Archivi tag: dialettica

Spiegarsi

di Ezio Partesana

Un motore a scoppio o un innesto di vite non posso spiegarsi, funzionano e questa è la loro ragione; non posseggono la scienza o la tecnica che li ha prodotti, non allo stesso modo dell’ingegnere o del contadino, e non ne hanno bisogno. Alla fine il vino sarà messo in bottiglia e finirà sopra la tavola di bevitori che non sanno nulla di quel che è accaduto e nemmeno ci pensano.

Spiegare, aprire i fogli dell’involucro per mostrare che cosa ci sia dentro, non è un atto naturale, ma la conseguenza di un dovere o di una scelta. È facile riconoscere nei ruoli di insegnante o madre l’obbligo a mostrare come funzionino le addizioni, per esempio, perché sia bene salutare con garbo e quando astenersi da un comportamento pericoloso. Sono istruzioni più che dimostrazioni e come il motore o la vite devono funzionare per avere senso, mostrare un risultato che chiamiamo “apprendimento”. Sono spiegazioni sì, ma sotto il condizionale del risultato pratico, del saper fare e comportarsi come prima non si era capaci.

La condizione indispensabile affinché un uomo possa spiegare qualcosa è che egli stesso capisca bene come è fatta, a quali princìpi risponda, che la tecnica sia efficace, e virtualmente riproducibile. Non necessariamente vera: ampolle d’acqua magica hanno ancora oggi un gran mercato e spiegazioni dettagliate sul loro funzionamento. Si possono dunque “spiegare” sia conoscenze utili che leggende basate sul nulla, la forma è la stessa e il contenuto non è discriminante. Un triangolo con quattro lati non può essere spiegato, la forma chimica di un cristallo di sale sì, eppure la chiarificazione va spesso persa allo stesso modo, perché anche la comprensione ha le sue regole e una spiegazione che nessuno capisca, per quanto esaustiva, non è un spiegazione.

Il medico che spiega cosa accada a un cuore che non funziona bene è impotente quanto il muscolo stesso a “spiegarsi” se chi ascolta non è in grado neanche di riconoscere le parole. Tra le condizioni di esistenza di una “spiegazione”, dunque, ci sono tanto il parlante quando il ricevente; non esiste spiegazione che possa fare a meno di un ascoltatore.

Nella nostra lingua esiste però un’accezione di “spiegarsi” che rasenta il “rendere ragione”, “dare una giustificazione”, per una scelta o un comportamento che appaiono insensati a chi li vede ma non a chi li compie; in questo caso sono conoscenze che mancavano a chi doveva comprendere l’atto e che vengono portate alla luce deliberatamente dal colpevole di condotta straordinaria al giudice che assolverà l’amico o il compagno d’armi. Sembrano sciocchezze ma sono il modello di ogni spiegazione.

Il fuoco e gli alberi non hanno bisogno di essere capiti, noi sì. Gli anziani vogliono che si perdoni loro quando si lasciano prendere dai ricordi, il fuoco non fa questione si tratti di un libro o di sterpaglie; il musicista si vergogna se sbaglia l’accordo, il pianoforte non se ne accorge; il debitore deve saldare il conto, un torrente non sa nulla dell’acqua che raccoglie. La differenza tra mondo naturale in sé e per sé e società umana appare essere uno dei fondamenti della necessità, o dovere, di spiegarsi.

La motivazione che fa comprendere è un atto di compassione, letteralmente toglie l’altro dall’ignoranza e gli apre una esperienza che, per quanto mediata dalle parole, dal particolare, persino dalla foga del sentimento, è pur sempre un materiale che può essere comune, l’opposto dell’ignoranza e della presunzione. Emerge però, persino contro ogni volontà esplicita, la differenza tra chi conosce e illustra e chi deve essere illuminato oppure, il che è lo stesso, tra chi ha il potere per esigere una spiegazione e il sottoposto che si giustifica.

La violenza insita nel sapere o nel non sapere ha il suo doppio nella pretesa di essere comunque ascoltati così come nell’indagine di polizia che verifica gli alibi dell’indiziato, la grazia del rendere ragione si rovescia nel pretendere o imporre una spiegazione. Se il mondo naturale non ha bisogno di spiegare se stesso, la società produce competenze culturali che non possono essere condivise. Non è solo questione di divisione del lavoro, del professore di chimica che non sa leggere una partitura per violino, ma di una vera e propria esclusione dal sapere sociale. E non bastano le buone intenzioni a far intendere a un analfabeta, poniamo, l’architettura barocca; la mancanza di quegli agi che un tempo si sarebbero chiamati intellettuali, e cioè tempo liberato, fanno diventare incomprensibile qualunque spiegazione superi i cinque minuti di un parlare comune.

Ragioniamo sopra quel che accade per rintracciare le cause, prevedere il futuro e, se possibile, condurre le danze. Le leggi di natura si mostrano in tutta la loro universalità solo quando un soggetto le mette in formula a favore di un altro soggetto, tra loro e loro sono oscure come un buco nel nero. Quel che non sappiamo, dunque, e quel che non possiamo, hanno in comune questa forma dell’impossibilità che non dipende da noi bensì dall’essere il sapere non raggiungibile.

La rivolta nasce dalla consapevolezza di essere stati esclusi, non dall’odio per i meccanismi di selezione. È così una opposizione a se stessi il rifiuto della propria condizione e la relata pretesa che ogni ragione venga spiegata senza distinzione di classe, censo e istruzione. Si suppone un imbroglio da qualche parte e per svelarlo si denuncia tutto quello che non dimostra di essere semplice. Il razionale sentore che aspira alla cancellazione delle diseguaglianze diventa la triviale affermazione secondo la quale se conosci davvero una materia allora sei in grado di spiegarla a chiunque, come se lo stato di minorità nel quale vivono milioni di persone fosse un complotto degli intellettuali e non una necessità del sistema di produzione attuale.

Anche gli stregoni però pretendono di sapere che solo chi è già avviato sulla via dell’illuminazione possa comprendere le loro parole e penetrare la verità profonda delle cose; non c’è corso, per quanto stravagante, che non rivendichi una coscienza superiore per i propri accoliti, coscienza dalla quale gli altri, gli scettici o i novizi, sono per definizione esclusi. “Spiegarsi” diventa così insegnare una verità nascosta, e il soggetto delle frasi si smarrisce nei meandri dei predicati.

Il confine tra “spiegare” e “giustificare” viene varcato quando nel discorso una qualunque cosa può stare al posto di una qualunque altra. Se in una spiegazione la congiunzione astrale può sostituire la storia sociale dell’individuo, allora gli elementi razionali diventano meri segnaposto di bisogni e necessità che vengono soddisfatti con un sorriso, ovvero un animale da compagnia con la collezione di pipe in radica.

