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Diritto e rivoluzione

DALLA CRONACA ALLA TEORIA

 
a cura di Ennio Abate

Pubblico  questo scambio di opinioni su Facebook tra  Alessandra Roman Tomat (di professione avvocato)  e me. E’ nato da un recente fatto di cronaca: la vicenda dei gioilliere Ruggero, la sua condanna  per aver ucciso dei rapinatori in fuga, la richiesta di grazia, l’immediato polarizzarsi delle tifoserie pro e contro, un fiume di chiacchiere,  uno straripare sui sociali di “liquame morale”(F. Battistutta) .  Oltre a permettere una riflessione tra  modo “social” e “modo libro”  di parlarne,  l’aspetto che più mi ha colpito è  questo: dinanzi  ad una cronaca così manipolata e umorale anche chi, come Alessandra,  vuole uscire dal fatto  singolo e ragionare  può soltanto – dico io – ricordare la Legge, lo Stato di diritto vigente. E allora, come superstite di una generazione che ha vissuto tempi in cui una visione marxista e comunista anche sul problema dei delitti e delle pene non era finita  nel buio di questo eterno presente (capitalistico),  tocca a mia volta ricordare un autore, ignoto al grande pubblico e messo da parte dagli studiosi  accademici.  Si tratta di Evgenij Bronislavovič Pašukanis (1891 – 1937), che fece  discorsi “strani” e “folli” sull’estinzione del Diritto Li ritengo – guarda un po’! – ancora oggi indispensabili  e da studiare. Ultima nota: questo mio – non posso più dire nostro – antenato, giurista e poi commissario del popolo per la giustizia dopo la rovoluzione del 1917, scomparve nel gorgo dello repressione stalinista. [E. A.]

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Alessandra Roman Tomat

USCIAMO DAL FATTO SINGOLO E RAGIONIAMO?

Questo fatto famoso che non nomino perché attira gli haters come mosche sul miele, mi ha ricordato una cosa che spesso devo dire anche ai miei assistiti ma che non sempre viene capita.
Un imputato può difendersi come crede, anche mentire o raccontare gli eventi in modo molto “soggettivo”, diciamo secondo la sua individuale sensibilità.
Non gli viene chiesto nessun “giuramento” o impegno, non è un testimone.
Se però racconta delle cose contraddittorie o “ai limiti della realtà” (anche nel caso famoso che non nomino pare sia andata così), cioè che non hanno una EVIDENZA nei fatti percepibili, delle due, una: o riesce a dimostrare, con qualche elemento di prova (oltre le sue sole parole) che le cose sono andate come dice lui (perché, certo!, per carità, a volte capitano anche le cose inverosimili), oppure finisce per rafforzare la convinzione dei giudici che, se sta dicendo delle apparenti fanfaluche e non ha trovato di meglio, le cose siano andate nel modo banale e prevedibile indicato dall’accusa.
Insomma, nella propria difesa, si è aiutati da un difensore anche per stare con i piedi per terra.
Io ci tengo molto a questo.
Troppo, secondo alcuni colleghi, più propensi ad assecondare il cliente.
La legge non e un “sentimento” di giustizia/ingiustizia, ma un insieme di regole con una loro logica e ci si difende stando dentro quella logica, non fuori.
Tra l’altro queste regole corrispondono ad una morale “standardizzata” (così siete contenti), che può anche non essere esattamente quella dell’imputato e degli amici suoi (e neanche la nostra, talvolta), ma che serve alla convivenza dei popoli.
Io inorridisco sempre, quando, anche a sinistra, per un caso che pare ingiusto o che smuove i cuori, si comincia a dire: “cambiate la legge SUBITO!!!!”
Non so come dirvelo, ma sono certa che nessuno di voi si sentirebbe tranquillo, ad essere giudicato “in cuore e coscienza” da dei perfetti sconosciuti.
Meglio avere quattro regole generali dentro un arido codice e accettarle, anche quando non ci piacciono e ci sembra che proprio non facciano al (particolarissimo, straordinario, delicatissimo) caso nostro.

P.S.Ho scaricato, per ragioni professionali, la sentenza del caso famoso e, se mi sembrasse interessante, magari la commenterò.


