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Quello. Riordinadiario 1977 (1)

di Ennio Abate

Quello è un ex militante di Avanguardia Operaia alle prese con il fallimento del progetto politico della nuova sinistra. La crisi sembra far riemergere il suo passato cattolico mostrando inquietanti somiglianze con il periodo della militanza. Quello si ritrova buttato nella vita quotidiana: letture di giornali, visita ad una mostra di Tiziano; e rimugina sui rapporti con i suoi ex compagni. Sente il bisogno di distanziarsi. Ha ricordi di episodi penosi. Sente l’avvicinarsi di un lungo inverno. Non sa dove rifugiarsi per sopportare quel freddo mortale, si sente perduto. Intanto la repressione colpisce e Quello simpatizza con i pochi che prendono ancora le difese delle vittime. Sullo sfondo avanzano incubi e Quello si sente rimpicciolire. È deciso a starsene da solo, ha rifiutare ogni tentazione di rientrare in uno qualsiasi dei partiti democratici. La repressione produce anche moderazione nelle nuove generazioni. Quello è prudente, deciso a non bruciarsi. Attorno a lui la piccola borghesia in trasformazione si adatta al clima di restaurazione.

Si dice che negli ultimi anni della sua vita Mao guardasse soprattutto a quello che accadeva in un piccolo paese dell’area metropolitana milanese …

Quello diede una lettura veloce a Repubblica del 25 agosto 1978. Gli interessava la pagina della cultura. Si sentiva un po’ colpevole per questo. Aveva continuato a leggere con attenzione la terza pagina, anche dopo aver orecchiato certe critiche. Che, però, poi aveva dimenticato, segno che non l’avevano convinto fino in fondo. Solo impedimenti materiali o periodi anticulturali (il ‘68) l’avevano tenuto lontano da quelle letture. Da ragazzo aveva assorbito anche di peggio. Ricordava di aver letto con curiosità la terza pagina del Mattino, che suo padre comprava e gli articoli di quel reazionario di Augusto Guerriero su Epoca e poi Montale o Moravia sulle terze pagine del Corriere.

Natoli parla degli studi di Bettelheim sullo stalinismo. Non c’erano novità. Aveva letto con attenzione la prefazione del libro di Bettelheim. L’aveva letta proprio quando in AO cominciavano a spuntare i segni della crisi. Ed era stato turbato da certe coincidenze – fatte le proporzioni – tra partito bolscevico e AO. Era uno di quegli argomenti che si fa fatica ad accostare e di cui si rimanda volentieri lo studio approfittando delle distrazioni che la Quotidiana impone. Del resto adesso chi pensava a quella questione? anche in AO quelle questioni non si erano mai approfondite. Erano lontane le discussioni nei seminari, nelle conferenze che aveva seguito. Ora veniva voglia di provarsi di persona a leggere quello che poteva racimolare sull’argomento alla Feltrinelli.


«La rivoluzione culturale non è stata una semplice “campagna di rettifica”, una terapia intensiva applicata ad un corpo per sanarlo e rinforzarlo: è stata una rottura di continuità, un tentativo di spostare l’ossatura e il livello di questo corpo politico, un’operazione chirurgica […] È coscienza comune, del resto, che nell’attuale virata a destra del quadro politico mondiale rispetto a quelle che furono o parvero le potenzialità degli anni 60, e nella crisi della vecchia e nuova sinistra italiana – così estesa e così incapace di alternativa, così dentro allo “stato” e così lontana dal potere, così egemone e così antimarxista – l’esito della rivoluzione culturale è stato determinante. La Cina è vicina, lo scacco dei quattro – come in minor misura era stata Il fallimento di Ernesto Che Guevara – rappresenta per una generazione di militanti il fallimento del soggettivismo rivoluzionario, mentre Teng Hsiao-ping conforta chi al soggettivismo rivoluzionario non aveva mai creduto» ( Rossana Rossanda, “Avete visto com’è andata a finire in Cina”, il manifesto 26 agosto 1977)

È facile rassegnarsi a un brutto finale quando non si è neppure capita la posta in gioco. La Quotidiana rende stupidi. Il rubinetto che gocciola diventa più preoccupante dell’eliminazione dei quattro in Cina. Da Quotidiana a Storia il percorso è giunglesco. (Se c’è…).

