Memoria politica e critica dell’ideologia nella poesia “Anni Settanta” di Ennio Abate

di Erminia Passannanti

Nel recensire “Anni settanta” (qui) dell’amico Ennio Abate, vorrei rivolgere l’attenzione innanzitutto allo stile e al messaggio, alle contraddizioni e alla materia storica che attraversa questa sua poesia, lasciando sullo sfondo la stima verso l’intellettuale impegnato e sottraendo questo mio commento al rischio del mero omaggio personale.

La poesia “Anni Settanta” origina da una distanza temporale che la scrittura lirica riapre alla memoria e interroga nel suo presente. Quasi mezzo secolo separa l’esperienza evocata dal momento nel quale essa viene oggi scrutata, e quella distanza produce una forma di memoria, nella quale il passato di ciò che è accaduto riemerge alla coscienza anche affettivamente. Il 13 settembre 2026 fissa il momento autobiografico di questa nuova lettura dove gli anni Settanta sono rievocati come il tempo della propria formazione esistenziale e politica. Il verbo sopportai introduce questa dimensione retrospettiva. La poesia comincia da una sopportazione, da una durata attraversata, e il primo oggetto di questa esperienza è il silenzio su com’erano stati / prima e altrove / non compagni. Il prima e l’altrove alludono alla dimensione storica del rapporto con gli altri. La poesia procede attraverso una continua verifica dei segni politici. Il termine compagni trova quasi immediatamente la propria controfigura concreta nei calli degli operai che parlano della materialità del lavoro, del corpo trasformato dalla produzione, della traccia fisica di una condizione sociale. È un’immagine di particolare densità ideologica proprio perché riconduce il discorso sulla classe alla superficie concreta del corpo. L’operaio compare dinanzi al poeta, tuttavia, nella distanza che separal’intellettuale dalla vita materiale: lo sdegno smisurato / per i calli degli operai contiene una contraddizione che la poesia lascia agire senza risolverla, mentre presenta la loquacità compiaciuta / in stanze fumose. La parola politica si autocompiace in un ambiente concreto, materiale, fatto di stanze, fumo, conversazioni, gruppi, tempo sottratto ad altre attività. La loquacità possiede già una sfumatura critica, perché suggerisce una produzione verbale che può diventare autoreferenziale. Il rapporto tra discorso ideologico e classe sociale sfruttata diventa uno dei nodi centrali di questo testo che registra una distanza fra il linguaggio nel quale la rivoluzione viene pensata e la materialità sociale che quel linguaggio pretende di rappresentare. Questa dimensione acquista per me un particolare rilievo in quanto l’esperienza di poeta e critico del compagno Ennio Abate, il suo rapporto con la tradizione comunista e con Fortini, il lavoro di Poliscritture, si collegano a una  cultura marxista nella quale la parola letteraria viene continuamente riportata alla responsabilità storica senza farne mai realmente integralmente parte. Mi sembra che la poesia possa essere ascoltata anche dentro questo spazio dialettico ed altamente problematico dove l’impegno conserva una necessità e, nello stesso tempo, deve continuamente interrogare le forme della propria autorità, il proprio linguaggio, la propria distanza dalle condizioni materiali dell’esistenza degli “altri” che non godono della stessa libertà espressiva. È una questione che riguarda la poesia perché riguarda la posizione stessa di chi scrive.

La seconda strofa introduce la genealogia precedente alla stagione dell’impegno: strapazzata infanzia / gioie povere di cattolica educazione. La formazione religiosa appare come una delle prime strutture d’influenza ed autorità. La madre e il padre sono figure diverse all’interno di questa esperienza: i richiami di una mortificata madre e lo scetticismo beffardo di mio padre. La religione, la famiglia, l’educazione e la reazione all’educazione ricevuta compongono la stessa memoria, e la futura esperienza politica assume la forma di una nuova fase di questo difficile percorso di crescita. L’enfasi sull’educazione ricorda una vita nella quale le idee arrivavano attraverso figure che insegnano, correggono, ammoniscono, orientano. I maestri della rivoluzione richiamano il linguaggio pedagogico della sinistra che tuttavia conserva qualcosa delle precedenti esperienze dell’autorità.

Il verso ci fu da sprecarla intera la giovinezza introduce nella memoria una valutazione che nuovamente investe il tempo autobiografico. La giovinezza ora appare una quantità di vita consumata dentro un’esperienza collettiva che, a posteriori, viene giudicata insufficiente.

Il verso successivo, come prima / come preti e professori, amplia la genealogia: la memoria politica viene riletta alla luce delle precedenti forme di autorità educativa. Questo passaggio mi sembra particolarmente vicino alla problematica fortiniana  perché riguarda la posizione dell’intellettuale, il rapporto fra sapere e autorità, la responsabilità della parola che pretende di orientare la coscienza altrui. La critica della militanza diventa in qualche senso anche critica della sua pedagogia. Il problema riguarda ciò che veniva insegnato e il rapporto attraverso il quale quel sapere veniva trasmesso. L’intellettuale che pretende di guidare la storia porta con sé il rischio di trasformare la propria interpretazione in una pretesa che ignora la complessità dei meccanismi di potere che operano nella società.

