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Revisionismi sotto il Sole (24 ore)

di Ennio Abate

Che brutta aria tira in certi ambienti intellettuali!  Sia tra  ex sessantottini stagionati che rinnegano i furori rivoluzionari di gioventù; e sia tra gli intellettuali  giovani o di mezza età  che si arruolano a tempo pieno  nella  difesa della liberaldemocrazia. (Così ancora la chiamano).
Prendiamo il caso di Paolo Febbraro. Recensendo su Il Sole -24 ore il libro di Emanuele Zinato, Primo Levi controtempo. Una lettura politica (Quodlibet), dopo qualche sbrodolamento di plauso,  non ha esitato  ad accusarlo di abbandonare – ohibò – la “critica letteraria” e di agitare “una bandiera” – (rossa si sottintende ma per Febbraro “di un colore molto dubbio”) – come un qualsiasi agit-prop d’altri tempi.
A dire il vero, quando Zinato ha scritto che  Primo Levi “ha saputo raffigurare la vittoria russa contro il fascismo  come un immenso caos vitale e festoso”, ha soltanto ribadito una verità storica indiscussa almeno fino agli anni Settanta del Novecento. Ma, secondo Febbraro,  Zinato “”azzarda affermazioni irricevibili, ad esempio quando cerca in Levi gli argomenti contrari a chi “ha voluto confondere comunismo e nazismo sotto la categoria del totalitarismo””.
Sarà cresciuto pure lui, come tanti nipotini della fu Sinistra riciclatasi in liberaldemocrazia, a brioche e revisionismo storico.  Difende, cioè, il Dogma  proclamato dal Parlamento Europeo con la Risoluzione del 2019: comunismo=nazismo.  E il povero Primo Levi – “uno scrittore tragico, un borghese progressista”, cioè per Febbraro una persona perbene,  non può mai aver riconosciuto qualche differenza tra comunismo (persino staliniano) e nazismo. Insomma, pur di accaparrarsi la figura di Primo Levi e collocarla nella Sacra Famiglia della liberaldemocrazia, ha la sfacciataggine di accusare  uno studioso di lungo corso come Emanuele Zinato di “una vera e propria falsificazione dei testi leviani, oltre che della Storia”.
E’ un’affermazione   bassa e meschina  che impedisce qualsiasi dialogo con Paolo Febbraro.
I veleni del revisionismo, però, circolano. E bisogna contrastarli. Mi sono ricordato che  tra le schede che preparai  tra il 2004 e il 2008 sulla storia del Novecento  per di  Di fronte alla storia 3 della Palumbo Editore,  ce n’era una che  affrontava proprio questa questione. Vi citavo un articolo di   Francesco M. Cataluccio e lo ripubblico per quei lettori che volessero ragionare e  approfondire.

***

Francesco M. Cataluccio – La posizione di Primo Levi su Lager e Gulag

Questo brano di Cataluccio – un intervento al già citato convegno di Siena del 1997 – riassume la posizione di Primo Levi, che misura sulla base della sua esperienza di deportato le testimonianze di Solženicyn e Šalamov.
Levi non sfugge al confronto (per alcuni in quegli anni ancora inammissibile) tra Lager e Gulag, ma si attesta sulla posizione che esisteva una «differenza fondamentale» tra le due esperienze concentrazionarie: nei Gulag «la gente ci moriva egualmente», ma non
erano fatti, come i Lager, con l’intenzione calcolata di «uccidere la gente».