Quotidiana viveva pesante su se stessa, non si accorgeva di come la mutavano. Bastava spostare dei capitali in una banca svizzera, un intrigo a Montecitorio o che o che i pastai s’intestardissero su una loro rivendicazione e Quotidiana- magari non subito, magari anni dopo – si trovava pezzi di sé sfranati. Del resto aveva da tempo già perso l’abitudine di guardarsi ogni mattina allo specchio tenendo d’occhi la Storia alle sue spalle. Era diventata troppo grande.

«Prima delle P38 quanta rabbia si è accumulata negli animi? Quanti giovani sono morti sulle piazze? Per quei morti nessuno pagava. E gli omicidi bianchi chi li pagava? Personalmente ritengo che la logica della lotta armata sia suicida. Ma non me la sento di attribuire tutta la responsabilità di quella scelta a chi l’ha fatta» (Espresso, 21-28 agosto 1977)

A fianco di Azzolini , mentre premeva il grilletto in via Carducci, c’era il meglio della nostra sezione sindacale CGIL scuola.

Sbratto. Omaggio a Tiziano della città di Milano. Gli uomini del potere. I carabinieri all’angolo di Palazzo Reale. La linguacciuta, esibizionista esperta d’arte. Uso della radiografia per scavare nel processo della costruzione del pittore. Letto sui libri è interessante. E lo resta ancora anche con le semplificazione sotto il naso. L’immenso pannello grigio fotografico di Carlo V che s’avvia alla battaglia. Giovani in blue jeans se ne stanno sulle gradinate del Duomo, non spendono 500 lire d’ingresso per vedere la mostra. Io sì. Ho un conto in sospeso con l’arte. Bisogna finirla una buona volta di entrare in un museo solo quando si ha il lasciapassare mentale. O hai preso un impegno preciso ad occupartene seriamente. Così ci entrerai sempre in punta di piedi. Leggerai con troppa reverenza il cartellino accanto al quadro. La cosa che mi è piaciuta di più è la Danae: bella fanciulla veneziana. 18 -19 anni al massimo. Incastrata lì nel mondo colto del pittore dei papi e dei principi.

Ci sono scarse probabilità di incontrare in carne ed ossa questi signori e questi compagni, pensava Quello. E ammettiamo che la possibilità ci sia, rimarrei impaperato davanti a loro. La crosta di ottusità o superficialità o mascheratura che da entrambe le parti si è – forse necessariamente, forse involontariamente – accumulata per il fatto di vivere a livelli diversi di questa società classista – (‘merdosa’ e un’approssimazione) – impedisce di far arrivare alla Quotidiana i messaggi della gente che pensa e fa la storia. Ricordava Fortini che discuteva di sera davanti all’ingresso della Statale (o davanti all’aula magna?). “Non strusciarsi sui giovani”. E Capanna, quando l’università era stata disoccupata dalla polizia. Ce la riprendiamo? “Poi i coglioni te li attaccano al portone”. E Danilo Montaldi, eccetera . Scorciatoie non c’è ne sono. Molte cose bisogna ancora pescarle nei libri. A fatica.

A Quello pareva che, svernando nella letteratura o nell’arte, avrebbe respirato meglio. Era stufo di aggirarsi negli acquitrini della politica o nei budelli dell’economia. Pensieri sballati? Si spiegavano con le batoste prese e coi mutamenti indecifrabili che gli erano precipitati addosso. ( Ma negli anni precedenti non era lo stesso?). La verità era che non riusciva a frequentare davvero nessuno di quei terreni. E in AO – si diceva – aveva trovato tanta politica ed economia quanta religione aveva appreso nella sacrestia della sua parrocchia a Salerno. Valeva lo stesso per l’arte. Aveva imparato di più dalle dispense dei fratelli Fabbri comprate sulle bancarelle che da quell’anno nelle aule di Brera.