Da questa considerazione scaturisce anche la particolare forza dell’idea affidata all’immagine degli spigoli di verità. La verità appare nella poesia attraverso una figura geometrica, parziale, tagliente, che ha della sua consistenza proprio nella sua limitatezza. Gli spigoli appartengono a una realtà frammentaria ma consentono di cogliere aspetti della verità pur senza poterla trasformare in una totalità posseduta. Accanto agli spigoli di verità compaiono i vaneggiamenti statuari, e l’immagine della statua introduce il processo attraverso il quale un pensiero che vive nella storia può irrigidirsi, assumere una forma monumentale, diventare una certezza immutabile sottratta alla verifica. Una delle immagini più forti di questa poesia si ha quando Ennio introduce una critica dell’ideologia attraverso la forma stessa del linguaggio. La verità può essere cercata negli spigoli, nella discontinuità dell’esperienza, mentre il vaneggiamento tende alla costruzione di figure immobili. La statua appartiene alla memoria politica come ciò che resta quando una realtà storica viene trasformata in monumento. Il testo, invece, accentua il movimento della verifica, della domanda, dell’incertezza.

L’isolamento di oggi è condizione psicologica e condizione intellettuale: la coscienza di un singolo può trovarsi dentro un gruppo politico e vivere tuttavia una separazione dalla realtà che quel gruppo pretende di interpretare. La parola politica rischia di chiudersi nel proprio spazio linguistico. Il rapporto fra teoria e prassi si presenta allora come una questione concreta della vita intellettuale. Il passaggio al rosso, colore dell’ideologia, porta questa esperienza a una forma simbolica – uno sbiadito / rosso / sodalizio” contiene una delle immagini centrali del testo. L’aggettivo rosso, isolato graficamente, assume la consistenza di un segno. È il colore del comunismo, della rivoluzione, dell’appartenenza politica, della promessa di una trasformazione collettiva. Il suo essere sbiadito conserva tuttavia il segno originario mentre ne registra la perdita di intensità. Il colore rosso rimane pur riconoscibile mentre la sua forza storica si logora. E ancora le bende di rancore introducono una memoria ferita. Il passato politico è stato coperto, fasciato, forse anche conservato attraverso ciò che ancora mortifica. Il sodalizio appartiene a una comunità affettiva oltre che politica, e il verbo sbaraccato lo restituisce infine a una dimensione quotidiana e prosaica. La grande esperienza ideologica viene riportata al linguaggio delle cose che si smontano e si decompongono. Il procedimento figurato ha per Ennio una chiara funzione di demitizzazione.

Dopo questo smontaggio del passato sembra diventare importante ogni momento di autointerrogazione. La poesia lavora precisamente su questa distanza fra significante e esperienza, mostrando il movimento attraverso il quale un linguaggio politico acquista, conserva e perde il proprio potere.

La data finale assume quindi una funzione essenziale. Il 13 settembre 2026 è il momento nel quale quella storia viene nuovamente portata alla parola. Il passato è sufficientemente lontano da poter essere sottoposto a critica, ma abbastanza vicino da continuare a produrre domande. La poesia appartiene perciò tanto al 1976 quanto al 2026: nasce dall’intervallo fra queste due date e dalla coscienza che l’una continua a interrogare l’altra.

La persistenza della domanda costituisce il risultato dell’intera poesia. Il rosso è sbiadito, il sodalizio è stato sbaraccato, i maestri hanno male guidato, la giovinezza è stata consumata dentro una formazione che il presente guarda con severità. Eppure, il poeta continua a chiedere: che cercavo? | dov’era?. In questo dilemma rimane qualcosa che la disillusione non ha potuto cancellare ovvero la necessità di comprendere che cosa avesse reso possibile quella ricerca e quale parte di essa continui a vivere nella coscienza presente.

La poesia acquista la propria dimensione politica più sincera là dove la memoria della militanza viene mantenuta criticamente, insieme alle illusioni, alle trascorse forme di autorità e verità parziali nell’esperienza dei destini generali (Fortini) e della sua temuta dissoluzione (Composita solvantur, sempre Fortini). Il passato resta disponibile all’autoesame e continua a lavorare nel presente attraverso domande che la poesia conserva e rende possibili. Gli spigoli di verità rimangono perché la storia ha lasciato una risposta incompleta e la scrittura può allora assumere il compito di conservarne il dilemma, di impedire che la memoria venga trasformata in monumento, e di tenere vivo il rapporto tra esperienza individuale e storia collettiva.

In conclusione, Anni Settanta è una poesia che riflette sulla responsabilità della memoria. Il nostro Ennio torna verso la propria giovinezza riconoscendo la propria partecipazione alle vicende politiche di quegli anni e la responsabilità sua e degli altri. La domanda finale nasce da questa consapevolezza e, proprio per questo, resta aperta. O ancora buie? è forse la formula più onesta con cui una coscienza politica può guardare alla propria storia: dopo la dissoluzione delle vecchie certezze, la strada rimane da cercare, e la poesia èprecisamente uno dei luoghi di questa ricerca.

Oxford, 13 settembre 2026






* Immagine: Tabea Nineo, Caduta e dramma, carboncino, 1994 circa


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