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Verniciare di tricolore le periferie?


di Ennio Abate

Nel mio ormai pluridecennale diario/archivio della colognosità  ieri ho depositato questa nuova perla comparsa sui social di Cologno Monzese:

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La medaglia

di Angelo Australi 

Quella mattina Spartaco era stato svegliato da un brano di lirica trasmesso alla radio. Intorpidito dal risveglio aveva guardato verso la finestra, dove le fessure regolari dell’avvolgibile trasmettevano il passaggio di piccoli granelli di luce in un soffitto che risplendeva di nuove costellazioni. Certi giorni si divertiva a visitare quei piccoli punti luminosi con la fantasia, perché immaginare di dare un nome alle figure astratte composte dalla natura sul soffitto ampliava l’ottimismo della giornata, era un po’ come giocare a scommettere sulle sorprese che ci sarebbero state per contrastare la noia. Però aveva ancora sonno e non riusciva a pensare perché il volume della musica era così alto che neppure un sordo avrebbe coltivato i suoi pensieri in santa pace. Non era tardi, altrimenti il frastuono del traffico sulla strada sarebbe stato più intenso e frenetico. Si ricordò che era domenica, che quindi non andava a scuola. Stropicciò gli occhi e sbadigliò piagnucolando come un lupo. Di solito nei giorni di festa sua madre lo lasciava dormire più a lungo perché non c’era scuola, ma quando alla fine si alzò sentì il pavimento vibrare per l’alto volume della musica, un po’ le stesse oscillazioni di quando passava il treno, imprevedibili ma costanti, da farti immaginare uno smottamento di terra proprio alle fondamenta della casa. Continua la lettura di La medaglia

La vita dell’albero e la mia

di  Angelo Australi

Invece di giocare in strada con gli amici, per me era più divertente ammirare le montagne dalla terrazza. Spesso le osservavo con un binocolo che era un residuato bellico della seconda guerra mondiale. Non ricordo come fosse finito tra i beni di famiglia, lo vidi in mano a mio padre che una notte d’estate ci guardava le stelle cadenti. Nel buio della campagna che avevamo di fronte percepivo appena i contorni del corpo, ma visto che gli giravo intorno mi fece curiosare in cielo, dove non vidi che bagliori fissi e qualche aereo lampeggiare per tutto il tempo, prima di dileguarsi nel nero più fitto. La notte dietro casa nostra si vedevano solo un po’ di luci che indicavano la viabilità dei paesi di montagna, poi un buio compatto fino al profilo della linea dei monti che si attenuava leggermente su di un cielo punteggiato di stelle. Le montagne erano lì da milioni e milioni di anni, percepivo tutta la staticità che produceva una potente sensazione di silenzio assoluto. Che bello stare zitto per ore, in attesa di immaginare un gioco.

Negli ultimi anni che ci ho abitato, sui campi confinanti con il nostro orto, contemporaneamente alla prima circonvallazione furono costruiti dei palazzi di tre o quattro piani. Quello che infastidiva era la visuale ostruita sui monti più alti, tra le case si vedevano solo dei tratti di altopiano dove sorgevano piccoli paesi, così il mio istinto a giocare fu attratto dal grande susino che slanciava il suo tronco dall’orto fino alla terrazza. Nel vigore primaverile alcuni rami si allungavano su di un lato fino a fare con le foglie una sorta di pergola che in estate ci rinfrescava con la sua ombra. Quella pianta ormai vecchia mio padre diceva che era nata casualmente quando da ragazzo, dopo aver mangiato le susine, gettava i noccioli nell’orto sottostante, un certo giorno era spuntata questa esile pianticella che nell’arco di pochi anni aveva raggiunto la dimensione per essere innestata. Cresci e cresci, tutti gli anni prima della potatura si discuteva di abbatterlo, era troppo a ridosso della casa e nel tempo avrebbe indebolito le fondamenta con le sue radici, ma poi il susino germogliava e fioriva, ed era una soddisfazione alla fine del ciclo vedere i suoi frutti giallo oro brillare sotto il sole.

Nelle notti d’estate i conoscenti venivano a trovarci per stare a veglia. Solo noi nel vicinato avevamo una terrazza così grande, aperta sulla campagna e situata in una posizione ideale per il vento incanalatosi nel corso del fiume, che prima di raggiungerci incontrava l’aria fresca rilasciata dalle gole boscose a ridosso dell’abitato, gole dove non batteva che un po’ di sole nelle ore centrali del giorno. Era una terrazza grande come tre stanze, ho sempre avuto dei dubbi, ma mio padre anche negli ultimi anni di vita, quando ne parlavamo assicurava che misurasse sessanta metri quadrati. Durante quelle veglie le donne si mettevano in cerchio intorno a mia madre che ricamava, gli uomini invece, istigati da mio padre, trasferivano il tavolo dalla nostra sala per giocare a carte tra un valzer di falene e di pipistrelli attratti dalla luce elettrica. Dicevano di stare meglio a frescheggiare qui che in strada, perché il nostro susino con la sua grande chioma rilasciava una certa frescura profumata dai frutti.

