Quando
il pallone comparve sopra le teste dei miei compagni ondeggianti in
una fila asimmetrica, per un istante luccicò contro il cielo
metallico; si giocava alle nove della domenica, in campi senza erba,
gialli e secchi o melmosi per la pioggia. Feci appena in tempo a
vederne il bagliore che divenne subito scuro, come una sfera
sfrangiata marrone compatto che si abbassò all’improvviso verso di
me. Non avevo neppure sentito il fischio dell’arbitro e quando il
“sette” calciò, lo capii dal tonfo sordo del suo piede sinistro
sul cuoio liso. Il sogno a occhi aperti, covato più di una volta
quella domenica e in tante altre precedenti, di un tuffo
spettacolare, svanì in un attimo. Quello aveva calciato con una tale
forza che quando vidi arrivare quell’ammasso nero dritto in faccia,
mi riparai il viso e chiusi gli occhi istintivamente. Il pallone
strisciò sui pugni tesi e s’impennò in aria oltrepassando la
traversa, fui colpito sul viso soltanto da rimasugli di terra come
fossero schegge. La sabbia aderente alla superficie di cuoio, sulla
pelle, fu come carta abrasiva, tanto che comparvero alcuni puntini
rossi sulle nocche bianche per il gelo. Raramente ci davano i guanti
che rappresentavano come una sorta di status symbol, un diritto dei
più bravi, quei portieri ai quali erano riconosciute qualità
speciali. Io invece ero stato chiamato solo all’ultimo momento perché
il portiere degli juniores aveva avuto un incidente in motorino.
Mia madre volle portarmi con sé a vedere il morto. «È il padre del tuo amico» disse.
Io non ero addolorato né per lui né per il mio amico; d’altronde neppure lei lo era, tanto che me lo chiese come mi invitasse al cinema.
Se c’era da partecipare a un funerale, a una veglia funebre, o visitare un ammalato, lei non si tirava indietro e questo le era sufficiente per credere che chiunque doveva essere contento di farlo quanto lo era lei; non comprendeva l’avversione che molti mostravano, per quello che riteneva fosse un dovere. Continua la lettura di Il padre del mio amico→
Il sasso era rimbalzato ben sette volte a pelo d’acqua, prima di andare sotto. Poco distante un pesce saltò e subito scomparve con in bocca qualche insetto, mentre da un canneto si alzarono in volo una coppia di fringuelli, cinguettando e rincorrendosi fino a che non sparirono nella vegetazione della riva. Spartaco fissò quei saltelli con uno sguardo concitato e pieno di soddisfazione, era stato un lancio perfetto e nessuno dei suoi compagni si sentiva stimolato a tentare di far meglio. Non facile da ripetere nemmeno per lui: un gran colpo di fortuna aver trovato quel ciottolo di uno spessore minimo, affusolato, perfettamente rotondo, e di averlo lanciato istintivamente in un punto ampio del fiume dove l’acqua rifletteva l’ombra di alcune forme astratte di paesaggio nella lucentezza dei colori del cielo fissati in quella superfice statica. Continua la lettura di ragazzi d’acqua dolce→
La storia dei personaggi importanti,
degli eventi memorabili, la sequenza
di guerre tra gli stati e dei trattati
di pace stipulati tra i soliti potenti
mentre restano i rancori degli umili,
la storia di cui resta memoria Continua la lettura di La storia/le storie→
Guagliò, non devi rubare un carezza!
Puoi abbracciare, essere corpo baciato, non ladro che fugge nel suo batticuore.
Non prede da mordere siamo, ma continenti e possiamo combaciare.
Del piacere che bambino mi facesti provare
resta il ricordo d’una gelida sera sotto Natale
quando, per placare l’ansia che cresceva
col buio della sera e il ritardo di mamma Continua la lettura di Ombra inesplorata del padre mio→
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