Archivi categoria: RIFLESSIONI DI UN CANE

Piccola dimostrazione


di Ezio Partesana

L’uso del termine “bambino” per indicare qualunque vittima di violenza abbia meno di diciotto anni sfrutta una definizione giuridica – la “maggiore età” – per intendere una condizione di innocenza. La scelta lessicale è compiuta con l’intenzione di suscitare un grado massimo di indignazione e consenso. Lo si fa – l’impersonale grammaticale è politico – per competere con un qualche successo nella confusione odierna. La parola “bambino” suscita una reazione emotiva maggiore rispetto a, poniamo, “soldato” o “maniscalco”. Allo stesso modo gli aggettivi ricorrenti “giornalista”, “padre”, “pastore” e via dicendo, posposti alla conta dei morti, fanno intendere una opposizione grammaticale, che non esiste, tra una qualunque posizione nella società contemporanea, e la partecipazione a un movimento armato. Perché mai un chimico non dovrebbe fabbricare esplosivi per gli insorti, se ritiene che gli insorti abbiamo ragione?
Aggiungere a ogni resoconto di guerra il numero delle vittime civili (sovente indicandone il sesso e l’età) non solo fa dei militari individui (anonimi) che è normale vengano uccise – identificando ruolo e persona – ma prepara anche l’idea di una “guerra pulita”, dove solo chi deve muore; un soggetto senza attributi, se non quello di indossare una divisa, diventa sostanza universale di tutte le morti. L’opposizione non potrebbe essere più netta: da una parte la madre piangente, dall’altra gli esecutori di irrazionale crudeltà. Ma poiché i soggetti semantici collettivi non sono reali, l’immagine può essere facilmente rovesciata: le belle donne in armi nelle fotografie, seducono alla “giusta” rivolta armata più di qualsiasi ragionamento; l’organizzazione del discorso ha espulso la critica a favore dell’estasi: “Non sono io, sono loro”.
Lo spostamento è reso possibile dalla sostituzione di un concreto – chi combatte, contro chi e contro cosa – con una immagine sussunta non da un insieme di osservazioni (e già questo sarebbe complicato) bensì dall’attribuzione a un medesimo Soggetto di qualità che in nessun concreto potrebbero stare insieme senza generare contraddizione: “Il lavoro rende liberi” o “La guerra è pace”. Che il linguaggio renda possibile questo è evidente quanto la scelta di approfittarne; l’ascolto è suscitato, non persuaso.
La grammatica emotiva in auge ha come conseguenza non solo la ripetizione ma sopra tutto l’enfasi. Se l’abbattimento di un filare di pioppi in un viale cittadino è una “strage”, allora la morte dei capi di bestiame in un allevamento diventa una “strage orribile” e i decessi per carenze sanitarie “orribile strage inumana”, e così di seguito sino a generare frasi che contengono sempre più aggettivi enfatici e sempre meno subordinate causali o finali, che dovrebbero essere l’indice di una riflessione che non smuove però più nessuno.
“Restare umani”, imperativo che dovrebbe far riferimento a una pietà universale e comune anche nei momenti più cruenti di uno scontro, diventa (anche contro le migliori intenzioni) un appello alla commozione separata da qualsiasi da qualsiasi riconoscimento dell’altro; chi non “resta umano” non è più, appunto, umano, e dunque può essere sostituito da un qualunque attributo: “complice”, “traditore” o “idiota” che sia.
La regressione del linguaggio si misura nel trascorso dalla funzione simbolica della negazione – “Immagina che non sia così” – all’urlo, o sussurro, di riconoscimento, e impotenza.
L’ideologia non pervade il linguaggio quando un comandante supremo incita dal balcone la folla nella piazza a eliminare tutti i nemici del popolo, ma ogni volta che le parole vengono impiegate per riconoscersi tra simili, e sospirare.


Ancora?


di Ezio Partesana

La sostituzione

di Ezio Partesana

Fare fronte comune, ossia lasciare da parte alcune differenze per affrontare insieme un pericolo che si giudica, al momento, il principale e il peggiore; si uniscono le forze per sventare una minaccia che sovrasta tutte le altre, i conti si faranno dopo.
Per fare fronte comune è sufficiente identificare l’avversario da combattere e chi, tra le forze sul campo, ha interesse a una alleanza. La decisione non fa scomparire le differenze, è un patto che scade una volta raggiunti gli obbiettivi prefissati, è necessario perché il nemico può distruggere a uno a uno i suoi oppositori, ma tutti insieme in un sol colpo no.
Le ragioni di un fronte comune, dunque, devono occupare uno spazio e un tempo definiti esplicitamente. Non basta un astratto futuro o un fraterno mondo che verranno a unire uomini che sono divisi da solchi in ogni aspetto dell’esistenza.
Se un incendio minaccia un paese, la grande azienda agricola e i piccoli contadini hanno davvero lo stesso interesse a fermare le fiamme, ma su quali coltivazioni debbano essere rase al suolo per creare una barriera contro il fuoco, veementi andrebbero allo scontro l’amministratore e il bifolco.
Il “qui e ora” del fronte comune deve, insomma, essere concreto – reale e razionale a un tempo, come sognò Hegel del suo “Spirito” – ma anche ideale, condiviso, giusto.
Le forze scatenate dal capitalismo sono reali e razionali ma i rapporti sociali non hanno più alcun fine – fossero anche quelli, speranzoso, della salvezza delle anime o, senz’anima, di una crescita infinita del valore – e questa contraddizione, questo smarrimento universale, è oggi il problema di ogni fronte comune.
La confusione è alta sino al cielo, le rovine sono evidenti, ma la situazione è pessima lo stesso, per sua propria forza. Quando il termine “imperialismo” non rimanda più a una conquista militare, economica e culturale, ma evoca un sentimento vago di affinità con gli impotenti, trapassa, nonostante ogni cautela, dal regno delle categorie politiche a quello della immedesimazione emotiva. Imperiale diventa ogni cosa che non comprendiamo, riassunto dello sterminato timore di ogni dominio che ci fa servi senza sapere dove, quando e come.
Il precetto ebraico, secondo il quale quello che farete al più piccolo dei miei fratelli lo avrete fatto a me, si è ribaltato: la mia condizione è misura di tutte le cose – non l’uomo, non la speranza, ma l’individuo immediato. – quello che offende me offende il genere umano intero. In questa forma il nemico, che ogni giorno mi impedisce di avere quel che mi spetta, fa sfoggio di sé e si nasconde, come si dice facessero un tempo i seduttori.Le
categorie politiche, così pensate, non soltanto rispettano l’aristotelico principio del “terzo escluso” ma anche scambiano un limite per una forza; nella sfera di vetro, il pesce rosso è un sovrano assoluto. “Impero” – nonostante quanto cercarono di spiegare Negri e Hardt – diventa allora non un concetto politico (“vivente”, avrebbero detto gli hegeliani), bensì un protocollo di verifica, un paradigma, che non accetta alcunché sia non interpretabile dai parametri stabiliti.
Come la famosa mappa perfetta del territorio che sarebbe grande quanto il territorio stesso, l’incubo di una società dominata da una funzione anonima si trasforma in riassunti semplici, chiari e distinti. “Sono un servo che i servi hanno disarmato”, scriveva Fortini nel 1961, dispettoso e preveggente; alcuni servi oggi sono in armi.
Nel racconto “La panne” (1956) un uomo uccide se stesso al termine di una messa in scena – ruolo per ruolo, categoria per categoria – di un processo. Dürrenmatt non ha alcuna difficoltà a esibire i meccanismi giuridici, e psicologici, che portano il protagonista, il commerciante Alfredo Traps, a togliersi la vita. Lascia però cadere l’alternativa dello smascheramento: in nessun momento Traps si rende conto che gli altri stanno giocando mentre lui prende tutto sul serio. È il contesto, cioè ancora una volta lo spazio e il tempo, che fanno difetto al malcapitato rappresentante Traps e che lo condannano a non capire, ben prima della sentenza emessa dai suoi ospiti.
Qualsiasi trappola funziona quando promette quel che non mantiene: cibo, riparo, salute. L’uso della categoria “imperialismo” come strumento universale per montare e smontare il dominio assicura la vittoria prima ancora che i pezzi siano disposti sulla scacchiera. Poiché quasi non esiste entità politica, o religiosa, che non sia stata “imperialista”, la scelta del bersaglio è libera e sufficiente per attrarre qualunque compratore. La conferma precede la teoria, le categorie, che pure furono storiche e politiche, diventano gli aneliti di un movimento che non esiste più.
L’insoddisfazione e l’impotenza rimosse, mostrava il tardo Freud, sono a disposizione di qualunque uscita purché si ristabilisca un equilibrio; non è qui la ragione a identificare l’apparentemente indefinito campo del dominio, ma una scissione: i termini della contraddizione interna vengono separati e proiettati in luoghi che sarebbe difficile vedere sopra una cartina geografica. Quello che non so è il prodotto di quel che dovrei sapere, ne va della mia vita, non di quella altrui.
La verità di un mondo regolato da una volontà senza altro fine che se stessa – Schopenhauer l’aveva pur ripetuto – si appiana in una rappresentazione serafica, finalmente collocata fuori del Soggetto e dunque vita indegna di essere vissuta. Il Fronte comune si allarga – sino alla denuncia di complicità – e si restringe – infantile ostracismo – a piacere per chi non ha altro da perdere che se stesso.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Identità e merce

