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Oggi si vola

di Ezio Partesana

La trama apparente del romanzo è semplice: due uomini, uno scrittore e un fisico, fanno amicizia e condividono alcune esperienze, un prestigioso premio letterario e un esperimento cruciale andato a buon fine. L’ambientazione è tanto precisa quanto rarefatta – Ginevra, strade, campi di volo, abitazioni – e ospita altri uomini e donne che concorrono allo sviluppo della storia. Però non accade quasi nulla. Un amore ha poche immagini e un solo bacio; dell’esperimento si sa tutto tranne in cosa consista; lo scrittore ha smesso di scrivere e medita sopra un manuale a proprio uso e consumo:

Scriverò un Atlante della luce […] lo scriverò soltanto per me, un libretto da portarmi appresso, in tasca. Lo userò come gli ornitologi usano quelli per riconoscere e distinguere gli uccelli, o come i geografi usavano le carte.[1]

I manuali, le carte geografiche, gli atlanti, sono gli unici libri che, anche quando mentono, sono esentati dal dubbio dell’utilità; non c’è nulla da cercare in essi a parte le istruzioni contenute, a questo servono, a imparare. Tutte le altre scritture devono giustificarsi:

… forse alla fine imparerò una geografia diversa, in cui uno, sollevando gli occhi dalla carta che ha in mano, guarda e vede davanti a sé, attorno a sé, un’enorme carta a grandezza naturale, e nonostante questo è capace di mettere il dito in un qualsiasi punto e dire “qui” e dire “io”…[2]

Il termine Atlante non è un sinonimo di manuale, indica sostegno e reggimento, come nel mito greco del titano condannato a portare sulla schiena la terra, e dal XVI secolo i libri dove sono raccolte le informazioni geografiche, soprattutto in forma di disegni.

Il titolo del romanzo del 1985 è Atlante Occidentale, non un manuale dunque né una mappa grande quanto il territorio che vuole rappresentare nel minimo dettaglio, ma pur sempre un “romanzo di formazione”[3], secondo la descrizione che Ira Epstein, il secondo protagonista, ne fa quando spiega come ha imparato a fare questo e quello, perché:

… se posso dubitare dell’intenzione dei romanzi che ho scritto so per certo che il fine di un manuale è uno solo, accrescere la felicità del genere umano.[4]

Un incidente di volo sfiorato è il primo degli avvenimenti che Del Giudice mette in lista, nonché l’occasione di conoscenza tra Ira Epstein, lo scrittore, e Pietro Brahe, ricercatore del Cern. Il tempo della narrazione è il perfetto:

All’inizio del campo d’erba provò il timone; poi, dondolando le ali, cominciò a rullare,[5]

Ma già nella pagina seguente compaiono l’imperfetto narrativo e il presente indicativo, e lo schema si ripete lungo tutto il romanzo. Senza mai violare apertamente le norme della consecutio le proposizioni si mettono sovente in equilibrio opposto, tanto che a volte viene da rileggere il passo per esser certi non ci sia qualche errore:

A Ginevra fermò la macchina in uno dei viali lunghi, […] Cammina su marciapiedi poco affollati,[6]

Ma naturalmente nessun errore, che pure non c’è, potrebbe sospendere la moltiplicazione del narratore: una riga prima è un fedele cronista storico, quella dopo un osservatore casuale alla finestra; ciò che li unifica, in questo caso, sono i fatti – un’automobile si ferma e un uomo cammina – non il tempo della scrittura che appare, sì, ma per dichiarata opposizione: sono io, non sono io, non è questo il problema.

La trama interna del romanzo è molto più complessa: il fisico ha dei colleghi, lo scrittore un editore; un giardiniere compare e scompare come un vecchio saggio; le due donne, entrambe bellissime, sembrano punti cardinali più che motori; il lago, costantemente evocato, non serve a nulla; dello scrittore, che otterrà un prestigioso riconoscimento, apprendiamo un solo titolo, quello del libro che deve ancora scrivere, Atlante della luce.

Seguono descrizioni minuziose, se ne incontrano diverse: aeroplani nella rimessa; collisione di particelle; fuochi d’artificio; prospettive della città. Tutte appaiono rimandare a una necessità di precisione esaustiva, come un catalogo di componenti di ricambio o gli orari della corse da e per Recanati che Leopardi appuntava scrupolosamente nei suoi quaderni. Ma non c’è nessuno che le usi, sono, apparentemente, manuali senza utenti. Qualche spiegazione di questo paradosso, che orienta il contenuto del romanzo, è sparsa tra le pagine.

Per vedere bisogna avere la forza di produrre ciò che si vuole vedere. Lei non crede?[7]

Chiede il premio Nobel Wang a Brahe, nel mezzo di una disputa per pochi centimetri di spazio, e questi risponde,

Sì, certo. Per vedere ci vuole una grande intenzione e una grande energia. Solo così si può produrre quello che si vuole vedere.[8]

Alla rivelazione dell’anziano scienziato, magistrale quanto lo può essere scrivere una frase che resta in equilibrio tra due materie, il protagonista Brahe risponde con una aggiunta di filosofia del Novecento: la tecnica è indispensabile, ma senza intenzione è vuota.

I due scienziati stanno discutendo sopra una qualche sorta di macchina – cosa sia, Del Giudice non lo dice – alla costruzione della quale partecipano entrambi, e ognuno vorrebbe un poco più di spazio per installare i propri elementi. Lo scarto che Del Giudice fa è semplice, eppure convincente: l’acceleratore di particelle e la teoria che sorregge l’esperimento diventano, con sottile maestria, i presupposti trascendentali di ogni vedere; anche dall’aereo, anche in un amore, devi avere la forza e l’intenzione per produrre quello che vuoi vedere, altrimenti non ci sarà nulla.

