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Riordinadiario 1997 (3)

di Ennio Abate

25 febbraio

 Quel compagno dei primi tempi di AO di cui C. diceva che era “uterodipendente”. Lo diceva con sprezzo. Da populista-stalinista che era. In una conversazione si vantò di essere cresciuto con la foto di Stalin e la lampadina votiva sul comodino da letto.  E io pensavo al comodino di mia madre con lampadina simile ma davanti all’immaginetta del Sacro cuore di Gesù. Continua la lettura di Riordinadiario 1997 (3)

Bruce Hunter

Poesie scelte da  A Life in Poetry  I Quaderni del Bardo Edizioni Febbraio 2022
Traduzione di Angela D’Ambra

STRONG WOMEN
 
 
In this family
the men are romancers
of whiskey and lies.
The drinking tales that have us
leaving Scotland for stealing sheep,
Ireland as potato thieves.
What is not said,
is because of the women
we are men.
Strong men
any men at all.
This poem is for the women.
 
Auntie, a name with the irony
that a big man is named Tiny,
riding west from New Brunswick
by wagon before the railway
in response to a newspaper advertisement:
Wife Wanted
reply Hiram G. Worden Esq.
 
She came with muslin bags
of shinplasters, gold pieces
a trunkful of whalebone hoop skirts
a sidesaddle, Colt revolver
just in case, and savvy.
The latter two of which
she would use some years later
on a burglar entering her bedroom window
comforting him while police arrived
that the bullseye in her mind
was the top button of his shirt.
Never missed yet, wouldn’t now.
 
Hiram G. came home one night
drunk (often it is said).
She crowned him with a cast iron kettle.
He was never quite the same
nor was her stature among his friends.
 
Grandmother, 1929, spun ’round town
flapper in a rumble-seat sportster, hers.
Dancing the Charleston
playing poker Sunday nights.
Monday morning back at the office
pert secretary to the deacon of the diocese.
Lived four doors down
from Nellie McClung.
Never understood all the fuss
about that woman –
in the West all women are strong.
When her man died in ’38
she never remarried
became her own man.
 
A friend points her out
in the family album.
The face is familiar
she plays his tables at the casino
blackjack, high and fast.
Sometimes two tables
talking of her grandchildren,
who hearing of this
would be aghast.
 
Mother in the 1970’s
when the father leaves
it comes to this:
you can’t ride sidesaddle,
poker face or shoot your way out
with seven children.
There is no romance in this.
Play it straight
and they’ve got a jacket for you.
You’re tied to a table
the doctor from California
is into electricity
that lights up the last frontier
within your skull
like a Christmas tree
that will never be in season again.
Yours is the story
they do not tell.
 
 
 
 
DONNE FORTI
 
 
In questa famiglia
gli uomini sono autori
di whisky e di fandonie.
Le fole da taverna secondo cui
lasciammo la Scozia per furto d’ovini,
l’Irlanda perché ladri di patate.
Ciò che non si dice,
è che è grazie alle donne che
siamo uomini.
Uomini forti
uomini e basta.
Questa poesia è per le donne.
 
Zietta, nome che ha l’ironia
d’un omone il cui nome è Minuzzolo,
cha va a ovest da New Brunswick
su un carro, prima della ferrovia
in risposta a un annuncio di giornale:
Cercasi Moglie
contattare l’esimio sig. Hiram G. Worden.
 
Lei arrivò insieme a borse di mussola
con banconote in piccolo taglio, monetine d’oro
un baule di gonne con guardinfanti di fanone
una sella da donna, una pistola colt,
per prudenza, e buonsenso.
Le ultime due cose
le avrebbe usate anni dopo, quando
un ladro dalla finestra le entrò in camera 
e lei lo tenne a bada finché arrivò la polizia, 
dicendogli: “Il bersaglio nel mio mirino
è il primo bottone della tua camicia.
Mai mancato finora, non mancherei ora”.
 