di Ezio Partesana

Continua la lettura di Identità e merce →

Dal fiume al mare

di Ezio Partesana

Il nominalismo in politica è una forma della propaganda, ma deve presentarsi come realismo estremo per avere successo. Libero è chi serve.
Se le parole sono convenzioni arbitrarie anche il loro referente concettuale lo diventa e il giudizio più solido oscilla nel suo possibile opposto, perché il meccanismo attraverso il quale avanza la propaganda non è la ripetizione, bensì la differenza tra la parola e la cosa, tra l’intenzione e la riflessione.
Il romantico illuminismo di Freud ancora era in grado di indicare con una frase sola l’obbiettivo dell’autonomia dell’individuo e un principio speranza: Dove era l’Es, dovrà diventare l’Io, anche a costo di perdere qualche pezzo per strada. Ma la progressiva separazione del nome dall’oggetto, la scomparsa o almeno la quarantena a tempo indeterminato degli “universali”, era però già nascosta dietro le buone intenzioni di quell’imperativo; è bastato proclamare che la sostituzione era compiuta e, a scanso di equivoci, identificare Io e Volontà, affinché i nazionalsocialisti inverassero quel motto in un inferno.
La lingua del Terzo impero è oggi parlata da milioni di persone come lingua madre. La sostituibilità infinita del referente – così simile a quella della forza lavoro – è maturata in una confusione semantica dove tutte le vacche sono candide e degne di essere venerate per sacre, sino alla prova contraria degli indici di borsa.
“Tutto il potere ai Soviet!” identificava ancora un programma politico, “Sous le pavés, la plage”, immagine onirica perfetta della rivoluzione, non lo è già più. È stato però necessario togliere la pelle dal coniglio prima di poterlo cucinare, e cioè separare i concetti (questo è il nome che gli “universali” hanno nella filosofia moderna) dal processo che li aveva resi reali, dalla prassi che li aveva resi reali.
Non basta insomma dire che la vera libertà è ubbidire a un Führer qualunque per ottenere la sottomissione, è anche necessario svuotare preventivamente la storia sociale di una lingua prima di stravolgerla. La polisemia non è solo una caratteristica del linguaggio ma ancor più il risultato di una astrazione forzata dalla storia e dalla comunità dei parlanti. Questo significa però che nelle grammatiche e nei dizionari si trova anche una resistenza alla libera manipolazione del linguaggio, e la sua forza non può essere altro che l’esperienza.
Il pallido linguaggio odierno di partecipazione, inclusione, fantasia e sentimento, ha le sue radici nello smarrimento individuale, non in una esperienza collettiva, e le parole d’ordine non significano più nulla; tutti sono d’accordo, naturalmente, ma ognuno per sé. Per riconoscere un’ombra di verità in quelle frasi bisognerebbe indicare l’avversario e lo scontro, una prassi politica insomma, cosa che ci si guarda bene dal fare in nome di un universalismo che di comune ha solo il cattivo fantasma del quale bisogna liberarsi al più presto.
Il nominalismo ha reso astratto anche il nemico.

 

Nota a cura di E. A.

“Dal fiume al mare” sono le parole – vuote per l’autore – che usano i coloni in Giudea e Samaria e i palestinesi delle fazioni combattenti. Per approfondimenti cfr. https://www.ilpost.it/2023/11/16/dal-fiume-al-mare-palestina/
Questo testo farà parte di un lavoro ben più ampio in preparazione.

 

