
di Donato Salzarulo
Con la “crisi della militanza”, tra la fine degli anni Settanta e gli inizi degli Ottanta, tornai più attivamente alla Poesia. Un autore che cominciai a leggere in quel periodo fu Andrea Zanzotto. Lessi Il Galateo in bosco pubblicato nel 1978 dalla Mondadori. Fui colpito dalla maestria dell’«Ipersonetto»: una sfilza di quattordici sonetti (quanti sono i versi di questa forma poetica) più due.
Già nel mio Quaderno delle prove giovanili, ne avevo scritto qualcuno. Nel 1983 ne scrissi altri due, pubblicati successivamente su «Laboratorio Samizdat», una rivista a cura di Ennio Abate e altri amici ed amiche. Il primo assumeva il Dente di Leone come mio avatar, il secondo accerchiava l’Ombra “che attrista il mio viso”. Mi affascinava, comunque, la scelta di Zanzotto e ne ricavai l’idea di scriverne una serie di seguito.
Durante le vacanze estive del 1987, si determinarono le condizioni migliori. Nell’anno scolastico 1986-87, fui nominato per la prima volta dirigente scolastico e nello stesso tempo Assessore alla pubblica istruzione del Comune di Cologno Monzese, due incarichi che mi risucchiarono nel vortice della Pedagogia e della Politica.
Ricordo l’ansia e lo stress al quale il mio corpo-mente fu sottoposto. Vissi il primo giorno di ferie come una liberazione
Dolce poesia che siedi sconsolata
Sulla strada del boschetto d’alloro
Dal sacerdote tuo sconsacrata
Nascondi inviperita il tuo tesoro
Il “sacerdote” ero io che, per quasi un anno, avevo completamente abbandonato la Poesia; la immaginavo “inviperita” nei miei confronti. In realtà, in quegli anni fioriva tutt’intorno il disincanto, la fine del “grande stile” e delle “grandi narrazioni”, il pensiero debole, il “lutto del vero”, il “fragore”, “l’insipida mistura”, la pittura del livore e del rancore. La Poesia nascondeva “inviperita” il suo tesoro non solo a me. Certa poesia sembrava adeguarsi a tutto ciò.
Trascorsi le vacanze a Bisaccia, il mio paese natio, scegliendo amici con cui mai e poi mai avrei parlato di scuola: Franco Arminio e Pietrantonio Arminio, fratelli elettivi, a cui dedicai due sonetti. Altri due sono dedicati alle mie figlie (Michela e Lucia) e un altro a mia moglie Pina. Per il resto protagonista dei miei versi è la Lingua-Persona, la lingua poetica che tratta le parole come cose. Devo questa consapevolezza ad un libro di Giovanni Giudici che lessi nel 1985: La dama non cercata (Mondadori, 1985).
Scrivendo questi Sonetti pensavo di contribuire al rilancio di questa forma tradizionale. Dal punto di vista metrico-ritmico mi attestavo sull’endecasillabo, ma non in modo pedissequo e dogmatico. Mi regalavo una certa libertà affidata direttamente alla pulsione inconscia, una sorta di flusso sonoro, una musica delle parole tendente ad evitare un eccesso di intenzionalità.
Alcuni bersagli erano chiari: le “molli parolette”, i pensieri flebili, la palude sociale e culturale tutt’intorno; altrettanto chiari erano i valori positivi propugnati: lo statuto di “oscura fiamma” della poesia, una sorta di energia che alimenta il desiderio di conoscenza erotica ed amorosa della realtà da filtrare e modellare, la saldatura delle molteplici esperienze, la giuntura di tutti i punti del corpo-mente, la voglia dell’intero.
Non è miraggio quest’oscura fiamma
Che s’offre come aurea saldatura
Dei tuoi sapori cerco intera gamma
Di tutti i punti voglio la giuntura
Allor con te l’orecchio mi s’infiamma
E il baratro diventa una fessura.
Durante la scrittura e alla fine, provai una sorta di “felicità mentale” che mi accompagnò per qualche settimana. Feci leggere il dattiloscritto (siamo nel 1987!) ad alcuni amici. Il riscontro fu positivo, ma nei loro occhi non leggevo la mia stessa “felicità mentale”. Così già qualche mese dopo ero invaso da dubbi e perplessità. Francamente non ne avevo bisogno. L’incertezza già serpeggiava nei Sonetti
La voce tua ricerco in vecchi panni
Caldi sonetti segni di scompigli
Se t’allontani ancora mi condanni
A fiore incerto nato lungo i cigli.
Fiore incerto, il dattiloscritto restò nei cassetti. Pur rappresentando un mulinello, un vortice (Di spire in spire vengo alla tua altura) della mia pratica poetica. A distanza di quasi quarant’anni ritengo che, invece di scarti o detriti, questi “assetti per amare” mi appaiono come oggetti fossili. Proprio per questo meritano di uscire dal cassetto in cui sono stati sinora sepolti. Considerati come tali, penso che rappresentino una miniera da cui si può ricavare ancora dell’energia, capace di ridare fiducia alla poesia. È come aprire la finestra di una stanza rimasta chiusa troppo a lungo. L’aria che entra porta con sé un “dolore antico” e, al tempo stesso, contemporaneo. Viene dal passato e guarda con fiducia e senza rassegnazione al futuro.
16 luglio 2026
I
Nella chioma del platano t’installi
Pensiero con rugiada ristorato
Similoro d’un campo ritrovato
Ombrellifere e facce di cristalli
E dietro la memoria non s’imballi
In teche di vetro colme di passato
Il polmone d’aria s’impregna ossigenato
Cheta arma dei tuoi premi e falli
In quale sogno brighi e remi e miri
Foglia che tremi e tremiti rifili?
Scaccia lontano il segno dei raggiri
Lascia la colla delle terre vili
Nelle culle vola dei sospiri
Bolla il bacio tra le labbra e fili.
II
Dolce poesia che siedi sconsolata
Sulla strada del boschetto d’alloro
Dal sacerdote tuo sconsacrata
Nascondi inviperita il tuo tesoro
Per molli parolette desolata
Da flebili pensier cerchi ristoro
Del lido del cielo appassionata
Sospiri chi ti dedichi il lavoro
D’una vita che vada oltre il fragore
Ed oltre questa insipida mistura
Queste monotone note di languore
E questa fredda livida pittura
Delle tue carni donami l’odore
Delle tue vesti dammi la misura.
III
Non fuggo più non sfuggo la calura
Io ti ricerco nella tua dimora
Non ho paura della tua statura
Non voglio che si affoghi nella gora
Di spire in spire vengo alla tua altura
Di fragile splendor mi nutro ancora
Dei tuoi piedi conosco l’andatura
L’orrore bruci vada alla malora
Chiaro tormento luce di furore
Del tuo dolore antico mi coloro
Di questa storia penetro il rancore
Le prugne acerbe colgo ed io m’indoro
Odoro tutti i petali del cuore
Così vieppiù di te io m’innamoro.
Nota
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