Eppure non è tutto, non sono solo le condizioni necessarie affinché un’esperienza si dia, o un ricordo, a reggere la scrittura, ma anche una sorta di residuo ultimo non più ulteriormente analizzabile:

Potrei dirle: una storia è fatta di avvenimenti, un avvenimento è fatto di frasi, una frase è fatta di parole, una parola è fatta di lettere? E la lettera è irriducibile? No, dietro la lettera c’è un’energia, una tensione che non è ancora forma, ma non è già più sentimento…[9]

Al ricercatore che lavora per dividere la materia in particelle sempre più piccole, lo scrittore risponde descrivendo la reductio propria della letteratura, e così come in fisica l’oggetto che alla fine si trova non si sa se sia materia o energia, allo stesso modo nella scrittura si scopre un grado zero che “non è ancora forma, ma non è già più sentimento”. E l’analogia prosegue sino in fondo: la realtà fisica, quella che noi percepiamo, è composta da forze in bilico tra essere qualcosa e non essere quasi nulla, il linguaggio dà realtà – una realtà seconda senza la quale non ci sarebbe però neanche una realtà prima – al significato restando sospeso nel mezzo tra ragione e sentimento:

… ma chissà quale potenza occorrerebbe per sconnettere quel sentimento dalla parola che lo rende visibile, dal pensiero che lo pensa istantaneamente, e capire il mistero per cui le lettere si dispongono in un modo e non in un altro e si riesce a dire: “Lei mi piace”, e il miracolo per cui questo corrisponde a qualcosa.[10]

Mistero o miracolo che sia, accade; e questo è uno degli argomenti, e delle domande, di Atlante Occidentale.

Si comprendono allora meglio le minuziose descrizioni presenti copiose: esperimenti cruciali, non sfoggio di tecnica, verifica e controllo, non estasi contemplativa. La descrizione dei fuochi d’artificio occupa cinque pagine, molte per un puro resoconto, e avviene per sfida, perché il fisico vuole sapere come e cosa veda lo scrittore. E poi si rivela lo scopo della richiesta:

Mentre resta solo, e la luce piano piano ridà spessore alle piante e alle forme del giardino, Brahe cerca di trattenere le forme che ha appena visto, o creduto di vedere; vorrebbe che gli restassero con la limpidezza con cui le ha percepite mentre ascoltava, vorrebbe che avessero la solidità di un punto esterno contro cui rimbalzare, vorrebbe isolarle una per una, disporle in un certo ordine, toccarle…[11]

La divisione temporale tra i fuochi d’artificio mentre si guardano e i fuochi d’artificio percepiti mentre si ascolta il loro racconto, ovvero la distanza tra la semplice esperienza irriflessiva e quella mediata dal linguaggio, l’astuzia narrativa di Del Giudice che separa il momento dello spettacolo pirotecnico dal racconto che lo scrittore ne fa, è il secondo contenuto al quale va incontro il lettore della fenomenologia dell’Atlante: la parola è una delle potenze necessarie a far esistere le cose.

Scarno di personaggi secondari, il romanzo ne mette in luce comunque diversi: Rüdiger, il collega e complice; Mark; Sarad, custode filosofo; il meccanico degli aeroplani; Eileen, la costruttrice di magneti; il collega e rivale asiatico; altri che neppure hanno un nome o un mestiere definito… e Gilda, il capitolo decimo è dedicato alla storia dell’amore tra Pietro Brahe e Gilda. L’intreccio è scandito lungo una sola giornata e si conclude con un bacio, in mezzo, a aprire le danze, il castello che non è un castello e il custode e erede, piccolo “agrimensore” senza il potere inquietante di Klamm, e senza un nome. La ragazza emerge con leggerezza e qualche luogo comune: lo sguardo, i movimenti, l’essere naturalmente parte del tutto. Nel “castello” ovviamente non c’è nulla, e solo il buio protegge le tracce di quel che c’era tempo e che poco alla volta è stato venduto. Il corteggiamento è tutto in mano alla ragazza, Brahe è ridotto a poche frasi, alla fine potrebbe anche non esserci e nulla cambierebbe, e la conclusione è banale:

Brahe si era preparato a sostenere gli occhi di Gilda, ma certe volte il loro movimento era così saldo, e il loro posarsi su di lui così rapido e adesivo che […] doveva cercare riparo… […] per il resto provava ciò che sempre aveva provato in queste circostanze, complicità e tenerezza, un certo senso di responsabilità ai margini del gioco, e soprattutto una fantasia scatenata.[12]

Negli esperimenti e rilevazioni di Del Giudice, una delle due parti che dovrebbe rivelare lo stato dell’esistenza prima che il linguaggio la porti alla luce – “non ancora forma, ma non […] già più sentimento”[13] – fallisce, e dicono che sia una prova scientifica anche questa. La “fantasia scatenata” si riduce a un bacio, la storia d’amore scompare dal romanzo, come Gilda e il castello – erede più di Davanti alla Legge che del romanzo del 1922 – e, andrebbe detto, anche il volo.