Ennio Abate

UN APPUNTO. USCIAMO DAL FATTO SINGOLO E RAGIONIAMO. MA SULL’INTERO “CONTESTO”.
Mio commento al post di Alessandra Roman Tomat
·https://www.facebook.com/alessandra.tomat/posts/pfbid02qUeq2KyrGgHoDATUVGwfSmiEJa4UKeWwRGFiePTmQmEir2vg35Qdb8wUDaCqS2Uyl?locale=it_IT

“queste regole corrispondono ad una morale “standardizzata” (così siete contenti), che può anche non essere esattamente quella dell’imputato e degli amici suoi (e neanche la nostra, talvolta), ma che serve alla convivenza dei popoli. ” (Roman)

E però, anche se il dibattito d’oggi farà apparire marziana la mia osservazione, va ricordato che “qualcosa” non funziona in “queste regole” che “corrispondono ad una morale “standadizzata””. Non è più vero o fuori discussione che servono alla “convivenza tra i popolo”. Né nella vita quotidiana. Né nei rapporti tra Stati a livello internazionale. Ce lo ricorda la cronaca delle violenze quotidiane. Ce lo ricordano la guerra in Ucraina, il genocidio o comunque la distruzione di un’intera Gaza, ecc.
E se nel caso di cronaca, di cui tanto si parla, si è arrivati a contrapporre con protervia il ritorno alla “giustizia fai da te” alla Legge vigente (sulla carta), è perché anche a livello mondiale forse i Grandi, e non i semplici gioliellieri, hanno iniziato la danza “selvaggia”.
Il Vecchio Ordine non basta più. Il Nuovo Ordine non si vede ancora. Siamo in un caos da cui non sappiamo come usciremo o usciranno (i nostri figli o nipoti).


Cosa penso sul caso, l’ho già scritto in altri post e se avrò tempo farò un’analisi della sentenza per spiegare e per spiegarmi alcune cose che possono interessare in diritto. Non sono AFFATTO d’accordo, invece, con l’analisi che sponsorizzi, la trovo banale e forzata. Certamente il diritto è fonte (anche) di oppressione, riproduttivo dello status quo. Uh, che novità, guarda, che pensiero originale! Ci sono filosofi che lo dicono dalla notte di tempi. Ma dai!
Diritto e rivoluzione non sono mai andati d’accordo, la rivoluzione divora e crea, il diritto conserva. Detto ciò ci sono alcuni strumenti irrinunciabili che servono più o meno a noi tutti, a meno che non si abbiano le palle per l’anarchia dura, per il Far West vero, rischiando l’isolamento sociale, il carcere e anche la morte. Non conosco nessuno che viva così, sempre indipendente, sempre contro. Quindi, ciò che accomuna me, te, Roggero e la stragrande maggioranza fa sì che, non avendo fatto la suddetta radicale scelta, abbiamo bisogno di una base di diritti per sopravvivere: infatti, andiamo a scuola, andiamo in ospedale e pretendiamo di essere curati, chiamiamo la polizia se stanno per ammazzarci, ma anche se hanno parcheggiato di traverso sul marciapiede. Cose così, banali, se vuoi.
Nella mia opinione (ma ci saranno eminenti giuristi che diranno il contrario) questa base di diritto non ha molto a che fare, a parte il nome, con il diritto internazionale e il grande inganno -per me- è stato pensare che potesse funzionare allo stesso modo. Questa base di diritto non ha niente di rivoluzionario (infatti alcuni principi sono uguali in Stati con sistemi politici DIVERSISSIMI) ma ci protegge. Questa base prevede che non ci si faccia giustizia da soli e quindi il nostro eroe del giorno, può stare più o meno simpatico, essere più o meno capito o compatito, ma andava NECESSARIAMENTE condannato. Tutto il casino che si sta facendo è solo fumo negli occhi delle masse.
E questo si, -ecco, questo si-, può avere a che fare con la politica internazionale, con le tragedie del mondo, perché invece di interessarci di questioni globali, stiamo qui a baloccarci con casi singoli affascinanti magari, ma davvero minimi nella storia universale: Garlasco, Roggero, la famiglia nel bosco …

 
 
ANCHE LENIN AVEVA STUDIATO LEGGE MA FECE UNA RIVOLUZIONE

Replico in ritardo e con queste precisazioni all’interessante commento di Alessandra:
 
1. Che il Diritto sia la ratifica (e non la fonte) di un dominio (che può avere, però, varie gradazioni repressive) sarà anche stato detto “dalla notte dei tempi”, ma non è che i problemi delle sue origini, della sua necessità, della sua efficacia o della sua riduzione a mero formalismo siano stati definitivamente sciolti. Non vedo, dunque, banalità in chi ancora oggi sottolinei quanto sia problematica l’esistenza reale dello Stato di diritto in Italia (o altrove) anche se la Costituzione lo presuppone.

2. Il diritto ratifica un certo ordinamento alla fine di fasi più o meno aspre di conflitto. È il caso dello Statuto Albertino o della Costituzione repubblicana italiana per stare alla storia del nostro Paese. Consideriamolo pure – ma solo in mancanza di meglio – uno strumento irrinunciabile. Quello che non mi sento di dire è che non sarà mai più modificabile e che serva” più o meno a noi tutti”. No, secondo me, è servito innanzitutto ai vincitori del conflitto contro il regime fascista (e la monarchia). E si può ammettere che è anche servito – ma non sempre o nella stessa misura in cui ner hanno goduto i vincitori – anche ad altri: gli sconfitti e i “neutrali” o quelli delle “zone grigie”. (Andrebbero studiati i vari casi della rivoluzione francese, russa, cinese, cubana o altre).