Chi chiede di essere chiari e di spiegarsi dovrebbe sempre specificare cosa intende, se il motivo di un’azione compiuta o l’azzeramento di differenze nel sapere che non possono essere azzerate. Nel primo caso ha il diritto di essere soddisfatto, nel secondo, se protesta contro il mondo, gli si indichi la porta, giacché il primo motore immobile del quale dovrebbe chiedere ragione è proprio la necessità di ricevere da altri una spiegazione.

Il problema, politico quanto mai altri, è che la spiegazione deve essere vera. Poiché del nulla non si può dare ragione, giustificare l’oroscopo o la lunghezza d’onda delle radiazioni emesse da una barra di rame riscaldata opportunamente, sono esercizi privi di senso. È banale, ma può essere spiegato solo ciò che è vero e si conosce, per studio o per esperienza, il resto sono illustrazioni da rivista di dubbio gusto. Detto in altro modo: è sempre un soggetto che spiega, giustifica o ragiona di una cosa con un altro soggetto, e la condizione affinché questo accada è che in quel momento, e sopra quella data materia, i due soggetti non siano affatto uguali.

Ogni spiegazione, per quanto minima o personale essa sia, richiama dunque sempre una differenza reale di sapere, un io e un tu che non sono la stessa cosa, una dialettica tra signori e servi che non può, e forse nemmeno deve, essere compensata dalla buona educazione. Chi insegna può essere attento, gentile, rivoluzionario, ma non può fare finta di non conoscere quel che va spiegando a persone che non lo sanno, pena l’essere inutile a sé e sopra tutto agli altri.

La figura perfetta della “spiegazione” è quella dove i ruoli si invertono spesso, Socrate alle prese con i suoi pari, un meccanico di automobili e un insegnante di matematica. Ma perfino l’astratta formula della parità svela il rapporto di potere che è sotto inteso a ogni spiegazione; può essere momentaneo e ricreativo a sera a cena, non lo è affatto nel mondo reale dei contratti a tempo determinato e dei subaffitti. Certo che esiste anche una “sapienza operaia”, o contadina o qualunque altra cosa, ma i rapporti di forza in corso la relegano a fiaba della buona notte, mentre chi dovrebbe diffondere il sapere, spiegare appunto, capisce al volo da che parte tira il vento e cosa può vendersi in cambio di un riconoscimento monetario. Nessuna scelta politica verrà demandata alla sapienza contadina, nessuna decisione lavorativa alla conoscenza operaia, senza una lotta per ottenere la quantità di potere necessaria a esigere di sapere.

Esistono, si suppone, la madre che si sacrifica per il figlio, l’insegnante che ha una vocazione per il suo mestiere, il prete dei poveri e il correttore universale di tutte le bozze umane venute male. Sono nobili figure che non fanno parte della attuale struttura sociale e, cosa ancora più importante, non ne modificano il funzionamento. Pensare che la conoscenza sia per tutti è come credere che un violino alla fine non sia altro che un pezzo di legno sul quale devono passare delle dita, una bugia. Rivoluzione, ammesso che il termine abbia ancora un senso, significa identificare l’oppressione e eliminarla, non fare liste di irragionevoli speranze. Rendersene conto è il prossimo compito.

In mare aperto: tra revisioni e revisionismo

NOTE DI FINE ESTATE (6)

Questo contributo è  già stato pubblicato sul numero  8 cartaceo di Poliscritture dedicato al tema dei revisionismi nel dicembre 2011 (scaricabile da qui). Mi sembra utile ripubblicarlo perché è, in qualche modo, in continuazione col mio discorso sul padre (qui). [D. S.]

di Donato Salzarulo

1 – Dopo il Sessantotto, per buona parte degli anni Settanta, sono stato impegnato, insieme ad altri, in una militanza politica che aveva per obiettivo la costruzione di un partito comunista rivoluzionario; condizione soggettiva necessaria per tentare un cambiamento radicale del sistema proprietario capitalistico, che per sue “leggi di funzionamento” manifesta ciclicamente crisi economico-sociali più o meno profonde e strutturali. Un partito rivoluzionario dovrebbe approfittare di queste crisi per porre all’ordine del giorno la costruzione di nuovi assetti e rapporti sociali.

Il compito prevedeva, tra l’altro, il superamento della galassia dei gruppuscoli rivoluzionari, nati col Sessantotto o preesistenti ad esso, ed una battaglia politico-culturale serrata contro il PCI revisionista, gradualista, riformista e opportunista. Esso si arenò e fallì alla fine degli anni Settanta. Perché?

Bisognerebbe tornare a scavare in quegli anni per comprenderne le ragioni. In fondo quel decennio non fu segnato solo da terrorismo, Brigate Rosse e P38. La mia, ad esempio, è la storia di un giovane ventenne che, pur staccandosi dal PCI, non poteva dimenticare quanto questo partito fosse stato importante nella storia di suo padre. Contadino povero e semi-analfabeta dell’Irpinia, aveva trascorso tre mesi nelle patrie galere per aver partecipato al movimento d’occupazione delle terre nei primi anni Cinquanta. E le persone che l’avevano difeso si chiamavano Ingrao, Napolitano, Amendola.

La costruzione del partito comunista rivoluzionario comportava una battaglia quasi continua con mio padre. Non c’era pranzo domenicale – allora il sottoscritto era già sposato e aveva una sua famiglia – che non si tramutasse in confronti accesi e scontri verbali – a volte anche con pugni battuti sul tavolo – sul ruolo e la natura del PCI. Secondo me era revisionista, non difendeva più i lavoratori, non aveva più nel suo programma la rivoluzione e la costruzione di una società socialista. Secondo mio padre ero fuori di testa; indebolendo il partito, indebolivo i lavoratori; non capivo quanto erano costate le loro pur modeste conquiste, ecc. E, infine, domanda cruciale: «Facciamo finta che tu e i tuoi amici abbiate ragione, chi mi assicura che il partito rivoluzionario che volete costruire, non diventi revisionista, burocratizzato, opportunista come il PCI?…»

Nel breve periodo, la battaglia culturale in famiglia la vinsi io e negli anni seguenti mi trascinai mio padre in molte manifestazioni della sinistra rivoluzionaria. Nel giro di due decenni, però, ci ritrovammo ambedue sconfitti: io senza il partito rivoluzionario e mio padre senza la trincea del PCI. Oggi io e il suo fantasma siamo in mare aperto.

Perché dovrebbe interessarmi una discussione sul revisionismo o sui revisionismi?

