Da “A vocazzione”

Narratorio. Capitolo I

 

di Ennio Abate

Penso alla mia vocazzione di ragazzo. Volevo farmi prete. Mi dico: è rimasta là, nel tanfo di un cesso di parrocchia che frequentai per una decina d’anni. Ah, quel cesso! Contiguo alla saletta delle adunanze. Stentatamente illuminato da una vecchia lampadina. Un globo vetroso ingiallito e punteggiato di macchioline scure. Vado a raccoglierla. Perché dovrei lasciarla là? È stata mia. Ci torno. Non chiedetemi come.

All’esterno della porta, nella penombra, gocciola un rubinetto a vite. Non si chiude bene. Rumori mi mettono ansia. Ragazzi che conosco arrivano sudati e di corsa. Tastano alla cieca. Gli occhi abbagliati dal sole là fuori. Trovano il rubinetto, girano la manopola, si dissetano inclinando – lo so bene – le facce accaldate sotto il getto d’acqua. Li sento ansanti. In lotta tra loro. Poi battono alla porta del cesso facendomi fretta.

Al pomeriggio. Da stordito e in fretta ho fatto i compiti di scuola. Assieme a questi ragazzi, nati come me durante la guerra, ora vado in parrocchia. Di Via Sichelgaita quanti siamo? Io, mio fratello Eggidie, Gianni Ferrara, Rosario Iemma, i due Martino, i due Imbimbo. Quando vado a chiamare i due fratelli Imbimbo, mi devo preparare. La loro madre ha quello sguardo triste. Mi fa vedere sempre l’umido del muro del loro scantinato coi letti ammonticchiati e poca luce.

Il nostro nella parrocchia è il Gruppo Tigrotti. Quando vado in San Domenico – che poi Domenico è il nome di mio padre – dimentico subito le ore di scuola al mattino. Dalle monache. Le monache mi fanno paura.  Qui invece mi sento tranquillo. Ci distraiamo con poco. Giochiamo a pallavolo nel campetto accanto alla chiesa. Polvere. E noi la solleviamo in nubi quando giochiamo. Il campetto è circondato da muri. Su due lati altissimi. Meno alti verso la strada e la piazzetta. Il pallone a volte vola fuori. Uno di noi corre a raccoglierlo. Nelle pause della partita do un’occhiata alla scalinata. Porta all’ingresso della chiesa. La faccio spesso di corsa. Prosegue più stretta anche a sinistra. Lì c’è una cappella. Ha un portone sempre chiuso a chiave. in tanti anni che frequento la parrocchia siamo entrati per sentir messa lì una volta o due. Ci sono scranni di legno pesante e scuro e la luce viene solo dal portone e dalle candele sull’altare. Se non fosse per la gente che fa rumore, mormora, tossisce, avrei paura a entrarci da solo. Accanto alla cappella un altro portone. Sempre aperto. È l’ingresso della caserma di polizia. C’è una sentinella nella garitta. Sempre. La guardo e non la guardo. Una statua ostile. A volte adulti entrano ed escono da quel portone. Con volti torvi o preoccupati.

Altre ore le passiamo seduti a gruppi in chiesa. Tra le panche lunghe impariamo a memoria il catechismo. Poi a messa la domenica. Mi pare di commuovermi. La piccola folla dei parrocchiani mormora le Ave Maria, si alza, si siede, s’inginocchia. A Pasqua canta pure il Pange lingua. La folla pare avvolgermi con quella nenia lenta. Pare pure che gli occhi di tutti guardino proprio me, mio fratello e gli altri ragazzi. Noi siamo sul presbiterio che ha le colonnine di marmo colorato. Siamo un quattro o cinque gradini più in alto rispetto alla folla. Stiamo seduti. Su due file di sedie impagliate. A sinistra dell’altare. Le ragazze stanno di fronte. Sulla destra. A pochi metri da noi. So e non so che sono lontanissime. È la folla, lì in fondo alla chiesa, che mi attira e mi domina. Mi impone di non guardarle, di abbassare gli occhi, di volgerli soltanto verso l’altare. Verso i fiori o il tabernacolo. O verso ronnEnze, che sale lentamente i gradini, s’inchina, si volge, fa nell’aria il segno della croce.

