi che svolazzano. Dobbiamo fare la gara del silenzio con l’altra classe.
Il maestro di motoria delle quinte, si ferma solo per un’ora è al posto di una maestra che non può più venire per motivi di salute, insegna i trucchi per giocare bene insieme:
“Lasciate stare palla prigioniera” e provate a mettere insieme la palla nel fosso toccandola tutti” È un mago conosce un sacco di giochi.
C’è la maestra di alternativa: ci insegna a fare la pace e ha creato l’angolo della pace con cuscini e barattoli luminosi. A volte noi siamo un po’ litigiosi, qualcuno parla con il corpo invece che con la voce, dice lei, ma abbiamo tempo per imparare a fare la pace.
Poi ci sono i due commessi che sorvegliano il bagno e dicono: “La riunione dei rubinetti è finità tornate in classe” e poi c’è il teatro della maestra di italiano
Lei c’è sempre. È quella che vediamo ogni giorno, facciamo spesso gli intervalli con lei in giardino o in classe se piove, perché noi in giardino andiamo pure se fa freddo: dobbiamo rafforzare il corpo, così ci dice. Se rimaniamo in classe perché piove ci dice: “Potete fare caos ma con calma” A volte, però, si vede che è stanca e sta per arrabbiarsi Ha finito lei, la calma.  Allora le regaliamo disegni coi cuoricini, lei li appende alla parete anche se non sono belli colorati o manca qualche “H” e qualche doppia.
Racconta storie bellissime, ma anche storie noiosissime. A inizio o a fine lezione. Quando la noia avanza, la maestra inizia a saltare le pagine, inventando tutto di sana pianta, perché se ci annoiamo facciamo troppo rumore e andiamo a casa col mal di testa.
Le storie più belle sono quelle completamente inventate, quando la maestra inventa, è molto più simpatica del libro. Gira per la classe, con una mano mantiene il libro e con l’altra, un mondo prende forma, storie stranissime. Matite stufe di essere temperate, cestini parlanti quaderni indispettiti, carte Pokemon che si rifiutano di essere scambiate. Una volta durante una di queste letture in cui la prima ad annoiarsi era lei, un nostro compagno ha detto:
“Maestra, salta direttamente tutto e fai le voci!”.»

Buona fine della scuola a tutti e in particolare a chi salta le pagine per metterci l’errore.

Consiglio di ascolto, Nino Rota, Nonetto.

https://www.youtube.com/watch?v=zWeiuhtguk4

 