Levi definisce il gulag descritto da Solženicyn «schiavitù simile e diversa», con un’origine comune: «Lo sfruttamento massiccio della mano d’opera schiava era stato imparato da Hitler alla scuola di Stalin, ma in Unione Sovietica è ritornato moltiplicato alla fine della guerra».1
Levi, però, ribadisce che c’è una differenza di “qualità”, di scopi. Nei lager tedeschi si cerca la morte del prigioniero, nei gulag essa sarebbe una sorta di “accidente” dovuta alle condizioni terribili nelle quali si trovano coloro che sono ai lavori forzati: «Ho studiato bene il primo libro di Solženicyn, per vedere le affinità e le differenze tra i lager russi e quelli tedeschi e posso dire una cosa: nei lager russi la morte è un sottoprodotto, non è lo scopo. E fa una bella differenza».2
Questa convinzione è rafforzata in lui dalla lettura del libro di racconti di Varlam Šalamov:3 «Ho letto il libro di Šalamov sulla Kolyma: è impressionante e nello stesso tempo sorprendente; perché non è così totale il disfacimento dell’uomo, la speranza di poter uscire ce l’hanno pure, hanno pure una parvenza di vita legale per cui possono fare delle proteste collettive. E sono curati quando si ammalano».4
Levi coglie una “terribile debolezza” in Šalamov e paragona la sua posizione a quella dei reduci dai lager tedeschi: «Duole dirlo, e non è una scoperta: il terrore e l’isolazionismo staliniani trasmettono la loro infezione paralizzante anche ai loro testimoni e ai loro contestatori. Uomini quali Šalamov meritano comunque il nostro rispetto, ma la loro statura è inferiore a quella dei loro corrispettivi che hanno combattuto il terrore hitleriano, o che oggi denunciano i delitti compiuti in Asia e in Africa dalla civiltà occidentale. Le pagine di Šalamov destano commozione e simpatia per le cose che dicono, non per il modo in cui le dicono e tantomeno per le prese di posizione dell’Autore. Šalamov, in qualche modo, testimonia più di quanto vorrebbe, più di quanto sa di testimoniare, proprio grazie alle sue insufficienze e frustrazioni». Nonostante le sue resistenze personali, il tema del confronto tra lager e gulag era diventato ineludibile. Levi sembra prenderne atto, nel 1985, durante la conversazione radiofonica Lo specchio del cielo, con Alberto Gozzi: «Non parlo dei lager sovietici perché non ci sono stato. Se ci fossi stato ne parlerei e ne parlo, anzi, fa parte della mia “droga” l’occuparmi di queste cose; ho letto quanto ho potuto anche dei lager russi di allora e di adesso. Sono stato in grado di fare un confronto, ho letto un libro che spererei fosse tradotto in italiano [lo è stato, nel 1994, col titolo di Prigioniera di Stalin e Hitler] di Margarethe Buber-Neumann, nuora di Martin Buber, comunista, che era stata scaraventata in un lager da Stalin perché era un’attivista comunista al tempo delle grandi purghe, stava in Spagna col marito. È stata internata in Siberia a lungo e poi col patto Ribbentrop-Molotov ceduta ai tedeschi che l’hanno rinchiusa nel lager […]. Credo che sia una delle cinque-dieci persone che abbiano potuto fare quest’esperimento, comparare il regime carcerario di internamento sovietico con quello hitleriano. Sarebbe stupido e ottuso dire che nei lager della Siberia si stesse bene, non si stava bene affatto, però c’era una differenza fondamentale, che non erano fatti per uccidere la gente. La gente ci moriva ugualmente, anche molto, anche con quote di mortalità terrificanti, del 10-20-25 per cento, con tempi folli di detenzione, ne parla anche Solženicyn, in cui però la morte era in qualche modo accidentale, avveniva per il freddo, per la fame,per la fatica, ma non era l’obbiettivo. Mentre la novità finora unica, perché non credo che si sia ripetuta mai, salvo forse in Cambogia, lo scopo dello strumento lager nella Germania di Hitler era proprio quello di uccidere. Erano macchine per uccidere in cui invece si capovolgeva il lavoro servile, che era un sottoprodotto.
Il prodotto principale era la morte e questo mi pare vada ripetuto, non per scagionare Stalin né i suoi successori, ma solo per segnare una differenza che ha la sua importanza».

da Francesco M. Cataluccio, Lager e gulag in Primo Levi, in Nazismo, fascismo, comunismo, a cura di Marcello Flores, Bruno Mondadori, Milano 1998.

Note

1. P. Levi, I sommersi e i salvati, Einaudi, Torino 1986.
2. P. Levi, Mago Merlino e l’uomo fabbro, intervista di S. Giacomoni,«la Repubblica» 24 gennaio 1979.
3. V. Šalamov, I racconti della Kolyma, Adelphi, Milano 1995.
4. P. Levi, Tornare, mangiare, raccontare…, intervista di V. Lo Presti, «Lottta continua» 18 giugno 1979.

(da P. Cataldi, E. Abate, S. Luperini, L. Marchiani, C. Spingola ,  DI FRONTE ALLA STORIA  3
pagg. 306-307, Palumbo Editore, 2009)

P.s.

Aggiunta. Nell'articolo di Paolo Febbraro ci sono, seminate qua e là, altre perle del suo ideologismo revisionista.  Eccone tre:

1. “II lavoro può essere espropriato e mercificato ma resta un modo per misurare l’utilità del proprio ingegno e di “recuperare il piacere della competenza messa alla prova”.