La narrazione riesce a descrivere con la forza e l’intenzione necessaria gli esperimenti compiuti, ma si arresta davanti al proprio, ovvero all’attimo della trasformazione dell’atto in potenza; non riesce, insomma, a risalire il tempo quando si tratti di spiegare come un sentimento diventi forma, letteraria in questo caso ma potrebbe anche essere musicale o pittorica, etc. È lo scrittore, Ira Epstein, a spiegarlo, in una lettera al proprio editore Ed, quella nella quale annuncia la decisione di non scrivere più:

Del passato mi interessa come è cambiato di libro in libro il mio rapporto tra etica e forma (non l’avresti detto, tu che hai parlato sempre del mio “cinico candore”). Eppure, dovendo ripensare, ripenserei quello, voglio ripensare a quello per capire che cosa ho fatto.[14]

Accostando questa riflessione con la seguente,

Dietro la lettera c’è un’energia, una tensione che non è ancora forma, ma non è già più sentimento, ma chissà quale potenza occorrerebbe per sconnettere quel sentimento dalla parola che lo rende visibile…[15]

Si nota uno spostamento: prima si parla di rapporto tra etica e forma, dopo dello stato nascente tra sentimento e forma, come se le due cose fossero simili, o potessero almeno mutarsi una nell’altra.

L’etica è già una forma, è una legge non trasgredibile (pena la colpa) che muta un’associazione caotica in una comunità, è una forma che dà forma. Il sentimento, o la tensione – che non si riesce a separare dalla “parola che lo rende visibile” – sono a un grado precedente l’etica ma, in entrambi i casi, si tratta di osservare, se mai possibile, l’attimo nel quale una cosa si rivela, come gli elementi minimi dell’esperimento scientifico all’acceleratore di Ginevra.

A ben vedere neanche il sentimento o l’intenzione, che lo scrittore, vorrebbe poter strappare dalla messa in forma che immediatamente subiscono, sono mera materia. Nell’Atlante Occidentale sono rari i momenti ingenui ma è sempre un soggetto, cioè qualcosa che ha forma, a produrli. C’è la citazione da Manzoni sopra la simmetria e la riflessione di Gilda sul Blues, la battuta un poco sciocca sul carattere femminile e il sipario di Einstein e Kafka che si incontrano a Praga[16]; ma per tutte può valere il finale del romanzo. Qui ha termine, almeno per chi legge, l’amicizia tra Brahe e Epstein, e il tono che adopera Del Giudice conferma che si tratta di un addio, pur senza che si sappia perché: nessuno sta morendo né parte per un mondo lontano, hanno avuto successo e possono, i due amici, rivedersi quando vogliono, eppure è un addio. Brahe corre a grande velocità e imbocca l’ingresso contromano per riuscire a fare in tempo a salutare l’amico che, nel frattempo, indugia in stazione. E mentre indugia riassume tutto quello che è accaduto a se stesso e a Brahe, con un’ultima vista, poco terrena, sul proprio editore, personaggio dello schermo se ce n’è uno:

… vede un editore che sale in macchina per Zurigo, ma al primo motel lungo la strada dice all’autista: “Fermiamoci qui”, e in camera si sfila la cravatta e si stende sul letto senza togliere la coperta e cerca di ricordare, ma proprio bene, ma proprio nei dettagli, il luogo e l’ora e la luce e com’era lui stesso quando un giovane spilungone con gli occhi grigi […] gli ha portato il suo primo manoscritto, e pensa che adesso non ce ne saranno più, e si chiede come mai…[17]

Questa è l’introduzione al congedo, la dimostrazione che la forma, a dispetto del contenuto, determina il sentimento. Tutto va bene, i due amici hanno avuto successo e avranno riconoscimenti, non s’è perso nessuno e, come si deve dire, il sole splenderà alto domani. Eppure qualcosa è finito, e è propria la forma, questa particolare forma di un racconto, che termina. E Gilda non giacerà più con Pietro, Ira non scriverà più, oggi non si vola.

E adesso?
Adesso dovrebbe cominciare una storia nuova.
E questa?
Questa è finita.
Finita finita?
Finita finita.[18]

Con qualche difficoltà leggendo ci si ricorda di attribuire le frasi al giusto personaggio, ma riflettendo non poteva che essere lo scrittore a decretare la fine.

Le tragedie sono sempre chiuse, non perché la vicenda, participio futuro dell’accadere, non possa avere un seguito, sia esaurito il materiale e non ci sia più nulla da dire, ma per la sfrontatezza originaria di voler scrivere, di voler dare forma a qualcosa che non ne ha bisogno e che solo nel pensiero “mi fingo” debba, per sopravvivere, averne una.

Se “esistenzialismo” significa vedere nella singola esperienza una traccia del tutto, Daniele Del Giudice scrive come un esistenzialista. Chi mai potrebbe essere triste perché un racconto, non una vita, è terminato, se non chi pensasse che narrare sia una parte della vita o almeno della sua vita? Atlante Occidentale potrebbe essere riassunto come la storia di un’amicizia, la storia di due teorici che diventano amici perché confrontano le rispettive ricerche e scoprono che hanno qualcosa d’altro in comune oltre alla passione per il volo. A un siffatto riassunto però resterebbe da spiegare non l’amicizia ma il qualcosa d’altro. È un riconoscimento, un comune sentire che va in scena, nella distanza apparentemente siderale tra fisica delle particelle e letteratura contemporanea.

Saresti forse un mio compagno a modo tuo? E ti vergogni perché tutto ti è andato male? Guarda, a me è accaduto lo stesso. Quando sono solo ne piango; vieni, in due è più dolce piangere.[19]

L’inquieto cane di Kafka assomiglia allo scrittore di Del Giudice come una donna al suo ritratto, è vero, ma nei quadri si può cogliere quel che sovente in un volto passa solo di sfuggita. È l’attimo del “sì, è proprio così”, rivelazione di identità e riconoscimento che può esserci solo nonostante la diversità; in geometria i quadrati sono tutti uguali e non parlano tra di loro.