Intentio recta

Angelus Novus, 1920 – Paul Klee


La tua preghiera è degna di molta loda
…
Dante, Inferno, Canto XXVI

di Ezio Partesana

Molti sono frastornati dalle notizie torve che arrivano dalla Palestina; non tutti in verità ché numerosi sapevano e hanno scelto, ma qualcuno sì. E nella posizione servile di chi ascolta e non fa o non può fare nulla, si discute delle ragioni degli dèi nazionali e dei loro imperi o dei diavoli del capitale; si fanno le scarpe, insomma, ma anche i coperchi agli uni e agli altri.
È probabile che gli interessi materiali e diplomatici di alcune potenze regionali e mondiali rendano conto di certe benevolenze o odii, così come i sentimenti di giustizia e libertà animino le persone che sono scese, numerose, in piazza per chiedere la pace. Con qualche silenzio o timidezza da attori locali, Anp, Egitto e Giordania in primo luogo, che lasciano domande alle quali è difficile rispondere.
È impossibile che la dirigenza di Hamas non avesse previsto la reazione di Israele. La quantità di vittime e il numero degli ostaggi non lasciavano spazio a alcuna mediazione che non fosse la resa (impensabile) o l’attacco violento. Questo significa che il progetto politico di Hamas (la sua “intentio recta” come la chiama Cacciari in una recente intervista, citando Tommaso d’Aquino) cercava o la guerra totale contro Israele, in alleanza con Libano e Iran, o lo scontro militare con le Forze di difesa israeliane. In entrambi i casi è un attacco suicida: non si spera di sopravvivere, solo di recare il maggior nocumento possibile al nemico e, sì, devo aggiungere, senza preoccuparsi troppo del popolo palestinese.
In un certo senso la mossa ha funzionato, e Israele è già stato sconfitto; il paese era sull’orlo di uno scontro civile chiaro forte, e adesso è disteso tra un’operazione militare crudelissima, oltre che costosa, e l’opinione del mondo. Ma anche Hamas non ha vie d’uscita (a parte i capi ultimi che sono, tutti, in esilio e ammesso che il Mossad non li raggiunga) che non sia morire là dove aveva regnato per un lungo tempo. Al momento non esiste alcun compromesso che potrebbe portare a una tregua, nemmeno ragioni di decenza umana.
È difficile comprendere la logica di un attentato suicida che è altra cosa dal sacrificio personale per salvare altri, non rivelare informazioni, proteggere la retroguardia, mantenere in funzione gli ospedali. Il male subìto e la disperazione sono giustificazioni psicologiche, non politiche, e se spiegano, ammesso che lo facciano, il movente, nulla dicono sul fine. A meno di avere una prospettiva storica secolare dove ogni sconfitta inferta al nemico (e questa, lo ripeto, è una sconfitta per Israele), non importa a quale prezzo, è un granello della sabbia della sua tomba.
Questa festa è senza invitati ma con molti camerieri.

Citato in giudizio

                          

di Ezio Partesana

All’amico filosofo

Continua la lettura di Citato in giudizio →

Appendice

di Ezio Partesana

Due ragazzi muoiono in un incidente stradale, è una “strage”; al torneo di tiro a segno il trionfo è stato ”epocale”; il vento soffia e le raffiche sono “devastanti”. Come cambiano le parole. Continua la lettura di Appendice →

Spiegarsi

di Ezio Partesana

Un motore a scoppio o un innesto di vite non posso spiegarsi, funzionano e questa è la loro ragione; non posseggono la scienza o la tecnica che li ha prodotti, non allo stesso modo dell’ingegnere o del contadino, e non ne hanno bisogno. Alla fine il vino sarà messo in bottiglia e finirà sopra la tavola di bevitori che non sanno nulla di quel che è accaduto e nemmeno ci pensano.

Spiegare, aprire i fogli dell’involucro per mostrare che cosa ci sia dentro, non è un atto naturale, ma la conseguenza di un dovere o di una scelta. È facile riconoscere nei ruoli di insegnante o madre l’obbligo a mostrare come funzionino le addizioni, per esempio, perché sia bene salutare con garbo e quando astenersi da un comportamento pericoloso. Sono istruzioni più che dimostrazioni e come il motore o la vite devono funzionare per avere senso, mostrare un risultato che chiamiamo “apprendimento”. Sono spiegazioni sì, ma sotto il condizionale del risultato pratico, del saper fare e comportarsi come prima non si era capaci.

La condizione indispensabile affinché un uomo possa spiegare qualcosa è che egli stesso capisca bene come è fatta, a quali princìpi risponda, che la tecnica sia efficace, e virtualmente riproducibile. Non necessariamente vera: ampolle d’acqua magica hanno ancora oggi un gran mercato e spiegazioni dettagliate sul loro funzionamento. Si possono dunque “spiegare” sia conoscenze utili che leggende basate sul nulla, la forma è la stessa e il contenuto non è discriminante. Un triangolo con quattro lati non può essere spiegato, la forma chimica di un cristallo di sale sì, eppure la chiarificazione va spesso persa allo stesso modo, perché anche la comprensione ha le sue regole e una spiegazione che nessuno capisca, per quanto esaustiva, non è un spiegazione.

Il medico che spiega cosa accada a un cuore che non funziona bene è impotente quanto il muscolo stesso a “spiegarsi” se chi ascolta non è in grado neanche di riconoscere le parole. Tra le condizioni di esistenza di una “spiegazione”, dunque, ci sono tanto il parlante quando il ricevente; non esiste spiegazione che possa fare a meno di un ascoltatore.

Nella nostra lingua esiste però un’accezione di “spiegarsi” che rasenta il “rendere ragione”, “dare una giustificazione”, per una scelta o un comportamento che appaiono insensati a chi li vede ma non a chi li compie; in questo caso sono conoscenze che mancavano a chi doveva comprendere l’atto e che vengono portate alla luce deliberatamente dal colpevole di condotta straordinaria al giudice che assolverà l’amico o il compagno d’armi. Sembrano sciocchezze ma sono il modello di ogni spiegazione.

Il fuoco e gli alberi non hanno bisogno di essere capiti, noi sì. Gli anziani vogliono che si perdoni loro quando si lasciano prendere dai ricordi, il fuoco non fa questione si tratti di un libro o di sterpaglie; il musicista si vergogna se sbaglia l’accordo, il pianoforte non se ne accorge; il debitore deve saldare il conto, un torrente non sa nulla dell’acqua che raccoglie. La differenza tra mondo naturale in sé e per sé e società umana appare essere uno dei fondamenti della necessità, o dovere, di spiegarsi.

La motivazione che fa comprendere è un atto di compassione, letteralmente toglie l’altro dall’ignoranza e gli apre una esperienza che, per quanto mediata dalle parole, dal particolare, persino dalla foga del sentimento, è pur sempre un materiale che può essere comune, l’opposto dell’ignoranza e della presunzione. Emerge però, persino contro ogni volontà esplicita, la differenza tra chi conosce e illustra e chi deve essere illuminato oppure, il che è lo stesso, tra chi ha il potere per esigere una spiegazione e il sottoposto che si giustifica.

La violenza insita nel sapere o nel non sapere ha il suo doppio nella pretesa di essere comunque ascoltati così come nell’indagine di polizia che verifica gli alibi dell’indiziato, la grazia del rendere ragione si rovescia nel pretendere o imporre una spiegazione. Se il mondo naturale non ha bisogno di spiegare se stesso, la società produce competenze culturali che non possono essere condivise. Non è solo questione di divisione del lavoro, del professore di chimica che non sa leggere una partitura per violino, ma di una vera e propria esclusione dal sapere sociale. E non bastano le buone intenzioni a far intendere a un analfabeta, poniamo, l’architettura barocca; la mancanza di quegli agi che un tempo si sarebbero chiamati intellettuali, e cioè tempo liberato, fanno diventare incomprensibile qualunque spiegazione superi i cinque minuti di un parlare comune.