3. « Diritto e rivoluzione non sono mai andati d’accordo». Vero. Ma va chiarito che la rivoluzione non è una questione di scelta (individuale poi!) o di “palle” o di preferenze soggettive per l’Ordine o il Disordine (l’anarchia dura, il Far West vero). Il Diritto, ovvio, viene imposto anche ai riottosi o ai ribelli. Che, in determinate condizioni, se riescono a farsi portavoce di nuovi bisogni, potrebbero innestare processi che potrebbero metterlo in discussione e, al limite si troveranno di fronte ad un bivio: ratificare quei bisogni finalmente riconosciuti in un nuovo Diritto o mantenerli – ammesso che sia possibile – “in ebollizioni” o in uno stato di “incandescenza” (permanente?).

4. Lo Stato di Diritto – quello affermatosi in una certa contingenza storica – non permette che ci si faccia giustizia da soli. E fin quando ci sono maggioranze sociali che accettano (o subiscono) lo Stato di Diritto vigente, chi si fa giustizia da solo verrà condannato e la cosa non susciterà scandalo. Ma, se la società muta e muta anche il suo clima politico e mutano i bisogni sociali e i rapporti di forza tra le varie componenti (o classi) sociali? E se si arriva al punto che non vengono più soddisfatti almeno in una certa misura certi bisogni? E, cioè, «andiamo a scuola» e ci troviamo in un parcheggio senza prospettive (almeno di lavoro), «andiamo in ospedale » e, invece di essere curati, ci becchiamo altre malattie, « chiamiamo la polizia in caso di pericolo» e quella non arriva o agisce come hanno fatto i poliziotti al quartiere Pilastro di Bologna con il povero Farik?
I dubbi sulla efficacia di *questo* Stato di diritto crescono. E si ripresentano certe condizioni in cui il farsi giustizia da sé o il dar sfogo alle pulsioni omicide fino ad allora tenute sotto controllo possono diventare una tentazione diffusa, che può essere cavalcata o strumentalizzata da gioiellieri, generali in pensione o forze governative più o meno traballanti.
Si ripresentato cioè rischi di fascismi o neofascismi [APPENDICE 1]

5. La distinzione che fai tra Diritto nazionale e Diritto internazionale mi pare rischiosa o comunque tanto complessa che non mi sento di affrontarla qui.

6. Le mie obiezioni tendono (con una certa approssimazione) a vedere la questione dello Stato di Diritto come processo storico e in mutamento. E non, come mi pare tu faccia, a insistere sulla “utilità pragmatica” e sulla sua “immutabilità”. Vorrei che la questione restasse aperta e potesse essere approfondita. E perciò suggerisco la lettura di questo scritto di Giso Amendola su Pašukanis, Prefazione a “La teoria generale del diritto e il marxismo”  https://www.euronomade.info/prefazione-a-la-teoria…/
Lo scritto tocca spinosi e complessi problemi (diritto “in transizione”, del diritto « che ha contenuti determinati dalla classe dominante» o che « è costitutivamente borghese, già nella sua forma», possibilità o meno di fare un « utilizzo transitorio di certi suoi dispositivi» o che sia possibile affermare « forme di regolazione altre rispetto a quelle incentrate sul diritto» ) niente affatto banali o trascurabili.


APPENDICE 1

Su “Noi e il fascismo” (libro del filosofo Franco Esposito)
È ingenuo vedere il fascismo come fenomeno prevalentemente ideologico.
La domanda da farsi non è come Mussolini o Hitler siano riusciti a convincere milioni di persone. Piuttosto, bisognerebbe chiedersi perché milioni di persone abbiano desiderato essere convinte.
Il fascismo non conquista le masse esclusivamente perché controlla gli apparati dello Stato o gli strumenti della propaganda.
Prima ancora mobilita desideri, produce identificazionicon leader, promette appartenenza.
Non si limita a disciplinare i corpi ma, anzitutto, li seduce. E orienta e organizza le passioni-pulsioni della gente. Anzi trasforma la subordinazione in esperienza emotivamente gratificante: la sottomissione al capo viene compensata dalla possibilità di esercitare il dominio su chi occupa una posizione inferiore nella gerarchia sociale.
I l fascismo va pensato non soltanto come ideologia ma come macchina
Una macchina che organizza passioni. E che non appartiene esclusivamente al passato. Può funzionare anche oggi.
Le passioni-pulsioni che il fascismo ha mobilitato in passato nonsono mai state espulse definitivamente dalla storia. Non sono state cancellate con la caduta dei regimi fascisti che le hanno utilizzate.
Continuano a vivere anche nelle società moderne o contemporanee. Quindi, quei modi di desiderare, obbedire e appartenere a un’ organizzazione, che provarono uomini (e donne) in passato, possono essere vissute ancora nel presente.
È una illusione che il fascismo sia stato definitivamente neutralizzato e relegato nel museo delle ideologie sconfitte. E il ritorno di certi simboli o parole d’ordine fasciste ( es. Vannacci) è il sintomo del ripresentarsi in parti della società di quelle passioni-pulsioni mai eliminate. Perché se persistono certe condizioni antropologiche – ma anche materiali (differenze di reddito, d’istruzione, di decisione) – è sempre possibile che la gente o parti della società appoggino le soluzioni fasciste anziché democratiche di risolvere i problemi.
 