Anche Ira Epstein mette alla prova Brahe, ben prima di mostrargli, con la descrizione dei fuochi d’artificio, cosa significhi vedere, come si debba vedere.

Adesso. Mi dica che cosa vede adesso, in questo istante. Chiuda un attimo gli occhi e li riapra. Se vuole li tenga chiusi finché il nero non le sembra perfetto, senza un’ombra di immagine. Si concentri sul nero fino a farlo diventare più nero che può. Poi apra gli occhi e mi dica cosa vede.[20]

Sembra un rito di iniziazione, con lo scrittore che dà istruzioni e il fisico che prende ordini; poco alla volta Brahe “impara”:

Brahe dice piano ciò che vede, senza voltarsi a controllare le reazioni di Epstein che del resto non lo guarda; non segue un ordine, guarda quello che vede, quello che c’è, passando da una cosa a un’altra…[21],

sino a che la prova di ammissione è superata ma con una riserva, ché il fisico non possiede, o almeno in questo gioco non ha posseduto, la forza necessaria per mettere insieme persone, oggetti e esperienza. Il passaggio è cruciale e Del Giudice non lo salta, anzi spiega nei minimi dettagli quale sia il riconoscimento possibile attraverso il guardare. Epstein è soddisfatto, è diventato amico di Brahe diciamo, ma attraverso quel che non si riesce quasi mai a fare, attraverso un dolore, non una gioia, come i cani pensanti di Kafka. Si parla di un interruttore e di tutto:

“Io l’ho pensato e costruito per te, soltanto per te. Non lo vedi? Non per una mano qualsiasi, ma per la tua mano; non per una storia qualsiasi ma per la tua storia che comincia in questo istante, nell’istante stesso in cui tu apprendi come è fatto”,[22]

E poche righe dopo si spiega come quel modo di vedere sia la vera causa dell’incontro tra i due protagonisti:

Si poteva non essere d’accordo, ma c’era una possibilità di amicizia. Ogni oggetto era comportamento trasformato in cosa, e poi ritrasformato in comportamento…[23]

Come a dire che si conosce l’altro mediante l’esperienza: se è fatta della stessa stoffa si può parlare, si può essere amici. Brahe non ottiene i pieni voti grazie alla sua vista, ma perché scatta fotografie ai “bambini” che corrono lungo l’acceleratore sotterraneo di Ginevra, nel tentativo di catturare la cosa e il comportamento allo stesso tempo. La domanda sul perché esista qualcosa si trasforma nel corrispettivo del come dire quello che esiste?, è in questo territorio che i due si incontrano e riconoscono come facenti parte della stessa specie di “guardanti”. È un esistenzialismo del soggetto e dell’oggetto, quello di Del Giudice, ma sopra tutto della loro reciproca possibilità di congiunzione, o del suo fallimento.

Lei forse pensa che un visionario sia qualcuno che vede mostri, che vede un ponte tendersi ad arco e scoppiare, non uno che sente la porosità del suo cemento senza toccarlo: io sono un visionario di ciò che esiste, un visionario di quello che c’è, e tale visione, per precisione e densità, non è meno sconcertante.[24]

Lo straniamento – fosse tedesco sarebbe Unheimlich – di Del Giudice si inerpica sino alle scelte stilistiche. La grammatica è essenziale, quasi povera, soventi sono i “ciò” e i “cui” al posto del più ricercato pronome dimostrativo “quello”, così come la scelta dell’indicativo dove un congiuntivo sarebbe più elegante. Il lessico segue la grammatica; nonostante gli argomenti trattati, non si trova alcun termine che un lettore scolarizzato non possa comprendere, a meno di non voler considerare “anemometro”, “giroscopio” o “orizzonte artificiale”[25], parole che non appartengono a un gergo ma semplicemente descrivono alcuni strumenti del volo. La imitazione delle cose, l’intenzione a loro rivolta, non implica una selezione di parole, non è questa la strada.

I dialoghi non sono copie della realtà, ma estratti di una osservazione, collegano un gesto al successivo e raramente fanno storia a sé. Rivelano a volte quel che è accaduto ma con un pudore particolare. Brahe sta informando il suo amico Rüdiger che l’esperimento ha rilevato qualcosa di interessante; sono nell’anfiteatro delle conferenze e una ragazza sta suonando un pianoforte:

(Brahe) È sceso in punta di piedi fino alla fila dietro Rüdiger; si è seduto senza fare il minimo rumore. […] Poi si è chinato sulla sua spalla, gli ha detto piano all’orecchio: Noi avevamo un appuntamento, o no?”
Rüdiger ha fatto un sobbalzo. Ha sorriso: “Sì. Ma è bellissima”.
“Sembra anche a me”, ha detto Brahe, osservando con intenzione la ragazza.
“La musica, volevo dire”.
[…]
“Ci pensi a come doveva essere tutto più facile in quell’epoca? Ha detto Rüdiger sottovoce, tirando indietro la testa.“
Per chi?”
“Per tutti”.
“Non credo, - ha detto Brahe. - Ognuno sente che il posto dove bisogna essere è qui, e il tempo è questo”.
“E perché?”
Brahe si è avvicinato ancora di più all’orecchio di Rüdiger: “Se non altro, perché ci sono almeno tre candidati. Molto, molto seri”.[26]

Lo spostamento dalla musica – barocca o ottocentesca che sia – alla fisica è tutta nella frase sul tempo, nell’asserzione secondo la quale “il tempo è questo”, una frase che difficilmente si potrebbe ascoltare in una conversazione registrata sul campo, ma che svolge alla perfezione la funzione di rispondere alla bellezza – della ragazza e della musica – e al tempo stesso introduce la comunicazione cruciale: l’esperimento sta avendo successo. La scena è perfetta; sembra concepita affinché nessuno se ne accorga, la ragazza, il pianoforte e la musica dànno aspettative d’altro genere, ma d’improvviso lo straniero si toglie il mantello e mostra quel che davvero è venuto a fare, e il resto scompare.