Hiram G. una notte tornò a casa
sbronzo (si dice capitasse spesso).
Lei gli diede una botta in testa con un bricco in ghisa.
Non fu mai più lo stesso
né lo fu lei agli occhi degli amici di lui.
 
Nonna, 1929, sfrecciava per la città
spregiudicata su una rombante auto sportiva: sua.
Ballava il charleston
giocava a poker ogni domenica sera.
Il lunedì mattina, di nuovo in ufficio
segretaria sbarazzina del diacono della diocesi.
Abitava a poca distanza
da Nellie McClung.
Non capii mai perché tanto parapiglia
per quella donna:
a Ovest tutte le donne sono forti.
Quando il suo uomo nel ’38 morì
non si risposò
e divenne l’uomo di se stessa.
 
Un amico la indica
nell’album di famiglia.
Il viso gli risulta familiare  
gioca ai tavoli del suo casinò
blackjack, scommesse forti.
A volte, due tavoli
intanto parla dei nipoti,
che se lo sapessero
ne sarebbero allibiti.
 
Mamma negli anni ’70
quando papà se ne va
c’è poco da fare:
non puoi cavalcare all’amazzone,
bluffare a poker o uscirne a colpi di pistola
se hai sette figli.
Non è un romanzo questo.
Dì ciò che pensi
e ti mettono la camicia di forza.
ti ritrovi legata a un tavolo
il medico dalla California
si intende di corrente:
quella che accende l’ultima frontiera
nel tuo cranio
come un albero di Natale
che non funziona più nel tempo giusto.
La tua è la storia che
loro non raccontano.
  
 
 
 
CONCRETE VISIONS OF CHILD
 
 
An old
old sun pokes through
fat-fisted clusters of nimbostratus.
 
Through fences picketed
around the treewalled yard
with its tin tubs floating
armadas of black-backed snappers.
 
The red Massey rusty bedded in corn,
a soup can hat on its standpipe,
attended by sunflower nuns bowing head high
over hidden shrines of bricks and boards.
Once this was all that heaven could be.
 
The old man across the street
all the God we’d ever need
rising sometimes from the planting of lobelia
long enough to be child again
to join the worrying of clouds
and angels with April’s kites.
 
  
 
 
VISIONI CONCRETE DI BIMBO
 
 
Un vecchio,
vecchio sole spunta fra
ammassi di pingui nembostrati.
 
Fra recinti con paletti
intorno al cortile tappezzato d’alberi
con le sue vasche di lamiera in cui
nuotano armate di dentici dal dorso nero.
 
Il rosso Massey che fa la ruggine nel mais,
latta di zuppa a mo’ di basco sul tubo,
curato da suore girasole, teste alte chine
su santuari segreti di mattoni e d’assi.
Un tempo, questo era tutto il paradiso possibile.
 
Il vecchio della casa di fronte
l’unico Dio cui ci rivolgevamo
sorgeva, talvolta, dal campo di lobelia
quanto basta per tornare bambino
e unirsi all’inquietudine di nubi
e d’angeli con aquiloni di aprile.
 
  
 
  
IMAGES OF WAR
 
 
Dyked by white painted shiplap
Billy’s father’s plot of Holland
at the end of the small street.
His austere garden grew no flowers
only his family’s food.
 
This ironic immigration
from blitzkrieg memory,
for on the street’s opposite end
Klaus’s father, former S.S. sergeant.
His flower garden precise and clipped.
His similar accent
drove away the neighbourhood children.
 
While Klaus circled the street one day
in his father’s black helmet
Billy retrieved revenge
from under his parents’ bed.
The shoebox full of old photographs:
one more curled and fingerworn than the rest.
A man in the leather jacket of the Dutch Resistance
belted under a sash of bullets.
 
Finger set on the trigger of a machine gun.
Black barrel lowered on a storm trooper
kneeling hands over helmet against the wall.
Under the lean eye of Billy’s father
who ate tulips during the war.
Their bulbs boiled into bitter soup.
 
  
 
  
FOTO DI GUERRA
 
 
Cinto da perlinato bianco
l’angolo d’Olanda del padre di Billy
in fondo alla stradina.
Quell’orto austero non dava fiori
solo cibo per la famiglia.
 