  1. Per difendere il patrimonio di lotte e di conquiste di mio padre (e dei miei padri): la Resistenza e la Liberazione, la Costituzione democratica ed antifascista, lo Statuto dei Lavoratori, la Contrattazione nazionale, ecc.
  2. Per riaffermare la bontà e la giustezza degli intenti rivoluzionari miei e di quelli della mia generazione.
  3. Per tenere aperta una strada di lotta allo sfruttamento capitalistico (estrazione di plusvalore-pluslavoro) e di liberazione dall’oppressione e dalla disuguaglianza sostanziale caratteristiche delle nostre formazioni sociali.

Sono, lo capisco, petizioni di principio. Più simile ad un elenco di buone intenzioni o di affermazioni aprioristiche che proposizioni risultanti da complesse analisi storiche del presente e del passato. Non m’importa. Nessuno pensa, scrive, agisce, ingaggia battaglie politiche e culturali avendo tutto chiaro in testa. Mi interessa combattere il revisionismo che equipara partigiani e repubblichini di Salò, che nega i forni crematori per gli Ebrei e per gli Zingari, quello di chi vorrebbe cambiare la Costituzione italiana perché “sovietica” e “dirigista”, ecc. ecc. Mi interessa combattere il revisionismo di chi mette sullo stesso piano fascismo- nazismo e il tentativo (fallito) di costruire una società alternativa al capitalismo. Non so se ci sia un revisionismo “buono” e uno “cattivo”…Ma i revisionisti “buoni” chi sono? Gramsci, ad esempio, lo si può ritenere tale rispetto al pensiero di Marx? Direi di no. Per me è un “filosofo della prassi” che ha sviluppato in maniera originale e creativa diversi luoghi e aspetti di quel pensiero.

2. – Il decennio che mi vide impegnato nella costruzione del partito comunista rivoluzionario fu per me anche quello dell’apprendimento e dello studio del marxismo. Scrivo marxismo, ma so che non esiste un corpus teorico che possa definirsi tale. Ci sono i testi di Marx, quelli pubblicati mentre era in vita e quelli editi successivamente, spesso a distanza di decenni dalla sua morte. Ci sono i testi pubblicati insieme ad Engels. Insomma, un enorme work in progress studiato in oltre un secolo e mezzo da decine e decine di intrepreti (militanti rivoluzionari, politici, statisti, filosofi, economisti, storici, sociologi, ecc.). Giustamente Cristina Corradi intitola il suo libro «Storia dei marxismi in Italia» (La talpa libri, Il manifesto, 2005). Si potrebbe dire anche «Storia dei marxismi in Europa e nel mondo» e sicuramente non si sbaglierebbe.

Marx non è stato e non è un pensatore qualsiasi. Ispirandosi alle sue idee, sono stati costruiti partiti rivoluzionari, di opposizione e di governo su tutto il pianeta. Vi sono stati regimi guidati da partiti comunisti. Ancora oggi ve ne sono, quantunque realizzino politiche che non si comprende cosa abbiano a che fare con le sue idee e le sue aspirazioni. Ridurre Marx a uno “scienziato sociale”, all’inventore di concetti utili alla comprensione della storia (modo di produzione, rapporti sociali di produzione e riproduzione, capitale come rapporto sociale, plusvalore e pluslavoro, ecc. ecc.) significa far torto alle sue aspirazioni a sostituire le “armi della critica” con la “critica delle armi”. Pensatore sì, ma della prassi sociale, della volontà di trasformare il mondo. «La forza materiale deve essere abbattuta dalla forza materiale…Anche la teoria diviene una forza materiale non appena si impadronisce delle masse.» (Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico)

Ebbene, a sfogliare anche soltanto l’indice del libro citato di Cristina Corradi, ci si imbatte in nomi che a me dicono molto: Labriola, Gramsci, Della Volpe, Luporini, Colletti, Panzieri, Tronti, Timpanaro, Negri, Cacciari…Ho trascorso molte ore sui capitoli dei loro libri e sui loro articoli. Con quale profitto?

L’avventura cominciò a 16 anni, intorno al 1965. Cominciò sulle pagine di “Rinascita”, il settimanale del PCI destinato ai quadri di partito. Io non ero un quadro. Cercavo soltanto di uscire dai programmi scolastici, dalle proposte di studio dei professori. Un articolo di Della Volpe dovevo leggerlo, rileggerlo e rileggerlo. Dire che era oscuro è poco. Parlava un’altra lingua. Ma a quell’età si sfida il mondo. E potevano gli articoli di un professore universitario rappresentare ostacoli insuperabili per un giovane studente?…

Ne ricordo uno: «Dialectica in nuce». Già il titolo, scritto in lingua morta, nel latino appreso sui banchi di scuola, lanciava un preciso segno di distinzione. Poi, all’interno, nel tessuto delle proposizioni, tutto un fiorire di corsivi, di citazioni, di parentesi tonde e quadre, di idest, tertium e apriori, di tautòn-thateron e diairesis, di Widerspruch e Antithesis …La faccio breve: un tale gergo mi affascinava e provai persino ad usarlo in qualche tema scolastico. Risultato: il solito sette – i prof. tendono a dare a uno studente sempre lo stesso voto – con l’invito perentorio a scrivere «in modo meno bislacco».

Scimmiottature e aneddoti a parte, la sostanza di quell’articolo era che, per Della Volpe, Marx affrontava analisi storiche puntuali di contraddizioni che richiedevano una dialettica diversa da quella dell’Idea hegeliana, metafisica e metastorica. Per poter conoscere il mondo e rivoluzionarlo servivano astrazioni determinate (il corsivo in questo caso è d’obbligo) e non generiche «ipostasi», criticate già nell’opera giovanile del 1843, cioè nella marxiana «Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico». Giusto. E allora?…

Il punto dolente di queste mie letture non era rappresentato soltanto dal contagio di una scrittura gergale e bislacca, ma dal fatto che, letto l’articolo, non avevo con chi discuterlo e, soprattutto, non mi era chiaro in che rapporto veniva a trovarsi con le mie scelte di vita pratica e quotidiana. «Senza teoria rivoluzionaria non esiste movimento rivoluzionario». L’importanza della teoria era, quindi, indiscutibile, ma non riuscivo a togliermi di dosso la sensazione di studiare articoli marxisti così come studiavo paragrafi di manuali di storia, di letteratura, di filosofia o di matematica e scienze. In parte, in modo scolastico. Dico in parte, perché nessuno, per fortuna, mi interrogava sull’interpretazione dellavolpiana del pensiero di Marx!