Quindi, verrebbe da dire, siccome una minoranza di lavoratori - quanti? (specie oggi che è entrata  in guerra contro di loro la  macchina mondiale strizza lavoro della IA ) - ancora provava o prova “il piacere della competenza”, non dovremmo più disturbare  gli espropriatori e mercificatori?

2. Della storia contemporanea  dice  che è “una costruzione ideologica”.

3. Quando Zinato scrive: "l'Europa risponde con il riarmo al collasso della globalizzazione; ai palestinesi di Gaza è stato inflitto il trattamento riservato dai tedeschi agli insorti di Varsavia; ai bisogni elementari dei migranti  si oppongono il razzismo , il filo spinato, le deportazioni e gli annegamenti", Febbraro lo accusa di "dire un decimo della verità". Senza degnarsi di accennare ad uno soltanto degli altri nove  decimi della verità, che lui pretende di sapere.

Appendice

L’articolo di Paolo Febbraro comparso sull’inserto “Domenica” de Il Sole 24 ore (14 giugno 2026)

Sionismo e Nazismo, brevi note

di Paolo Di Marco

Chi avesse per caso letto il libro di Tom Segev ‘Le septiéme million’* avrebbe notato che la nascita dello stato di Israele ha un percorso assai diverso dalla vulgata comune.
Gli ebrei tedeschi che i due comitati ebrei-uno in Germania ed uno nella Palestina occupata- riscattano trattando con Eichmann sono assai riluttanti all’esilio; insistono che loro sono totalmente d’accordo con Hitler e tutte le sue politiche -l’unica cosa che non capiscono è perchè devono essere proprio loro la vittima sacrificale. La maggior parte rifiuta il trasferimento. E l’ esilio forzato della minoranza che parte è rancoroso anche nei confronti del socialismo primitivo dei kibbutzim del sionismo originario. Che dal canto loro ripagheranno gli yekkes chiamandoli saponi.
D’altronde, sempre per uscire dalla vulgata corrente, il nazismo allora non era affatto visto come quel mostro che oggi ci viene descritto, anzi, e godeva molte simpatie nelle aristocrazie sia blasonate come l’allora re d’Inghilterra Edoardo VIII (poi costretto alle dimissioni da Churchill) che aveva trattato con Ribbentrop la divisione del mondo dopo la guerra sia borghesi come i fratelli Dulles e Prescott Bush che gestivano negli USA i capitali di gerarchi ed industriali tedeschi.
Le giustificazioni ideologico-morali della guerra sono mera propaganda favolistica costruita ex post.
E anche all’interno della Grande Germania la questione centrale è la gestione del potere, basata sulla stratificazione sociale: sotto la borghesia la piccola borghesia, sotto di questa la classe operaia divisa a strati: sopra gli operai tedeschi, sotto i cechi, sotto ancora polacchi….con un meccanismo di retribuzioni e condizioni tali che il nemico non era mai in alto, i padroni, ma quello più in basso che sgomitava per avere qualcosa di più -togliendolo a quello sopra. Un meccanismo classico di divisione, che per funzionare appieno aveva bisogno di un ‘tappo’ (come nelle ricorsioni), cioè di uno strato ultimo su cui riversare tutte le frustrazioni. E gli ebrei risolvono il problema della ricorsione: sono loro -per motivi sociali. religiosi e storici che non riprendiamo-il tappo ideale.
Ma gli ebrei stessi sono gli ultimi a vedere questo meccanismo. Anche quando trattano col tranquillo burocrate Eichmann le quote di emigrazione, sono il mezzo milione di ebrei tedeschi ad avere la precedenza; i milioni in Polonia e dintorni di ebrei e kazari convertiti (non sapremo mai quanti) là sono e restano.
Quando Piero del Giudice farà la sua tesi di laurea intervistando i reduci dai campi l’elemento comune che emerge è l’incapacità, anche decenni dopo, di capire cosa realmente fosse successo. Sarò solo ricorrendo a Marx e al plusvalore come percentuale della giornata lavorativa che si potrà attribuire ai campi la natura di estremizzazione di questo meccanismo (ricordiamo che nei campi si lavorava per Krupp, Messerschmitt, IGFarben…), quando la parte dedicata alla riproduzione del lavoratore diventa trascurabile e il plusvalore va quindi alle stelle. Che è anche un disvelamento plateale della natura disumanizzante della forza lavoro diventata merce.
Sarà solo nell’ultimo anno di guerra che questo meccanismo verrà eclissato dallo sterminio tout-court, ultima abissale esplosione delle frustrazioni della piccola borghesia proletarizzata.
Eclissato ma non annullato, chè i lavoratori specializzati-v.Primo Levi-verranno salvaguardati: non stranamente la stessa logica che orienterà gli inglesi quando nel Maggio ’44 il ministro degli esteri Anthony Eden rifiuterà la proposta nazista di scambio tra un milione di ebrei e 10.000 camion col motivo che in Palestina servivano solo lavoratori con abilità manuali e tecniche accertate..
Se all’inizio Israele è per gli inglesi un piccolo caposaldo del controllo del MedioOriente, la fine dell’impero inglese che inizia con la guerra lo trasforma progressivamente in portaerei del loro successore, l’impero americano; se dopo la fondazione dello Stato gli emigrati dai paesi mussulmani vengono collocati al gradino inferiore della società, è solo col crollo della cortina di ferro e l’arrivo dei nuovi immigrati dall’est che struttura sociale e funzione diventano un tutt’uno, con una somiglianza impressionante con la Germania post 34: i palestinesi sono i nuovi ebrei, il Nord Africa e Medio Oriente il nuovo LebensRaum.
Anche se, come tutte le portaerei, ha ancora bisogno dei rifornimenti d’OltreAtlantico.