Ironica immigrazione, questa,
da ricordi di guerra lampo,
ché al capo opposto della via
c’è il padre di Klaus, ex-sergente SS.
Il suo orto di fiori preciso e ben curato
L’accento, dello stesso tipo,
respingeva i bambini del vicinato.
 
Mentre Klaus, un giorno, gironzolava per la via
con l’elmetto nero del padre addosso
Billy si prese la rivincita
da sotto il letto dei suoi genitori.
La scatola da scarpe piena di vecchie foto:
una più gualcita dell’altra e lisa dalle dita.
Un uomo della Resistenza Olandese in giacca di pelle
allacciata sotto una fascia di proiettili.
 
Dito fermo sul grilletto d’una mitragliatrice.
Canna nera puntata in basso su un assaltatore
in ginocchio, mani sul casco, contro il muro.
Sotto l’occhio smunto del padre di Billy
che durante la guerra mangiava tulipani.
Ne bolliva i bulbi per una zuppa amara.
 
 
 
  
LIGHT AGAINST LIGHT
 
 
I want again to believe   
that when we love  
we remain   
passing always from this light   
into the next.
 
To remember   
those x-rays of my lungs   
I was shown as a child   
whose gauzy shadows  
I thought were hidden wings.   
You could feel the hot fist of the heart   
but where was the soul?
 
And that his shoulder blades   
when Billy stripped by the river   
were more than bones  
and that we would someday lift our arms.
We had seen the gleaned skeletons  
of birds drying on the salt flats.
On each wing, a thumb and four bird fingers.
 
How we lost faith  
and knew that the minister’s collar  
was a halo that had slipped,  
a noose that reddened his face  
and made it difficult  
for him to look down.
 
Billy believed 
that the 13 loops of the hangman’s noose  
made a hoop into the next life.
Me, I practiced that knot over and over.
 
But now there’s no way back  
and at night I ingest the room   
and into the room, the building  
and into that, the city and the lake,  
until I am pulling in    
all those edgeless places   
where this galaxy becomes another.
 
Where the mind  
is a sail full of light   
and the body a vessel.
 
One day I will keep on going,   
borrowed  
for a lifetime,
sent spinning back.
 
That light I was:
all we are  
luminous bodies,
particles, one against another
– light against light.
 
 
 
  
LUCE CONTRO LUCE
 
 
Voglio ancora credere
che quando amiamo
noi restiamo
passando sempre da questa luce
alla seguente.
 
Ricordare
i raggi-x dei miei polmoni
che mi mostrarono da bimbo,
le cui ombre velate
credevo ali segrete.
Il pugno caldo del cuore lo sentivi,
ma l’anima dov’era?
 
E che le sue scapole
quando, al fiume, Billy si spogliava
fossero più che ossa,
e che un dì, le braccia in volo avremmo alzato.
Avevamo visto scarti di scheletri
d’uccelli seccare su distese di sale.
Su ogni ala, un pollice e quattro artigli d’uccello.
 
Come perdemmo la fede
e capimmo che il solino del prete
era un’aureola sdrucciolata,
un cappio che gli arrossava il volto
rendendogli difficile
abbassare lo sguardo.
 
Billy credeva
che i 13 anelli del cappio del boia
formassero un cerchio nella vita seguente.
Quanto a me, m’allenavo di continuo con quel nodo.
 
Ma ora non si torna indietro
e di notte assorbo la stanza
e dentro la stanza, l’edificio
e dentro quello, la città e il lago,
finché attraggo
tutti i luoghi senza bordi
dove questa galassia un’altra diventa.
 
Dove la mente
è una vela ricolma di luce
e il corpo è un vascello.
 
Un giorno proseguirò,
mutuato
per una vita,
rispedito vorticando indietro.
 