Comunque, provai a discutere questi articoli nella locale sezione della FGCI di allora. Impossibile. Poi, grazie al cielo, diventai amico di Nicola Arminio, uno studente universitario più grande di sette o otto anni. Aveva in casa, addirittura, «Critica del gusto» e me la prestò. Insieme, tra il ’65 e il ’67, parlammo di Della Volpe, dei dibattiti suscitati dalle pubblicazioni di Louis Althusser («Per Marx» e l’opera collettiva «Leggere il Capitale»), del «Manifesto dei comunisti» e del saggio scritto in memoria da Labriola…Parlavamo più spesso di Gramsci. Era l’autore della “questione meridionale” e questa, più della dibattuta “rottura epistemologica” fra il giovane Marx ed Hegel, appariva come la nostra questione. Nicola aveva già trascorso dei periodi di lavoro in Germania. Anche il mio destino era segnato: mio nonno era emigrato per sei anni in America, mio padre per due o tre in Svizzera (senza contare i suoi nove anni in Etiopia), una città del Nord sicuramente attendeva me…E la prospettiva, in verità, neanche mi dispiaceva. Era grande in quegli anni la voglia di andare via dal paese.

3. – Quando arrivo a Torino, nell’autunno del 1967 e partecipo senza esitazioni all’occupazione di Palazzo Campana, ho in testa un compito preciso, volontariamente assunto e interiorizzato. Mi viene dal cofanetto Einaudi dei Quaderni del fondatore del PCI. È scritto negli «Appunti per una introduzione e un avviamento allo studio della filosofia e della storia della cultura»: tutti gli uomini sono «filosofi», sia pure in modo spontaneo e inconsapevole. Lo sono attraverso il linguaggio, il senso comune e il buon senso, il sistema di credenze, superstizioni, opinioni, modi di vedere rappresentati dalla religione popolare e dal folclore…Le “filosofie spontanee”, disgregate e occasionali, imposte meccanicamente «da uno dei tanti gruppi sociali nei quali ognuno è automaticamente coinvolto fin dalla sua entrata nel mondo cosciente», sono importanti, ma non possono bastare. Occorre superarle, elaborando «la propria concezione del mondo consapevolmente e criticamente e quindi, in connessione con tale lavorio del proprio cervello, scegliere la propria sfera di attività, partecipare attivamente alla produzione della storia del mondo, essere guida di se stessi e non già accettare passivamente e supinamente dall’esterno l’impronta alla propria personalità».

Compito chiaro, entusiasmante. C’è una citazione, tratta proprio da quelle pagine, che continuava ad accompagnarmi:

«Per la propria concezione del mondo si appartiene sempre a un determinato aggruppamento, e precisamente a quello di tutti gli elementi sociali che condividono uno stesso modo di pensare e di operare. Si è conformisti di un qualche conformismo, si è sempre uomini-massa o uomini-collettivi. La quistione è questa: di che tipo storico è il conformismo, l’uomo-massa di cui si fa parte? Quando la concezione del mondo non è critica e coerente ma occasionale e disgregata, si appartiene simultaneamente a una molteplicità di uomini-massa, la propria personalità è composta in modo bizzarro: si trovano in essa elementi dell’uomo delle caverne e principii della scienza più moderna e progredita, pregiudizi di tutte le fasi storiche passate grettamente localistiche e intuizioni di una filosofia avvenire quale sarà propria del genere umano unificato mondialmente. Criticare la propria concezione del mondo significa dunque renderla unitaria e coerente e innalzarla fino al punto cui è giunto il pensiero mondiale più progredito. Significa quindi criticare tutta la filosofia finora esistita, in quanto essa ha lasciato stratificazioni consolidate nella filosofia popolare. L’inizio dell’elaborazione critica è la coscienza di quello che è realmente, cioè un “conosci te stesso” come prodotto del processo storico finora svoltosi che ha lasciato in te stesso un’infinità di tracce accolte senza beneficio d’inventario. Occorre fare inizialmente un tale inventario.» (pag. 1376)

4. – Lavorio del proprio cervello. Cominciò in quegli anni e non è ancora finito. Dovevo dotarmi di una concezione del mondo organica, unitaria e coerente. Più facile a dirsi che a farsi. Dovevo innalzarla fino al punto in cui è giunto “il pensiero mondiale più progredito”. Ancora più difficile. Cos’era questo pensiero mondiale? Mi diventò subito evidente che non esisteva uno solo pensiero mondiale ma tante “scuole di pensiero” con professori, più o meno famosi, a tenere lezioni nelle Università dei vari Paesi e i loro allievi a seguirle per obbligo o per piacere. Esisteva un mercato editoriale che smerciava libri e riviste scritti da questi prof. Esistevano laboratori scientifici pubblici e privati. E chi ci lavorava dentro non era più un Galileo Galilei, un geniale artigiano del pensiero, ma un “lavoratore collettivo” composto da tanti ricercatori gerarchizzati in ruoli e funzioni e impegnati in programmi di ricerca tutt’altro che disinteressati. La scienza – questo avevo imparato nei controcorsi universitari – non era neutra. I soldi spesi per far camminare sulla Luna il primo bipede umano non soddisfacevano generici “bisogni di conoscenza”. La gara lunare tra gli Stati Uniti e l’allora Unione Sovietica era, in realtà, una guerra, sia pure fredda. Anche questa richiede e produce conoscenze. Furono i sovietici a lanciare in orbita il primo Sputnik ai primi di ottobre del 1957. Presi di contropiede, i gruppi dirigenti americani cercarono di correre subito ai ripari. La Conferenza di Woods Hole nel settembre del 1959 serviva anche a questo. Jerome S. Bruner ne ricavò un libro («Dopo Dewey. Il processo di apprendimento nelle due culture») che lessi e studiai per sostenere il mio primo esame di pedagogia. Per vincere una guerra, era necessario riformare il proprio sistema scolastico. La cultura è un campo di battaglia e fornisce armi agli attori in lotta. In lotta per cosa? Per l’egemonia, sosteneva il mio Gramsci. Egemonia, cioè consenso e coercizione. Era questo potere che permetteva ad alcuni di appropriarsi, più o meno, legittimamente di risorse economiche, sociali, istituzionali e ad altri (la maggioranza) di restare con un pugno di mosche in mano.

Quanto alle intuizioni della filosofia del futuro, quella “del genere umano unificato mondialmente”, ammessa la bontà dell’aspirazione, non vedevo grandi tracce, se non quelle depositate dai rapporti sociali capitalistici o implicite nelle varie Carte dell’ONU, dei Trattati commerciali internazionali, ecc. Sarebbe scaturita da questi “depositi” l’altra umanità? Da queste cristallizzazioni che tendevano a unificare il genere umano? E sarebbe scaturita dopo l’insurrezione, l’occupazione del Palazzo d’Inverno o nel qui ed ora del presente?

