di Ennio Abate
Che brutta aria tira in certi ambienti intellettuali! Sia tra ex sessantottini stagionati che rinnegano i furori rivoluzionari di gioventù; e sia tra gli intellettuali giovani o di mezza età che si arruolano a tempo pieno nella difesa della liberaldemocrazia. (Così ancora la chiamano).
Prendiamo il caso di Paolo Febbraro. Recensendo su Il Sole -24 ore il libro di Emanuele Zinato, Primo Levi controtempo. Una lettura politica (Quodlibet), dopo qualche sbrodolamento di plauso, non ha esitato ad accusarlo di abbandonare – ohibò – la “critica letteraria” e di agitare “una bandiera” – (rossa si sottintende ma per Febbraro “di un colore molto dubbio”) – come un qualsiasi agit-prop d’altri tempi.
A dire il vero, quando Zinato ha scritto che Primo Levi “ha saputo raffigurare la vittoria russa contro il fascismo come un immenso caos vitale e festoso”, ha soltanto ribadito una verità storica indiscussa almeno fino agli anni Settanta del Novecento. Ma, secondo Febbraro, Zinato “”azzarda affermazioni irricevibili, ad esempio quando cerca in Levi gli argomenti contrari a chi “ha voluto confondere comunismo e nazismo sotto la categoria del totalitarismo””.
Sarà cresciuto pure lui, come tanti nipotini della fu Sinistra riciclatasi in liberaldemocrazia, a brioche e revisionismo storico. Difende, cioè, il Dogma proclamato dal Parlamento Europeo con la Risoluzione del 2019: comunismo=nazismo. E il povero Primo Levi – “uno scrittore tragico, un borghese progressista”, cioè per Febbraro una persona perbene, non può mai aver riconosciuto qualche differenza tra comunismo (persino staliniano) e nazismo. Insomma, pur di accaparrarsi la figura di Primo Levi e collocarla nella Sacra Famiglia della liberaldemocrazia, ha la sfacciataggine di accusare uno studioso di lungo corso come Emanuele Zinato di “una vera e propria falsificazione dei testi leviani, oltre che della Storia”.
E’ un’affermazione bassa e meschina che impedisce qualsiasi dialogo con Paolo Febbraro.
I veleni del revisionismo, però, circolano. E bisogna contrastarli. Mi sono ricordato che tra le schede che preparai tra il 2004 e il 2008 sulla storia del Novecento per di Di fronte alla storia 3 della Palumbo Editore, ce n’era una che affrontava proprio questa questione. Vi citavo un articolo di Francesco M. Cataluccio e lo ripubblico per quei lettori che volessero ragionare e approfondire.
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Francesco M. Cataluccio – La posizione di Primo Levi su Lager e Gulag
Questo brano di Cataluccio – un intervento al già citato convegno di Siena del 1997 – riassume la posizione di Primo Levi, che misura sulla base della sua esperienza di deportato le testimonianze di Solženicyn e Šalamov.
Levi non sfugge al confronto (per alcuni in quegli anni ancora inammissibile) tra Lager e Gulag, ma si attesta sulla posizione che esisteva una «differenza fondamentale» tra le due esperienze concentrazionarie: nei Gulag «la gente ci moriva egualmente», ma non
erano fatti, come i Lager, con l’intenzione calcolata di «uccidere la gente».
Levi definisce il gulag descritto da Solženicyn «schiavitù simile e diversa», con un’origine comune: «Lo sfruttamento massiccio della mano d’opera schiava era stato imparato da Hitler alla scuola di Stalin, ma in Unione Sovietica è ritornato moltiplicato alla fine della guerra».1
Levi, però, ribadisce che c’è una differenza di “qualità”, di scopi. Nei lager tedeschi si cerca la morte del prigioniero, nei gulag essa sarebbe una sorta di “accidente” dovuta alle condizioni terribili nelle quali si trovano coloro che sono ai lavori forzati: «Ho studiato bene il primo libro di Solženicyn, per vedere le affinità e le differenze tra i lager russi e quelli tedeschi e posso dire una cosa: nei lager russi la morte è un sottoprodotto, non è lo scopo. E fa una bella differenza».2
Questa convinzione è rafforzata in lui dalla lettura del libro di racconti di Varlam Šalamov:3 «Ho letto il libro di Šalamov sulla Kolyma: è impressionante e nello stesso tempo sorprendente; perché non è così totale il disfacimento dell’uomo, la speranza di poter uscire ce l’hanno pure, hanno pure una parvenza di vita legale per cui possono fare delle proteste collettive. E sono curati quando si ammalano».4