Dritto verso l’altare maggiore. Salgo i sei gradini. Inginocchiarsi. Veloce segno della croce. Entro nella porta a sinistra. La sacrestia, dopo l’angolo dove pende la fune per suonare la campana, è dall’altra parte, sulla destra. Ecco lo stanzino cieco. Alcune volte, in pochi, aspettiamo che arrivi lì a signurine D. Per interrogarci sul catechismo. Al muro un manifesto. La faccia dura d’un soldato con l’elmetto. Una scritta, un comando. La parola ‘Patria’. Poi, dopo altri quattro gradini, il salone lungo e abbastanza largo. Serve al parroco. Al mattino è lì che indossa i paramenti prima di dire la messa. Qui dentro una volta proiettarono un film per noi ragazzi. Coprirono con tende i finestroni e spensero le luci. Fu il primo film che vidi. In bianco e nero. Non davo importanza al titolo. Non sapevo i nomi degli attori. Distinguo spade, lance, corazze, cavalli e cavalieri del Medioevo. Parlano ma non capisco di cosa. Combattono. E mi batte il cuore. Un’altra volta, sempre in questo salone, facemmo una recita. È sempre a signurine D che ci prepara. Ci fa ripetere le parti. Ancora a memoria come per il catechismo. Io sono il narratore. Introduco la favola. Fingo di suonare una fisarmonica e cantileno: «Buonasera, buonasera, o miei signori./ Lo spettacolo annunciato/ è già quasi incominciato./ Dei grandi attori certo noi non siam./ E vi preghiam di non fischiar». Si parla di un re. Il re è Filodemo. Sì, l’amico del popolo e mio. È ammalato, ha un pancione enorme che lo fa soffrire. Alla fine, Gianni, che fa la parte del medico, punge con uno spillo il palloncino-pancia e lo guarisce. Da adulto ho saputo che il ritmo di quella cantilena era quello di «Rosamunda». Una polka famosa durante la Seconda guerra mondiale. Ho letto pure che «il motivetto nei Lager nazisti era diffuso in precisi momenti della giornata, soprattutto a Auschwitz. Al suono di questa allegra marcetta i detenuti del campo di concentramento venivano condotti ogni mattina a centinaia per volta – e rigorosamente in fila – per essere gasati e poi bruciati (Primo Levi: “Se questo è un uomo”)».

Più oltre. La saletta quadrata. Qui facciamo le adunanze. Sempre con la signurine D e qualche volta ronnEnze. Fanno dei discorsi e noi ascoltiamo. Ma soprattutto aspettiamo di giocare a calcetto o a ping pong. Ore e ore. La luce è sempre poca. Viene solo da due finestroni coi vetri sempre chiusi. In alto, là, su una parete bianca. Quando il cielo fuori è grigio, bisogna accendere le lampadine. Anche di aria ne circola poca. Non ci badiamo. Siamo attirati dal tavolo del ping pong. Aspettiamo che due di noi finiscano una partita per afferrare noi racchette e pallina e cominciare la nostra partita. Devo ricordare per la seconda volta il cesso. Prende l’aria dal mezzanino che sbocca in questa saletta. Quando uno ci va per un atto grosso, la puzza la sentiamo. Facciamo finta di niente.

In questa sala quadrata ogni gruppo – il mio, lo sapete, è il Gruppo Tigrotti – ha inchiodato al muro il suo tabellone rettangolare di masonite. Circa due metri per uno e mezzo. Sono di color marrone scuro. Prima di fissarli al muro, abbiamo disegnato con matita, riga e squadra delle cornici. Alcune piccole annidate in quella più grande che sfiora i bordi del tabellone. Le ricopiamo da un libro che ne ha tante nelle sue pagine: piene di spigoli,  barocche. L’ha portato in parrocchia uno studente sui diciotto anni. Questo libro dobbiamo trattarlo con cura. Noi ammiriamo il libro e invidiamo il giovanotto. Perché il libro è di sua proprietà. E perché frequenta il liceo artistico, che si trova solo a Napoli e non a Salerno. Napoli per noi è soltanto un nome. Una città ignota, lontanissima, irraggiungibile.