Ragioniamo sopra quel che accade per rintracciare le cause, prevedere il futuro e, se possibile, condurre le danze. Le leggi di natura si mostrano in tutta la loro universalità solo quando un soggetto le mette in formula a favore di un altro soggetto, tra loro e loro sono oscure come un buco nel nero. Quel che non sappiamo, dunque, e quel che non possiamo, hanno in comune questa forma dell’impossibilità che non dipende da noi bensì dall’essere il sapere non raggiungibile.

La rivolta nasce dalla consapevolezza di essere stati esclusi, non dall’odio per i meccanismi di selezione. È così una opposizione a se stessi il rifiuto della propria condizione e la relata pretesa che ogni ragione venga spiegata senza distinzione di classe, censo e istruzione. Si suppone un imbroglio da qualche parte e per svelarlo si denuncia tutto quello che non dimostra di essere semplice. Il razionale sentore che aspira alla cancellazione delle diseguaglianze diventa la triviale affermazione secondo la quale se conosci davvero una materia allora sei in grado di spiegarla a chiunque, come se lo stato di minorità nel quale vivono milioni di persone fosse un complotto degli intellettuali e non una necessità del sistema di produzione attuale.

Anche gli stregoni però pretendono di sapere che solo chi è già avviato sulla via dell’illuminazione possa comprendere le loro parole e penetrare la verità profonda delle cose; non c’è corso, per quanto stravagante, che non rivendichi una coscienza superiore per i propri accoliti, coscienza dalla quale gli altri, gli scettici o i novizi, sono per definizione esclusi. “Spiegarsi” diventa così insegnare una verità nascosta, e il soggetto delle frasi si smarrisce nei meandri dei predicati.

Il confine tra “spiegare” e “giustificare” viene varcato quando nel discorso una qualunque cosa può stare al posto di una qualunque altra. Se in una spiegazione la congiunzione astrale può sostituire la storia sociale dell’individuo, allora gli elementi razionali diventano meri segnaposto di bisogni e necessità che vengono soddisfatti con un sorriso, ovvero un animale da compagnia con la collezione di pipe in radica.

Chi chiede di essere chiari e di spiegarsi dovrebbe sempre specificare cosa intende, se il motivo di un’azione compiuta o l’azzeramento di differenze nel sapere che non possono essere azzerate. Nel primo caso ha il diritto di essere soddisfatto, nel secondo, se protesta contro il mondo, gli si indichi la porta, giacché il primo motore immobile del quale dovrebbe chiedere ragione è proprio la necessità di ricevere da altri una spiegazione.

Il problema, politico quanto mai altri, è che la spiegazione deve essere vera. Poiché del nulla non si può dare ragione, giustificare l’oroscopo o la lunghezza d’onda delle radiazioni emesse da una barra di rame riscaldata opportunamente, sono esercizi privi di senso. È banale, ma può essere spiegato solo ciò che è vero e si conosce, per studio o per esperienza, il resto sono illustrazioni da rivista di dubbio gusto. Detto in altro modo: è sempre un soggetto che spiega, giustifica o ragiona di una cosa con un altro soggetto, e la condizione affinché questo accada è che in quel momento, e sopra quella data materia, i due soggetti non siano affatto uguali.

Ogni spiegazione, per quanto minima o personale essa sia, richiama dunque sempre una differenza reale di sapere, un io e un tu che non sono la stessa cosa, una dialettica tra signori e servi che non può, e forse nemmeno deve, essere compensata dalla buona educazione. Chi insegna può essere attento, gentile, rivoluzionario, ma non può fare finta di non conoscere quel che va spiegando a persone che non lo sanno, pena l’essere inutile a sé e sopra tutto agli altri.

La figura perfetta della “spiegazione” è quella dove i ruoli si invertono spesso, Socrate alle prese con i suoi pari, un meccanico di automobili e un insegnante di matematica. Ma perfino l’astratta formula della parità svela il rapporto di potere che è sotto inteso a ogni spiegazione; può essere momentaneo e ricreativo a sera a cena, non lo è affatto nel mondo reale dei contratti a tempo determinato e dei subaffitti. Certo che esiste anche una “sapienza operaia”, o contadina o qualunque altra cosa, ma i rapporti di forza in corso la relegano a fiaba della buona notte, mentre chi dovrebbe diffondere il sapere, spiegare appunto, capisce al volo da che parte tira il vento e cosa può vendersi in cambio di un riconoscimento monetario. Nessuna scelta politica verrà demandata alla sapienza contadina, nessuna decisione lavorativa alla conoscenza operaia, senza una lotta per ottenere la quantità di potere necessaria a esigere di sapere.

Esistono, si suppone, la madre che si sacrifica per il figlio, l’insegnante che ha una vocazione per il suo mestiere, il prete dei poveri e il correttore universale di tutte le bozze umane venute male. Sono nobili figure che non fanno parte della attuale struttura sociale e, cosa ancora più importante, non ne modificano il funzionamento. Pensare che la conoscenza sia per tutti è come credere che un violino alla fine non sia altro che un pezzo di legno sul quale devono passare delle dita, una bugia. Rivoluzione, ammesso che il termine abbia ancora un senso, significa identificare l’oppressione e eliminarla, non fare liste di irragionevoli speranze. Rendersene conto è il prossimo compito.

Oggi si vola

di Ezio Partesana

La trama apparente del romanzo è semplice: due uomini, uno scrittore e un fisico, fanno amicizia e condividono alcune esperienze, un prestigioso premio letterario e un esperimento cruciale andato a buon fine. L’ambientazione è tanto precisa quanto rarefatta – Ginevra, strade, campi di volo, abitazioni – e ospita altri uomini e donne che concorrono allo sviluppo della storia. Però non accade quasi nulla. Un amore ha poche immagini e un solo bacio; dell’esperimento si sa tutto tranne in cosa consista; lo scrittore ha smesso di scrivere e medita sopra un manuale a proprio uso e consumo:

Scriverò un Atlante della luce […] lo scriverò soltanto per me, un libretto da portarmi appresso, in tasca. Lo userò come gli ornitologi usano quelli per riconoscere e distinguere gli uccelli, o come i geografi usavano le carte.[1]

I manuali, le carte geografiche, gli atlanti, sono gli unici libri che, anche quando mentono, sono esentati dal dubbio dell’utilità; non c’è nulla da cercare in essi a parte le istruzioni contenute, a questo servono, a imparare. Tutte le altre scritture devono giustificarsi:

… forse alla fine imparerò una geografia diversa, in cui uno, sollevando gli occhi dalla carta che ha in mano, guarda e vede davanti a sé, attorno a sé, un’enorme carta a grandezza naturale, e nonostante questo è capace di mettere il dito in un qualsiasi punto e dire “qui” e dire “io”…[2]

Il termine Atlante non è un sinonimo di manuale, indica sostegno e reggimento, come nel mito greco del titano condannato a portare sulla schiena la terra, e dal XVI secolo i libri dove sono raccolte le informazioni geografiche, soprattutto in forma di disegni.