Dunque il dialogo, così ben distillato, era un inganno e noi ci siamo caduti. Non è stata la verosimiglianza a sedurci, nonostante l’ironico fraintendimento sulla bellezza, né una progressione drammatica, ma la forma di un incontro apparentemente fortuito dentro il quale si nasconde un avvenimento. Nascosto dentro lo stile apparentemente semplice di Del Giudice si trova la decisione autorale sul quando e come far apparire le cose, un’amicizia, una villa, un laboratorio. Nessuna si offre da sé pronta a essere esperienza ma ognuna deve prima essere ricercata con forza e intenzione – come una frase, come una particella – e solo dopo si lascia vedere. È un romanzo di formazione Atlante Occidentale, dove si apprende quale sia il percorso affinché un oggetto diventi oggetto di esperienza, e dunque si possa finalmente percepire.

Le particelle subatomiche e i fuochi d’artificio hanno bisogno della medesima disposizione da parte del soggetto che vuole osservarli. E per leggere il romanzo si deve seguire la stessa procedura:

“Come mai oggi non lavora?”
“Chi le dice che io abbia un lavoro?” disse Brahe sorridendo.
“Italiano a Ginevra, con una macchina di servizio. Lei non lavora alla giostra?”
Brahe spostò gli occhi dal retrovisore interno a quello esterno, iniziò il sorpasso, disse: “Sì, lavoro alla «giostra»”.
“E cosa fa esattamente?”
“Guardo i bambini, li controllo. Quando passano faccio delle fotografie per dimostrare che sono passati veramente”…[27]

guardare quel che accade e fotografarlo, per essere sicuri sia accaduto veramente. I soggetti, il fisico, lo scrittore, devono volere quel che accade per potere essere certi che sia successo veramente. I bambini si lasciano spiare facilmente, insomma, purché sia importante farlo.

Se esistesse ancora il verismo, Del Giudice, probabilmente, sarebbe stato un verista: la trama è il contenuto del romanzo, la forma la sua coscienza. Chi volesse potrebbe controllare ogni singolo passaggio: come un incontro reagisca di fronte a un dialogo o l’effetto che una battuta scherzosa ha sopra il ritmo della narrazione, e anche questo sarebbe, a suo modo, un esperimento, una “fotografia” del bambino che scrive.

Se il tutto è falso[28], Atlante Occidentale ne fa a meno. Costruito il grande specchio che riflette – in entrambi i significati, duplicare e pensare con intenzione – la realtà, intorno ci sono cose che non si vedono o non si possono vedere allo stesso modo.

Dopo lo sfiorato incidente sul campo di volo, Brahe torna a casa e trova Eileen, “la ragazza inglese che costruiva magneti” e Sarad, l’indiano delle onde gravitazionali[29]. Racconta dell’incontro con l’altro volatore, Epstein, e lo identificano nello “scrittore”; Eileen lo ricorda, Sarad credeva fosse morto. E poi segue una frase che non ha senso:

Sembra che i colpi e le punture tornino a fare male la stessa ora del giorno successivo. Parecchi metri sotto terra, il giorno dopo, mentre spiegava ad altri la traccia di una collisione ad altissime energie, Brahe sentì una fitta all’insellatura delle spalle, un dolore tenue subito riassorbito in pizzicore, col quale il corpo celebrava una sua personale ricorrenza.[30]

Quale sia questa ricorrenza non è dato sapere: lo spavento per la mancata collisione, forse, o il dubbio che lo scrittore appena conosciuto fosse morto. Di questa sorta di sospensioni della ricerca ce ne sono diverse nel romanzo, non proprio divagazioni, piuttosto ricordi involontari, colazioni di prima mattina. Sono passaggi nei quali il rigore dell’«esperimento» sembra venire meno e qualcosa fa irruzione senza che sia cercato e osservato. La spiegazione, poco convincente in verità, è nella righe finali:

“Adesso dovrebbe cominciare una storia nuova”.
“E questa?”
“Questa è finita”.
“Finita finita?”
“Finita finita”.
“La scriverà qualcuno?”
“Non so, penso di no. L’importante non era scriverla, l’importante era provarne un sentimento”.[31]

Due cose paiono sfuggire alla legge: l’amicizia e l’amore. Non c’è nessun motivo per il quale Epstein e Brahe diventino così intimi né, a parte la bellezza della ragazza, esiste ragione dell’amore tra quest’ultimo e Gilda. A queste adesso, alla fine della scrittura, se ne aggiunge una terza: non era importante scrivere la storia quanto avere un sentimento verso di essa, il minuscolo passaggio che già Epstein aveva ricordato[32] e che Del Giudice pone in calce al suo racconto. E con questo siamo riportati in un mondo due volte interiore: imparare a vedere per poter provare un sentimento mentre si guarda. La realtà è una forma che consente di vivere, un insieme di forme che, una volta apprese, consentono la vita.

Così, se si dovesse scrivere un manuale per il manuale di Atlante Occidentale si dovrebbe cominciare dal volo, attività umana che non si può eseguire senza avere molto studiato ma che, in fin dei conti, si compie per provare un sentimento, non per imparare a essere un uccello.