Per preparare il nostro tabellone di gruppo dobbiamo fare con grande precisione alcune operazioni. Diventa una gara.  Tracciato sulla masonite il disegno a matita, su di esso incolliamo striscette di carta lucida di vari colori. Ne vende in grandi fogli arrotolati il cartolaio di Via Vernieri. Da questi bisogna ricavare, tagliandole con una lametta da barba, delle strisce spesse un centimetro. Le incolliamo poi meticolosamente. La colla è in piccoli barattoli cilindrici. Ha sapore e odore di cocco. Inchiodato il tabellone al muro, negli spazi vuoti dalle decorazioni appendiamo dei foglietti scritti a mano. Ci sono i nomi dei partecipanti al gruppo e gli avvisi. Ogni gruppo vuole che il suo tabellone sia il più bello. Ci sono alcuni pronti a criticare e sbeffeggiare. Filodemo ha appeso al muro anche una scatola di cartone di sua invenzione. È il giornale murale. Due manovelle ai lati della scatola fanno andare su e giù un rotolo di carta e nel riquadro – come oggi sul PC – scorrono gli articoli. Sono per lo più brevi temi o pensierini scritti da quelli che vanno bene in italiano.

*

Il ragazzo che sta – sì, non è detto con eleganza – nel cesso e ne assorbe il tanfo è Chiero. Assorbe di quella chiesa pure gli odori di altri spazi chiusi, umidi e non ventilati. E il dolciastro dei fiori che il sacrestano prepara dietro l’altare per la messa della domenica e i giorni di festa. Ogni tanto anche per un funerale. Gli incensi che fumano dal turibolo a Pasqua o attorno alle bare lo immalinconiscono. Là dentro, però, Chiero assorbe negli occhi anche gli squarci di luce. Penetrano dalla porta laterale dell’ingresso. Quando qualcuno l’apre e fuori c’è sole, un parallelepido luminoso e netto s’incunea deciso nella penombra e nel silenzio. Ma luce viene anche dalla vetrata a cilindro sormontata dalla piccola cupola. E poi ci sono tutte le luci tremolanti delle candele sull’altare maggiore e sui laterali. Chiero assorbe ancora gli scuri colori seccati dal tempo dei quadri settecenteschi. È una spugna volenterosa e tenace Chiero. Assorbe  tante voci. E pure le regole della signurine D. Lei ci sa fare. Non lo spaventa come le suore della scuola. È meno severa, quasi affettuosa, alla mano. Chiero si trova bene con lei e in mezzo a questi ragazzi.

Esce dall’isolamento sofferto nei primi mesi, quando, finita la guerra, la sua famiglia – lui, Eggidie, sua madre e suo padre – era appena arrivata da Casebbarone nell’appartamento di Via Sichelgaita. La domenica in chiesa ci vengono anche suo padre e sua madre. Della gente che abita nelle palazzine vicine ci vengono i Ferraro, gli Iemma, la signora Martino, i Bonomo, i Forte. Non ci vengono i Sassone, i Giarletta, i figli maschi dei Bonomo. E poi dalla villa vicin’ao passaggie a livell’e ci viene il sindaco Buonocore con la sua famiglia. E dalla caserma di fronte alla chiesa il colonnello Porta con moglie, i due figli e la figlia. E i Manconi. E la famiglia ro Pisciottese. E la madre e la sorella di Filodemo. E i Barletta. E la famiglia del medico Budetta. E la famiglia Aurucci. Ma non le figlie del fruttivendolo di Porta Rotese. Ci vengono – li va a chiamare e spesso a svegliare lui casa per casa – anche alcuni dei ragazzi di via Sichelgaita che fanno parte del Gruppo Tigrotti. Ma non sempre gli Imbimbo. E mai a famiglia ra Sguaiat’e. Chiero farà per anni vita di parrocchia. E per anni conoscerà con gli occhi quel pezzo di SA più di altri. La strada da casa a Sante Ruminiche la fa avanti e indietro anche più volte al giorno. E conosce pure l’aria dei vicoli circostanti. La respira di più a forza di correrci con gli altri in continue gare dietro a Filodemo. Che è il più allenato e veloce.