Conviene sottolineare che come l’ideologia  nazista era l’involucro sovrastrutturale di una forma di controllo sociale**, e la persecuzione degli ebrei parte essenziale di quel meccanismo,  così il genocidio dei palestinesi è frutto diretto  del ruolo di Israele come avamposto dell’impero; in continuità coi metodi del dominio inglese in India e Bengala, colle efferatezze di Leopoldo (il re scelto dai Rotschild) in Congo e tanti altri. E che questa continuità passi anche da carnefice a vittima ci fa solo meglio intravedere la natura reale dei rapporti di produzione capitalistici.

Segev ci ricorda che quando in Germania vennero promulgate le leggi razziali vi fu un grande dibattito- in tutto il movimento sionista ed anche in Palestina- che vedeva contrapposte due posizioni: prendere atto della situazione ed emigrare, oppure creare un movimento che con azioni di propaganda e boicottaggio difendesse i diritti degli ebrei sul suolo tedesco. Prevalse (forse inevitabilmente) la prima, rafforzando così il sionismo, che a poco a poco impose l’idea che il nuovo Israele era la patria di tutti gli ebrei del mondo. Ma così facendo infilando tutto l’ebraismo in un sacco senza via d’uscita.
Oggi sembra che i pochi ebrei umanamenti pensanti rimasti stiano riconsiderando questa scelta, non solo ripudiando il sionismo ma anche rivalutando un concetto quasi dimenticato con l’avvento degli Stati-nazione: che l’umanità non ha bisogno di frontiere, nazioni, (razze anche, ma queste già sappiamo che non esistono proprio), anzi ne può fare tranquillamente a meno; sono solo catene che si aggiungono a quelle sociali e di classe, e insieme a queste vanno distrutte.


*Tom Segev, Ha-milyon ha-shevii, Keter, Jerusalem 1991

**Ricordiamo come una recente ricerca ha evidenziato un elemento che rafforza quello che diceva Hannah Arendt sulla banalità del male: le SS,le camicie brune, più tardi i corpi speciali della repressione argentina dopo il golpe erano ‘dei cretini’ : ovvero persone sostanzialmente stupide ed incapaci, che entravano nei corpi speciali perchè solo lì riuscivano ad avere condizioni migliori ed avanzamenti di carriera. Ma se allarghiamo il discorso agli strati sociali, tutto il sistema si reggeva -come accennato- sulla stratificazione ; non c’era bisogno di essere ‘moralmente cattivi’: bastava che questa scelta se la accollassero in pochi; agli altri, per sopravvivere o stare meglio, bastava andare avanti come al solito. Il meccanismo a strati garantiva che per vedere il nemico si guardasse sempre solo più in basso.

La giornata della memoria


Renzo Vespignani, Reliquie ebraiche, 1975

 IL NOCCIOLO DI QUANTO ABBIAMO DA DIRE

di Donato Salzarulo

Questo è il secondo dei due testi pubblicati nel gennaio 2013 sui blog “La poesia e lo spirito” e “Moltinpoesia”.  Continua la lettura di La giornata della memoria