 

 Note   

[1] Daniele Del Giudice, Atlante Occidentale, Einaudi, Torino, 2019, pag. 147.
[2] Ibidem.
[3] Daniele Del Giudice, Op. cit., pag 64.
[4] Ibidem.
[5] Op. cit, pag 3.
[6] Op. cit., pag. 84.
[7] Op. cit., pag. 42.
[8] Ibidem.
[9] Op. cit., pag. 137.
[10] Op. cit., pagg. 137-38. Corsivi miei.
[11] Op. cit., pagg. 143-44. Corsivi miei.
[12] Op. cit., pag 123. Corsivi miei.
[13] Op. cit., pag. 137.
[14] Op. cit, pag. 31. Corsivo mio.
[15] Op. Cit., pag. 137.
[16] Op. cit., rispettivamente alle pagine 136, 125, 94 e 69-70.
[17] Op. cit., pag. 160.
[18] Op. cit., pag. 161.
[19] Franz Kafka, Indagini di un cane, in Racconti, Mondadori, Milano 1978.
[20] Daniele Del Giudice, Atlante Occidentale, Einaudi, Torino, 2019, pag. 58.
[21] Op. cit., pag. 59.
[22] Op. cit., pag. 63.
[23] Ibidem.
[24] Op. cit., pagg. 63-64.
[25] Cfr. Op. cit., pag. 106.
[26] Op. cit., pag. 151.
[27] Op. cit., pagg. 16-17.
[28]Das Ganze ist das Unwahre”. Cfr. Th. W. Adorno, Minima Moralia, Suhrkamp, Frankfurt, 1987, pag. 57.
[29] Daniele Del Giudice, Atlante Occidentale, Einaudi, Torino 2019, pag. 18.
[30] Op. cit., pag. 19.
[31] Op. cit., pag. 161.
[32] Cfr. Op. cit., pag. 137: “E la lettera è irriducibile? È l’«ultimo»? No, dietro la lettera c’è un’energia, una tensione che non è ancora forma, ma non è già più sentimento, ma chissà quale potenza occorrerebbe per sconnettere quel sentimento dalla parola che lo rende visibile”.

42, rivisitato/sulla vita, l’universo..e tutto

Premessa

Nella imprescindibile Guida Galattica per Autostoppisti com’è noto si trova anche la risposta alla domanda fondamentale sul mondo e sulla vita, ed è 42.
Ma dato il tempo trascorso dall’ultima edizione (anche se cambiata da quella originale del ’78) sentiamo il bisogno di un aggiornamento su alcuni temi che ci stanno a cuore.

1- Cos’è la vita

Schrœdinger, uno dei fondatori della meccanica quantistica, nel 1943 tenne delle conferenze su questo tema a Dublino, poi tradotte in libro nel ’44. Da qui nasce il dibattito moderno sul tema.
Purtroppo viziato da un presupposto implicito, cioè che si tratta della nostra vita. L’obiettivo è quindi assai importante ma limitato, e inficia in modo quasi automatico tutti i dibattiti sugli alieni. Così come ingenera, sempre in automatico, una gabbia concettuale che racchiude le analisi delle ragioni di quello che è successo ma non considera quello che avrebbe potuto essere.
Anche l’ultimo libro sull’argomento, quello di Paul Davies, fisico e divulgatore (nonchè portavoce ufficiale del comitato di ricevimento degli alieni, PPSDTG@SETI), non sfugge a questo limite, anche se i risultati cui arriva possono aiutare ad allargare gli orizzonti.
Ma conviene precisare subito com’è fatta la gabbia: anche perché altrimenti la nostra capacità di riconoscere un alieno verrebbe pericolosamente compromessa (in umile ma netto dissenso con Jim al Khalili e tutti gli scienziati che intervista nel suo libro).

Se eliminiamo il requisito che la vita sia del tipo della nostra, quindi protoplasmatica, intelligente (e auspicabilmente di bell’aspetto) dobbiamo riformulare i caratteri base evitando ogni presupposto nascosto; un possibile elenco sarebbe:
1- ha uno scambio di energia/materia con l’esterno
2- ha una propria dinamica interna che la fa evolvere
3- scambia informazione con l’esterno
4- si riproduce
Mentre 1 e 2 appaiono essenziali, 3 lo è un po’ meno, e 4 altrettanto.
Una domanda interessante che aiuta a chiarire il problema è: una stella è viva?
Non possiamo usare una risposta a priori, che sarebbe assai utile a delimitare il campo, in quanto non possiamo avere una certezza sufficiente ad orientarci e quindi inficieremmo tutto il discorso: mentre possiamo escludere che un sasso sia vivo per una stella la questione è più complicata di come potrebbe apparire a prima vista: infatti soddisfa certamente le prime due condizioni, per la terza emette informazioni (e non sappiamo bene se ne assorba) e per la quarta in certi casi (supernova) con la morte manda in giro frammenti di sé che fecondano altri elementi (i metalli pesanti dei pianeti).
Questo però dà una prima idea del tipo di percorso necessario a definire la vita una volta abbandonato il requisito nascosto protoplasmatico se non antropomorfico.
Un elemento interessante è che mantiene una caratteristica di base: è un sistema aperto.
E quindi possiamo accorgerci se un alieno si sta avvicinando perché scambia energia con l’esterno (almeno quasi sempre: anche da noi un batterio in difficoltà si incistida in spora per tempi anche lunghissimi…ne hanno scoperti recentemente alcuni sotto il ghiaccio da milioni di anni..).
Ma l’entrata in scena dei batteri ha un significato più vasto nel discorso: per Davies i tumori sono il risultato di uno scontro fra l’origine monocellulare degli organismi e quella multicellulare che ci vede partecipi. Quello che succede è che quando una cellula si trova in difficoltà/ambiente ostile/aggressione esterna tende a ritornare alla condizione primitiva unicellulare, che ha due caratteristiche base: è immortale (continua a riprodursi), e si difende dall’esterno (che in questo caso è il resto dell’organismo). Quindi il problema non è distruggere le cellule in guerra con l’organismo ma eliminare l’ambiente aggressivo e in qualche modo (…) convincerle a cooperare di nuovo.                                                                          (La somiglianza coi problemi delle guerre civili è evidente).