Quella luce ero io:
tutti noi siamo
corpi luminosi,
particelle, una contro l’altra
‒ luce contro luce.
Nota biografica
Nato a Calgary, Alberta, Bruce Hunter, primo di sette figli, ha perso l’udito da bambino. È cresciuto nell’area degli Ogden Shop della Canadian Pacific Railway, ora dismessi. Suo padre era un ‘tinbanger’, cioè operaio metallurgico impiegato nell’edilizia. Sua madre era una casalinga e, più tardi, una studentessa d’arte e un’artista. Il bisnonno di Bruce fu uno dei primi allevatori dell’Alberta.Dopo il liceo, Bruce ha svolto molti lavori: operaio, operatore di attrezzature, prima di frequentare il Malaspina College dove ha studiato con Ron Smith che lo ha incoraggiato a scrivere. Completato il suo apprendistato orticulturale, Bruce ha lavorato per vari anni come giardiniere nell’Alberta e nel sud dell’Ontario. Mentre svolgeva questi lavori, ha pubblicato poesie in diverse riviste, ottenendo così una borsa di studio alla Banff School of Fine Arts dove ha studiato con W.O. Mitchell, Irving Layton, Sid Marty ed Eli Mandel. All’età di 28 anni, ha frequentato la York University (cinema e letteratura), mentre seguiva corsi di scrittura con Don Coles, BP Nichol e Miriam Waddington. Il primo libro di poesie di Bruce, Benchmark è stato pubblicato nel 1982 ed è stato trasmesso a livello nazionale nel programma Anthology di Radio CBC. Dopo la laurea, Bruce ha insegnato scrittura creativa alla York University, alla Banff School of Fine Arts, prima di entrare a far parte del Seneca College di Toronto nel 1986, dove si occupa di seminari di poesia.Nel 1986 ha pubblicato la seconda raccolta di poesie, The Beekeeper's Daughter, seguita nel 1996 da una breve raccolta fiction, Country Music Country, trasmessa da programmi nazionali nel 1999 e nel 2000 su Between the Covers di radio CBC. Nel 2000 ha pubblicato la terza raccolta di poesie, Coming Home from Home. Nel 2007 è stato scrittore in sede per la Richmond Hill Public Library. Nel 2009 è uscito il suo romanzo In the Bear’s House che ha vinto il premio Canadian Rockies 2009 del Banff Mountain Book Festival. Two O’clock Creek è la poesia “seme” che ha portato alla scrittura del romanzo. Negli ultimi 30 anni, Bruce ha vissuto in varie parti dell'Ontario meridionale tra cui Jordan Station, Stratford e Toronto. Attualmente, risiede a Thornhill

Piogge


di Ennio Abate 

per le tante piogge che dinanzi a me
in questi giorni
di quieta febbre e tiepide cadenze
sciacquano il foglio di plastica macchiato dal cemento
e – immagino – un bosco lontano
cresciuto senza ch’io  ci abbia mai messo piede

li annoteremo sul calendario
con crocette austere e ben calcate

piogge, dunque
atteniamoci alle piogge

e restino anonimi
i corpi accarezzati
i sudori
le macerazioni delle vene e della pelle

29 aprile 1988/ 1 dicembre 2021

La quarantena del geo-capitalismo

di Dario Padoan (dalla bacheca FB di Franco Senia)