“La strategia della farfalla” di Marco Belpoliti

di Teresa Paladin

Tra interruzioni, ripartenze, nuove interruzioni imposte dalla pandemia, quest’estate ci abbiamo riprovato, con il Gruppo di lettura dell’Associazione Il Giardino di Figline Valdarno, a conversare la notte intorno a dei libri. Sei incontri che si sono svolti tra luglio e agosto sotto il titolo “Notturni al giardino”. In realtà faceva un gran caldo, nonostante fossimo in un vero giardino dedicato alla memoria del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, ucciso dalla mafia. Un caldo umido trasudava in cielo la caligine anche di notte, una foschia così fitta nella quale potevamo scorgere appena qualche stella. D’altra parte Figline è un paese situato in una stretta pianura dove scorre l’Arno e molti suoi affluenti, qui l’afa, l’umidità è di casa estate e inverno forse più che a Firenze. Ma la nostra curiosità a conversare di libri aspettava paziente le ore più fresche, che sarebbero comunque arrivate, chiaramente sempre in rapporto alle temperature di giornate in cui si superavano i 40 gradi. Con Teresa Paladin e Giuseppe Baldassarre abbiamo conversato su di un libro fresco di stampa come il Napoleone in venti parole di Ernesto Ferrero, con Paolo Gualandi sugli ironici racconti dello scrittore americano Ring Lardner, con Lucia Bruni sul mio ricordo/racconto dedicato a Romano Bilenchi, con Federico Napoli su Firenze e la cultura dei Caffè letterari del Novecento, mentre una serata, curata da Leonello Rabatti e Augusto Taurisano, è stata interamente dedicata a letture sceniche e performance recitative di alcune poesie. Nell’ultimo degli incontri Teresa Paladin ci ha intrattenuto parlando de La strategia della Farfalla di Marco Belpoliti, così le ho chiesto di riordinare gli appunti usati nella conferenza per renderli un breve testo critico su questo spassoso libro che parla degli insetti, pubblicato da Guanda nel 2016 …Ecco il risultato…  (A. A.)

 

Gli animali in Letteratura:  dal cane Argo in poi caratteristiche, vizi, virtù del mondo animale fanno parte integrante della storia letteraria, a sottolineare come non solo lo spazio e il tempo di una storia ma anche gli esseri viventi di altre specie hanno qualcosa da comunicare all’immaginario collettivo. La loro biologia è stata assunta in chiave prevalentemente antropomorfizzata, quasi come uno specchio, nel bene e nel male, di quanto lo scrittore stava   dichiarando circa le qualità, i destini  ma soprattutto le azioni del mondo degli uomini.

In La strategia della farfalla Marco Belpoliti presenta con abilità il mondo organizzato e infinitamente piccolo degli insetti con capitoli dedicati alle varie specie. Un viaggio in un universo che ci circonda e di cui raramente ci accorgiamo ma che rivela un’attrazione incredibile quando vi orientiamo la nostra attenzione.

Si tratta di una visita nel mondo degli insetti, nell’intento di Belpoliti,  per cambiare il nostro sguardo verso di loro e anche il nostro comportamento.

«Ci sono molte ragioni per cui è bene riflettere sul comportamento e sul destino di questi esseri minuscoli, di cui non ci occupiamo se non quando ci infastidiscono», sostiene lo scrittore, al quale  interessa osservare il mondo di esseri viventi infinitamente piccoli e  interrogarsi su quanto vi emerge. In tal senso ci si può domandare perché siano belle le farfalle, quale sia la percezione del tempo per una zecca, capace di resistere in immobile attesa della preda fino a diciotto anni, o stupirsi per l’elegante e variegata organizzazione sociale messa a punto dagli insetti, che richiama  aspettative e utopie mai del tutto realizzate dagli uomini.

La parte iniziale presenta una bellissima metafora di  William Osborne Wilson, padre della sociobiologia, in cui si narra che se tre milioni di anni fa un’astronave di scienziati alieni fosse atterrata sul nostro Pianeta, per saggiare le forme di vita presenti, avrebbe potuto osservare da vicino le operose api, termiti e formiche, concludendo che “gli insetti sono il culmine dell’evoluzione e gli invertebrati domineranno anche nei prossimi cento mega-anni”.

Così non è stato per la comparsa  sulla superficie terrestre dell’uomo che  si è evoluto diventando il padrone della Terra e insieme il suo possibile distruttore. Ma gli insetti sono ancora qui e costituiscono almeno i tre quarti dell’oltre milione di specie di animali viventi: nel “globo terrestre vi sarebbero un miliardo di miliardi d’insetti, duecento milioni di insetti per ogni essere umano”!

Come non restarne affascinati? Se non altro, come non cominciare a osservarli con occhi diversi?

Nel libro leggiamo in più passaggi, come affermano diversi studiosi, naturalisti, zoologi che saranno proprio gli insetti a dominare dopo l’autoestinzione del genere umano, tesi che l’autrice del presente articolo non auspica e spera non prospettarsi nel futuro.