Il titolo del romanzo del 1985 è Atlante Occidentale, non un manuale dunque né una mappa grande quanto il territorio che vuole rappresentare nel minimo dettaglio, ma pur sempre un “romanzo di formazione”[3], secondo la descrizione che Ira Epstein, il secondo protagonista, ne fa quando spiega come ha imparato a fare questo e quello, perché:

… se posso dubitare dell’intenzione dei romanzi che ho scritto so per certo che il fine di un manuale è uno solo, accrescere la felicità del genere umano.[4]

Un incidente di volo sfiorato è il primo degli avvenimenti che Del Giudice mette in lista, nonché l’occasione di conoscenza tra Ira Epstein, lo scrittore, e Pietro Brahe, ricercatore del Cern. Il tempo della narrazione è il perfetto:

All’inizio del campo d’erba provò il timone; poi, dondolando le ali, cominciò a rullare,[5]

Ma già nella pagina seguente compaiono l’imperfetto narrativo e il presente indicativo, e lo schema si ripete lungo tutto il romanzo. Senza mai violare apertamente le norme della consecutio le proposizioni si mettono sovente in equilibrio opposto, tanto che a volte viene da rileggere il passo per esser certi non ci sia qualche errore:

A Ginevra fermò la macchina in uno dei viali lunghi, […] Cammina su marciapiedi poco affollati,[6]

Ma naturalmente nessun errore, che pure non c’è, potrebbe sospendere la moltiplicazione del narratore: una riga prima è un fedele cronista storico, quella dopo un osservatore casuale alla finestra; ciò che li unifica, in questo caso, sono i fatti – un’automobile si ferma e un uomo cammina – non il tempo della scrittura che appare, sì, ma per dichiarata opposizione: sono io, non sono io, non è questo il problema.

La trama interna del romanzo è molto più complessa: il fisico ha dei colleghi, lo scrittore un editore; un giardiniere compare e scompare come un vecchio saggio; le due donne, entrambe bellissime, sembrano punti cardinali più che motori; il lago, costantemente evocato, non serve a nulla; dello scrittore, che otterrà un prestigioso riconoscimento, apprendiamo un solo titolo, quello del libro che deve ancora scrivere, Atlante della luce.

Seguono descrizioni minuziose, se ne incontrano diverse: aeroplani nella rimessa; collisione di particelle; fuochi d’artificio; prospettive della città. Tutte appaiono rimandare a una necessità di precisione esaustiva, come un catalogo di componenti di ricambio o gli orari della corse da e per Recanati che Leopardi appuntava scrupolosamente nei suoi quaderni. Ma non c’è nessuno che le usi, sono, apparentemente, manuali senza utenti. Qualche spiegazione di questo paradosso, che orienta il contenuto del romanzo, è sparsa tra le pagine.

Per vedere bisogna avere la forza di produrre ciò che si vuole vedere. Lei non crede?[7]

Chiede il premio Nobel Wang a Brahe, nel mezzo di una disputa per pochi centimetri di spazio, e questi risponde,

Sì, certo. Per vedere ci vuole una grande intenzione e una grande energia. Solo così si può produrre quello che si vuole vedere.[8]

Alla rivelazione dell’anziano scienziato, magistrale quanto lo può essere scrivere una frase che resta in equilibrio tra due materie, il protagonista Brahe risponde con una aggiunta di filosofia del Novecento: la tecnica è indispensabile, ma senza intenzione è vuota.

I due scienziati stanno discutendo sopra una qualche sorta di macchina – cosa sia, Del Giudice non lo dice – alla costruzione della quale partecipano entrambi, e ognuno vorrebbe un poco più di spazio per installare i propri elementi. Lo scarto che Del Giudice fa è semplice, eppure convincente: l’acceleratore di particelle e la teoria che sorregge l’esperimento diventano, con sottile maestria, i presupposti trascendentali di ogni vedere; anche dall’aereo, anche in un amore, devi avere la forza e l’intenzione per produrre quello che vuoi vedere, altrimenti non ci sarà nulla.

Eppure non è tutto, non sono solo le condizioni necessarie affinché un’esperienza si dia, o un ricordo, a reggere la scrittura, ma anche una sorta di residuo ultimo non più ulteriormente analizzabile:

Potrei dirle: una storia è fatta di avvenimenti, un avvenimento è fatto di frasi, una frase è fatta di parole, una parola è fatta di lettere? E la lettera è irriducibile? No, dietro la lettera c’è un’energia, una tensione che non è ancora forma, ma non è già più sentimento…[9]

Al ricercatore che lavora per dividere la materia in particelle sempre più piccole, lo scrittore risponde descrivendo la reductio propria della letteratura, e così come in fisica l’oggetto che alla fine si trova non si sa se sia materia o energia, allo stesso modo nella scrittura si scopre un grado zero che “non è ancora forma, ma non è già più sentimento”. E l’analogia prosegue sino in fondo: la realtà fisica, quella che noi percepiamo, è composta da forze in bilico tra essere qualcosa e non essere quasi nulla, il linguaggio dà realtà – una realtà seconda senza la quale non ci sarebbe però neanche una realtà prima – al significato restando sospeso nel mezzo tra ragione e sentimento:

… ma chissà quale potenza occorrerebbe per sconnettere quel sentimento dalla parola che lo rende visibile, dal pensiero che lo pensa istantaneamente, e capire il mistero per cui le lettere si dispongono in un modo e non in un altro e si riesce a dire: “Lei mi piace”, e il miracolo per cui questo corrisponde a qualcosa.[10]

Mistero o miracolo che sia, accade; e questo è uno degli argomenti, e delle domande, di Atlante Occidentale.

Si comprendono allora meglio le minuziose descrizioni presenti copiose: esperimenti cruciali, non sfoggio di tecnica, verifica e controllo, non estasi contemplativa. La descrizione dei fuochi d’artificio occupa cinque pagine, molte per un puro resoconto, e avviene per sfida, perché il fisico vuole sapere come e cosa veda lo scrittore. E poi si rivela lo scopo della richiesta:

Mentre resta solo, e la luce piano piano ridà spessore alle piante e alle forme del giardino, Brahe cerca di trattenere le forme che ha appena visto, o creduto di vedere; vorrebbe che gli restassero con la limpidezza con cui le ha percepite mentre ascoltava, vorrebbe che avessero la solidità di un punto esterno contro cui rimbalzare, vorrebbe isolarle una per una, disporle in un certo ordine, toccarle…[11]

La divisione temporale tra i fuochi d’artificio mentre si guardano e i fuochi d’artificio percepiti mentre si ascolta il loro racconto, ovvero la distanza tra la semplice esperienza irriflessiva e quella mediata dal linguaggio, l’astuzia narrativa di Del Giudice che separa il momento dello spettacolo pirotecnico dal racconto che lo scrittore ne fa, è il secondo contenuto al quale va incontro il lettore della fenomenologia dell’Atlante: la parola è una delle potenze necessarie a far esistere le cose.