Ogni tanto provavo a fare l’inventario delle mie conoscenze. Il compito, soprattutto, agli inizi mi risultava anche relativamente facile. “Storia di lotte di classi”, “Egemonia”, “Rapporti di forza sociali”, “Campo ideologico”, “Società come totalità strutturata a dominante”, “Contraddizione e surdeterminazione”, “Anello debole”, “Sviluppo ineguale”… Tutti concetti interessanti, ma a chi andavo a raccontarli? Il problema si ripresentava.

A Rivoli ero ospite (pagante) di un Collegio (o qualcosa di simile) che formava pastori protestanti. Conobbi Pippo, un giovane di qualche anno più grande di me. Diventammo amici e si beccò tutte le critiche marxiane alla religione. Ovviamente si beccò anche tutti gli attacchi di Althusser all’umanesimo. Poi notai anche che il filosofo francese ce l’aveva con Gramsci, col suo storicismo e umanesimo. E qui i conti non mi tornavano. La storia è un processo senza soggetto, sosteneva.  Non lo sanno, ma lo fanno. E io, studente “contestatore”, che stavo lì a combattere l’autoritarismo professorale, che manifestavo per il Vietnam, io che desideravo l’impossibile, cos’ero? Un gattino cieco? Forse, è vero. Un movimento è un’azione collettiva, più o meno duratura. Ciò che effettivamente produrrà in una società, lo si potrà valutare dopo. In un movimento si entra in tanti. Le ragioni individuali e/o soggettive possono essere diverse. Conta il risultato. E però io partecipavo con entusiasmo all’occupazione di Palazzo Campana non solo per scrollarmi di dosso l’autoritarismo scolastico e sociale  – mio padre era comunista, ma picchiava come un fascista – , anche perché credevo di partecipare attivamente alla “produzione della storia” o, almeno, di un suo momento. Mi illudevo?…Gramsci ed Althusser nel mio cervello si misero a duellare. Chi aveva ragione? «Gramsci, Gramsci…» suggeriva una vocina interiore. Studiavo «Per Marx» e «Leggere il Capitale» perché era stato il rivoluzionario sardo a indicarmi il compito: impadronirsi di tutte le conoscenze prodotte dal “pensiero mondiale più progredito”… Compito immane, certo!,  che richiedeva un buon numero di vite. Però… Grande Gramsci e grande il mio desiderio di stargli dietro.

Nel decennio Sessantotto-Settantotto riempii diversi scaffali di libri marxisti, a partire dalle opere di Marx-Engels, di Lenin e di Mao. Contro i revisionisti, dovevo tornare al vero pensiero di Marx; un pensiero che mi sembrava vivo ed efficace. Oltre ai “Quaderni piacentini”, a “Critica marxista”, a “Politica ed economia” e a tanta pubblicistica gruppettara, comprai riviste come “Sapere”, “Le scienze”, ecc. per elaborare una mia concezione del mondo organica e coerente, fondata su principi scientifici e non sulle paure, le superstizioni e i fantasmi dell’uomo delle caverne. Anche se, devo dire, questo poveraccio non mi era poi del tutto antipatico.

Insomma, il lavorio del cervello andava avanti tra alti e bassi, luci ed ombre, certezze ed incertezze. La qualità dei marxismi appresi non si modificò. Continuò a soffrire di scolasticismo. Riunioni e riunioni: della Segreteria, del direttivo, dell’assemblea degli iscritti, degli organismi di massa. Manifestazioni quasi settimanali. Stesura, ciclostilatura e diffusione di volantini, da soli o insieme a quella (domenicale) del quotidiano. Lettura di documenti: della Direzione Nazionale, del Comitato Centrale, del Direttivo Regionale o Provinciale…Tutto per la costruzione del partito comunista rivoluzionario. Una frenetica scorpacciata di “politica al primo posto”. Ogni tanto qualche “gruppo di studio”. Ma se ti capitava di leggere «Calcolo economico e forme di proprietà» di Bettelheim o «Potere politico e classi sociali» di Poulantzas con chi potevi discuterli?…Al massimo, potevo scambiare qualche impressione con Ennio. Per il resto “intellettuale” era già diventato una parolaccia e “intellettualismo” il massimo della vergogna.

A fine anni Settanta, la crisi. Della costruzione del partito comunista rivoluzionario, del marxismo, della ragione, delle grandi narrazioni, della centralità operaia, ecc. ecc. Un diluvio. Perché? Per diversi motivi: una costellazione di cause, come in tutti i fenomeni storici. E si potrebbe star lì a discuterne per ore. Io ci metterei: la risposta dei capitalisti al ciclo di lotte operaie (ristrutturazione), lo stragismo e la scelta terroristica, l’incapacità di produrre teoria dei gruppi dirigenti della sinistra rivoluzionaria, l’affermarsi di nuovi bisogni e istanze sociali (il femminismo), il finanziamento di Fondazioni universitarie e para-universitarie da parte della CIA (o di chi volete voi: imprenditori, Rockefeller center, e via di seguito) per convincere l’universo-mondo che “lo Stato soffoca l’economia”, “privato è bello”, “i capi delle imprese pubbliche sono boiardi di Stato”, “il pensiero debole è meglio di quello forte”, “Heidegger ha visto più e meglio di Marx” ecc. Breve digressione: tiro in ballo degli slogan a casaccio. Ma il senso è chiaro: i fatti sociali non sempre si toccano con mano. Un licenziamento e la chiusura di una fabbrica si subiscono e si vedono, ma che uno “Stato soffochi l’economia” è una proposizione indimostrata e indimostrabile. Pura ideologia. La lotta per l’egemonia utilizza tutto e tutti: la scienza, la tecnica, la religione, l’ideologia, l’economia, gli apparati di Stato…È una lotta che va organizzata e finanziata. Il revisionismo storico è sicuramente il frutto di questa lotta.  Fine della digressione.

Risultato della crisi fine anni Settanta: oltre ai suicidi, alla “strage delle illusioni”, alla distruzione di una generazione con l’eroina, ci fu il cosiddetto “riflusso nel privato”. Ma io il virus della politica l’avevo contratto. Ridurmi al ruolo di buon padre di famiglia, neanche a pensarci. Tornare a compulsare le carte degli anni Settanta e destinarmi a un’esistenza silenziosa di studioso di testi marxisti continuava a fare a pugni con la mia vita quotidiana. In fondo, catturato dal compito della costruzione del partito comunista rivoluzionario, non avevo neanche terminato i miei studi universitari. È vero che avevo vinto subito, nel ‘71, il concorso da maestro e uno stipendio ce l’avevo; in casa, però, lavoravo da solo e, a fine mese, si faceva fatica ad arrivare. Esame di realtà. «Analisi concreta della situazione concreta». Ripresi gli studi e nei primi anni Ottanta aderii come indipendente al PCI.