 
 
 
 
 

Il ragazzo del lago


di Alessandra Roman Tomat

Un altro tragico fatto che vede come vittima una donna, per mano del suo ex-fidanzato. Due giovani dalle facce pulite e dalla vita studiosa, che avremmo detto uguali, fino a una settimana fa, ai nostri figli e figlie. Sottolineo, ai nostri figli, includendo il giovane assassino. È successo anche nella nostra città, solo pochi mesi fa. Un copione molto simile, anche qui da fidanzato accolto in famiglia (quindi evidentemente ritenuto ‘affidabile’) ad assassino. La prima cosa che mi viene da pensare è che, quando questi giovani omicidi sono nati, la giornata contro la violenza sulle donne era già stata istituita, erano dei bambini quando hanno iniziato a diffondersi le panchine rosse e immagino siano cresciuti in famiglie non tanto diverse dalle nostre. Comunque sia, stento a credere che in tutti i casi di femminicidio, nel 2023, gli assassini vengano da contesti in cui la donna è sottomessa al marito, considerata un oggetto sessuale, svalutata. Molti non sembrano neanche (diversamente dagli stupratori da discoteca, che sono tutto un altro capitolo) soggetti particolarmente inclini alle dipendenze o inseriti in gruppi asociali. Ora, sento con un certo sollievo che perfino il governo di destra, dico “perfino”, ammette che non sono gli inasprimenti di pena a risolvere la questione, che va affrontata a livello culturale ed educativo. Tutti d’accordo da Schlein a Meloni. Ho però l’impressione che non si abbia chiaro cosa vuole dire “culturale” ed “educativo” quando si parla di relazioni personali. Della sfera amorosa e sessuale, dove tutto quello che è “razionale” salta completamente. Lo capiamo nelle nostre di vite, ma lo si vede con tragica evidenza in questi fatti di cronaca. Tanto è vero che questi assassini distruggono anche le loro di giovani vite, sconvolgono le loro famiglie di origine e, quando sono genitori, lasciano orfani i loro stessi figli … Insomma, non è che ci guadagnino qualcosa, perdono tutto, si autodistruggono, alcuni perfino si suicidano. Quindi, il piano razionale del “rispetto per la vita, rispetto per la donna” evidentemente da solo non funziona, così come non funziona la minaccia della pena severa. Non dico tutti, ma forse, molti di questi assassini qualche anno prima di compiere i crimini che hanno compiuto, sarebbero stati d’accordo con voi nel dire che queste cose orribili non si fanno, magari saranno pure andati a qualche inaugurazione di panchina, forse hanno perfino fatto un bel tema a scuola. In astratto, se richiesti di un’opinione, non credo vi avrebbero detto che è giusto uccidere un altro essere umano solo perché rifiuta una relazione. Cosa voglio dire con questo? Che, accanto al doveroso lavoro che si fa di sostegno alla donna nel lavoro e nella famiglia, per l’emancipazione, quando si parla di affettività, sentimenti, pulsioni, si deve capire che il livello deve essere un altro. Che parte dal fatto che si deve essere capaci di scrutare il buio che c’è in un essere umano e “accettare” che questo buio esiste e che non si modifica solo con un’educazione “collettiva” al rispetto e alla gentilezza. Bisogna prendere atto che l’essere umano è complesso, guidato da pulsioni irrazionali. Quindi, se ci si vuole assumere questo compito, con la giusta modestia, si tratta di aiutare le nuove generazioni ad essere forti, ad essere indipendenti, a non autovalutarsi in base all’esito di una relazione. A non pensare che “senza” quella donna o quell’uomo, si è finiti, si è qualcosa di meno, non si è realizzati. Vale per uomini e donne, perché anche noi donne siamo partecipi della stessa cultura amorosa. Però, da quel che leggo, riusciamo meglio a smarcarci. Le statistiche, ad esempio, dicono che le donne si suicidano molto di meno (in Italia, ma anche negli altri paesi, il divario è impressionante) e che accedono con maggiore facilità e consapevolezza ai servizi di aiuto psicologico. Non mi sembra poco, a voi? Molti storceranno il naso e diranno che questi ragionamenti ‘giustificano’ i criminali. È un’opinione la mia, che può non essere condivisa, ma io penso che la ricerca delle colpe individuali spetti al tribunale (non solo quello istituzionale, anche il tribunale della coscienza, se vogliamo, ed è ovvio che l’esito sia di condanna), mentre alla collettività competa un’indagine e, se possibile, un’azione che influisca sulle cause. E non possiamo capire le cause, se non capiamo gli assassini. Non possiamo neanche pensare di prevenire, se non ci abituiamo a scorgere la radice del male dentro di noi e lo vediamo sempre e solo negli “altri”.