Scarno di personaggi secondari, il romanzo ne mette in luce comunque diversi: Rüdiger, il collega e complice; Mark; Sarad, custode filosofo; il meccanico degli aeroplani; Eileen, la costruttrice di magneti; il collega e rivale asiatico; altri che neppure hanno un nome o un mestiere definito… e Gilda, il capitolo decimo è dedicato alla storia dell’amore tra Pietro Brahe e Gilda. L’intreccio è scandito lungo una sola giornata e si conclude con un bacio, in mezzo, a aprire le danze, il castello che non è un castello e il custode e erede, piccolo “agrimensore” senza il potere inquietante di Klamm, e senza un nome. La ragazza emerge con leggerezza e qualche luogo comune: lo sguardo, i movimenti, l’essere naturalmente parte del tutto. Nel “castello” ovviamente non c’è nulla, e solo il buio protegge le tracce di quel che c’era tempo e che poco alla volta è stato venduto. Il corteggiamento è tutto in mano alla ragazza, Brahe è ridotto a poche frasi, alla fine potrebbe anche non esserci e nulla cambierebbe, e la conclusione è banale:

Brahe si era preparato a sostenere gli occhi di Gilda, ma certe volte il loro movimento era così saldo, e il loro posarsi su di lui così rapido e adesivo che […] doveva cercare riparo… […] per il resto provava ciò che sempre aveva provato in queste circostanze, complicità e tenerezza, un certo senso di responsabilità ai margini del gioco, e soprattutto una fantasia scatenata.[12]

Negli esperimenti e rilevazioni di Del Giudice, una delle due parti che dovrebbe rivelare lo stato dell’esistenza prima che il linguaggio la porti alla luce – “non ancora forma, ma non […] già più sentimento”[13] – fallisce, e dicono che sia una prova scientifica anche questa. La “fantasia scatenata” si riduce a un bacio, la storia d’amore scompare dal romanzo, come Gilda e il castello – erede più di Davanti alla Legge che del romanzo del 1922 – e, andrebbe detto, anche il volo.

La narrazione riesce a descrivere con la forza e l’intenzione necessaria gli esperimenti compiuti, ma si arresta davanti al proprio, ovvero all’attimo della trasformazione dell’atto in potenza; non riesce, insomma, a risalire il tempo quando si tratti di spiegare come un sentimento diventi forma, letteraria in questo caso ma potrebbe anche essere musicale o pittorica, etc. È lo scrittore, Ira Epstein, a spiegarlo, in una lettera al proprio editore Ed, quella nella quale annuncia la decisione di non scrivere più:

Del passato mi interessa come è cambiato di libro in libro il mio rapporto tra etica e forma (non l’avresti detto, tu che hai parlato sempre del mio “cinico candore”). Eppure, dovendo ripensare, ripenserei quello, voglio ripensare a quello per capire che cosa ho fatto.[14]

Accostando questa riflessione con la seguente,

Dietro la lettera c’è un’energia, una tensione che non è ancora forma, ma non è già più sentimento, ma chissà quale potenza occorrerebbe per sconnettere quel sentimento dalla parola che lo rende visibile…[15]

Si nota uno spostamento: prima si parla di rapporto tra etica e forma, dopo dello stato nascente tra sentimento e forma, come se le due cose fossero simili, o potessero almeno mutarsi una nell’altra.

L’etica è già una forma, è una legge non trasgredibile (pena la colpa) che muta un’associazione caotica in una comunità, è una forma che dà forma. Il sentimento, o la tensione – che non si riesce a separare dalla “parola che lo rende visibile” – sono a un grado precedente l’etica ma, in entrambi i casi, si tratta di osservare, se mai possibile, l’attimo nel quale una cosa si rivela, come gli elementi minimi dell’esperimento scientifico all’acceleratore di Ginevra.

A ben vedere neanche il sentimento o l’intenzione, che lo scrittore, vorrebbe poter strappare dalla messa in forma che immediatamente subiscono, sono mera materia. Nell’Atlante Occidentale sono rari i momenti ingenui ma è sempre un soggetto, cioè qualcosa che ha forma, a produrli. C’è la citazione da Manzoni sopra la simmetria e la riflessione di Gilda sul Blues, la battuta un poco sciocca sul carattere femminile e il sipario di Einstein e Kafka che si incontrano a Praga[16]; ma per tutte può valere il finale del romanzo. Qui ha termine, almeno per chi legge, l’amicizia tra Brahe e Epstein, e il tono che adopera Del Giudice conferma che si tratta di un addio, pur senza che si sappia perché: nessuno sta morendo né parte per un mondo lontano, hanno avuto successo e possono, i due amici, rivedersi quando vogliono, eppure è un addio. Brahe corre a grande velocità e imbocca l’ingresso contromano per riuscire a fare in tempo a salutare l’amico che, nel frattempo, indugia in stazione. E mentre indugia riassume tutto quello che è accaduto a se stesso e a Brahe, con un’ultima vista, poco terrena, sul proprio editore, personaggio dello schermo se ce n’è uno:

… vede un editore che sale in macchina per Zurigo, ma al primo motel lungo la strada dice all’autista: “Fermiamoci qui”, e in camera si sfila la cravatta e si stende sul letto senza togliere la coperta e cerca di ricordare, ma proprio bene, ma proprio nei dettagli, il luogo e l’ora e la luce e com’era lui stesso quando un giovane spilungone con gli occhi grigi […] gli ha portato il suo primo manoscritto, e pensa che adesso non ce ne saranno più, e si chiede come mai…[17]

Questa è l’introduzione al congedo, la dimostrazione che la forma, a dispetto del contenuto, determina il sentimento. Tutto va bene, i due amici hanno avuto successo e avranno riconoscimenti, non s’è perso nessuno e, come si deve dire, il sole splenderà alto domani. Eppure qualcosa è finito, e è propria la forma, questa particolare forma di un racconto, che termina. E Gilda non giacerà più con Pietro, Ira non scriverà più, oggi non si vola.

E adesso?
Adesso dovrebbe cominciare una storia nuova.
E questa?
Questa è finita.
Finita finita?
Finita finita.[18]

Con qualche difficoltà leggendo ci si ricorda di attribuire le frasi al giusto personaggio, ma riflettendo non poteva che essere lo scrittore a decretare la fine.

Le tragedie sono sempre chiuse, non perché la vicenda, participio futuro dell’accadere, non possa avere un seguito, sia esaurito il materiale e non ci sia più nulla da dire, ma per la sfrontatezza originaria di voler scrivere, di voler dare forma a qualcosa che non ne ha bisogno e che solo nel pensiero “mi fingo” debba, per sopravvivere, averne una.

Se “esistenzialismo” significa vedere nella singola esperienza una traccia del tutto, Daniele Del Giudice scrive come un esistenzialista. Chi mai potrebbe essere triste perché un racconto, non una vita, è terminato, se non chi pensasse che narrare sia una parte della vita o almeno della sua vita? Atlante Occidentale potrebbe essere riassunto come la storia di un’amicizia, la storia di due teorici che diventano amici perché confrontano le rispettive ricerche e scoprono che hanno qualcosa d’altro in comune oltre alla passione per il volo. A un siffatto riassunto però resterebbe da spiegare non l’amicizia ma il qualcosa d’altro. È un riconoscimento, un comune sentire che va in scena, nella distanza apparentemente siderale tra fisica delle particelle e letteratura contemporanea.