Prima finestra

Chiero, cioè chi-ero. Chiero è un personaggio. Chiero è un personaggio vero e inventato. Chiero è un personaggio inventato per avvicinarsi al chi-ero vero in quegli anni definitivamente passati. Il chi-ero vero o odi memoria o quasi reinventato di quegli anni passati potrebbe non interessare chi sta leggendo. Smetta subito. Non mi rivolgo a chi pensa che l’esperienza - sua o di altri - non sia quasi mai significativa e non convenga occuparsene. Scrivo, invece, per cercare (senza garanzie) un significato possibile nell’esperienza mia e di altri. E lo faccio interrogandomi, attraverso la maschera di Chiero, su chi-ero e chi-erano quelli/e con cui vissi. Ma anche tenendo presente chi-sono (o credo di essere) e chi-sono (o credono di essere; o credo siano) quelli con cui vivo mentre scrivo. Compreso chi sta leggendo queste righe. O i tanti che  non ho incontrato e mai incontrerò. Domanda: la maschera è proprio necessaria? Sì e no. Tanto io, che un po’ ho ancora in testa l’eco di tanti discorsi (ascoltati, letti) sul narratore onnisciente e no, sul mascherare per dire di più o per nascondere, sull’io che si maschera anche quando dice ‘io’, sulla probabilità o improbabilità di raggiungere (con il pensiero, la parola o il narrare) un qualsiasi chi-fu o chi-è, mi regolerò di testa mia.

Ogni tanto ronn’Enze viene per qualche mezzora in mezzo ai ragazzi. Chiero lo osserva intimidito e sospettoso. Basso, robusto. Una testa squadrata. La barba, spesso non rasata, ha peli corti e fitti. (E la voce?). È burbero. La sua mano – correvano a baciarla quando l’incontravano per strada – odora e puzza: di confettini alla cannella e forse di piscio. Come un po’ quelle di sua nonna. Chiero anche di ronn’Enze sente soprattutto gli odori. È come i suoi amici di parrocchia voglioso di sentire. I ragazzi del dopoguerra, dice zi Assuntineso cumm’e animalucci’e. Un po’ selvatici. Chiero non entra in confidenza con ronn’Enze. Gli resterà estraneo. Un saluto ossequioso e alla larga. Così con gli zii di paese e i padri dei suoi amici del Gruppo Tigrotti. Chiero è tranquillo quando attorno gli stanno sua madre, le zie, le cugine.

E ora la signurin’e D. In parrocchia lei è sempre con i ragazzi. Se ne cura. Li ammaestra. Perché è una maestra delle elementari. Non sposata. Vive con la sua unica sorella, che è invece sposata e ha un bimbo. Stanno nell’appartamento vicino a quello dei Barletta a cento metri dalla chiesa. E Chiero la domenica mattina passa a chiamare Mario e Ugo Barletta. Poi bussano alla porta accanto e aspettano la signurine D per andare tutti insieme a messa chiacchierando. Dalla voce di lei, dai canti, dal catechismo, dal libretto di meditazione, che Nannine subito gli ha comprato, Chiero impara le nuove parole: ‘peccato originale’, ‘immacolata concezione’ ‘purezza’, ‘vette scintillanti’, ‘sorgenti d’acqua pura’, ‘Dio’, ‘Gesù’, ‘Madonna’, ‘ santi’, ‘Diavolo’, ‘inferno’, ‘tentazioni’, ‘ubbidienza’, ‘fioretti’. Con esse entra in un mondo particolare e separato. É quello, caldo e spirituale, della parrocchialità. Diverso di poco da quello freddo e allarmante della scuola delle monache. Chiero non saprebbe dire quel che gli succede quando passa dall’uno all’altro. (Nessuno glielo chiede). Sente con forza una cosa: non è più quello dei genitori o dei parenti di Baruniss’e. Qui – prima di tutto – non si deve usare il dialetto ma l’italiano. E le parole – ‘o maccatur’e’, ‘e piccirille’, ‘abbasci’o vallone’, ‘e purtuall’e’, ‘e cerase’, ‘a vacche’, ‘o puorche’, ‘o sorice’, ‘a miciolla’,, ‘o cilluzz’e’ – vive, chiare, pronte a uscire dalla bocca, diventate facilmente sue  quando era in campagna coi cugini, di colpo non ha più motivo di dirle. In parrocchia e a scuola dalle monache vanno evitate. Altre poi ne sta imparando dai ragazzi di via Sichelgaita. ’Mannaggi’a maronne’. Quando vanno per i prati. ‘D’int’a pucchiacch’e e sorete’. O giocano al Giro d’Italia nella pista a serpentina tracciata col gesso sulle mattonelle del marciapiedi. ‘Puozz’itt’a o sanghe’. E si inginocchiano o accosciano per far scorrere in avanti, con uno scatto del pollice trattenuto dall’indice, i coperchi delle scatole di *cromatina* riempite di catrame. ‘Ma vaffan’ cule’. Ogni ragazzo ha incollato sul suo la figurina del ciclista che gli piace: Bartali, Coppi, Magni, Koblet, Carrera. Ma, quando stanno in parrocchia, a scuola dalle monache o tra gli adulti, quelle parole sono proibite. Non si dicono. Scacciate da quelle imparate in parrocchia. E da quelle che in classe le monache ripetono: ‘errore ortografico’, ‘bella copia’, ‘insufficiente’, ‘in riga per due’, ‘silenzio’.