* Dalla pagina FB ART Lista – Cologno Monzese

Colognosità e italianità


di Ennio Abate 

Questi 4 articoli, che ho pubblicato nei giorni scorsi su POLISCRITTURE COLOGNOM e altre pagine di social locali,  trattano di personaggi che recitano  in modi tragicomici il misero copione della  colognosità, che poi in fondo ha parecchio in comune con l’italianità. (Risalire fino al classico  Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani di Giacomo Leopardi? Perché no.) La colognosità – scrissi in un appunto di diario già nel lontano 1987-  è «una sensibilità verso il mondo.  Forse altri avranno parlato di “mentalità da servi”,  di “alienazione” o di “psicologia degli oppressi”. Fatto sta che la mia esperienza quotidiana con la gente che ha fatto e fa politica a Cologno Monzese (periferia di Milano), dove abito dal 1964 in partiti, associazioni culturali, liste civiche, etc. di qualsiasi colore politico mi ha  messo di fronte a numerosi e vari esempi di: doppiezze servili, tortuosità nel condurre  confronti e polemiche,  antintellettualismo esibito come un vanto,  invidie malcelate ma rivolte non contro burocrati più o meno arroganti, che si trovano  un po’ ovunque, ma proprio verso chi osi mettere in dubbio o criticare  i comportamenti e i codici da clan parentali o amicali che in politica sono pane quotidiano. E  nei molti decenni venuti dopo il lampo del ’68-’69 ho assistito al mutarsi di  ribellismi  e progressismi –  forme abbastanza false e con un fondo di malafede – in rassegnazione, in settarismi o in collaborazione subordinata ai potenti di turno (maggiori o minimi, locali o regionali o nazionali). E, dunque, allo svelarsi anche di una sfiducia profondamente impolitica sulla possibilità di costruire rapporti non esclusivamente gerarchici tra individui e gruppi  sociali.».  Negli articoli uso nomi e cognomi  di alcuni politici locali ma avverto che la mia attenzione critica  non è accanimento personale contro di loro  e  va alle maschere di ambigui interessi, desideri e bisogni sociali che essi forse inconsapevolmente esprimono. [E. A.] Continua la lettura di Colognosità e italianità

Ex area Torriani a Cologno Monzese. W la dittatura del Privato?

4 DOMANDE DI UN IMMIGRATO A COLOGNOM (DAL SUD O, OGGI, DA OGNI DOVE)

di Ennio Abate

Quello che  presento ai lettori di Poliscritture per discuterne anche con interlocutori più distanziati ed esterni è un caso di ristrutturazione di un pezzo di territorio urbano, simile a chissà quanti in Italia. Anche se caso locale, immerso nella vischiosa quotidianità di una città di periferia, il problema politico (chi decide? a vantaggio di chi?) si ripresenta in forme concrete ma non meno drammatiche o ambivalenti di quelle dei problemi generali. E impone al singolo e ai gruppi sociali oggi in grave sofferenza scelte e dialettiche non facili da dipanare: tra vecchio e nuovo, modernizzazione (di che tipo?) e conservazione (di che tipo?).  E’ possibile approfondirne il senso?   

1.
Dalla storia di questa città (tenendo presente il libro di Giovanni Mari: Nascita di una citta : trasformazioni urbane e migrazioni interne a Cologno Monzese, negli anni Cinquanta e Sessanta (*) vengo a sapere che i capitalisti “modernizzatori” – proprietari dei terreni agricoli di Cologno, immobiliari che edificarono palazzoni con regole da Far West, politici pur essi “modernizzatori” loro alleati) hanno costruito, sì, case servizi e scuole per i suoi abitanti – lavoratori in maggioranza immigrati con bisogni immediati – ma facendogli pagare il tutto a carissimo prezzo.
Risultato: i capitalisti si arricchirono 10 o 100 volte più di prima e i lavoratori (salariati o stipendiati) coi sacrifici di una vita hanno campato le famiglie e – al massimo e non tutti – sono diventati proprietari di qualche appartamento.
Era inevitabile che questa “modernizzazzione” di Cologno Monzese finisse 10 a zero (o quasi) a favore dei capitalisti?
È questa la giustizia sociale?