Le Parenti di San Gennaro

di Angela Villa

La decadenza non risparmia nessuno, nemmeno i santi. Sabato due maggio una folla eterogenea ha assistito al miracolo di San Gennaro, nel Duomo di Napoli: turisti e curiosi capitati di passaggio durante un tour della città, armati di macchine fotografiche e telecamere; giornalisti freelance, pronti a postare sui social in tempo record; amanti dello spritz, seduti sulle gradinate del Duomo (negli ultimi tempi, d’altronde, le sprizzerie sono nate come funghi in ogni quartiere). In mezzo a questo caos si scorgono i fedeli, assorti nelle preghiere con la coroncina di San Gennaro tra le dita.
Nonostante la folla chiassosa, forse un po’ distratta dal “cosa c’è ancora da vedere”, il culto resiste. La sua forza continua a parlare a tutti, trasformandosi nel tempo in una sintesi perfetta di opposti: sacro e profano, nobiltà e popolo, aristocrazia e folklore. In esso, l’anima laica e quella religiosa della città si fondono. Tre piccole donne sedute di fronte alla statua del Santo, resistono ad ogni forma di decadenza e mantengono vivo il rituale più arcaico. Sono le custodi dei canti antichi delle litanie e delle preghiere in onore al Santo: le “Parenti di San Gennaro”. Mentre i turisti scattano foto, loro invocano il Santo con compostezza e rigore.
L’origine di questa tradizione è avvolta nel mistero. Alcuni dicono che la prima fedele fosse davvero una consanguinea del martire, o forse una donna di nome “Januaria”. Altri ipotizzano legami con Eusebia, la nutrice che raccolse il sangue dopo il martirio. Il nome stesso, Ianuarius, rimanda alla gens Ianuaria e al dio Giano, il dio bifronte delle soglie. Eppure, al di là della genealogia, ciò che conta è il legame spirituale: queste donne si sentono parte di una famiglia.
Ogni anno, il 19 settembre, il sabato precedente la prima domenica di maggio e il 16 dicembre, queste signore siedono in prima fila con i medaglioni al collo. Il loro è un ruolo fondamentale, tutto al femminile: sono madri e maestre che esortano il Santo a “darsi da fare”. A compiere il miracolo per il bene della città. Ogni volta la funzione del miracolo avvicina il Santo alla città. Se il sangue non si scioglie sono guai, il Santo è arrabbiato con il suo popolo, e annuncia una catastrofe imminente. Ecco perché le Parenti invocano con trasporto e passione.
La particolarità del loro approccio sta nel linguaggio. Non sono preghiere sussurrate, ma incitamenti corali, talvolta in rima. Si rivolgono a San Gennaro chiamandolo confidenzialmente “Faccia Gialla” (per via del busto bronzeo ingiallito). Il tono è quello di una madre con un figlio distratto: lo invocano, lo incitano e, se il miracolo tarda, arrivano a rimproverarlo aspramente.
Durante la funzione, l’anziana del gruppo sembra quasi dirigere le operazioni, interpellando il pastore della Chiesa o sgridando chiunque si frapponga tra lei e la statua: «Ci dobbiamo guardare in faccia, io e lui, toglietevi davanti». Sgrida i turisti che si affannano a riprendere la statua del Santo. Se una compagna sbaglia un verso, viene subito corretta, l’altra alza le spalle: non importa, nessuno noterà l’errore in questo marasma, l’importante è che il miracolo avvenga. E che il Santo, attraverso il sangue, riprenda il legame con la città, un legame carnale, viscerale.
Quando il Cardinale finalmente solleva l’ampolla e il sangue appare liquido, la pace è fatta, l’annuncio è segnato dallo sventolio del fazzoletto bianco, di un membro della Deputazione, l’organo laico che da secoli custodisce il Tesoro. Fondata dai rappresentanti dei sedili nobiliari (Capuana, Nido, Montagna, Porto e Portanova) e dal popolo, la Deputazione è ancora oggi il simbolo di quella Napoli duplice che governa il culto: sacro e profano religione e laicismo. Ma oltre gli applausi, oltre l’oro dei paramenti e lo sventolio dei fazzoletti, resta la voce di quelle donne: una voce antica, che sa di tufo e di secoli, un canto che non cerca il consenso dei social ma il cuore di un martire. Il miracolo si è compiuto la processione va verso Santa Chiara. Il fiume umano scorre e sopra ogni cosa, domina «’a muntagna bella», il gigante addormentato, sospeso tra mare e cielo, dorme dal 1944, su un tappeto di case vicoli e speranze. Cosa accadrà quando si sveglierà? Secoli fa portarono in processione il Santo per fermare la lava, chi ci crede e chi no. Fino ad allora la città continuerà a celebrare miracoli di ogni tipo, per strappare un altro giorno di vita, all’ombra del Vesuvio.

Napoli, 2 maggio 2026

Gianni Aversano – Canto delle parenti di San Gennaro
https://www.youtube.com/watch?v=xEFDxLUQ0gU&list=RDxEFDxLUQ0gU&start_radio=1

M come melodia


FRA I BANCHI

di Angela Villa 

La melodia è l’arte di dare senso, a una successione di note.