Tra il 1967 e il ’68, venne pubblicato un libro di Lorenza Mazzetti: «Uccidere il padre e la madre». Era esattamente quello che avevo fatto. Da giovane, avevo “ucciso” mio padre, trovando dei “sostituti rivoluzionari”. Ora che i sostituti andavano in crisi o fallivano, tornavo, figliol prodigo, nella casa del padre. Mosso, probabilmente, da un inconscio complesso di colpa. Da rivoluzionario in lotta coi revisionisti a revisionista. Il percorso del gambero? Sì e no. Sì perché il tentativo di costruire un partito rivoluzionario era fallito e di fatti rifluivo insieme ad altri nella trincea da cui volevo uscire.  No, perché l’indipendenza nel PCI non è stata per me una foglia di fico. Primo, perché il PCI non era quel monolito stalinista di cui si ciancia. Secondo, perché potevo continuare a studiare liberamente il marxismo nella crisi e se la Democrazia Proletaria di allora o gli operaisti avessero prodotto idee e iniziative effettivamente coinvolgenti avrei potuto aderirvi. A Cologno in quegli anni tenemmo in piedi IPSILON, un “laboratorio di cultura critica” che organizzò diversi incontri e discussioni. Ad alcuni partecipò Costanzo Preve.

Anche dopo il crollo del Muro, dell’URSS e del PCI, ho continuato a leggere autori a cui Cristina Corradi dedica interi capitoli della sua «Storia dei marxismi in Italia»: Tronti, Negri, Losurdo, Bellofiore, La Grassa e Turchetto, il citato Preve, e via di seguito.

Letture, purtroppo, sempre parzialmente scolastiche. Che rapporto hanno le loro pagine con la mia vita quotidiana? Che posso farci se non mi convincono? Se non riescono ad esercitare egemonia sul mio pensiero? I problemi lasciati irrisolti dal “libro nero del comunismo” sono ancora lì: a) quello del partito rivoluzionario e del suo rapporto con la società, b) del cosa significa fare una rivoluzione nella nostra società e di quale strategia dotarsi, c) di come assicurare quella che Della Volpe chiamava la “legalità socialista” o, se si preferisce, la democrazia e la “libertà dei comunisti”…

Conosco la critica di Marx alla democrazia borghese: tutti siamo “cittadini” e “soggetti di diritto” e, quindi, formalmente eguali, ma il cittadino Berlusconi o Montezemolo lo sono di più. Infatti, hanno tante e tali risorse economiche che potrebbero comprare tutte le teste d’uovo che vogliono per organizzarsi, “scendere in campo” e difendere anche in Parlamento e nelle sedute del Consiglio dei Ministri i loro interessi. Possono fondare associazioni, orchestrare campagne di stampa e propaganda, realizzare iniziative politiche e sociali mirate a singoli pubblici, ecc. Tutto vero. E allora? Riproponiamo la “dittatura del proletariato” o la lotta per difendere e attuare la Costituzione? E ci organizziamo per l’uno o per l’altro fine?…

C’è chi sostiene che è tutto passato, che sono battaglie vecchie. Di un’altra epoca. Probabile. Quali sono quelle nuove? E in che rapporto sono con quelle vecchie? Se il nuovo lo portano certi personaggi, preferisco il vecchio…

Insomma, bisogna evitare la palude, ma siamo nel bel mezzo di un caos. La situazione è tutt’altro che eccellente.

Io e il fantasma di mio padre continuiamo la nostra deriva. In mare aperto.