Tornando ai quanti potremmo chiederci (e qualche venditore di olio di serpente ha già le ricette pronte..) se esistono una biologia quantistica e una medicina quantistica. Per la prima la risposta è sì, ma: ci sono molti fenomeni quantistici, come la fotosintesi clorofilliana, ma nessuno di quelli ‘strani’ che comportano delocalizzazione, sdoppiamento, intrecciamento. Quindi per la seconda la risposta è no: quelli che ci possono essere a livello di chimica fine sono nascosti da effetti macroscopici e fluttuazioni termiche di dimensioni assai maggiori, quindi sarebbero in ogni caso invisibii e inutilizzabili.

2- Cosè la coscienza

Nel libro di Davies il discorso sulla coscienza parte dai lavori di Tononi (nel nostro recente articolo su ‘Uscire dal tempo’ c’eravamo più appoggiati sull’altro pilastro, Damasio).
Ma con un accento nuovo: la coscienza come informazione strutturata. È un concetto che viene dalla teoria dell’informazione, ancora dai lavori di Turing e Shannon e von Neumann, e passa nei calcolatori e nell’intelligenza artificiale. Sembra un ossimoro, dato che ciò che caratterizza un insieme strutturato rispetto ad uno casuale è proprio l’informazione, e soprattutto Davies non va molto più in là.

Per farlo conviene fare un passo indietro: per costruire un cavolo romano (che ha una struttura frattale, con forme semplici che si ripetono a varie scale) la natura usa pochissime informazioni, che quindi si chiamano informazioni ‘potenti’; a queste accompagna uno schema di controlli (tanto più sofisticato quanto più le informazioni sono semplici) che avvia, dirige e ferma il processo. La combinazione dei due è un’informazione strutturata.
Lo stesso avviene col DNA: tutta l’informazione per costruire una donna (l’uomo è solo un accessorio) è contenuta lì. La gestione prima e il controllo poi di questa informazione è affidata agli ormoni: è l’insieme dei due che la rende informazione strutturata.
In altri termini significa aggiungere una dimensione (o più) all’informazione in sé. E così la coscienza è legata alla connessione tra i diversi sistemi informativi del corpo. C’è anche un indice, φ, che specifica il grado di interconnettività e di informazione strutturata collegata a questo. Continuando a dare i numeri, il cervello umano ha 100 miliardi di neuroni, e le sue interconnessioni sono 1000 triliardi (con una velocità superiore a qualsiasi supercomputer: 10000000000000000-10 elevato alla 15- operazioni/secondo).
Ma è necessario fare una distinzione spesso trascurata sui tipi di coscienza, che possiamo dividere in tre: l’autocoscienza, l’attenzione cosciente all’esterno, il ragionamento (che anche se a volte avviene anche nel sonno o sotto la soglia di attenzione è un processo autonomo rispetto alla gestione delle informazioni: teniamo conto che la coscienza è assai più della mera consapevolezza: il nostro cervello è una macchina per simulazioni potentissima, che crea e modifica continuamente scenari e mondi virtuali (tutto per prevedere l’evoluzione dell’ambiente esterno, essenziale quando eravamo cacciatori e prede); e anche il ragionamento è assai più di una catena di proposizioni: anch’esso lavora su più piani e coinvolge molti sottosistemi, costruendo varianti di realtà virtuale ).
Il rapporto tra coscienza ed emozioni su cui insiste Damasio è un esempio chiave del numero di dimensioni (di parametri) che la caratterizzano.

L’attivazione delle connessioni prodotta dagli allucinogeni, evidenziata in questa magneto/termografia, che coinvolge un numero impressionante di sottosistemi del cervello, dà un’idea per quanto semplificata e apparentemente uniforme del numero di dimensioni in più coinvolte.
(Ancora qualche numero: fra due sottosistemi c’è una sola connessione, fra 3 ce ne sono 3. Fra 4 ce ne sono 6….; regolare la coscienza in presenza di più connessioni è come un giocoliere che fa roteare delle palle colorate aggiungendone man mano una: per riuscirci -e non è detto che ci riesca sempre- deve salire di livello/dimensione).

L’elemento da non dimenticare è che anche per la coscienza vale il principio che la regolazione è essenziale.
Un esempio dalla produzione di massa può aiutare: per costruire un oggetto, ad esempio un’automobile, possiamo seguire due metodi: combinare tanti elementi semplici, il che permette di semplificare l’acquisizione dei pezzi base, o produrre direttamente parti finite. Questo secondo ha il vantaggio che siamo sicuri della funzionalità (per esempio resistenza strutturale) mentre nel primo dobbiamo controllare attentamente l’assemblaggio perché un piccolo errore potrebbe compromettere tutto. In compenso il primo è più elastico e permette di produrre una versione modificata con un piccolo cambiamento del processo.
Anche il nostro cervello ogni tanto si riposa e utilizza sistemi concettuali già organizzati come stampi base. Coi vantaggi e gli svantaggi dell’esempio.
E anche per lui vale che quando ha utilizzato un sistema concettuale come stampo base ha difficoltà a liberarsene, perché fa anche da attrattore per concetti vicini.                           Questo è uno dei meccanismi della tribalizzazione del nostro comportamento e delle coalescenze ‘ideologiche’ sui social.