Levi coglie una “terribile debolezza” in Šalamov e paragona la sua posizione a quella dei reduci dai lager tedeschi: «Duole dirlo, e non è una scoperta: il terrore e l’isolazionismo staliniani trasmettono la loro infezione paralizzante anche ai loro testimoni e ai loro contestatori. Uomini quali Šalamov meritano comunque il nostro rispetto, ma la loro statura è inferiore a quella dei loro corrispettivi che hanno combattuto il terrore hitleriano, o che oggi denunciano i delitti compiuti in Asia e in Africa dalla civiltà occidentale. Le pagine di Šalamov destano commozione e simpatia per le cose che dicono, non per il modo in cui le dicono e tantomeno per le prese di posizione dell’Autore. Šalamov, in qualche modo, testimonia più di quanto vorrebbe, più di quanto sa di testimoniare, proprio grazie alle sue insufficienze e frustrazioni». Nonostante le sue resistenze personali, il tema del confronto tra lager e gulag era diventato ineludibile. Levi sembra prenderne atto, nel 1985, durante la conversazione radiofonica Lo specchio del cielo, con Alberto Gozzi: «Non parlo dei lager sovietici perché non ci sono stato. Se ci fossi stato ne parlerei e ne parlo, anzi, fa parte della mia “droga” l’occuparmi di queste cose; ho letto quanto ho potuto anche dei lager russi di allora e di adesso. Sono stato in grado di fare un confronto, ho letto un libro che spererei fosse tradotto in italiano [lo è stato, nel 1994, col titolo di Prigioniera di Stalin e Hitler] di Margarethe Buber-Neumann, nuora di Martin Buber, comunista, che era stata scaraventata in un lager da Stalin perché era un’attivista comunista al tempo delle grandi purghe, stava in Spagna col marito. È stata internata in Siberia a lungo e poi col patto Ribbentrop-Molotov ceduta ai tedeschi che l’hanno rinchiusa nel lager […]. Credo che sia una delle cinque-dieci persone che abbiano potuto fare quest’esperimento, comparare il regime carcerario di internamento sovietico con quello hitleriano. Sarebbe stupido e ottuso dire che nei lager della Siberia si stesse bene, non si stava bene affatto, però c’era una differenza fondamentale, che non erano fatti per uccidere la gente. La gente ci moriva ugualmente, anche molto, anche con quote di mortalità terrificanti, del 10-20-25 per cento, con tempi folli di detenzione, ne parla anche Solženicyn, in cui però la morte era in qualche modo accidentale, avveniva per il freddo, per la fame,per la fatica, ma non era l’obbiettivo. Mentre la novità finora unica, perché non credo che si sia ripetuta mai, salvo forse in Cambogia, lo scopo dello strumento lager nella Germania di Hitler era proprio quello di uccidere. Erano macchine per uccidere in cui invece si capovolgeva il lavoro servile, che era un sottoprodotto.
Il prodotto principale era la morte e questo mi pare vada ripetuto, non per scagionare Stalin né i suoi successori, ma solo per segnare una differenza che ha la sua importanza».
da Francesco M. Cataluccio, Lager e gulag in Primo Levi, in Nazismo, fascismo, comunismo, a cura di Marcello Flores, Bruno Mondadori, Milano 1998.
Note
1. P. Levi, I sommersi e i salvati, Einaudi, Torino 1986.
2. P. Levi, Mago Merlino e l’uomo fabbro, intervista di S. Giacomoni,«la Repubblica» 24 gennaio 1979.
3. V. Šalamov, I racconti della Kolyma, Adelphi, Milano 1995.
4. P. Levi, Tornare, mangiare, raccontare…, intervista di V. Lo Presti, «Lottta continua» 18 giugno 1979.
(da P. Cataldi, E. Abate, S. Luperini, L. Marchiani, C. Spingola , DI FRONTE ALLA STORIA 3
pagg. 306-307, Palumbo Editore, 2009)
P.s.
Aggiunta. Nell'articolo di Paolo Febbraro ci sono, seminate qua e là, altre perle del suo ideologismo revisionista. Eccone tre: 1. “II lavoro può essere espropriato e mercificato ma resta un modo per misurare l’utilità del proprio ingegno e di “recuperare il piacere della competenza messa alla prova”. Quindi, verrebbe da dire, siccome una minoranza di lavoratori - quanti? (specie oggi che è entrata in guerra contro di loro la macchina mondiale strizza lavoro della IA ) - ancora provava o prova “il piacere della competenza”, non dovremmo più disturbare gli espropriatori e mercificatori? 2. Della storia contemporanea dice che è “una costruzione ideologica”. 3. Quando Zinato scrive: "l'Europa risponde con il riarmo al collasso della globalizzazione; ai palestinesi di Gaza è stato inflitto il trattamento riservato dai tedeschi agli insorti di Varsavia; ai bisogni elementari dei migranti si oppongono il razzismo , il filo spinato, le deportazioni e gli annegamenti", Febbraro lo accusa di "dire un decimo della verità". Senza degnarsi di accennare ad uno soltanto degli altri nove decimi della verità, che lui pretende di sapere.
Appendice
L’articolo di Paolo Febbraro comparso sull’inserto “Domenica” de Il Sole 24 ore (14 giugno 2026)









“chiedersi cosa resti della nostra libertà intellettuale a processo di aziendalizzazione consumato. Non solo per criticare i modi e i rapporti di forza in cui oggi si concepisce, s’impone, si misura e si produce il “valore” di un Ateneo, ma anche per verificare se si possono allargare gli interstizi residui del nostro pensiero critico.” (Zinato)
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Scusa, Emanuele, quando i buoi sono già scappati dalla stalla (universitaria, nel vostro caso), vuoi “criticare i modi e i rapporti di forza”? E “allargare gli interstizi del […] pensiero critico”, che è stato espulso non solo dall’università ma dalla società italiana? Cercarsi – ammesso che sia ancora possibile – delle catacombe, mi pare più saggio e (forse) lungimirante. Un saluto