8 settembre 2011

Sereni Impostori

di Ezio Partesana

Un complotto è un inganno ordito ai danni di chi non ne sa nulla, una cosa sotterranea che solo alcuni conoscono ma potrà avere grandi effetti, a patto che nessuno lo scopra; condizione indispensabile è che la vittima, una persona o molte, sia ignara. Non posso complottare contro me stesso, per esempio, né contro un lago o un albero di passo. All’intrigo è necessario ci siano due coscienze, una delle quali sa cosa sta progettando e l’altra lo ignora; l’ignorante è la vittima, il sapiente l’esecutore.
Un complotto può essere buono o cattivo, può essere teso a eliminare un uomo sanguinario che è al potere come a imporre un ordine conveniente là dove non ce n’è alcun bisogno. L’etimologia è incerta ma in ogni caso si tratta di una cosa segreta fatta da alcuni alle spalle di altri.
Alcuni tentativi, nella storia, sono andati a buon fine, altri no. Il primo punto è che la fiducia in una cospirazione prevede la convinzione che le azioni di alcuni uomini possano modificare il corso degli eventi, è una storia di individui quella di una trama ordita per ottenere questo o quest’altro. Su altro non si pensa: la forza di gravità non è un complotto come non lo sono le terzine di Dante. Non è un’aporia: un complotto deve sempre, in una qualche misura, essere politico perché abbia senso; può essere la politica minuscola di una lite in famiglia o quella enorme di uno sterminio, ma sempre di politica si tratta.
Il secondo, implicito, comandamento per un complotto è che sia difficile da scoprire e che dunque si debba agire contro di esso sulla base di indizi, supposizioni, induzioni. Si immagina ci sia qualche volontà tesa a farci del male – per suo personale guadagno o mera cattiveria, non importa – e che, come investigatori, si possa scoprirla solo seguendo le tracce del suo operare nascosto. Bisogna essere molto intelligenti per svelare la macchinazione, non c’è dubbio; un plotone di esecuzione non ha bisogno di cogliere di sorpresa il nemico, un colpo di stato sì.
L’assunzione, in tutti i casi, è che ci sia qualcosa che comanda la vita, e l’assunzione è corretta: un terremoto, una malattia, non è in nostro potere fermarli; si possono ridurre gli effetti, forse, non fare scomparire le cause. Letteralmente rispetto al mondo noi siamo il capro che devasta le vigne. Anche altre forme di dolore, però, sono tragedie che rendono la stessa misura di impotenza, ma hanno origine all’interno della sfera sociale: il censo, l’educazione, il lavoro, per esempio, o la geografia e le credenze.
Hanno tutte le caratteristiche di un complotto ai nostri danni le differenze di impiego, salario, conoscenze, e fuori da casa di etnia, acqua o cura, e vengono ovviamente percepite allo stesso modo, si cerca il colpevole, nascosto da qualche parte, in agguato. Poiché non sono stato io a scegliere di essere quello che sono e che non mi piace e mi fa soffrire, allora deve essere stato qualcun altro, che ha interesse a tenermi in questa condizione.
Quale condizione? È questa la domanda che dovrebbe venire per prima: Qual è la mia condizione. Per rispondere, però, sono necessarie molte cose; in primo luogo tempo per riflettere, poi informazioni sugli altri che sembrano essere come me, quindi accesso al sapere collettivo, capacità di ragionamento e via di seguito. Ma se la mia condizione è proprio quella di chi non può fare nessuna di queste cose, quale mai potrà essere la via d’uscita?
Rinnegare è una delle condizioni umane: fare finta di non essere poveri; spergiurare, tremando, di non avere paura; fingere di aver già saputo quel che in realtà ci ha colto di sorpresa. Di fronte a esami finali, tuttavia, la costruzione crolla e nel castello non si può più entrare; sono gli squarci dove si vede la trama del romanzo, la recitazione forzata degli attori o, semplicemente, il dominio della struttura sociale. Nessuna donna è un uomo, nessun uomo è un’isola, nessuna isola è in pace.
L’esperienza immediata è quella di uomini che agiscono contro altri come loro: il licenziamento è arrivato dal capo del personale, è lui il colpevole; gli anni di studio non hanno portato a nulla per l’invidia dei colleghi; perché non mi hanno accolto quando avrebbero potuto farlo? Qualcuno (non so chi) dovrà un giorno renderne conto. L’esperienza diretta è solo di individui, “storici” perché le loro azioni cambiano la nostra condizione, ma anche potenti per grazia ricevuta. Si intuisce, in una qualche forma confusa, che questi funzionari occupano un posto all’interno di una struttura, ma si immagina che siano essi a determinare quella e non viceversa.
Più la situazione è disperata e dolorosa, maggiori sono le spinte a cercare una soluzione veloce che, se solo fosse possibile praticare con risolutezza, rimetterebbe le cose a posto. È l’idea dell’assassino: un colpo ben assestato e tutti i miei problemi saranno risolti – la disperazione è parte della contraddizione, non una mera conseguenza. Ma se nonostante tutto questo nulla cambia allora deve esserci un complotto in atto, perché non è possibile che le condizioni di vita siano davvero come sembrano.
La distanza tra desideri e quotidiana vita è misurabile solo per quelli che possono disinteressarsi, o quasi, del quotidiano. Per gli altri, che non vedono ragione per la quale debbano essere gli ultimi a sapere e a poter fare, la lontananza è incolmabile, e è esattamente in quello spazio che si inserisce l’anima cattiva che ha la colpa di quel che accade.
Se gli uomini potessero vedere tutto d’un colpo, se fosse trasparente l’involucro che custodisce i motori e le catene della storia, allora il politico autoritario o il funzionario meschino sarebbero solo una curiosità che bisogna sì eliminare ma come si tolgono gli infestanti da un campo seminato a grano. Dacché siamo ciechi invece, si scruta il prossimo, il vicino, con una lente che lo restituisce cento volte più grande e seduto proprio là dove dovremmo essere noi, e dove certamente saremo una volta scoperto l’inganno. Poco importa che il diavolo sia da solo o si dedichi, piuttosto, a tirare le fila di schiere che obbediscono volenterose, svanisse la sua malvagità il mondo sarebbe più giusto e ognuno vedrebbe riconosciuti i diritti che ritiene di avere.
È l’illusione di una autonomia – ormai ridotta a scelte di consumo – che sprona gli individui a credere al complotto; vittime che di individuale non hanno quasi nulla compensano l’impotenza con una immaginaria potenza altrui, con una cattiva volontà che sovrasta persino la storia della scienza, l’organizzazione sociale e la conoscenza. Sono, letteralmente, seduti in una caverna e quel che vedono passare sono fantasmi, piccoli riflessi del lavoro che si sta svolgendo altrove e sopra il quale non hanno nulla da dire.
Una vendetta è necessaria. In primo luogo verso gli ubbidienti, i rassegnati che accettano supinamente quel che viene loro raccontato, e già questa è la riprova che noi non siamo come loro, non siamo il gregge; l’antico gesto dell’ostracismo diventa una forma di identità: si intuisce che così non può essere e dunque si è altrimenti, a qualunque costo. Non essere tra gli ultimi perché più svegli, più attenti, meglio informati, è un balsamo per l’Io disperso tra impegni e doveri, nonché la riprova che debba esserci qualche trama nascosta che mi fa assomigliare così tanto alla pletora dei sottoposti.
In primo luogo una scissione, dunque, che genera un Soggetto che è tale proprio perché possiede una facoltà di discernimento che gli altri, i generici altri soggetti, non hanno. La divisione però richiede il riconoscimento di un destino comune: prendere le distanze dal tetto della casa di fronte non ha alcun senso, dal mio vicino di casa sì, perché egli si trova nella mia stessa situazione ma non lo sa. In fondo chi crede ai complotti è un ottimista, smascherati quelli tutti nel mondo godrebbero di una vita piena e soddisfacente.
Dimostrare a se stessi di “non essere come gli altri” è un’impresa non facile perché la somiglianza è forte. Un tempo era il successo economico a fare da banco di prova o le famiglie di origine, anche un titolo di studio poteva andare bene, medico, avvocato, ingegnere, qualche cosa che non fosse accessibile a tutti insomma, un tratto distintivo notabile al volo, e sovente l’una qualità era legata all’altra: i nobili erano colti, gli avvocati ricchi e i medici possedevano un sapere indispensabile. Ma oggi nessuno si sente al sicuro dall’anonimato per il fatto di possedere beni costosi o avere conseguito una laurea. Così si è inventata dal nulla una nuova categoria: Non farsi ingannare. Chi non si fa ingannare dalla propaganda di regime – è tutta la conoscenza è regime – ha qualcosa in più degli altri che non può essere confuso con i soldi, la fama o il potere politico. È un dono che dipende solo da noi, nessuno studio è necessario, basta averne voglia. La cultura e il faticoso emergere di competenze diventano un segno di pigrizia intellettuale, un privilegio che non ha più motivo di essere da quando il mondo è governato da élite nascoste ai più e intente a portare a termine con ogni mezzo il proprio progetto. Peggio, chi scova i complotti è convinto che il primo sia proprio quello di far credere che per capire sia necessario sapere; il ceto intellettuale è una macchinazione della loggia segreta del potere.
L’idea che quel che non si vede non possa fare male è moderna e come tale sopravvive. Anche se oggi sappiamo che esistono oggetti e forze che non sono percepibili dai cinque sensi, e accettiamo serenamente di servircene nella vita quotidiana, esiste pur sempre un limite oltre il quale la nostra credenza non può andare ed è stabilito dalla tecnologia: quel che funziona esiste, anche se la maggioranza degli uomini non sa come o perché, il resto è un’invenzione diffusa a arte per renderci inermi, dunque non solo non serve ma è anzi dannosa. Secoli fa gli uomini professavano di temere gli dèi, oggi gli inganni del potere hanno avuto il loro Olimpo e a loro si fanno sacrifici per scampare la sorte.
Le diseguaglianze sono dolorose soprattutto per chi è sul piatto minore della bilancia. Per compensare è necessario aggiungere qualcosa dalla propria parte, ma poiché disparità sono reali e evidenti bisogna rendere altrettanto pesanti le convinzioni che spiegano la disparità come frutto di un complotto e contemporaneamente alleggerire il valore di quel che fa pendere la bilancia dalla parte opposta. Il primordiale meccanismo del disprezzo per quel che non si può raggiungere si salda con la certezza di aver trovato ben altro di cui andare fieri. L’arma che l’oppresso potrebbe impugnare contro il controllo viene felicemente gettata via per la paura che possa esplodere di colpo, e rivelare il trucco.
La vita amministrata procede per disillusioni; confessa, con il passare del tempo, la sempre crescente sfera dell’esistenza sulla quale è impossibile avere controllo. Il capitale si muove e replica se stesso senza il nostro consenso; la tecnica avanza e ci rende idioti speranzosi che tutto vada come previsto; il pianeta è esausto e non sarà certo un avanzo gettato nel cassonetto corretto a salvare l’esistenza; lo sfruttamento e la povertà concordano sul da farsi, qualunque sia il giudizio sul mercato multinazionale; l’età spaventa come allora, anche se è la nostra adesso.
Il complotto è la forma contemporanea dell’impotenza, è una fuga in equazioni a portata di mano, semplificazione che si sogna e infine spostamento della totalità e condensazione in un’unica parte, indifferente e inutile. Chi complotta è chi svela sono la stessa persona, uguali nella fiducia smisurata in un Sé che non esiste, e solidali nel riconoscersi l’un l’altro come i veri artefici di quel che accade. All’apparenza concreta e radicata, come ogni “qui e ora”, la lotta contro gli intrighi universali che dominerebbero il mondo si rivela così astratta che neanche l’esperienza individuale può scalfirla. È un riassunto, per così dire, che mette insieme tutto quel che non va e poi lo distribuisce non in base a ragione ma sopra indefiniti gruppi di potere che sono tutto e niente.
Lo spostamento è evidente: ci si accontenta di colpevoli verosimili e astratti – immigrati, multinazionali, ebrei, poco cambia – buoni sino a che non hanno nulla a che fare con noi; chi immagina raggiri non pensa mai di essere un collaborazionista ma solo una potenziale vittima che ha scoperto l’inganno. “Non siamo stati noi” è il motto che sventola sopra ogni bandiera nei cortei degli indignati a vita in marcia verso la liberazione. Fatto questo l’assoluzione è duplice: il singolo non ha colpe ma neanche il modo sociale di riproduzione è responsabile del disastro che pure è sotto gli occhi di tutti.
La gratificazione di essere dalla parte dei buoni nonostante l’infame servizio dei giornali, servi del potere, e del sapere confiscato dai pochi per proprio tornaconto, è sufficiente a arrestare qualunque ulteriore sviluppo. Le espressioni diventano stereotipe: la “storia ufficiale”, i “dogmi della scienza”, il “coraggio di pochi”, le “voci fuori dal coro”, e l’odio si riversa su coloro che esprimono perplessità sopra quel miracoloso risveglio. A chi ricordasse loro che il costo del lavoro è il risultato di una lotta politica, non il trucco di un disonesto, i seguaci delle cospirazioni toglierebbero volentieri la parola sostenendo che anche l’economia è una bugia raccontata per farci star buoni.
Una volta consegnato il mondo a poche menti perverse, lo spazio per altro si riduce sino quasi a scomparire. Se politica, cultura, organizzazione e studio non sono altro che un inganno, sul campo schierate in formazione restano solo la rabbia e il compiacimento. Si accusa quel che manca di essere la causa della miseria e ci si libera del poco che pure sarebbe rimasto, a favore di un risorgimento tutto personale, esibendo pace interiore e compiaciuti ritornelli di circostanza. Con queste maniera si fugge, è vero, la condizione umana del presente storico, ma si abbandona anche ogni principio di speranza: se non sono gli uomini a fare la storia, chi mai potrà salvarsi?
La teoria del complotto è la versione facile della coscienza politica, senza classi, senza mezzi di produzione e senza strategia. Garantisce un illimitato credito verso se stessi, con una parvenza di soggettività, e protegge, a un tempo, dalla inquietante scoperta di far parte – né più né meno di altri – delle procedure autonome di alienazione. Due secoli fa si scriveva che gli uomini assegnavano a Dio tutto quel che di bene ancora non c’era in terra e poi credevano a quel che avevano proiettato perché il bene, in qualche forma, volevano. Oggi si aliena il male al Diavolo e si combatte un fantasma, nella convinzione che comunque tutto sia perduto. La disperazione dei complotti è tutta qui, nel gesto con il quale si irride la conoscenza e si ingrassa un vitello che non è più nemmeno fatto d’oro.