Mi ero costruito un fucile di legno che sparava proiettili ricavati dalle camere d’aria di bicicletta, salivo sull’albero dal ramo più grosso che sporgeva in terrazza, esploravo il nostro orto per sparare al gatto mentre stuzzicava le galline ovaiole che ruspavano la terra in cerca di lombrichi. Lanciavo gli elastici imitando il suono di uno sparo, mentre i colpi che non andavano a segno rimbalzando sui muri facevano come un sibilo che si perdeva sull’eco. Se lo colpivo, il gatto con tre salti fuggiva a nascondersi tra le grandi foglie di una zucca, o ai piedi della siepe di rosmarino o di salvia. A un certo punto la caccia grossa mi aveva preso così tanto che trascorrevo interi pomeriggi appollaiato sull’albero. Un giorno colpii un piccione che stava beccando il granturco delle nostre galline, lui barullò un po’ intontito prima di prendere il volo, ma dall’entusiasmo persi l’equilibro e caddi dal ramo rompendomi una gamba. Un salto di almeno cinque metri. Fui portato di corsa all’ospedale e così il mio anno scolastico finì con un mese di anticipo.

Certe sere, sfruttando quei tranquilli momenti in attesa della cena, mentre mia madre apparecchiava, mio padre mi parlava e annaffiava la terrazza per rinfrescare l’aria intorno al tavolo dove avremmo mangiato. Allora non lo sapevo, ma hanno fatto grossi sacrifici perché in quegli anni per lui c’era poco da lavorare e mia madre aveva disseminato debiti in più negozi di alimentari e di abbigliamento. Quando ero sui sedici anni usarono questi ricordi per ricattarmi, ecco come l’ho scoperto: non potendo più obbligarmi a pensarla come loro tentavano di farmi nascere il senso di colpa. È duro essere figli unici, e queste cose, una volta cresciuto, le senti addosso come un senso di responsabilità verso te stesso e gli altri che a volte travalica ogni logica. Niente tristezze, è solo un dato di fatto con il quale convivere. Una volta avevo fatto una bandiera di stoffa rossa che poi esposi sui rami più alti del susino, in modo che tutti la vedessero. Nel vicinato si cominciò a dire che era la bandiera dei comunisti, così i miei genitori, con arretrati da pagare in ogni negozio, mi costrinsero a toglierla. Per questa ingiustizia piansi fino a farmi venire i crampi allo stomaco, maledicendo la stupidità dei vicini e la vigliaccheria dei miei. Chi erano per me i comunisti, all’età di otto anni? Niente, una parola come un’altra, che sentivo pronunciare ogni giorno senza riallacciare a persone fisiche diverse dalle altre. Ho scoperto molti anni dopo che anche i miei genitori erano comunisti, quando anch’io stavo per raggiungere l’età per votare. Prima non avevano mai esposto le loro idee politiche apertamente con me. Sì, li sentivo parlare di politica in presenza di altre persone adulte, ma come se fosse un discorso iniziato chissà quando.

La cena in terrazza era sempre un rito scaramantico per cacciare via i fastidi, la noia e le cose tristi che ci erano capitate durante la giornata, i miei genitori erano ancora abbastanza giovani, ma in quei momenti dimostravano sempre meno degli anni veri. Mentre il vento faceva frusciare le foglie del susino, ogni risata che gli veniva dal cuore finiva per amplificarsi. Una cena me la ricordo in modo particolare perché si misero a discutere su chi aveva più metodo e velocità nel lavoro. Quella sera erano più allegre anche le mosche che si posavano sugli avanzi nei piatti e sui nostri volti un po’ sudati. Soprattutto mio padre era particolarmente felice, perché finalmente aveva trovato un lavoro fisso e così sullo stipendio avrebbero potuto farci conto ogni mese. Tirata la cinghia per saldare i debiti, con un po’ di accortezza potevamo pianificare la soddisfazione di toglierci delle voglie.

– Io lavoro forte – disse mio padre, – non mi fermerebbe neppure un treno di cento vagoni.

L’improvviso sorriso di mia madre assordò anche il fruscio delle foglie mosse da una leggera brezza di vento.

– Che ridi, … è la verità.

– Non ti ho visto sul lavoro, ma …

– Ma cosa?

– … quando ti mando in un posto per una commissione, non ti sbrighi mai a tornare.

– Fare la spesa non puoi paragonarla a un lavoro in cantiere.