*(si scarica gratis a questo link: https://www.biblioteca.colognomonzese.mi.it/…/Mari…)

2.
Se il Comune (o Amministrazione pubblica) è sottomesso alla volontà della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, la quale «ha fissato una generale interpretazione a difesa della proprietà privata […] nei confronti della pianificazione pubblica» e proclamato pure che «il diritto di costruire (ius aedificandi) sia sempre connaturato alla proprietà» (Alessandra Roman Tomat di ARtlist), vuol dire o no che chi è già ricco ha via libera per arricchirsi ancor più e chi non è ricco né capitalista (e vive del suo lavoro) dovrà continuare a stringere la cinghia o indebitarsi o temere per il futuro suo e dei suoi figli?
È questa la giustizia sociale?

3.
Se di fronte ad ogni nuova opera che verrà realizzata sul territorio (di Cologno Monzese o di altra città) l’unica chanche [possibilità] concessa agli amministratori (e ai cittadini) è quella di contrattare con il privato al massimo «qualcosa di utile per la città» («verde pubblico, housing sociale, dotazioni ecc.» (popolarmente parlando: le “briciole”), il diritto degli abitanti di Cologno di avere un ambiente vivibile si ridurrà al lumicino. E la città continuerà ad essere modellata INNANZITUTTO e SOPRATTUTTO dagli interessi di chi vuole sfruttare il territorio per aumentare i suoi profitti.
È questa la giustizia sociale?

4.
In passato, amministratori e cittadini di Cologno – chi in nome del comunismo (PCI), chi del socialismo (PSI), chi della democrazia cristiana (DC) – hanno accettato un’idea rozza e unilaterale di “modernizzazione”: quella imposta dai capitalisti in nome dei loro “sacri profitti” e della “sacra proprietà privata”. Ed hanno collaborato – entusiasticamente o mugugnando – allo scempio urbanistico del territorio di Cologno.
Come? Sottovalutando lo sfruttamento dei lavoratori immigrati. Esaltando le “briciole” ottenute per il “pubblico” dai “privati”, ai quali concedevano in cambio massima libertà di edificare come meglio credevano.
Si sono poi giustificati – quando la festa del “boom economico” è finita – appellandosi alle “cause di forza maggiore”: l’assenza di Piano Regolatore, l’urgenza dei bisogni degli immigrati, ecc.
Oggi, in nome della democrazia leghista/fratellista, con questo progetto, «avveniristico, sostenibile e ambizioso» sulla ex Torriani Rocchi & C. faranno di meglio?

Alessandra Roman Tomat ha scritto: « Piano attuativo alla mano, il Sindaco dovrà dimostrarci come ci ha tutelato e cosa ha portato a casa per noi. Oltre alla (ovvia, non possono mica costruire con l’amianto tra i piedi!) bonifica. Con l’umiltà e la consapevolezza del fatto che, in questa partita, la città pubblica parte in svantaggio».
Ha ragione.
Sarebbe meglio, però, che anche sulla ristrutturazione della ex Torriani ci tutelassimo direttamente noi cittadini, mobilitando tutte le intelligenze e le passioni ecologiste presenti a Cologno.
Certo partiamo in svantaggio, ma non possiamo inchinarci davanti al feticcio della Proprietà Privata per un eccesso di “realismo”.
In fondo anche Davide partiva «in svantaggio» contro Golia. Lo riconosceva, però, come nemico. E lo combatteva come tale.

 

APPENDICE. SCAMBI SU PAGINE FB LOCALI

DA POLISCRITTURE COLOGNOM

Alessandra Roman Tomat

Mi sembra velleitario, a maggior ragione che non è riuscito in un caso molto più lineare (vedi lago Gabbana). Non si tratta qui infatti di un’area che va lasciata così com’è per cui mi metto per traverso e impedisco (o cerco di impedire) alla proprietà di fare. Qui si deve “fare” eccome … mica si può lasciare così. Ora, io non vedo in che direzione potrebbero mobilitarsi adesso i cittadini. Costringendo la proprietà (che ha comprato per costruire, che ripulisce per costruire, che bonifica per costruire) … a fare cosa di diverso esattamente?? Con che strumenti? Secondo te un gruppo di cittadini può imporre alla proprietà un’idea di città? Onestamente non credo. È la collettività organizzata che deve farlo attraverso le sue istituzioni. D’altra parte ti ricordo che più sindaci si sono succeduti e nessuno ha voluto o potuto attivare la bonifica indipendentemente dalla proprietà. Abbiamo dovuto aspettare questi signori. Lì si doveva approfittare per intervenire.
Questo è più che realismo: è storia.

Già è tanto, secondo me, se riusciremo ad esercitare una funzione di controllo. Ovvero sensatezza nelle scelte e qualcosa di serio per la città pubblica.