«Dunque per trenta mesi Petra Krause, militante comunista, è stata rinchiusa in una cella di isolamento. Dove erano, per tutto questo tempo, gli zelanti dattilografi di Scalfari, dove erano i protagonisti di quel pasticciato guazzabuglio sottoparlamentare che va sotto il nome di Pdup-AO-Lega alias DP […] dov’erano radicali e socialisti» (Oreste Scalzone, Lotta continua 27 agosto 1977)

Scalzone lo azzittirano con buoni argomenti. O lo faranno cacciare via dai cancelli dell’Alfa dagli operai, quelli bravi. Non gli era piaciuto lo sprezzante «quelli della cosiddetta area dell’autonomia» detto da suoi ex compagni di AO. Non avevano indicato loro, anni addietro, nello stesso modo sprezzante con un «quelli della cosiddetta sinistra rivoluzionaria»? Barlumi di cattivi ricordi. La routine delle riunioni in via Vetere. Il buio dei corridoi (e mano mano dei cervelli). Non gli erano piaciute quelle mobilitazioni forzate o l’adesione senza mobilitazione ai tempi della vicenda di Giovanni Marini, il salernitano suo compaesano. Non gli piacevano più i discorsi di teoria e strategia: coprivano il conservatorismo dei militanti e dei dirigenti.

«Carter fa pressione con tutti i mezzi perché Francia e Germania rinuncino al loro primato nel settore dei reattori veloci autofertilizzanti e forza, col nostro paese e con molti altri, per un piano di grandi proporzioni di centrali ad uranio arricchito. Se noi accettiamo questa indicazione autorevole (Andreotti è andato in Usa apposta) ci leghiamo mani e piedi per le tecnologie e per l’uranio alle multinazionali Usa» (il manifesto 27 agosto 1977)

E se l’io potesse – è una fantasia – pubblicare ogni giorno un suo «Quotidiano dell’io»? Perché l’io si deve rimpicciolire e scomparire o nascondere di fronte alle notizie: visita di Vance a Pechino, polemica PCF-PS in Francia, colpe di Zamberletti nella gestione degli aiuti per il terremoto in Friuli?

«Io ero, e rimango, convinto che la strada da imboccare, a sinistra del PCI, non è la costituzione di un nuovo partito leninista; mi sembra che su questo i fatti mi diano ragione. È troppo semplicista l’opinione che deriva dalla mancata nascita di un partito politico rivoluzionario l’assenza di uno spazio politico e sociale di dissenso […] è il rapporto tra partito e società civile che muta radicalmente nella società attuale». (Federico Stame, Quaderni piacentini, numero 64)

«A Torino gli studenti fanno proprio gli studenti, con un atteggiamento di totale estraneità ai fatti universitari di cui sono pieni i giornali. L’impressione che ne riceve un’insegnante è che la polemica anticulturale sia finita per il bene e per il male, e che sia finita anche l’idea che l’azione collettiva possa cambiare le cose.Nnon funzionano le assemblee, ma non esistono nemmeno le rappresentanze elettive degli studenti, come funzione politica riconoscibile. Lo studente che io incontro più di frequente è un moderato. Questa definizione ha fortunatamente un contenuto assai più generoso di quanto non avesse nell’Italia di 20 anni fa» (Maria Luisa pesante, Quaderni piacentini, numero 64)

S’invecchia, eh!

2015- 2025

S’invecchia e si resta soli.
Poliscritture pure invecchia, eh! Da rivista cartacea a on line soltanto.

Sulla storia di Democrazia Proletaria

Riordinadiario 2011/ 1 giugno.
Lettera ad Attilio Mangano sulla recensione di Fiammetta Balestracci a
William Gambetta, Democrazia proletaria. La nuova sinistra tra piazze e palazzi,
Edizioni Punto Rosso, Milano, 2010


di Ennio Abate

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Appunti febbraio 2025 (2)

Riordinadiario

di Ennio Abate

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Appunti febbraio 2025 (1)

Riordinadiario

di Ennio Abate

Esperimento. Questa è la prima parte degli appunti selezionati durante le mie esplorazioni on line (per lo più su FB) del mese di febbraio 2025. E’ un tentativo di ritornare sulle notizie, ripulirle e rileggerle, distanziandosi. Nessun commento per ora. Il ripensamento verrà dopo, se verrà.