Insegnare a scrivere vuol dire cercare un senso, creare una melodia. Meraviglioso, quasi poetico. Se non fosse che, nella pratica, è un tentativo di sopravvivenza, si procede spesso per tentativi e molti errori.
Prima di decidermi a presentare il corsivo, mi è capitato spesso di svegliarmi all’alba e scervellarmi su come e quando farlo. Ho navigato in quella palude di consigli online, finendo inevitabilmente sui profili che esibiscono quaderni impeccabili, senza una sbavatura, una macchia di cioccolato, un’orecchia nell’angolo della pagina. Alla fine ne esco più indecisa di prima.
Forse è meglio proporre una full immersion immediata?
Spesso si presentano tutti i caratteri contemporaneamente già in prima e questo genera difficoltà per gli alunni con disturbi specifici di apprendimento; per questo motivo molti insegnanti preferiscono attendere la classe seconda, prima di presentare il corsivo e decidere insieme nel gruppo di programmazione. Sebbene la programmazione si faccia in team, la verità è che quando si entra classe, si è sempre soli.
Secondo le più recenti ricerche neuroscientifiche, sarebbe meglio attendere che i bambini abbiano preso confidenza con la lettura prima di introdurre il corsivo. Questo permette loro di esplorare l’alfabeto con la dovuta calma. In un’epoca dominata dai tablet, dove anche un bimbo di due anni sa sbloccare uno schermo, rallentare per tracciare una lettera diventa un atto di resistenza.
I miei alunni, quando scrivono da soli, i loro biglietti durante l’intervallo, scelgono sempre lo stampato maiuscolo mescolando un po’ tutto, mi è capitato di vedere una y al posto di una ì e una doppia w al posto di una m. Solo un piccolo gruppo usa sempre il corsivo, ho chiesto il perché:

“Perché mia madre ha detto che siamo indietro col programma…”

Per rendere la cosa ancora più affascinante e coinvolgere tutti, ho inventato l’Ufficio di Scrittura: un albo illustrato con tutti i caratteri che usano come scudo spaziale sul banco. Fanno a gara per averlo.
Il mio immaginario: che bello, ho creato la classe perfetta.
La realtà: a volte si nascondono dietro il cartoncino per fare qualche disegno invece di scrivere.
Per invogliarli ho inventato la favola di Tip e Titta, due folletti che per non perdersi nel bosco, devono distinguere:

  1. Lettere Cielo: quelle che puntano in alto (sono avventurose e non soffrono di vertigini).
  2. Lettere Terra: quelle che vanno verso il basso (non hanno paura di sporcarsi di fango).
  3. Lettere Prato: quelle che stanno comode nel rigo piccolo (le pigre del gruppo).

Quando correggo, mi capita di dover decifrare le diverse calligrafie, ci sono lettere che assumono forme strane e indecifrabili; quindi ripiombo nell’indecisione: forse ho anticipato troppo i tempi, forse ho sbagliato tutto.
Ma esistono gli “attesi imprevisti”.
L’altro giorno avevo davanti il mio alunno che solitamente ha le molle sotto i piedi. Dovevano copiare un testo in corsivo. Erano le dieci e trenta, in genere andiamo in giardino, loro giocano e io mi godo la bellezza di un albero.
Era tutto concentrato e sussurrava un motivetto a bocca chiusa io, pensando che stesse perdendo tempo, gli ho suggerito:
«Scrivi in stampato maiuscolo, così finisci prima»
Lui non ha nemmeno alzato lo sguardo dal foglio:
«Non posso, maestra. Sono troppo “preso” dal corsivo.»

Consiglio di ascolto
Il Coro a bocca chiusa della Madama Butterfly è il trionfo di una melodia fatta solo di respiro.

https://www.youtube.com/watch?v=nbQDY0i7_88&list=RDnbQDY0i7_88&start_radio=1

 

 

Silenzio di turno

di Angela Villa

Gli angoli di periferia, sanno riservare sorprese preziose. È quanto accaduto nella Sala Teatro dell’Istituto Comprensivo Viale Lombardia di Cologno Monzese, uno spazio che insieme alla Biblioteca Toti, si conferma presidio culturale vivace, capace di ospitare concerti jazz, spettacoli teatrali e letture musicali, danze popolari. Prima dell’evento un’iniziativa di beneficenza: la vendita all’asta di vestiti realizzati dai ragazzi e dalle ragazze dell’Istituto nel laboratorio di sartoria “Per filo e per segno”.

In occasione della Giornata Mondiale del Teatro, l’Istituto ha aperto le porte a un evento di riflessione: la lettura dinamica di “Silenzio di turno”, testo scritto e diretto da Raffaella Di Franco. Raffaella Di Franco è una regista, attrice e drammaturga con oltre vent’anni di esperienza nella formazione teatrale. Presidente di AttoriAMO ETS, si è formata tra Teatri Possibili, la Scuola Mohole e con maestri dell’Actors Studio come Dominique De Fazio.