3- Un calcolatore quantistico ad acqua*

Agli albori dell’era dei calcolatori c’era la distinzione tra calcolatori analogici e calcolatori numerici (oggi digitali, in omaggio all’inglese digit=cifra, numero). I primi imitavano/simulavano il processo che si voleva studiare, ed era un percorso logicamente rischioso (ne uccide più l’analogia della spada) ma anche intellettualmente affascinante. E per entrambe i motivi è morto prematuramente (anche se in parte risuscitato, forse, nei prossimi calcolatori quantistici).
Quelli numerici si sono semplificati a funzionare con operazioni logiche, realizzati mediante circuitini (porte logiche) che realizzano le principali operazioni : passa corrente, non passa; passa in uno e nell’altro; passa nell’uno o nell’altro….
Ma tutte le porte logiche fatte con la corrente elettrica si possono fare anche coll’acqua e una combinazione di rubinetti/valvole.

calcolatore analogico idraulico russo del '36 (Lukyanov): il primo a risolvere equazioni differenziali alle derivate parziali. Un suo parente postbellico, il MONIAC dell'australiano Phillips, simulava l'economia inglese.

L’unico difetto è che l’acqua è più lenta della corrente. Ma ha anche dei vantaggi: ne possiamo regolare il volume (anche se questo varrebbe anche per l’elettricità ma non viene usato per paura del riscaldamento conseguente), possiamo regolarne il tipo (calda e fredda, o di colori diversi, moltiplicando così il numero dei bit/unità di informazione e il tipo di porte logiche). Se poi utilizziamo l’inclinazione dei condotti e la pressione per modificare le velocità relative, aggiungiamo qualche turbolenza..abbiamo un calcolatore analogico e digitale insieme che compie simulazioni che i supercalcolatori hanno difficoltà a gestire.
Un caso limite è quando le gocce d’acqua sono di volume comparabile al diametro del rubinetto (è un caso studiato in un famoso frattale di Henon): allora il numero di parametri del sistema acqua-rubinetto sale di colpo (prima era regolato solo dalla quantità di acqua, ora anche dal tipo di pareti, dalla forma della goccia…) e il comportamento (rappresentato dalla frequenza delle gocce) diventa imprevedibile (caotico).
È l’equivalente del calcolatore quantistico.
Ed è molto più economico anche se più lento. Però può fare quello che i calcolatori quantistici sanno fare meglio: decrittare le chiavi di sicurezza dei sistemi informatici di banche e Pentagono….(in quanto tempo non ho ancora calcolato).
Chi scrive non si assume responsabilità delle eventuali conseguenze..allagamenti di prova compresi.

Va anche osservato che in caso di mancanza d’acqua, per esempio in un paese desertico, si può anche utilizzare la sabbia, purchè di granulometria controllata.

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Paul Davies, the Demon in the Machine, Penguin 2020
Erwin Schrœdinger, What is Life, Cambridge U. Press, 1944
Giulio Tononi et al, Integrated information theory: from consciousness to its physical substrate, Perspectives, 17, 450, 2016

Jim al Khalili, a cura, Alieni, c’è qualcuno là fuori? Bollati Boringhieri, 2017                                   Douglas Adams, Guida galattica per gli autostoppisti (The Hitchhiker’s Guide to the Galaxy), 1978/2005

Paolo Di Marco, An Hydraulic Quantum Computer, Academia.edu/2021

*questa parte è coperta da diritto d’autore, privo di oneri: chiunque può utilizzarla purchè ne citi l’autore; ogni uso improprio comporta una penale da stabilirsi a insindacabile arbitrio dell’autore stesso, cui spetta anche la definizione di uso improprio.

Tholosae combustum

di Antonio Sagredo

 

E così
non immaginavo…
così d’essere una maschera finale
e lo specchio di un principio
dall’anima… offuscati! Continua la lettura di Tholosae combustum

Loop

MATTONELLE FISCHER

di Franci La Media

 

Mi sento sola e sono disperata
uno mi dice combattiamo
ma non indica un luogo e tutto intorno
è pieno di nemici
un altro imbroglia con gli ambasciatori
il territorio di conquista trattative
illudono seducono
col pregio degli scambi i territori. Continua la lettura di Loop

Processo in cielo

diavoelssa

di Franco Nova

Un vecchio Messo del Cielo si è ubriacato. L’alcol ha avuto un effetto strano: il vecchio spirito ha smesso d’essere soltanto tale, si è dotato di una strana materialità, con caratteristiche tutte particolari, ed è precipitato sulla Terra. Ha subito cercato un’osteria per continuare l’opera già iniziata in Cielo, dove il vino è dotato di molto spirito ma non “ha corpo”. E’ entrato nella prima bettola incontrata, si è seduto e ha ordinato un bottiglione da due litri di rosso: accidenti, questa volta il “corpo” c’era, eccome! A un certo punto, la sbornia ha voltato verso la malinconia ed egli ha raccontato una vecchia storia, di cui era stato protagonista in quanto Messo proprio nei posti in cui era caduto in Terra. Molti anni prima, alla nascita di una bambina molto bella, il Cielo aveva inviato come d’abitudine un suo rappresentante (e fu scelto appunto lui) a soffiarle le varie virtù: intelligenza, amore (e capacità di odiare i cretini e gli infami), pietà (e vendetta), ecc. Mentre stava instillando la dolcezza, ebbe un colpo di tosse e ciò danneggiò un po’ questa virtù. Continua la lettura di Processo in cielo