La sparizione

sparizione b

di Giorgio Mannacio con poesie da “Incablox” di Alfeo Bertin (1930 – 1972) in appendice

Riproponiamo questo racconto di Giorgio Mannacio, già pubblicato sulla rivista Confini nel lontano settembre 2001.  Fa riferimento ad un suo amico poeta suicida e dimenticato, Alfeo Bertin, di cui  pubblichiamo in appendice alcune poesie. Ed è un intelligente omaggio postumo, tutto giocato linguisticamente su una leggerezza paradossale e perfino elegante, che  lascia ancora più intravvedere  il torbido e la fragilità di un’esistenza d’artista emblematicamente romantica in una Milano anni Sessanta, di cui indirettamente e senza quasi nominarla si coglie  la calcolata durezza . [E. A.]

*

[Premessa. Un giorno di giugno del 1972 il mare di Viareggio restituì alla terra le spoglie vestite di Alfeo Bertin. Era nato in Toscana nel 1930. Fu pittore, poeta ed uomo di lettere. Sapeva molte lingue tra cui il russo (probabilmente studiato da autodidatta). Negli anni ’60 visse a Milano; collaborò con Il Verri prevalentemente come traduttore, attività dalla quale traeva i mezzi per vivere. Frequentò qualche pittore (tra i quali Piero Manzoni). Buttato fuori di casa dalla moglie (come descritto con qualche aggiunta di fantasia nel mio racconto), girovagò in varie pensioni intorno a corso Buenos Ayres. Ci frequentammo per qualche anno, scambiandoci soprattutto idee. Stava scrivendo un romanzo di cui non mi fece leggere mai nulla. Generosamente presentò a Vittorini alcuni miei versi satirici pubblicati poi su Il Caffè. Sparì ad un tratto lasciandomi recapiti postali mai raggiunti dalle mie lettere. Probabilmente fu ricoverato anche nel famoso Manicomio di Maggiano (LU) di cui parla Tobino.   Solo a distanza di molti anni ho saputo della sua tragica fine. Non sapeva nuotare. Amici viareggini – tra i quali l’architetto Giorgio Polleschi – hanno raccolto le sue poesie  in un libricino intitolato Incablox (Ed. Luci del Porto, Viareggio,1999). [G.M.]

nel ricordo di Alfeo Bertin

Omero? All’Inferno. E all’Inferno anche questi tuoi compagni di bevute. Quale onore! L’arpia ci poneva accanto agli ignobili maestri del bestiario di suo marito: Baudelaire, ad esempio, e il tenero Delio Tessa. Ci toccò per la seconda volta in una settimana salire circospetti i gradini della scala di via San Gregorio. I tempi dei vari traslochi si accorciavano pericolosamente. E al som de l’escalina,alt o che Arnaut Daniel e il gentil suono della lingua provenzale. “ Basta con ‘sto casino….ci avete rotto i coglioni “ ed altre simili, delicate espressioni. Una volta ci piovvero addosso proiettili vegetali. In quella casa nessuno, tranne il nostro ineffabile amico, possedeva libri da cui disfarsi.

E via, ancora una volta, alla ricerca del nome di una stella o di un pianeta nel firmamento metropolitano. Ci si divideva il carico, ma l’enorme valigia contenente il manoscritto del romanzo ancora incompiuto lui non la lasciava ad alcuno di noi. O almeno non completamente. Era pesante e Rustici, il più robusto (non era un intellettuale, ma un fattorino) cercava di aiutarlo. Si ostacolavano a vicenda con esiti alquanto comici. In quel quartiere quasi tutte le pensioni abbordabili e presso le quali il nostro amico cercava temporaneo rifugio, avevano nomi leggiadri di corpi celesti. Luna, ad esempio, e Sirio. Ed anche Venere (con quel vai e vieni di commessi viaggiatori e consolatrici di turno il nome era davvero appropriato). Ma Saturno, dove approdammo un giorno, perché?

Il gestore aveva un occhio strabico: sembrava guardare noi, ma soppesava l’amico, ne saggiava le risorse economiche e la capacità di produrre fastidi e complicazioni a dispetto, o forse proprio a cagione, del suo disarmante apparire. In questo, il nostro amico era imbattibile.   Minuto, biondo, occhi azzurri, il tipo falso tranquillo da non fidarsi. La complessa trattativa sul periodo e la pigione si svolse, così, nell’equivoco fondamentale di quegli occhi che guardavano noi e in realtà scrutavano il cliente. Chi paga? Domandò alla fine mostrando di aver capito tutto e dirottando lo sguardo su di lui cioè su di noi.