Il suo lavoro si distingue per un approccio completo alla scena (regia, corpo, voce e scenografia) e per un forte impegno civile, realizzando progetti di teatro sociale e civile. Con il suo gruppo, ha inoltre ricevuto il premio come miglior spettacolo al festival delle scuole di teatro “Area7” con “Madame Bovary c’est moi” (regia di Elisa Lepore); è inoltre una cantante esperta in musica polifonica.

La lettura dinamica, caratterizzata da una scrittura fluida e incisiva, si presenta come un viaggio tra i “nuovi schiavi”. Ambientata in una torrefazione, l’opera racconta la quotidianità di un gruppo di operaie e del loro misterioso caporeparto. Non è una messa in scena della violenza ostentata, ma un racconto fatto di parole, silenzi carichi di tensione e sguardi.

Lo spettacolo indaga sull’oblio e la rimozione come responsabilità collettiva, su ciò che scegliamo deliberatamente di non vedere o non interrompere. Le attrici e l’attore, sono riuscite a dare corpo alle emozioni di donne sospese tra il passato delle fabbriche e la realtà attuale dei nuovi schiavi, lavoratori sfruttati per pochi euro l’ora.

L’evento si è inserito nel solco delle celebrazioni della 64esima Giornata Mondiale del Teatro, istituita dall’ITI-UNESCO nel 1962. Quest’anno, il prestigioso compito di redigere il Messaggio Internazionale è spettato a Willem Dafoe, attore di fama mondiale e attuale Direttore del Settore Teatro della Biennale di Venezia, Willem Dafoe

Nelle sue parole, Dafoe ha sottolineato l’urgenza sociale dell’arte:

    «In un mondo sempre più divisivo e autoritario, la nostra sfida è evitare che il teatro diventi una mera impresa commerciale o un arido custode di tradizioni. Dobbiamo promuoverne la forza di connettere popoli e comunità, interrogandoci su dove stiamo andando.»

Al termine della rappresentazione, la preside dell’Istituto, Eleonora Galli, ha ribadito l’importanza fondamentale della narrazione contemporanea nei piccoli territori. In contesti spesso dimenticati, la cultura non è solo intrattenimento, ma uno strumento essenziale per generare dialogo e cittadinanza attiva. Fare cultura in periferia non è solo organizzare un evento; è un atto di resistenza. È creare legami ponti tra mondi che altrimenti non si parlerebbero mai.

“Silenzio di turno” ha dimostrato che il teatro, anche fuori dai grandi circuiti, resta il luogo di incontro per specchiarsi, capirsi e parlare.

Quando le luci della Biblioteca Toti si sono spente, negli occhi dei presenti è rimasto un riflesso diverso. Portare il teatro tra le mura di una scuola, raccontando le vicende di operaie di una torrefazione immaginaria, significa prendere atto delle tante realtà invisibili dei nostri quartieri. Significa dire: la tua storia è importante per la comunità, merita di essere raccontata e ascoltata qui, a due passi da casa tua.

Perché la cultura non è un privilegio da consumare solo nei templi del centro città, è un diritto che si respira dove la vita è più faticosa, dove la solitudine si fa sentire, dove il futuro sembra, a volte, un orizzonte insignificante. Fare cultura in periferia significa accendere un fuoco che riscalda chi è rimasto fuori, dimostrando che anche nell’angolo più nascosto di una città può nascere una bellezza, quella vera, quella che appartiene a tutti, nessuno escluso.

Sala Teatro Toti, Istituto Comprensivo Viale Lombardia,  Cologno Monzese 27 marzo 2026

L come Legno

di Angela Villa

L come Legno (“con legno”). È una dicitura raffinata che invita i violinisti a non usare i crini dell’arco, ma la parte in legno per percuotere le corde. Il risultato produce un suono secco, sinistro, quasi spettrale. Berlioz lo usò nel movimento finale della sua “Sinfonie Fantastique” per descrivere un sabba di streghe. “Songe d’une nuit du sabbat (Traum einer Sabbatnacht)”

 La fila. È uno dei problemi pratici di ogni insegnante. In fila accade di tutto, è il vero buco nero della didattica. È quel momento drammatico in cui ogni insegnante vede la propria autorità sgretolarsi contro le leggi della fisica e dell’anarchia, innanzitutto si comincia con una sorta di lotta per il capofila: una posizione ambita che nelle fantasie dei bambini conferisce un potere divino. Nel tempo pieno, la fila è ovunque, otto ore di scuola arricchiscono il bagaglio delle diverse tipologie di fila: per andare nelle aule laboratorio; per la mensa (la più pericolosa, perché mossa dalla fame atavica); per andare in giardino durante l’intervallo (la più ambita chi arriva prima è libero di correre sulla discesa che conduce al prato); per l’uscita (la liberazione dei prigionieri).