Trovo interessante questo (un po’ lungo) articolo, perché tiene ancora aperta l’ipotesi di non ridurci a sudditi passivi di fronte ad uno Stato in crisi (e non solo per l’epidemia di coronavirus). Padoan pone il problema della ricerca di una risposta (“autonoma”, “civile”, “sociale”) «in grado di sfuggire al contagio e contemporaneamente ai diktat normalizzanti del potere della merce». E tuttavia non riesce ad andare al di là di alcune petizioni di principio (come Zizek, da lui citato). Sì, «l’azione collettiva, anche nel caso di epidemie come la presente, è [direi:potrebbe essere] l’antidoto all’individualismo della paura, che delega esclusivamente ad apparati e dispositivi tecnici e burocratici la propria sicurezza», ma in cosa (slogan, azione)oggi potrebbe prendere corpo? Al momento – diciamocelo – l’unica «interazione tra misure sovrane e comportamenti collettivi a protezione della propria incolumità personale»è quella che ci ha indotto e convinti a restare chiusi in casa, cioè ad applicare alla lettera- mugugnando o solerti – il Diktat del governo. Non abbiamo purtroppo altra autorità (politica o scientifica) che delinei una risposta diversa, che sia cioè capace di difenderci sia dal rischio mortale coronavirus che dall’intrusione capillare dello Stato (altrettanto mortale da un punto di vista coerentemente democratico). Rilievi secondari farei alla definizione (secondo me forzata) di «maccartismo del corpo»riferita alle «ansie diffuse relative alla protezione dei confini del corpo da invasioni e dissipazioni»; e all’affermazione che «questa epidemia è più democratica di ogni altra catastrofe». Dubito, infine,sulla validità di una pedagogia, come quella dei “Friday for future”, fondata sulla paura.[E. A.]

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Punizione dal limite

di Alessandro Franci

Quando il pallone comparve sopra le teste dei miei compagni ondeggianti in una fila asimmetrica, per un istante luccicò contro il cielo metallico; si giocava alle nove della domenica, in campi senza erba, gialli e secchi o melmosi per la pioggia. Feci appena in tempo a vederne il bagliore che divenne subito scuro, come una sfera sfrangiata marrone compatto che si abbassò all’improvviso verso di me. Non avevo neppure sentito il fischio dell’arbitro e quando il “sette” calciò, lo capii dal tonfo sordo del suo piede sinistro sul cuoio liso. Il sogno a occhi aperti, covato più di una volta quella domenica e in tante altre precedenti, di un tuffo spettacolare, svanì in un attimo. Quello aveva calciato con una tale forza che quando vidi arrivare quell’ammasso nero dritto in faccia, mi riparai il viso e chiusi gli occhi istintivamente. Il pallone strisciò sui pugni tesi e s’impennò in aria oltrepassando la traversa, fui colpito sul viso soltanto da rimasugli di terra come fossero schegge. La sabbia aderente alla superficie di cuoio, sulla pelle, fu come carta abrasiva, tanto che comparvero alcuni puntini rossi sulle nocche bianche per il gelo. Raramente ci davano i guanti che rappresentavano come una sorta di status symbol, un diritto dei più bravi, quei portieri ai quali erano riconosciute qualità speciali. Io invece ero stato chiamato solo all’ultimo momento perché il portiere degli juniores aveva avuto un incidente in motorino.

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“Oltrefrontiera”

di Pasquale Balestriere

Riprendo in mano il cartaceo di “Oltrefrontiera” di Pasquale Balestriere con le suggestive e mediterranee pitture di Mario Mazzella. Ritrovo raffinati echi classici in tutti i componimenti e  un modo pacato di riferirsi al rapporto con la natura e contemporaneamente al dolore della vita. Mi dico: questo sentire è possibile solo al Sud; e,  per intenderlo, dovrei tornare indietro, magari ai tempi del liceo quando senza grilli critici per la testa leggevo in antologia i lirici greci e romani. Anche adesso, però, i versi  di Balestriere mi colpiscono. Perché si collocano con convinzione  in quella tradizione lirica e  i temi trattati (affetti familiari, ricordi d’infanzia, luoghi visitati, meditazioni sulla natura e la vita umana) hanno una sobrietà che smorza le inquietudini e sento  estatica ed antica.  C’è l’idillio (Presepe), il canto ispirato (La trama del giorno).  E’ una poesia di raccoglimento. Da dove viene? Com’è possibile oggi? Balestriere vive ad Ischia. E credo che il suo fare poesia sia alimentato non solo dalla contemplazione di un cielo particolare o da certi colori e suoni dell’isola, ma dall’aver continuato  tenacemente a curare di persona un suo campicello accanto agli studi letterari. E tra la cura del campo e degli studi c’è – intuisco – una stretta  e felice relazione. Mi arrischio a dire che la ripetizione  dei gesti secolari dei contadini avrà confermato e rafforzato la predilezione, derivatagli certo anche dagli studi, per la metrica equilibrata degli endecasillabi, l’aggettivazione abbondante ma non caricata,  il fraseggio senza sincopi che completa il senso delle immagini o del pensiero,  il lessico che rientra quasi interamente nel repertorio degli antichi senza sfondamenti verso il moderno. Questo “stampo” classico, profondamente assorbito e rivissuto, avrà funzionato da filtro selettivo di un’esperienza di vita ben più mossa e inquieta di quella che i versi mostrano? Può darsi. Dei singoli componimenti   della raccolta, oltre ai due sopra citati, pubblico  quelli che mi sono piaciuti  di più:  A mia figlia, Al morso delle dita, Venerdì, Scorrere la vita. E anche alcuni che non mi sono piaciuti per controllare la mia lettura con quelle di altri commentatori di Poliscritture: Piove, dove sento un’eco fastidiosa  di D’Annunzio e A Pastrengo che cede a un patriottismo retorico. E segnalo Sogno di Spagna  come poesia che più mi ha suggerito l’ipotesi  (maliziosa?) di un’esperienza di vita abbastanza “anarchica” e in contrasto con  il tono prevalentemente classico di questa poesia. [E. A.]