Saresti forse un mio compagno a modo tuo? E ti vergogni perché tutto ti è andato male? Guarda, a me è accaduto lo stesso. Quando sono solo ne piango; vieni, in due è più dolce piangere.[19]

L’inquieto cane di Kafka assomiglia allo scrittore di Del Giudice come una donna al suo ritratto, è vero, ma nei quadri si può cogliere quel che sovente in un volto passa solo di sfuggita. È l’attimo del “sì, è proprio così”, rivelazione di identità e riconoscimento che può esserci solo nonostante la diversità; in geometria i quadrati sono tutti uguali e non parlano tra di loro.

Anche Ira Epstein mette alla prova Brahe, ben prima di mostrargli, con la descrizione dei fuochi d’artificio, cosa significhi vedere, come si debba vedere.

Adesso. Mi dica che cosa vede adesso, in questo istante. Chiuda un attimo gli occhi e li riapra. Se vuole li tenga chiusi finché il nero non le sembra perfetto, senza un’ombra di immagine. Si concentri sul nero fino a farlo diventare più nero che può. Poi apra gli occhi e mi dica cosa vede.[20]

Sembra un rito di iniziazione, con lo scrittore che dà istruzioni e il fisico che prende ordini; poco alla volta Brahe “impara”:

Brahe dice piano ciò che vede, senza voltarsi a controllare le reazioni di Epstein che del resto non lo guarda; non segue un ordine, guarda quello che vede, quello che c’è, passando da una cosa a un’altra…[21],

sino a che la prova di ammissione è superata ma con una riserva, ché il fisico non possiede, o almeno in questo gioco non ha posseduto, la forza necessaria per mettere insieme persone, oggetti e esperienza. Il passaggio è cruciale e Del Giudice non lo salta, anzi spiega nei minimi dettagli quale sia il riconoscimento possibile attraverso il guardare. Epstein è soddisfatto, è diventato amico di Brahe diciamo, ma attraverso quel che non si riesce quasi mai a fare, attraverso un dolore, non una gioia, come i cani pensanti di Kafka. Si parla di un interruttore e di tutto:

“Io l’ho pensato e costruito per te, soltanto per te. Non lo vedi? Non per una mano qualsiasi, ma per la tua mano; non per una storia qualsiasi ma per la tua storia che comincia in questo istante, nell’istante stesso in cui tu apprendi come è fatto”,[22]

E poche righe dopo si spiega come quel modo di vedere sia la vera causa dell’incontro tra i due protagonisti:

Si poteva non essere d’accordo, ma c’era una possibilità di amicizia. Ogni oggetto era comportamento trasformato in cosa, e poi ritrasformato in comportamento…[23]

Come a dire che si conosce l’altro mediante l’esperienza: se è fatta della stessa stoffa si può parlare, si può essere amici. Brahe non ottiene i pieni voti grazie alla sua vista, ma perché scatta fotografie ai “bambini” che corrono lungo l’acceleratore sotterraneo di Ginevra, nel tentativo di catturare la cosa e il comportamento allo stesso tempo. La domanda sul perché esista qualcosa si trasforma nel corrispettivo del come dire quello che esiste?, è in questo territorio che i due si incontrano e riconoscono come facenti parte della stessa specie di “guardanti”. È un esistenzialismo del soggetto e dell’oggetto, quello di Del Giudice, ma sopra tutto della loro reciproca possibilità di congiunzione, o del suo fallimento.

Lei forse pensa che un visionario sia qualcuno che vede mostri, che vede un ponte tendersi ad arco e scoppiare, non uno che sente la porosità del suo cemento senza toccarlo: io sono un visionario di ciò che esiste, un visionario di quello che c’è, e tale visione, per precisione e densità, non è meno sconcertante.[24]

Lo straniamento – fosse tedesco sarebbe Unheimlich – di Del Giudice si inerpica sino alle scelte stilistiche. La grammatica è essenziale, quasi povera, soventi sono i “ciò” e i “cui” al posto del più ricercato pronome dimostrativo “quello”, così come la scelta dell’indicativo dove un congiuntivo sarebbe più elegante. Il lessico segue la grammatica; nonostante gli argomenti trattati, non si trova alcun termine che un lettore scolarizzato non possa comprendere, a meno di non voler considerare “anemometro”, “giroscopio” o “orizzonte artificiale”[25], parole che non appartengono a un gergo ma semplicemente descrivono alcuni strumenti del volo. La imitazione delle cose, l’intenzione a loro rivolta, non implica una selezione di parole, non è questa la strada.

I dialoghi non sono copie della realtà, ma estratti di una osservazione, collegano un gesto al successivo e raramente fanno storia a sé. Rivelano a volte quel che è accaduto ma con un pudore particolare. Brahe sta informando il suo amico Rüdiger che l’esperimento ha rilevato qualcosa di interessante; sono nell’anfiteatro delle conferenze e una ragazza sta suonando un pianoforte:

(Brahe) È sceso in punta di piedi fino alla fila dietro Rüdiger; si è seduto senza fare il minimo rumore. […] Poi si è chinato sulla sua spalla, gli ha detto piano all’orecchio: Noi avevamo un appuntamento, o no?”
Rüdiger ha fatto un sobbalzo. Ha sorriso: “Sì. Ma è bellissima”.
“Sembra anche a me”, ha detto Brahe, osservando con intenzione la ragazza.
“La musica, volevo dire”.
[…]
“Ci pensi a come doveva essere tutto più facile in quell’epoca? Ha detto Rüdiger sottovoce, tirando indietro la testa.“
Per chi?”
“Per tutti”.
“Non credo, - ha detto Brahe. - Ognuno sente che il posto dove bisogna essere è qui, e il tempo è questo”.
“E perché?”
Brahe si è avvicinato ancora di più all’orecchio di Rüdiger: “Se non altro, perché ci sono almeno tre candidati. Molto, molto seri”.[26]

Lo spostamento dalla musica – barocca o ottocentesca che sia – alla fisica è tutta nella frase sul tempo, nell’asserzione secondo la quale “il tempo è questo”, una frase che difficilmente si potrebbe ascoltare in una conversazione registrata sul campo, ma che svolge alla perfezione la funzione di rispondere alla bellezza – della ragazza e della musica – e al tempo stesso introduce la comunicazione cruciale: l’esperimento sta avendo successo. La scena è perfetta; sembra concepita affinché nessuno se ne accorga, la ragazza, il pianoforte e la musica dànno aspettative d’altro genere, ma d’improvviso lo straniero si toglie il mantello e mostra quel che davvero è venuto a fare, e il resto scompare.