Che dire poi della Pensione Mercurio? Di Rustici ho detto e Ravasio stava, economicamente parlando, ancora peggio. Era un poeta a tempo pieno e per di più veramente libero. Così feci tutto io: l’anticipo e il saldo. Nella mia biblioteca c’è ancora il libro che mi regalò in quell’occasione dicendomi a bassa voce: con riconoscenza eterna. Vocabula amatoria. A French-English Glossary of Words, phrases and allusions occursing in the works of Rabelais, Voltaire, Rousseau, Beranger, Zola and others with English equivalents and synonimes.  London privately printed for subscrivers only. MDCCCXCVI.

Fra poco – pensavamo – a parte l’esaurimento dei corpi celesti conosciuti, tutti gli albergatori e gestori di pensioni, locande e simili si sarebbero passata la voce. Sarò riconosciuto a vista – diceva con vero orgoglio – e, almeno per questo, famoso. L’ultima chance ci fu offerta da un curioso annuncio appiccicato sul vetro di un barbiere: AFFITTASI LETTO IN FAMIGLIA. E nel frattempo Ravasio ne lesse un altro, purtroppo all’altro capo della città: CONTRO LA FAME PANINI CON FRITTATA. Esclamò: ecco soddisfatte con poca spesa le mie esigenze fondamentali. Ma gli eventi presero un altro corso e nessuna delle due possibilità fu concretamente sperimentata. A proposito della prima parlammo a lungo, un pomeriggio, e Rustici disse: “Magari ci trovi anche l’anima gemella”. Lui ribatté tranquillo: “Ma l’ho già trovata; è mia moglie”. Quel giorno si toccò il massimo dell’indiscrezione perché scappò fuori la domanda: ma si può sapere perché l’hai sposata? Nessuno – nel fare questa domanda – pone la questione nei confronti di sé stesso. Una curiosa risposta sarebbe venuta, ad esempio, da Rustici. Nei pressi di Niguarda aveva tamponato e quasi distrutto un’utilitaria. Non ho pagato risarcimento, avrebbe concluso, ma ho sposato la donna investita. Ravasio ed io non potevamo rispondere. Eravamo ancora fuori della catena delle cause e degli effetti e non ci aveva toccato ancora la dura necessità come Anna, la modella dagli occhi grigi che qualche volta usciva con noi, definiva il rapporto marito-moglie. Aspettando la risposta pensavo a quella donna aggressiva e violenta, di quindici anni più vecchia di lui e di aspetto repellente. Rispose, dopo qualche istante, con grande calma: “Se non l’avessi sposata io chi lo avrebbe fatto? Il diavolo in persona non avrebbe osato toccarla neppure con un dito. Ed io ho dormito con lei. Non sono il più forte di tutti? Ha un unico difetto che, provvidenzialmente, si rovescia in virtù. E’ astemia, e, quindi, privandomi del piacere di bere con lei mi procura la gioia di farlo con voi.”

Proprio il giorno dell’acquisto e consegna della mia prima automobile, Rustici mi avvertì che il nostro amico era stato ricoverato al Neurodeliri. Faceva uso di antidepressivi e di sonniferi. Sbadato com’era, sbagliava le dosi, combinava i vari farmaci in modo non corretto e, soprattutto, ci beveva sopra. Andare di sera a trovarlo, nel caos della Comasina, fresco di patente e quindi digiuno di ogni pratica di guida fu una vera avventura. In ogni tram o camion vedevo un mostro antidiluviano pronto a schiacciarmi. E tra l’altro dovetti ripercorrere la strada che era stata, per così dire, fatale al mio amico fattorino. Era seduto al mio fianco e con sovrana inopportunità lombarda mi diceva ogni tanto: “E’ proprio qui che ho tamponato la mia futura moglie“. Nonostante pensieri tristi e tensione della guida mi veniva da ridere all’idea che anch’io avrei potuto trovarmi sposato per un incidente stradale. Riuscimmo a vederlo già addormentato su un lettino e via di corsa prima dell’arrivo del mostro.