Ennio Abate

1. Velleitario organizzarsi come cittadini per controllare direttamente e eventualmente opporsi a trasformazioni negative dell’ambiente in cui devono vivere? Delegare ogni cosa alle «istituzioni»? Oh, bella almeno fino alla lotta contro la chiusura della Scuola d’italiano per stranieri pensavo che le due cose non fossero in contrasto.
2. Per me va benissimo il «controllo» dei consiglieri comunali di opposizione. Ma meglio se controllati a loro volta da un bel comitato cittadino o Forum, come almeno si tentò in passato. Non ci si lamenta di continuo dello scollamento tra istituzioni e gente indifferente o astensionista? Lo dobbiamo dare per acquisito e definitivo?
3. Ho detto che l’area ex Torriani « va lasciata così com’è»? Ho parlato di un gruppo di cittadini che deve mettersi di traverso e costringere la proprietà privata a fare magari un parco o un centro sociale per i giovani?
Certo sarebbe sicuramente un progetto preferibile al misterioso (per ora) progetto «avveniristico, sostenibile e ambizioso» su cui tu stessa hai espresso dubbi.
Ma ho riconosciuto che i tempi sono duri e condiviso – come tu hai scritto – che «la città pubblica parte in svantaggio». Non ti seguo, però, nella piega rinunciataria e minimalista che ora il tuo discorso sembra prendere.
4. Questa città non ha bisogno di servizi? Gli abitanti che vengono sfrattati non hanno bisogno di case a canoni calmierati? Non possiamo imporre alla proprietà la “dittatura del proletariato” colognese, ma se già si parte dicendo che una prospettiva altra e più giusta anche sulla pianificazione e lo sviluppo di una città è irrealistica, lasciamo lavorare Rocchi in santa pace e andiamo a dormire.
5. Non devi ricordare a me che « più sindaci si sono succeduti e nessuno ha voluto o potuto attivare la bonifica indipendentemente dalla proprietà» ma chiederne conto ai loro eredi presenti in consiglio comunale.
Per ora buonanotte.
DA SEI DI COLOGNO SE…
Maurizio Garoglio
Caro Abate quando si dice che la nostra costituzione parte liberale e dopo la virgola diventa socialista non si dice certo una bugia, è scritta a quattro mani e si vede. Il buongoverno di Rocchi per certe cose si vede, è certo manutentore migliore di tutti i precedenti, per altre si vedrà. La cosa certa è che eredita un malgoverno da manuale, che ha lasciato cicatrici permanenti e guai a non finire. Altra cosa abbastanza sicura è che gli autori dello scempio non riescono proprio a capirlo, se sarà buongoverno vedremo, la cosa certa è che altrimenti ci vorranno forze e idee da qualcuno di diverso dagli eredi del misfatto precedente, con nuove idee e capacità, come valori quelli liberali ad oggi restano insuperati, si tratta solo di scegliere l’esecutore migliore. I grovigli sintattici sono ben opinabili, le sciocchezze certe e indiscutibili. Il problema non è certo stato la costruzione di una potenza economica quasi liberale quanto che la parte pubblica è stata generalmente pessima, per la sua natura intrinseca, socialista e confessionale, ed è quella la parte da combattere e vincere. Quella parte che non ha ancora capito di essere l’origine dei guai, se pensi a Davide e Golia fai parte del problema, la soluzione viene da chi pensa che Noi della specie umana siamo destinati al rispetto dei diritti fondamentali e alla ricerca della felicità e cercheremo una soluzione felice per tutti. Anche se vi “ucciderà”, che felicità e prosperità vi sono tossiche e le combattete con tetragona costanza, per esperienza più non vi piacerà tanto sarà migliore.
Ennio Abate
“la parte pubblica è stata generalmente pessima, per la sua natura intrinseca, socialista e confessionale, ed è quella la parte da combattere e vincere” ?
Beh, gli esempi che anche la parte privata sia stata “generalmente pessima” sono abbondanti. Magari sostenuta o lisciata anche dalla parte pubblica. E la storia di cementificazione di Cologno lo dimostra. ( Se hai avuto tempo di leggere Nascita di una città di Giovanni Mari (scaricabile gratis da questo link: https://www.biblioclick.it/…/catal…/D_CDIG_LNK_DET.do…).
Per me, che mi rifaccio ancora a Marx, non è questione di pubblico o privato ma di macchina del Capitale, che si serve sia del privato che del pubblico per imporre il suo dominio economico e una società modellata sul primato del Profitto. Ma, come ho scritto rispondendo ad Alessandra Roman Tomat su POLISCRITTURE COLOGNOM sulla questione dell’area ex Torriani non è tempo di dittatura del proletariato colognese, ma neppure sono disposto ( e spero di non essere il solo in questa città) a gridare W la dittatura del Privato o a sopportare che la meritevole eliminazione da parte dell’acquirente dell’amianto da quell’area debba ottenere in cambio libertà incondizionata di edificazione anche ai danni della vivibilità per tutti di questa città.
E qui a chi non vuole cedere alla dittatura del Privato viene in aiuto – guarda un po’- proprio la Costituzione e quell’articoletto 42 che ti ho copiato. Mi pare che valga la pena di usarla e con intelligenza, magari proprio per realizzare quel buon governo del sindaco Rocchi, che per il momento proprio non si vede.