Ci sono, inoltre, varianti geometriche della fila: fila indiana, uno dietro l’altro, la più odiata dai bambini, per due, per tre… per ordine di altezza o la più pericolosa: “liberi tutti, fate un po’ come vi pare”, che non è una scelta pedagogica, ma un invito formale al rischio.

Quest’ultima tipologia è sempre sconsigliata. Si rischia di creare il valzer delle coppie che si formano, si sformano e qualche volta scoppiano…si comincia a litigare per chi dà la mano alla più simpatica della classe, alla più bella, alla più corteggiata oppure a quello che ha le carte migliori, perché in fila avviene di tutto, anche gli scambi di carte “Pokemon”.

Una volta durante l’uscita, una mia collega riportò una lussazione della spalla, perché si trovò, suo malgrado, in uno di questi scambi che finì male, per separare i litigiosi inciampò in una delle stringhe dello zaino. L’utopia dell’insegnante che consiste nel lasciare agli alunni la libertà di scegliersi i compagni in fila a volte funziona, altre volte no…a me sembra un bel regalo, al termina di una lunga giornata scolastica, uscire con chi si vuole, per poter raccontare ciò che si vuole, in quel breve percorso dalla classe al cancello. Un tragitto che, tra ingorghi nell’atrio, classi che tagliano la strada e genitori in ritardo, può durare quanto una traversata oceanica. Però purtroppo non sempre è possibile lasciare liberi i bambini perché arrivano le gomitate, le spinte di zaino col carrello a mo’ di Curling, ultima trovata per chi ha visto le Olimpiadi e i litigi per chi è più avanti di tre centimetri; quindi spesso opto per la fila peggiore, quella stabilita dall’insegnante. L’utopia muore e scatta la “Modalità Covid”:

«Allora, ascoltatemi bene, per oggi faremo la fila per uno, ben distanziati, finché non sarete in grado di gestire il tempo in fila e renderlo migliore.»

Silenzio tombale e gioia di vivere azzerata. Aspetto tempi migliori per renderli autonomi.

Venerdì scorso i miei due alunni ipercinetici, quelli che non hanno solo l’argento vivo addosso, ma lo vendono anche, perché possiedono l’intero sistema periodico degli elementi in perenne ebollizione, mi hanno fatto una promessa solenne che avrebbe commosso pure i sassi:

“Maestra ti promettiamo che non ci prendiamo a mazzate in fila.”

E io, con il coraggio dei martiri e la fede dei sognatori, ho dato loro fiducia. Li ho messi in testa alla fila, sembravano quasi angelici. Per un istante, il silenzio è sceso nel corridoio. Ma è durato quanto il respiro di un leggero vento prima della tempesta. All’improvviso, un inciampo, uno zaino troppo ingombrante che urta un piede, ed ecco che la Sinfonia Fantastica ha avuto inizio. Il ritmo è cambiato: non più una marcia ordinata. Ho sentito distintamente il suono “Col Legno”: non erano però gli archi dell’orchestra, ma il rumore secco dei loro righelli di plastica che sbattevano a mo’ di sciabole. In quel caos di rotelle e righelli, e lamentele degli altri compagni che mi dicevano:

“Maestra, perché li hai messi insieme…”

Ho capito che Berlioz aveva ragione: il soprannaturale non sta nelle streghe o nei fantasmi dei boschi, il vero soprannaturale è la forza centrifuga di chi cerca la libertà…

Allora li ho riportati in classe ho detto:

«Ricominciamo tutto da capo, secondo me ce la potete fare a mantenere la promessa».

Perché il vero segreto di un insegnante è questo: continuare a credere nei propri alunni, anche quando sembrano appena usciti dal sabba di Berlioz.

 

Berlioz: Symphonie fantastique ∙ hr-Sinfonieorchester ∙ Alain Altinoglu

https://youtu.be/sdYRYbjCcJg?si=pGqoEXNR5VIAKxaJ