La società della comunicazione

PARTESANA LIBRO

Su “Il gioco delle parti. Ideologia e propaganda” di Ezio Partesana, Sensibili alle foglie 2016

di Donato Salzarulo

1.- “Propaganda” non è termine da dizionario filosofico. Neanche sociologico. Mi riferisco ai dizionari che ho in casa. Quello psicologico si limita a definire in poche righe l’attività (procedimento sistematico di persuasione di massa), indicare i canali di comunicazione che Continua la lettura di La società della comunicazione

QUALE POESIA OGGI? E Majakovskij rispose così…

Majakovskijj 1

La poesia tradotta da Paolo Statuti è tratta dal suo blog “Un’anima e tre ali” (qui)

Ho pensato di porre la domanda ‘quale poesia oggi?’, che Poliscritture affronterà in uno dei prossimi numeri del cartaceo, anche ai poeti morti che in qualche modo vi hanno già risposto (in versi o in prosa). Senza alcun ordine preciso comincio da questo testo di Vladimir Majakovskij. [E. A.] 

A tutta voce
(Во весь голос)

(Prima introduzione al poema)

Egregi
compagni posteri!
Scavando
nello sterco impietrito
del presente,
studiando le tenebre odierne,
voi,
forse,
chiederete anche di me. Continua la lettura di QUALE POESIA OGGI? E Majakovskij rispose così…