Chiero e gli altri ragazzi stanno cambiando. Per i parenti di Baruniss’e non sono già più e guagliuni. Sono e sturient’e. In parrocchia, arrivati bambini e incasellati in gruppi a seconda l’età, sono fiamme tricolori (‘bianche, ‘verdi’, ‘rosse’). Crescendo, saranno aspiranti di Azione Cattolica. E poi juniores, come Filodemo. E poi seniores come il sindaco Buonocore. Hanno il distintivo da mettere all’occhiello della giacca. Imparano e cantano in coro «Qual falange di Cristo Redentore/la gioventù Cattolica è in cammino». Chiero si sente in imbarazzo quando grida assieme agli altri «falange», «arditi della fede», «in alto i cuori». Non capisce che vogliono dire quelle parole, ma si ritrova nell’entusiasmo del coro. Impara a memoria. Come col catechismo. Segue il ritmo che la signurine D scandisce, insistendo che ripetano più volte. E il significato non c’è. Forse si svelerà col tempo. Forse deve restare oscuro. È il ‘dopoguerra’. Anche questa parola resterà a lungo senza significato. Non è possibile chiedere agli adulti. Né sapere da loro di altre parole che usano abbassando la voce. ‘Tene nu tumore’, ‘ Eh, sì, è rimaste ‘ncinte’, ‘Sta ‘n carcere’. Le parole si dicono, si ripetono, si possono solo assorbire. Lavorano dentro. Col tempo Chiero capirà che a tenerle dentro e in tante senza intenderne i significati è una cosa triste. Ma Baruniss’e e Salierne – capirà – resteranno i luoghi dove  le cose lui le sentirà o le proverà o le spierà. Ma non potrà spiegarsele, chiarirsele. Eh, sì, anche questa impossibilità farà crescere la sua vocazzione.

Così un eccitamento strano viene dallo spiare per qualche attimo la piega bianca del seno della signurine D. Come qualche volta era venuto alla vista di quella del seno di sua madre che si piegava per prenderlo in braccio.  La signurine D è seduta davanti a un tavolo e parla (ma cosa dice? qual è più la sua voce?) al gruppo degli aspiranti seduti di fronte a lei. Budetta fa cadere un fazzoletto a terra, si piega per prenderlo, le guarda le gambe, fa lo scemo. C’è un turbamento. Qualcuno ridacchia. È forse un altro tipo di gioco, diverso dal ping pong. Diverso anche da quello che la signurine D fa fare, quando insegna a Chiero, a Gianni, a Mario come diventare chierichetti e servire la messa a ronn’Enze. Da quando ha cominciato a servir messa, Chiero sente ancor più la carezza degli sguardi della folla domenicale. Il chierichetto è già uno più bravo degli altri ragazzi che non vogliono imparare né il catechismo né a servir messa, ma vengono per giocare a ping pong e a pallavolo. Finita la messa, Chiero con altri due o tre corre a prendere in pasticceria la brioche messa da parte da Califano per la colazione del parroco. Sta già così diventando più bravo degli altri.