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Poesie

 

di Franci La Media

 

tavola degli elementi

Cos’è l’uguaglianza maledetta
che l’afferri di sguincio solo quando
la confermi in segni raccattati
nel mercato di nuova autorità. Continua la lettura di Poesie

SCRAP-BOOK DAL WEB – C.H. Sisson Reader

sisson-ch

da C. H. Sisson Reader, Carcanet, Manchester 2014

Tristia

1

It is because of exile I am here,
The utmost tip of the world, for old age
Brings one to the edge of what one lived among.
Before departure I was of that race
Which passed the time but thought of something else,
But now time fills the whole horizon: Continua la lettura di SCRAP-BOOK DAL WEB – C.H. Sisson Reader

Solo parole

universo remoto

di Cristiana Fischer

Queste poesie, astratte e contraddittorie, sono state scritte insieme in un breve periodo. Il loro tema è l’oscillazione, la scelta, l’impossibilità di decidere su argomenti che la tradizione chiama Dio Creazione Verbo e la cultura razionalizzante e scientifica in cui ho trascorso la vita non chiama. Ma lavora accanitamente su costellazioni che quei nomi riassumevano. Pare che io possa scegliere per la Creazione o per l’eternità dell’universo. Posso scegliere per la potenza creatrice della parola (“fiat lux!”) o per il nichilismo dove Satana l’avvocato mi tenta con la miscredenza.
Scrive Mario Novello (insegna presso il Centro brasiliano di ricerca fisica di Rio de Janeiro) a proposito del perché “esiste qualcosa invece del nulla”: “quest’analisi ci avvicina inevitabilmente agli antichi saperi, che hanno altre forme di argomentazione e non utilizzano il metodo scientifico … E’ possibile sviare questa domanda dal percorso lungo il quale, durante tutta la storia, essa è stata tradizionalmente posta, subordinandola al trattamento dei filosofi, e fornirle una differente connotazione scientifica attribuendo ad essa un significato nuovo?” ( M. Novello, Qualcosa anzichè il nulla, Einaudi, 2011) Tradizione e scienza girano intorno alle stesse questioni.
E poi, il disordine e la grave incertezza del nostro Occidente si accompagnano al mio particolare biografico, di anziana con breve futuro, la sorte personale echeggia i segni di una crisi generale. Le grandi parole con cui ho lavorato nelle prime cinque poesie sono anche le piccole e comuni parole della fine, per i vecchi e i molti infelici che la perdono ogni giorno tra guerre e sfruttamenti. La potente parola che crea, miti e simbolico, è la sfuggente parola che nomina l’insussistenza, il niente vitale. Con l’ultima poesia ho riassunto il tema.[C.F.]
Continua la lettura di Solo parole