Qualche giorno dopo la fine del ricovero ci annunciò solennemente che sarebbe andato in Toscana per qualche tempo. A Pisa una piccola casa editrice, una presse d’auteur, era interessata al suo lavoro. “ Dovrò andarci, seguirli da vicino, incalzarli. Parlerò anche di te“ (disse a Ravasio). “Ti farò conoscere. Voi sapete che riesco sempre ad ottenere ciò che veramente voglio“.  La prima lettera mi arrivò da Viareggio, a metà estate. Mio dio, come si muoverà il nostro pallido amico, vero pesce fuor d’acqua, tra le torme brune ed unte dei bagnanti in sfilata? La seconda – dopo la mia risposta – proveniva da Pisa. Lo vedevo meglio in quella nobile città di cultura. La marcia si era dunque conclusa. Mi scriveva che stava bene: c’erano anche dettagli sull’editore. L’unica cosa un po’ preoccupante era il recapito. Conteneva il nome della via ma il numero era sostituito dall’indicazione di un punto dello spazio individuato da alcune coordinate che trascrissi, con qualche imbarazzo, nella mia risposta: portone a destra del barbiere, di fronte al giornalaio. Sembrava uno stratagemma per far perdere le sue tracce. Come di quelle ragazze che dicono al corteggiatore sgradito: ci troviamo domani dove gira il vento. Non speravo in una risposta successiva e non la ebbi. Anche dal primo recapito, al quale mi indirizzai, non venne alcun riscontro. Spesso la vendetta si consuma col silenzio. Potevo immaginare quali e quanti motivi di fastidio e risentimento potesse aver lasciato il mio amico nei propri spostamenti. Dopo vari tentativi epistolari telefonai all’arpia in via San Gregorio. Mi ribellavo al pensiero che il tempo – un ottobre incredibilmente terso e dolce – fosse indifferente alla mancanza dell’amico. Il telefono risultò disattivato. La portinaia mi riferì – mi pare con un certo sollievo – che erano andati via senza lasciare indirizzi. Per qualche tempo un tizio pressappoco della mia età era andato a ritirare una corrispondenza sempre più scarsa. Amo l’omissione concreta, la non epifania dell’atto che nascondendosi conduce al risultato assoluto della presenza–assenza. Così diceva – in una certa pagina – il suo romanzo incompiuto. La saggezza dei tempi cui questi avvenimenti si riferiscono non consentiva se non la ricerca burocratica o la spontanea riapparizione. Quest’ultima non si verificò e alla prima non ricorsi. Il rimorso mi ha sempre orientato alla ricerca di una giustificazione: hai rispettato il suo invincibile desiderio di sparire nel nulla. Ma penso molto spesso a questa omissione concreta come ad vero e proprio peccato che sconterò in qualche modo, un giorno o l’altro. ( gennaio 2001 )

 

APPENDICE:  Da “Incablox”   di Alfeo Bertin (1930 – 1972)

Bertin foto

Né so, stanotte, se
tra queste cose nere,
nebbie improvvise,
rare uve
a ragnatele appese
di pali verticali
– se troverò
un cammino qualunque,
una traccia plausibile
per i miei passi.

E questa goccia che nella casa,
questa goccia che non so dove
e dappertutto mi insegue;
e questa luce che dal soffitto,
questa luce come un osso
( talmente bianca )
assedia la mia testa
di mezzanotte.
Sono finite in tutto il mondo
tutte le sigarette di tutti i tabacchi,
di ogni possibile involucro
– dalla carta gommata
alla velina igienica
al frammento di giornale;
se qualcuno ancora fuma, stanotte, al mondo,
sono gli arcadi pellerossa in album
di Pecos Bill,
e ( ora, di chi sa quale treno
il rumore si perde verso il mare)
e questo eterno, consueto ad un polso
agganciato
come per mordere,
maledetto, svizzero
cronometro Incablox.

( Viareggio 23-24 ottobre 1963 )

 

 

SENZA TITOLO

Una morte d’altri,non mia,
accanto a me, stanotte,
a capo a letto si è seduta.

( Viareggio,estate ’63 )

 

 

BALLATA DELLA VITA FIORITA

Su un limite confuso ti ponevi
involontaria
– così, non altrimenti

accade nella vita –
né tu né io sapendo
che cosa era -neppure un amore, forse –
che per calmi deliri ci guidava.

Ora imparavi, illividendo adagio,
a viverti sola una vita riassunta,
un morire senza scosse, né voce,
dibattendo fra te giorno per giorno
una tua guerra nana,
da strettoia, di porta e corridoio,
di muro a muro
monologando il passo sull’angoscia
( spilli precisi
legarono al legno,
in ali brevi,
farfalle di polvere )
risalendo, discendendo
scale uguali
ventagli di marmi,
sparati a salve
( “ era questo, dunque, questo era il modo
con cui, dentro, cresce la morte ? “ )

Dal portone uscivi ormai
solo le rare volte
e inevitabili
( in tutti i palazzi
di tutte le strade
su corde tese
senza suono
astucci di cartone
accesi portavano figure di
uomini )
Nel mattino stringendo in una mano
la copia intatta del giornale, l’altra
portava crocefissa la borsetta
di rete.
Sulla soglia, il latte sigillato.
Così, non altrimenti,
per sempre presa
dentro il supplizio sussurrato
tra corpo e immagine,
i nomi e le memorie dell’ira.

Poi, quando la sera urlò
sui tetti,
ed in mansarde lente
come acquari i poeti
si posero sul capo
aureole di smog
e t’interruppe il passo
la smagliatura violetta
di una calza,
da sola combattendo
un tuo stravolto onore
– per essere presa
in un mondo corto
di corte stanze
e aboliti intervalli
( durante tre notti, quando il 12 marzo
a Porta Renza cambiarono il voltaggio,
con rumore di gas,
ogni ora sul tuo capo
esplodevano adagio
vecchie lampadine )
finchè fu buio.
Risalendo,
discendendo
scale eguali,
come battendo
fra te e me
un solitario tamburo
di pentole sconfitte.