Belpoliti ha dichiarato di aver cominciato a interessarsi degli insetti leggendo le opere di Darwin  e poi ampliando la loro conoscenza  attraverso le opere di Primo levi e Vladimir Nabokov. Pietra miliare sono stati inoltre gli studi dedicati al linguaggio delle api di Karl von Frisch e l’etologia, vera passione negli anni Settanta e Ottanta, lanciata dalle opere di Konrad Lorenz, ma anche i risultati di molti altri studiosi, tra cui  Bert Hölldobler, Celli e Fabre, sono racchiusi in queste pagine.  “La strategia della farfalla” ce ne illustra brevemente e suggestivamente le ricerche sui  mondi segreti di sedici tra insetti e altri piccoli animali intorno a noi.

Belpoliti  accompagna così i lettori in una passeggiata naturalistica tra formiche, api, vespe, farfalle, lucciole, coccinelle, scarafaggi, zanzare, mosche, pulci e via dicendo alla scoperta  della vita degli insetti e della loro organizzazione sociale, dei loro costumi alimentari e sessuali così come delle loro attività principali.

Un mondo, quello degli insetti,  di cui si evidenzia ordine, bellezza, capacità organizzativa e di costruzione di super-organismi collettivi perfettamente funzionanti, ma anche con tratti assurdi e feroci, volti al mantenimento della specie,  ma mai banali. Al noto proverbio per il quale, si sa, il diavolo si nasconde nel particolare, Flaubert, si sa un po’ meno, rispondeva che è Dio, semmai, a celarsi in esso, ha osservato Belpoliti in un’intervista. Per aprirci attraverso l’estremamente piccolo a orizzonti nuovi di conoscenza dove il dettaglio non è mai trascurabile, alla ricerca di minuzie e curiosità che verosimilmente nessuno di noi è abituato a osservare e catturare.

Di modo che possiamo affermare che per Marco Belpoliti esaminare la vita degli insetti, i loro linguaggi e comportamenti sociali, i rituali di corteggiamento, le danze nuziali  e attrazioni istintuali volte alla riproduzione appare come un ottimo modo per interpretare l’universo degli uomini, esponendo in che modo differiscono o somigliano all’uomo stesso.

Guida l’esplorazione entomologica una certezza: gli insetti ci potrebbero consentire di ridimensionare  certe nostre manie – definiamole pure così – di grandezza. “Siamo da questo punto di vista straordinariamente egocentrici; giudicare gli altri esseri viventi solo in rapporto alle proprie capacità intellettuali è un atto di presunzione”: per cui se è vero  che siamo dotati di intelligenza, si può notevolmente dubitare di quanto e come la usiamo, soprattutto se osserviamo lo stato in cui stiamo riducendo il nostro Pianeta.

Gli insetti usano l’istinto e ci stupiscono con i loro comportamenti innati che guidano le loro azioni, ma sono anche capaci di apprendere l’adattamento all’ambiente: “Non si tratta di esseri inferiori, dal momento che il loro livello di organizzazione è sul medesimo piano di quello dei vertebrati”.

 L’ orizzonte narrativo  resta però quello  dell’umanista, non quello  dello scienziato. Belpoliti coniuga così, in un’operazione culturale piacevole e arricchente, osservazione etnografica e scrittura letteraria mostrando come queste due pratiche, se sinergicamente condotte, costruiscono una panoramica densa di vitalità e prospettive ermeneutiche.

In questa minuziosa esplorazione, in questo viaggio naturalistico lo scrittore si fa accompagnare da illustri compagni di viaggio. Troviamo  Pasolini con la sua magica e irresistibile attrazione per le   lucciole, Kafka e il suo scarafaggio Gregor,  Calvino e la forza delle formiche,   Nabokov con i suoi giochi sui nomi delle farfalle, Faulkner che osserva parallelamente zanzare e  uomini, Deleuze per cui le zecche sono animali bergsoniani, che dilatano il tempo a seconda delle proprie esigenze alimentari.

Su tutti troneggia Primo Levi: ai suoi occhi curiosi e capaci di sorprendersi il mondo degli animali è risorsa letteraria, fonte inesauribile per la creazione scritturale. Da Levi il nostro riprende l’idea che occorra non attribuire agli animali meccanismi mentali umani né descrivere l’uomo in termini zoologici; la cosa giusta da fare e  semmai «entrare in comunicazione» con gli animali, non tenendo presente soltanto un traguardo scientifico,  ma per simpatia e senza arroganza.