In questa parrocchialità, dunque. In quest’angolo quasi al buio del corridoio antistante il salone delle adunanze. Per un bel po’ di anni. Tra il 1946 e il 1956. Un rubinetto cola un filo d’acqua fresca ma nel tanfo della latrina. Non dimenticarlo, Chiero, quell’ improvviso, doppio, disordinato, impellente spasimo: di bere e, assieme, andare di corpo. Ascoltate voi…senza ridere, eh!

8 pensieri su “Da “A vocazzione”

  1. Bello. Un frammento di un mosaico da portare avanti … e forse fin anco da approfondire senza timore in qualche sua parte. È la memoria di un’Italia ormai scomparsa ma che è necessario ricordare. I giovani fanno fatica a comprenderla molti di noi preferiscono dimenticare. Noi crediamo al vizio della memoria.

  2. …grazie Ennio, una scrittura molto forte! Quello stratagemma del nome Chiero per raccontarsi, ma anche per prendere le distanze e poter manifestare verso se stessi tenerezza, comprensione, ma anche sconfessarsi…Certo il Dopoguerra ne offriva di situazioni per i preti, e il loro partito, di racimolare vocazioni e proseliti…Le suore poi facevano il resto, completando il lavoro…Una società “educante” mono-direzionale. Per fortuna Chiero e gli altri ragazzi avevano anche dei sani anticorpi e qualche rivincita se la prendevano…Comunque insieme al veleno c’era anche il miele e Chiero sapeva in fondo quello che voleva: beveva acqua fresca e subito andava di corpo.
    Una piccola divagazione: oggi sembra ancora più difficile per i nostri giovani trovare il modo di abbeverarsi di acqua trasparente e scaricare tutto il resto…nel cesso per ore e ore

  3. Chiero compare circa a metà del testo. Prima la memoria scorre da sola, ricostruisce abituali percorsi, nomi, ambienti. Stati d’animo: ansia e paura, i luoghi scuri, l’aperto il chiuso, l’andare libero e quello cauto. Incertezze riguardo gli adulti maschi, volti torvi e preoccupati dal commissariato, il capo squadrato e la barba del prete, tranquillità in compagnia femminile di madre zie cugine la insegnante di catechismo.
    Sensazioni: odori, “sentire” tutto come animalucci, fiori e tanfo, qui l’Autore adulto si fa vivo sforzando il racconto, non solo inserendo la spiacevolezza di odori e di atti, ma addirittura chiudendo tutto il testo fra il cesso iniziale e l’andare di corpo alla fine. Perché questa scelta? Due motivi, per ora: ricerca di naturalismo, dichiarazione di opposizione alle belle lettere.
    Chiero compare insieme al Narratore, chi sono io che scrivo (scherzo: potrebbe essere un altro personaggio, Sonio) di un me che ero? dove realtà, dove finzione, dove ricostruzione e/o sovrapposizione? Sono questioni, reali nella scrittura, da affrontare razionalmente, e
    infatti a questo punto del racconto Chiero è quasi un giovinetto, che si affaccia sia pure primitivamente al linguaggio e alla ragione, alla ambizione, ai significati, a un corpo che offre più di quello che immaginava.
    Ed ecco la scena finale, in cui il passaggio acqua-evacuazione segna la traiettoria futura tra il nuovo e il liberarsi dell’antico.
    (Continua…)

  4. “inserendo la spiacevolezza di odori e di atti, ma addirittura chiudendo tutto il testo fra il cesso iniziale e l’andare di corpo alla fine”.

    Questo è solo il primo capitolo. Più avanti (continua, infatti) si chiarirà perché “a vocazzione” è chiusa tra cesso e andar di corpo. Non solo per “ricerca di naturalismo” o “dichiarazione di opposizione alle belle lettere”.

  5. Attualissima scrittura “touch screen” con rapida successione di immagini ( da punto a punto). Aggettivi quasi a zero. Si conferma che Ennio Abate è attentissimo alla forma-linguaggio, più di quanto sia disposto ad ammettere. Io che bazzico “la setta” apprezzo questo modo di scrivere, rapido e frammentato.