Accadeva, così, semplicemente
senza domande
e nessuna sapienza;
e altre donne, là fuori,
dimostrarono allora
la corsa delle colline.
In chiari contorni
dettarono l’aprile.

( Pisa, giugno 1964 )

 

 

LE COSE

Qui è il tavolo,
qui la sedia: ti conoscono,
sanno in quale modo
tu posi la guancia
sulla mano.

Lo sportello di ferro
della stufa fredda
è chiuso tenacemente
più d’una bocca serrata…

Da gran tempo
sei stato via,
ma ora entra,
siedi.
L’avanzo della cenere di allora
danza ancora come polvere di sole
in questa luce
che dall’alto
cade sul tuo capo.

( Pisa, 11 maggio 1964 )

 

 

AD HAYEZ

Davanti ai bicchieri alti come ceri
i pittori parlano di soldi.
Ti piace l’insalata?
Quella gialla, rossa, verde.
– Andrò a Bologna, disse Isa.
A Bologna si va solo per lavoro,
in Spagna si va solo per uccidere il toro.
Sui tavoli di marmo, sui gomiti di gesso
e volti di spavento
sedevano le donne
belle inverosimili.
Afferravano i bicchieri
con unghie di carminio.
Mi ami?
Certo che ti amo,
io amo per definizione:
infatti all’anagrafe c’è scritto.
Andrò in giro con il mio corpo affamato;
le persone mi aiutavano,
non mi picchiavano…..

( Viareggio,estate ’63 )

 

 

 

HANNO MISURATO LE DISTANZE

Hanno esplorato
i nostri confini.
Con mani attente
misurarono
il tempo
della nostra memoria.

Sbarre di ferro,
paglie di erbe
grette
ci circondavano.

Ci inseguivano,
ignorando i colori
delle distanze, l’età
ed il segno,
camminavamo
su una pista sbagliata.

Ci parlarono,
ma noi non comprendevamo
la loro lingua
ed essi
non comprendevano
la nostra.

Soli eravamo
immersi
nella polvere
su una pista sbagliata.

Chiedevamo assicurazioni
all’inutile nebbia.

( Viareggio, aprile ’64 )

3 pensieri su “La sparizione

  1. Queste poesie di A. Bertin scottano, bruciano i sensi. Trasudano sofferenza: è come toccare impotenti la fronte febbricitante di un malato di vita e che la vita rifiuta.
    Come un ‘coro’ accompagnatore, l’accompagnamento in prosa di G. Mannacio ne riporta il peregrinare con un accento dove il tragico e il comico si intrecciano in una amara, dolente partecipazione ad un vivere così disperato, così dentro e così fuori dalla Storia di quegli anni.

    R.S.

  2. …davvero, Rita, certe poesie toccano piu’ di altre…come vedere un uomo disperato e folle discendere la china, inseguito da pensieri a valanga, esplosioni di lampadine ad alto voltaggio, le scale in salita e in discesa senza ritrovare il passo, tamburi minacciosi, l’essere usciti dai propri confini. La poesia “Le cose” rappresenta forse un momento di pace ritrovata, quando il poeta visita la sua tomba…finalmente le cose si acquietano, lo abbracciano , la stufa fredda è serrata e tacciono le voci. L’ultimo gesto puo’ anche essere stato inconsapevole ma assolutamente conseguente di una forza nemica ben superiore alla volontà di vivere dell’uomo.
    Dal racconto garbato, sensibile, venato di umorismo ma anche di consapevolezza di una tragedia annunciata, che Giorgio Mannacio tratteggia sugli anni che il poeta ha trascorso a Milano esce, secondo me, il ritratto di un uomo squattrinato e disperato , ma anche maestro di idee, con amici-discepoli intorno a sè in una Milano arida di sentimenti. Mi viene di accostare la sua figura a quella di Socrate nell’antica Atene,
    per alcune analogie…anche Socrate pulcioso, sempre in dialogo con gli altri e alle prese con una moglie bisbetica ed impossibile. Forse erano davvero innamorati della relativa consorte, l’anima gemella, quella che a sberloni li riportava a un minimo di realtà, di piedi per terra ( mio fratello è figlio unico)…dopo il nulla

  3. La disperazione descritta in maniera così precisa da farci sentire partecipi e tristi spettatori. La solitudine di chi ha rinunciato alla vita. Poesie importanti. Complimenti a Giorgio che con la sua bravura e nobile ironia riesce sempre a stupirci e a coinvolgerci. Grazie , davvero un’importante lettura.

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