– Non posso?!

– Non è la stessa cosa fare le faccende di casa e tirare su un muro.

– Che c’è di tanto diverso?

Lei scuoteva la testa divertita.

– La fine del mondo, c’è di diverso!

– Mi fai ridere come una bambina.

– Quel muro si deve costruire a regola d’arte, altrimenti frana giù.

– Perché la spesa? I soldi che guadagni altrimenti finirebbero subito.

– Un mattone dietro l’altro, per tutto il giorno, con la consapevolezza che a un certo punto ci abiteranno degli esseri umani.

– Bevi, … fai meglio.

– Non ci piove: nel lavoro conta la qualità, ma in fondo alla giornata deve fare comparita anche il frutto del tuo sudore.

– Anche i piatti devono essere ben lavati, altrimenti mangeresti tra la sporcizia del giorno prima.

E rideva mia madre. Ridevano entrambi, a singhiozzi.

– Non ci siamo capiti, … vuoi dirmi è più complicato lavare i piatti che tirare su un muro?

– Per portare in fondo ogni giorno una faccenda noiosa, a volte ci vuole tanta forza d’animo. Tanta tanta, … credici, … non lo faccio per il gusto di contraddirti.

– I muri devono essere dritti, hai visto mai una casa pendere?

– Come no! … la torre di Pisa sta in piedi per miracolo.

– Che c’entra la torre di Pisa, io parlo di una casa dove vivono delle famiglie e dei bambini. Un muro cresce facendo il filo a piombo tra due regoli fissati al pavimento e al soffitto. Tiro una cordicella tra i due regoli e guardo con l’occhio la distanza che resta tra il muro e il filo. Un centimetro d’aria, non di più. Mattone dopo mattone.

– Mi fai ridere, mi fai.

– E di muri ogni giorno devo alzarne almeno quattro, che ci riescono a fatica anche i muratori più esperti.

– Allora sei un veicolo!!! – urlò mia madre ridendo.

– Un veicolo? … Ma va’!

– Esatto, sei una macchina che non si stanca mai.

Ricordo tutto ancora così bene, avevo le mani incastrate tra il piano della sedia e le cosce, li fissavo e ascoltavo incantato, perché era raro capitasse di vederli discutere da posizioni così diverse senza accanimenti o cattiverie represse da rinfacciarsi; si prendevano in giro scherzando, senza strascichi.

– Non mi sfottere, perché al lavoro sono consapevole delle mie capacità.

– Ma nelle faccende di casa non aiuti un bel niente – lei ribadì convinta ma divertita, dopo un istante di ponderazione.

– Mi annoio perché queste sono cose da donne.

– Appunto, sei un veicolo nel tuo lavoro e basta.

– Anche quando ti abbraccio però, che ti faccio ribaltare il cervello.

– Sei un cretino! Ecco cosa sei, …a parlare in questo modo.

Mio padre alzò il bicchiere per brindare e mia madre gli andò dietro.

Li fissai intensamente negli occhi e sorrisi.

Quella sera d’estate uscimmo a mangiare il gelato in centro e rientrammo dalla passeggiata dopo mezzanotte, stanchi e accaldati.

A quel punto però qualcosa già stava cambiando, tutti i giorni alla Tv davano dei film d’avventura e quando finivano in me si era persa anche la voglia di andare a giocare in terrazza. Stare alla televisione esauriva un po’ la fantasia, perché non avevo più stimoli a inventarmi dei giochi. Le montagne erano scomparse dal mio sguardo già da alcuni anni, nascoste dai nuovi palazzi. Quasi per caso un giorno mi accorsi che le foglie del nostro susino stavano ingiallando. Era vero che non giocavo più sull’albero, ma quella pianta mi stava sempre a cuore, così corsi da mia madre e la informai. Mi disse che era un effetto causato dalla siccità di quell’estate così afosa, che anche gli alberi ogni tanto si ammalavano. La sua risposta non mi lasciava tranquillo così decisi di curarlo con le mie forze. Iniziai ad uccidere tutte le formiche che salivano sul tronco in una stressante fila indiana. Impresa titanica, perché più ne uccidevo più che arrivavano di nuove dal terreno dell’orto. Per questo pensavo che fossero la causa del suo male. Dopo una settimana di stragi c’erano molte più foglie ingiallite e i frutti acerbi cadevano a terra. Pensai che forse gli serviva dell’acqua, ma se è per questo non avevo mai visto mio padre annaffiarlo. Ancora qualche giorno e le susine cadute si moltiplicarono, mentre le cime dei rami più esili già si spogliavano delle foglie come in pieno autunno. Una sera lo vegliai fino a tardi, cercando di capire se la causa della sua malattia si manifestasse con il buio, ma anche a quell’ora non accadde niente di particolare. Era un mistero e non riuscivo a darmi pace.