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Reliquario di gioventù (1)

Riordinadiario

di Ennio Abate

Una poesia scritta tra 1958 e 1961. Appunti di autocommento.

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Su “Il professore come intellettuale” (1998)

RIORDINADIARIO 1999. Stralci da una lettera a Romano Luperini

di Ennio Abate

Il 24 gennaio 1999 scrissi una lunga lettera a Romano Luperini sul suo libro Il professore come intellettuale. In essa mettevo in evidenza il processo di scollamento tra intellettuali universitari e intellettuali massa. Gli rimproveravo di accogliere “il processo “riformatore” di Luigi Berlinguer guardando le cose della scuola dal punto di vista degli appartenenti a una “corporazione buona”. Dicevo che: “i “nuovi” progetti e i “grandiosi” problemi “epocali” trattati da Ministro, Saggi, Esperti, ecc. si [andavano] ancora una volta scaricando sulle spalle di insegnanti e studenti costretti a marciare a testa bassa, ingolfati in assillanti “vecchi” e “nuovi” problemi quotidiani”. Notavo che, mentre Fortini aveva suggerito “una energica riduzione dell’insegnamento delle patrie lettere” e scriveva: “ Non so che cosa si aspetti a farla finita, ma sul serio, con Dante […] il silenzio e ‘ignoranza vera sono sempre preferibili alla pratica corrente del “tutto e male”, ossia dell’ignoranza falsa” (Insistenze, pag. 114) e Remo Ceserani e Lidia De Federicis aveva lanciato sul mercato Il Materiale e l’immaginario, anche lui, Luperini, pur con altro taglio, pubblicava un manuale La scrittura e l’interpretazione di dimensioni altrettanto gigantesche. Riletta oggi, di fronte al disastro della scuola italiana, mi sento di difendere ancora la mia inquietudine di allora niente affatto settaria (ma soltanto solitaria). Ne pubblico oggi alcuni stralci.

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Riordinadiario su Michele Ranchetti (1)

 appunto 1 (1995-1997)

di Ennio Abate

Michele Ranchetti, dopo Franco Fortini, è stato per me un altro dei “padri impossibili”. (Poi ci sono stati anche i “fratelli impossibili”, di cui qualcosa ho detto e dirò altrove). Ma anche in questo rapporto con Michele – tardivo, saltuario, forse intiepiditosi dopo la prima fase del “riconoscimento” da parte sua con l’ Introduzione alla mia “Salernitudine” (Ripostes 2003) di un pezzo della mia ricerca poetica e troncato d’improvviso dalla sua morte nel 2008 – ho imparato che si può volere bene anche ai “padri impossibili” e continuare la propria strada. [E. A.] Continua la lettura di Riordinadiario su Michele Ranchetti (1) →

Riordinadiario 1989 (2)

di Ennio Abate

quella torsione violenta
del bulbo oculare e dell’intera testa

come in una marionetta!

fu il padre-prete
a condurre il suo sguardo
all'occhio tremendo di Dio
nel triangolo della stampa appesa al muro
nella stanza 

così  fu interrotta la visione
del seno materno
e il bimbo diventò uno strabico spione
che guardava di soppiatto e di traverso
il corpo desiderato
e se lo fingeva altrove

lontano sull’orizzonte del mare
invadeva la finestra assolata

l'esperienza recisa l'inseguì
nelle scaglie di pesce morto
o - più tardi - sul foglio bianco


(16 ottobre 1989)

Riordinadiario 1989 (1)

di Ennio Abate

OCCHETTO: “SIAMO UNA FORZA SOCIALISTA”

e sei servito/
nell’isolamento/
assieme a vecchi elefanti moribondi/
notte nera/ buio nel cuore/
coi morti /
e non c’è più tempo d’imparare/
quello che sai/ ti resta
i giovani compagni/
presto saranno/
soltanto amici irriverenti/ e distanti/
nel discorso che scrivi e rileggi/
conteranno i vuoti/ i silenzi/
da cui ripartiranno loro/
per dove, non sai più/

(4 novembre 1985)