Dunque il dialogo, così ben distillato, era un inganno e noi ci siamo caduti. Non è stata la verosimiglianza a sedurci, nonostante l’ironico fraintendimento sulla bellezza, né una progressione drammatica, ma la forma di un incontro apparentemente fortuito dentro il quale si nasconde un avvenimento. Nascosto dentro lo stile apparentemente semplice di Del Giudice si trova la decisione autorale sul quando e come far apparire le cose, un’amicizia, una villa, un laboratorio. Nessuna si offre da sé pronta a essere esperienza ma ognuna deve prima essere ricercata con forza e intenzione – come una frase, come una particella – e solo dopo si lascia vedere. È un romanzo di formazione Atlante Occidentale, dove si apprende quale sia il percorso affinché un oggetto diventi oggetto di esperienza, e dunque si possa finalmente percepire.

Le particelle subatomiche e i fuochi d’artificio hanno bisogno della medesima disposizione da parte del soggetto che vuole osservarli. E per leggere il romanzo si deve seguire la stessa procedura:

“Come mai oggi non lavora?”
“Chi le dice che io abbia un lavoro?” disse Brahe sorridendo.
“Italiano a Ginevra, con una macchina di servizio. Lei non lavora alla giostra?”
Brahe spostò gli occhi dal retrovisore interno a quello esterno, iniziò il sorpasso, disse: “Sì, lavoro alla «giostra»”.
“E cosa fa esattamente?”
“Guardo i bambini, li controllo. Quando passano faccio delle fotografie per dimostrare che sono passati veramente”…[27]

guardare quel che accade e fotografarlo, per essere sicuri sia accaduto veramente. I soggetti, il fisico, lo scrittore, devono volere quel che accade per potere essere certi che sia successo veramente. I bambini si lasciano spiare facilmente, insomma, purché sia importante farlo.

Se esistesse ancora il verismo, Del Giudice, probabilmente, sarebbe stato un verista: la trama è il contenuto del romanzo, la forma la sua coscienza. Chi volesse potrebbe controllare ogni singolo passaggio: come un incontro reagisca di fronte a un dialogo o l’effetto che una battuta scherzosa ha sopra il ritmo della narrazione, e anche questo sarebbe, a suo modo, un esperimento, una “fotografia” del bambino che scrive.

Se il tutto è falso[28], Atlante Occidentale ne fa a meno. Costruito il grande specchio che riflette – in entrambi i significati, duplicare e pensare con intenzione – la realtà, intorno ci sono cose che non si vedono o non si possono vedere allo stesso modo.

Dopo lo sfiorato incidente sul campo di volo, Brahe torna a casa e trova Eileen, “la ragazza inglese che costruiva magneti” e Sarad, l’indiano delle onde gravitazionali[29]. Racconta dell’incontro con l’altro volatore, Epstein, e lo identificano nello “scrittore”; Eileen lo ricorda, Sarad credeva fosse morto. E poi segue una frase che non ha senso:

Sembra che i colpi e le punture tornino a fare male la stessa ora del giorno successivo. Parecchi metri sotto terra, il giorno dopo, mentre spiegava ad altri la traccia di una collisione ad altissime energie, Brahe sentì una fitta all’insellatura delle spalle, un dolore tenue subito riassorbito in pizzicore, col quale il corpo celebrava una sua personale ricorrenza.[30]

Quale sia questa ricorrenza non è dato sapere: lo spavento per la mancata collisione, forse, o il dubbio che lo scrittore appena conosciuto fosse morto. Di questa sorta di sospensioni della ricerca ce ne sono diverse nel romanzo, non proprio divagazioni, piuttosto ricordi involontari, colazioni di prima mattina. Sono passaggi nei quali il rigore dell’«esperimento» sembra venire meno e qualcosa fa irruzione senza che sia cercato e osservato. La spiegazione, poco convincente in verità, è nella righe finali:

“Adesso dovrebbe cominciare una storia nuova”.
“E questa?”
“Questa è finita”.
“Finita finita?”
“Finita finita”.
“La scriverà qualcuno?”
“Non so, penso di no. L’importante non era scriverla, l’importante era provarne un sentimento”.[31]

Due cose paiono sfuggire alla legge: l’amicizia e l’amore. Non c’è nessun motivo per il quale Epstein e Brahe diventino così intimi né, a parte la bellezza della ragazza, esiste ragione dell’amore tra quest’ultimo e Gilda. A queste adesso, alla fine della scrittura, se ne aggiunge una terza: non era importante scrivere la storia quanto avere un sentimento verso di essa, il minuscolo passaggio che già Epstein aveva ricordato[32] e che Del Giudice pone in calce al suo racconto. E con questo siamo riportati in un mondo due volte interiore: imparare a vedere per poter provare un sentimento mentre si guarda. La realtà è una forma che consente di vivere, un insieme di forme che, una volta apprese, consentono la vita.

Così, se si dovesse scrivere un manuale per il manuale di Atlante Occidentale si dovrebbe cominciare dal volo, attività umana che non si può eseguire senza avere molto studiato ma che, in fin dei conti, si compie per provare un sentimento, non per imparare a essere un uccello.

 

 Note   

[1] Daniele Del Giudice, Atlante Occidentale, Einaudi, Torino, 2019, pag. 147.
[2] Ibidem.
[3] Daniele Del Giudice, Op. cit., pag 64.
[4] Ibidem.
[5] Op. cit, pag 3.
[6] Op. cit., pag. 84.
[7] Op. cit., pag. 42.
[8] Ibidem.
[9] Op. cit., pag. 137.
[10] Op. cit., pagg. 137-38. Corsivi miei.
[11] Op. cit., pagg. 143-44. Corsivi miei.
[12] Op. cit., pag 123. Corsivi miei.
[13] Op. cit., pag. 137.
[14] Op. cit, pag. 31. Corsivo mio.
[15] Op. Cit., pag. 137.
[16] Op. cit., rispettivamente alle pagine 136, 125, 94 e 69-70.
[17] Op. cit., pag. 160.
[18] Op. cit., pag. 161.
[19] Franz Kafka, Indagini di un cane, in Racconti, Mondadori, Milano 1978.
[20] Daniele Del Giudice, Atlante Occidentale, Einaudi, Torino, 2019, pag. 58.
[21] Op. cit., pag. 59.
[22] Op. cit., pag. 63.
[23] Ibidem.
[24] Op. cit., pagg. 63-64.
[25] Cfr. Op. cit., pag. 106.
[26] Op. cit., pag. 151.
[27] Op. cit., pagg. 16-17.
[28] “Das Ganze ist das Unwahre”. Cfr. Th. W. Adorno, Minima Moralia, Suhrkamp, Frankfurt, 1987, pag. 57.
[29] Daniele Del Giudice, Atlante Occidentale, Einaudi, Torino 2019, pag. 18.
[30] Op. cit., pag. 19.
[31] Op. cit., pag. 161.
[32] Cfr. Op. cit., pag. 137: “E la lettera è irriducibile? È l’«ultimo»? No, dietro la lettera c’è un’energia, una tensione che non è ancora forma, ma non è già più sentimento, ma chissà quale potenza occorrerebbe per sconnettere quel sentimento dalla parola che lo rende visibile”.