Per non dare per scontato nulla, nemmeno gli insetti più antipatici. Fino ad arrivare all’interessante e sorprendente domanda su quale utilità abbiano le  fastidiose e temute vespe.  Questi imenotteri sono strutturati in società complesse ma qui, a differenza delle amate api, non c’è da produrre per gli uomini il benefico miele. Dunque “Perché vivere insieme nel nido?”

In esso vige il polimorfismo per cui alcune vespe, sia femmine che maschi,  diventano riproduttrici, altre hanno il semplice ruolo di operaie: tutte in ogni caso rivelano uno stupefacente, e direi invidiabile, grado di solidarietà sociale   perché “i problemi dell’individuo si fondono con quelli della comunità e da essa vengono risolti”.

Da qui discenderebbero comportamenti sociali altruistici orientati ad accudire le sorelle delle operaie sterili”. Esiste così un grado di accudimento maggiore tra sorelle (i maschi non ci sono, perché muoiono dopo la fecondazione delle femmine) che non con i propri figli. Stupendo accorgersi infine, rispondendo alla domanda iniziale, che sono proprio questi imenotteri che contribuiscono a diffondere i lieviti che fanno maturare l’uva: “senza vespe, niente vino”. Più utili di così!

A sorpresa l’ultimo capitolo – così è suddivisa la narrazione – curiosamente è assegnato ai ragni, che non sono insetti ma loro predatori. Ma come non riprenderne le movenze e i rituali? Sono finissimi ed estetici tessitori per poter essere predatori, come hanno dimostrato recentemente le tele della Nuova Zelanda, con ragni capaci di consociarsi per un’opera incredibile di tessitura naturalistica lunga 30 metri, che ondeggia al vento e crea scenari lunari. “Il filo di seta è un capolavoro fisico-chimico”. Per non parlare dei ragni in delirio, chissà in quale esperimento scientifico, per aver assunto Lsd: “cambiano il modo di tessere la loro tela, la fanno non più geometricamente perfetta ma mostruosa, storta, deformata, come le visioni dei drogati umani”.  

L’aracnofobia, ci racconta Belpoliti, non è una paura come tutte le altre. Levi ne era perseguitato e indicava l’origine di questo suo disagio in una incisione di Dorè  vista da adolescente e raffigurante il  canto XII della Commedia. Aracne, tessitrice che aveva sfidato l’orgoglio di Atena,  viene colta nell’atto di trasformarsi in ragna, mentre spuntano dal suo corpo le sei braccia pelose transitoriamente accostate nell’immagine di Dorè a quelle umane. “Un ibrido di cui Dante, nel lavoro dell’artista francese, sembra contemplare gli inguini: mezzo disgustato e mezzo voyeur. Come dargli torto?” La metamorfosi parziale introduce  una prossimità fisiologica ai limiti della ripugnanza;  la coesistenza del genere animale col corpo umano esprime  la continuità fra i regni della natura. Il ragno è vicino a noi, sembra dirci Belpoliti, più di quanto immaginiamo.

Il respiro del libro di Marco Belpoliti, proprio passando attraverso lo sguardo minuto dell’entomologo ripreso con simpatia dallo scrittore, è insomma assai ampio.

Qualcuno potrebbe rintracciare nella forma riflessiva e non solo descrittiva del testo  un riferimento non troppo celato al declino recente della categoria dell’antropocentrismo, in vista di una nuova concezione dell’uomo ma anche del grande e in fondo ancora non chiaramente conosciuto mondo naturale. Una natura che sempre più va inserita come parte integrante del pianeta cultura: nel rapporto con l’ambiente, il clima  e gli altri esseri viventi sul pianeta si gioca e si struttura la modalità di esistenza dell’uomo, della sua dignità, del suo essere “centro” ma anche  “custode e responsabile” dell’universo.  La stessa nozione di sopravvivenza globale della specie umana non può che essere inserita in un ecosistema che ci precede e dagli equilibri preordinati. Il rapporto tra gli uomini e tra gli uomini e la natura è allo stadio attuale dell’evoluzione un nodo di riflessione ineluttabile. Se non vogliamo consegnare il futuro del pianeta alle laboriose e “intelligenti” formiche!

Superando l’opposizione, dunque,  tra natura e cultura possiamo sperare di godere ancora per tanto tempo della bellezza strepitosa delle farfalle. E qual è la loro strategia?

