Nel lontano 14 maggio 2004, alla libreria Odradek di Milano, ebbi la fortuna di avere Gianni Turchetta come presentatore della mia prima “poeteria” pubblicata: Salernitudine, Ripostes 2003. Da me conservati e oggi gentilmente riletti e appena ritoccati dall’autore, ripropongo i preziosi appunti sugli aspetti linguistici e sui temi di quel libretto che egli sviluppò poi a voce. Rammaricandomi un po’ per non aver registrato la serata. [E. A.]
non ero buona solo quando
attenzioni e calore di corpo donavo
buona restavo da te separata
quando d’altro mi curavo
nei parlatori di donne
sotto lastre di lingua morta
in mulinelli d’angoscia
crudeli e caparbie indagavamo
al lume di femminile intelligenza
storie oscure di madri e padri
stroncatesi in zuffe mortali o servili mutismi
ti apparvi allora amara
luccicante di lacrime
tenace nell’amore più proibito
distante fredda luna ti apparvi
piccola strega nervosa non più amante
e lontano dalla poltiglia dei timori tuoi
piantato nella mia casta lussuria
sfrigolò un paonazzo desiderio di felicità
i fondi oscuri vanno esplorati
non addomesticati nella chiacchiera
*
silenzio mi opponeva
si velava di ricordi e di odi
mi smorzava sul suo seno
non più colloquiante
per suo conto o con altre risplendeva
precipitò il mondo cangiante ma intero
che nell’infanzia sorse
e punse negli abbracci materni
in baci fuggevoli di donne
e quando lei
giovane feriale mia sposa
incontrai
sotto pacchiane luminarie
labbra sovraccariche di rossetto
una mano fredda da scaldare
nella tasca del mio metafisico paltò
e a lungo ancora nei cortei
di tanti e tante sotto bandiere rosse ma bagnate
o negli scantinati del pensare clandestino
adesso più non ci sfioriamo e poco ci parliamo
penosa la nuova ricerca
ambiguo il paesaggio
lento il passo
la cara ladra va per suo conto
non ruba più per me
né semina
si contorce senza mete nella contorta vita
seguendone gli anfratti
senza mete
dimenticato atlante
non sorreggo più i suoi ondeggiamenti
non la cullo come le donne e le madri
nella dolcezza del simile
la penso dissimile e con nuova pena
adesso che va
nel suo particolare immigratorio
fantasma che un poco muove l’ali
o mostra talvolta un seme dei suoi silenzi
anzitempo si è dovuto morire in sogni separati
fissare invano il giusto ormai diviso
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