    L’attenzione al contenuto – a quanto pare l’io svolto in psicanalisi ha diritto di ospitalità nelle questioni del “noi”– per quanto comporti il rischio di un deragliamento verso l’odiato individualismo (l’esito dell’indagine introspettiva non può darsi per scontato) e dunque stiamo a vedere. Non si capisce? Ma sì, che si capisce.

    Tutto sembra far pensare ai preparativi di una miscela esplosiva. Il passato, come fiume in piena risale il tempo, fin qui a rivendicare i suoi diritti; prevedo una barca traballante, se non altro per tutte le rinunce che la ragione e il buon senso, la buona/cattiva educazione, compreso “compagni” e compagnia bella. Di nuovo, non si capisce?

    La totale sottovalutazione dell’intelligenza creatrice e artistica, fa sì che l’arte sia da praticare in luogo a se stante: come in chiesa si va a pregare, o in discoteca per ballare. Perché poi toccherà alla ragione del vescovo di dare o non dare l’assoluzione. Gli altri hanno la testa tra le nuvole.

    1. Lucio, non ho mai capito da cosa tu abbia dedotto che io non sarei disposto ad ammettere l’importanza della forma e del linguaggio (o dell’estetica), visto che tu stesso riconosci che nella mia pratica di scrittura la curo, diciamo, *abbastanza*. Per il resto spero soltanto di riuscire a trovare il tempo per completare almeno alcune sezioni, come questa, del mio *narratorio*.

  6. …il racconto dice molto di più di quello che dice. Come criptato, in attesa di una chiave di lettura…Certo disegna la mappa di un territorio, come una ragnatela, al cui centro c’è la parrocchia e soprattutto la chiesa, dove alla messa domenicale si contano le pecorelle fedeli (gli insetti irretiti?) e quelle smarrite (i famigerati comunisti che mangiavano i bambini?)…Chiero , anche se il suo corpo ha delle naturali reazioni di repulsa, è preso anche più degli altri: paura ( e attrazione) dei luoghi che richiamano il senso della morte, come la cappella…il trasporto emotivo nei riti e cori religiosi…ancor di più quel senso del mistero e di sfida che deriva dal non riuscire molte cose a “…spiegarsele, chiarirsele”. Così “matura” una “vocazzione”…Per il seguito sono d’accordo con Mayoor: “Tutto sembra far pensare ai preparativi di una miscela esplosiva”…

  7. Caro Ennio,
    ho letto la prima parte rielaborata della “Vocazzione”. Ebbene, la sua redazione precedente era già in italiano, eppure questa mi ha fatto un effetto strano, come se la leggessi in italiano per la prima volta. Ho indagato il motivo e l’unica spiegazione che ho trovato è che, avendo letto, le altre volte, tutto il testo di seguito, la seconda parte rifletteva a ritroso sulla prima l’uso del dialetto, dandomi l’impressione che anche la prima parte fosse scritta in dialetto, e questo mi impediva di entrare in sintonia con la narrazione dei tuoi primi passi verso la meta sacerdotale.
    Questa volta la tua esperienza mi è parsa appropriabile da chissà quanti ex bambini, ex fanciulli, ex ragazzi e naturalmente ho trovato tante coincidenze con la mia, che al tempo delle altre letture non mi erano venute in mente. Strano, questo. La tua narrazione mi pareva una costruzione interessante sociologicamente e antropologicamente, umanamente accattivante, ma a me sostanzialmente estranea. Invece, stavolta mi è venuto in mente chi ero io quando avevo quella età, chi ero in quel dopoguerra, chi ero nella partecipazione al catechismo, alle messe, chi ero quando anche io ebbi la occasione di fare il chierichetto e come risentivo della vita di paese o di quartiere o di famiglia di quell’epoca.
    La segmentazione della prosa e relativa paratassi mi sono parse molto azzeccate per questa parte della narrazione, e fanno sì che si percepisca come rapido, fatto di cose tutte concrete, lo scorrere di quel tempo, e che la vicenda e l’ambiente si dilatino epicamente, proprio per la minuziosità della rievocazione.
    Insomma, sarà un originale e coinvolgente bildungroman.
    Un abbraccio

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