Cologno Monzese, la Lega, l’opposizione. E noi?

Honouré Daumier, Les joueurs d’échecs

di Ennio Abate

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Notizie dalla cittá: le elezioni comunali a Cologno

 di Donato Salzarulo

«Pertanto, a uno principe è necessario sapere bene usare la bestia              e l’uomo.» (N. Machiavelli, Il principe, cap. XVIII)                                                                                       

1.-Sono tornato in questa città il 13 settembre. Sono tornato per votare il 20 o il 21. Dovevo far sentire forte il mio NO alla “riforma costituzionale” stracolma di antipolitica e dovevo votare per il candidato Sindaco e il rinnovo del Consiglio Comunale.

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Notizie dal paese (2)

Bisaccia, Salita Scalelle

di Donato Salzarulo

La notizia è questa: il pomeriggio di lunedì 27 luglio, Giuseppe Provenzano, Ministro per il Sud e la coesione sociale, accompagnato da Franco Arminio, poeta e paesologo, suo consulente, girava informalmente per strade e vicoli di Bisaccia vecchia. Ero appena tornato da Castelbaronia e gli sono stato un po’ dietro. L’ho visto salire per un breve tratto delle Scalelle, poi ritornare e infilarsi in Via Forno Giardino. È entrato nello studio d’arte di Pietrantonio Arminio, ha fatto una foto-ricordo con gli iscritti al PD, si è fermato a parlare con una famigliola napoletana venuta in vacanza qui ed è sceso per via Cittadella…

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Oggi parliamo di Cultura

di Samizdat Colognom

 Con la modernità, in cui non smettiamo di accumulare, di aggiungere, di rilanciare, abbiamo disimparato che è la sottrazione a dare la forza, che dall’assenza nasce la potenza. E per il fatto di non essere più capaci di affrontare la padronanza simbolica dell’assenza, oggi siamo immersi nell’illusione inversa, quella, disincantata, della proliferazione degli schermi e delle immagini.

Jean Baudrillard, "Il Patto di lucidità o l'intelligenza del Male" (Raffaello Cortina)

Lettera aperta ad Alessandra Roman e alla sua coalizione

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Colognom. Vicinanze e distanze

di Ennio Abate

Seconda risposta a Donato Salzarulo

 «Chi ai nostri giorni voglia combattere la menzogna e l'ignoranza e scrivere la verità, deve superare almeno cinque difficoltà. Deve avere il coraggio di scrivere la verità, benché essa venga ovunque soffocata; l'accortezza di riconoscerla, benché venga ovunque travisata; l'arte di renderla maneggevole come un'arma; l'avvedutezza di saper scegliere coloro nelle cui mani essa diventa efficace; l'astuzia di divulgarla fra questi ultimi».

(Bertolt Brecht, «Cinque difficoltà per chi scrive la verità») 

Caro Donato,
dopo il tuo intervento (qui) rilancio ancora:

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“Un vento gentile soffia su Cologno”, ma le scarpe sono “rotte” o no?

a cura di Ennio Abate

Miseria della politica e speranza di cambiamento in un città di periferia, dove abito dal 1964. Pubblico un mio intervento critico, una mail dell’amico Donato Salzarulo, la mia replica e, in Appendice, le reazioni di vari amici e amiche su una pagina FB locale, Cologno Outside. Mi attendo approfondimenti, ma vanno bene anche ulteriori polemiche [E. A.]

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29 maggio alle ore 07:24Ennio Abate‎ aPOLISCRITTURE COLOGNOM29 maggio alle ore 07:19

SAMIZDAT COLOGNOM

SPIACE DIRLO: A COLOGNO ABBIAMO LA STUPIDITA’ AL GOVERNO E UN’OPPOSIZIONE ABBAIANTE

Succede che il sindaco uscente leghista Rocchi si fa fotografare con tanto di gonfalone cittadino bene in vista insieme ad una giornalista locale, Jacqueline Allemant, sua servizievole fan. Lui ha la mascherina d’ordinanza anti Covid-19. Lei s’è messa una mascherina-museruola con su la scritta (famigerata per chi un po’ di storia italiana del Novecento l’abbia masticata) “Boia chi molla”. E la foto compare sui social colognesi. Succede anche che, non contenta di questo, la stessa Jacqueline Allemant pubblichi un altro selfie: lei e la vicesindaco di Cologno, Tesauro, entrambe con le mascherine-museruole e il “boia chi molla” bene in vista.

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