L’agonia del nostro susino si protrasse fino a ottobre, poi, un sabato che aveva libero dal lavoro, mio padre decise di abbatterlo.

– Aspetta babbo, è stato con noi così tanto tempo.

– Spartaco, non c’è altra soluzione… Peccato però.

– Chi l’avrebbe mai immaginato -. Si era intromessa anche mia madre.

– Ma può riprendersi babbo. Il sacerdote al catechismo a scuola ci ha raccontato che era stato testimone di una morte apparente. Dicendo messa per un funerale sentiva provenire dei rumori dalla bara, l’hanno aperta e quell’uomo è uscito fuori spiritato, ma vivo.

– Lascia stare le barzellette dei preti – disse mio padre ridendo.

E mia madre: – È inutile aspettare Spartaco, … fa più tristezza questa pianta secca qui davanti agli occhi a ricordarci che si muore. Se non c’è il susino, avrai altre cose vive a cui attaccarti.

In quello spazio che si sporgeva sui campi come una mano protesa ho trascorso molta della mia infanzia, in compagnia di un binocolo, del mio gatto, degli album da disegno dove facevo gli acquerelli, dei soldatini di plastica con i quali guerreggiavo sperimentando tattiche militare di ogni epoca della storia umana. Ero un ragazzo curioso, vivace e ribelle, ma in quella terrazza tutte le ansie si addolcivano per dare spazio a una forma di equilibrio grazie alla quale, ogni cosa facessi, non sentivo mai nessuna fatica. A volte fantasticavo che gli antichi studiati a scuola avessero giocato a inventare degli eroi per combattere la noia eterna solo per sfizio di competizione, un po’ come egoisticamente immaginavo il tempo deformato dai giochi che facevo in quello spazio circoscritto, ma mentre mio padre stava tagliando il susino e la nostra terrazza si riempiva di rami e di frasche, mi sembrava davvero piccola, come non lo era mai stata ai miei occhi. Ogni suono e ogni colpo d’ascia si riducevano a un sordo rumore rimbombante in un volteggiare di segatura e di foglie secche sbriciolate, e dello stesso tono erano le voci, ogni passo, tutti gli oggetti che spostava mia madre per non fargli prendere troppa polvere. Volevo sentirmi utile ma non ci riuscivo. Tutto mi sembrava assurdo, la terrazza era come una donna nuda che si vergognava di essere guardata.

Naturalmente aveva ragione mia madre: si deve sempre guardare avanti, … nonostante tutto. Oltre al susino anche molte di quelle persone su cui avvicino dei pensieri ormai non ci sono più. I genitori li ho in testa ogni giorno perché conservo tanti beni anche materiali che gli sono appartenuti, invece delle altre persone adulte che ci sono state nella mia infanzia certe volte non ricordo nemmeno i nomi. Mi tornano davanti dei volti, dei particolari, delle frasi e dei sorrisi, magari il tono di una voce. Immagini vaghe, gesti ripetuti, … nient’altro. È più naturale quando vado al cimitero a far visita ai defunti, scorrere lo sguardo tra le lapidi per leggere un nome e cognome collegato alla foto di un volto, solo così una certa persona torna in vita in un modo quasi fisico. Mentre per il susino è diverso, sembra sempre che sia esistito solo nella mia mente.

 

NOTA: Il racconto La vita dell’albero e la mia è stato pubblicato sul numero 77 di Nuovi Argomenti – IL FANTASMA NELL’OPERA – gennaio/marzo 2017.

Da «Ziantò (e nonna Lenuccia)»

di Luigi Greco

Questi brani sono tratti da «Ziantò (e nonna Lenuccia)» un bel libro, per ora inedito e a circolazione amicale, di memorie familiari che s’intrecciano con quelle della storia di una citta del Sud, Taranto, dai primi anni del Novecento ai Sessanta. Ziantò e la moglie Lenuccia – le due leggendarie figure rievocate con affetto e con toni da narrazione popolare dal nipote Luigi Greco, autore del libro – attraversano gli anni duri del fascismo, quelli della sua capitolazione e quelli del dopoguerra e della ricostruzione. E compaiono con i tratti netti e senza fronzoli o ambivalenze della umanità resistente di quell’epoca: lui, militante anarco-comunista assuefatto alle dure leggi della clandestinità antifascista ma anche spirito beffardo e capace di ironia e generosità anche contro chi lo perseguita; lei, di formazione cattolica e più esterna all’ideologia antifascista del marito, ma altrettanto combattiva e, pur sempre accanto a lui, capace di indipendenza femminile. Faccio notare che Ziantò è il padre di Michele Turi, che ho ricordato qui. [E. A.]

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