Il vero miracolo delle farfalle è nella simmetria, nelle ali. La simmetria è il  risultato di uno sviluppo non perturbato”  e il colore delle membrane alari è un effetto chimico e fisico. Deriva da pigmenti e dalla luce riflessa dalle minuscole strutture lamellari che compongono le scaglie: una miriade di scaglie – disposte come tegole di un tetto – che rifrangono e deviano la luce. Il gioco della superficie e l’inferenza delle onde luminose viene costantemente modificato dall’angolazione di osservazione. Si generano così colori intensi, iridescenti, cangianti a partire dal punto di vista dell’osservatore, secondo una prospettiva che possiamo definire quantistica. Come dire che per ciascuno esiste la propria farfalla, un angolo esclusivo e personale di contemplazione della bellezza!

Come indica il titolo del libro di Belpoliti, le farfalle sono dotate di un’ottima strategia di sopravvivenza, fatto sottolineato dalle loro due nascite e due morti nel ciclo da pupa a insetto adulto. Paradossalmente viste da vicino le farfalle presentano un “volto” alquanto mostruoso con un boccale esagerato, grandi occhi senza pupille e antenne simili a corna. Potremmo asserire che hanno una parte frontale che ingrandita ci appare da film horror. Per la loro conformazione fisica, però, la testa non la notiamo, le ali sì.

Offrire il lato migliore, stupire e meravigliare volando in spazi dove siano perfettamente visibili, avere una struttura lamellare di alta ingegneria naturalistica non è forse un’ottima strategia per presentare al mondo ciò che di bello le connota, oscurando il loro limite?

Mostrare la propria bellezza, qui da intendersi come sensibilità, intelligenza, capacità di relazione e cura sociale, creatività e quant’altro,  minimizzando i lati brutti o che semplicemente non ci piacciono   è sicuramente un’ottima strada anche per noi esseri umani.  Dare visibilità a ciò che possediamo come punto di forza, donare il meglio di noi sapendo che siamo creature meravigliosamente organizzate, pensanti e cariche ogni giorno di nuova vitalità – per quanto breve possa essere il nostro cammino – non potrebbe ampliare la prospettiva della nostra percezione interiore? La strategia della farfalla  non offre forse spunti di nuova contezza in rapporto al nostro modo di percepirci e relazionarci nell’ambito sociale?

Relazionarci con le farfalle ci invita a esprimere intensamente la nostra “personale bellezza”, ovunque noi siamo.

“Cose. Per una filosofia del reale” di Felice Cimatti

LETTURE IN QUARANTENA

di Donato Salzarulo

1.- Questo non è il libro del momento. Non è Spillover. Aspettava di esser letto da più di un anno. Pazientemente in fila, fra tante pile di libri da leggere. Non è del momento ma qualcosa ha a che fare con questo momento. C’è chi vorrebbe dare la parola alle Cose. E il virus cos’è?… Avete notato che ho tirato in ballo “cosa” per cercare di definirlo?…Le cose ci assediano. Sono dappertutto. Usiamo cose (scarpe, pantaloni, occhiali, computer…) e mangiamo cose (pasta, riso, pane…). Noi stessi, in ultima istanza, siamo atomi di cose (acqua, carbonio, azoto, calcio, potassio, fosforo…).

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Socialismo e/o comunismo: storie morte, parole morte?

di Ennio Abate


La Risoluzione del Parlamento Europeo Sull’importanza della memoria per il futuro dell’Europa (qui) continua ad essere commentata e discussa. Ho riportato in POLISCRITTURE SU FB l’analisi (condivisibile per me) dello storico Claudio Vercelli (qui) e segnalo altre discussioni in corso: sulla pagina FB della storica Maria Grazia Meriggi (qui) e l’intervento di Anna Foa sul sito della Fondazione Feltrinelli (qui). Per invitare ad un ripasso di storia, riporto quattro schede che preparai per il volume sul Novecento “Di fronte alla storia” (Palumbo ed. 2009) per ribadire che quelle vicende non vanno cancellate dalla mente ma ripensate e studiate. (Come avevamo scritto nel n. zero della rivista cartacea (maggio 2005), Poliscritture  « pur memore della sconfitta delle esperienze di emancipazione o rivoluzione del Novecento e del fallimento delle dissidenze nei paesi del fu «socialismo reale», non rinuncia a costruire samizdat di critica elementare contro le menzogne dei potenti, anche quelle travestite da«senso comune» ».) Ma anche per capire – e lo dico con un po’ di sarcasmo – quali scoperte di altri documenti o riflessioni nuove abbiano messo in forse interpretazioni come queste riportate nelle mie schede, che paiono ancora oggi più chiare ed equilibrate di quelle prese da molti politici e studiosi odierni o addirittura del Parlamento Europeo [E. A.]

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