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Le contorsioni di Chiero (2)

di Ennio Abate 

Gli anni seguiti alla settimana in seminario – dieci  circa! – furono per Chiero di contorsioni. Sempre nel minestrone della vocazzione  – cattolica, salernitana, parrocchiale, scolastica – stava. E là dentro si contorceva.
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Le contorsioni di Chiero (1)

Tabea Nineo, Gioie dell’educazione cattolica, 1977

Narratorio. Da “A vocazzione”

Dopo ronn’Enze Qu  – legnoso e sbrigativo – Chiero  aveva conosciuto nel 1949 ronn’Enze  To, un prete dinamico e simpatico. Era l’assistente diocesano dell’Azione Cattolica. Viveva in un paese di provincia e nella parrocchia di San Domenico capitò la prima volta per fare gli esami di catechismo.
I ragazzi avevano risposto benissimo a tutte le domande. Ronn’Enze To aveva lodato molto loro e la signorina Dag che li aveva preparati. E dopo qualche mese vennero a sapere che avevano vinto o gagliardette. Soddisfazione per il premio e piccola cerimonia  nella saletta delle adunanze per festeggiare. Spinto dalla signorina Dag, Chiero scrisse e lesse emozionato un discorsino davanti agli altri ragazzi e ai genitori. Poi una foto tutti assiepati attorno a questo gagliardette. Continua la lettura di Le contorsioni di Chiero (1)

A signora Perzane e a fine ra scola medie


Narratorio. Da “A vocazzione”

di Ennio Abate

Dopo il fallimento del suo ingresso in seminario [qui], Chiero era rientrato in parrocchia e aveva continuato la scuola media. Non poteva fare altro. Vennero però anni d’incertezza. Adesso la vocazzione non era come prima  un desiderio confuso e sognante ma abbastanza potente ancora da mettere alla prova.  La prova c’era stata ed era fallita. Nessuno però si sentiva di dirglielo né lui  era capace di dirselo.
La vocazzione divenne il suo dilemma e un mezzo segreto. Forse s’era smorzata ma – chissà – sarebbe potuta  tornare. Un po’ se lo teneva per sé e un po’ tentava di confidarlo. Ma a chi? O a Nannìne. O alla signorina Dag. O all’amico Flod, che pareva avesse lo stesso problema.  E che consiglio potevano dargli? Di solito finivano per concludere concilianti: più avanti si vedrà, studia e stai con noi. E quando, finita la scuola media, dovette scegliere a che tipo di scuola superiore iscriversi, l’incertezza  si ripresentò. Tanto che Chiero e Nannìne andarono a chiedere consiglio anche alla professoressa Perzane. Continua la lettura di A signora Perzane e a fine ra scola medie

Liceo classico/ O licee classiche

Tabea Nineo, quadro ad olio

capitolo prova da NARRATORIO (” A Vocazzione”)

di Ennio Abate

Continuerò  a pubblicare alcuni dei capitoli che giudico  sufficientemente elaborati  di "A Vocazzione". Questo è nato in dialetto, forma che considero irrinunciabile - spiegherò in altra occasione le ragioni -  per  buona parte della prima sezione del mio Narratorio. Ma per agevolare ai non dialettofoni la lettura del mio salernitano/napoletano (di memoria), ho invertito l'ordine: prima la traduzione in italiano e poi  il capitolo in dialetto.

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A Vocazzione (prova 1)

Narratorio (versione 2021)

di Ennio Abate

DAL CAPITOLO I: BRACIERE, FREDDO, LETTURA, PREGHIERE, PAURE

Madre e figli si scaldarono durante le sere invernali attorno a quel braciere. L’aveva usato a Casebbarone  nonna Fortuna e prima di lei altre ignote nonne. Ora asciugava un po’ l’umido della stanza, che restava freddissima.  Ogni tanto Nunuccie o Eggidie mettevano sulla brace scorze di mandarino per sentire, mentre bruciavano e facevano fumo,  l’odore acre che gli piaceva. Si scaldavano loro tre. Il cielo – gli squarci di cielo nelle finestre – era scuro.  I ragazzi avevano geloni violacei sulle orecchie e la pelle sul dorso delle mani gli si screpolava. Nannìne, per combatterlo quel maledetto freddo, lavorava coi ferri gomitoli di lana grezza e giallastra per dare ai figli  maglie pesanti. Per tenergli il petto al caldo, anche se pungevano sulla pelle quando i ragazzi le indossavano. Continua la lettura di A Vocazzione (prova 1)

A vocazzione. Un frammento.

Tabea Nineo, Albero e donna, 1998

di Ennio Abate

E po’ Vulisse criave semp’e preoccupazion’i. Appen’e nat’e , ca ‘eren’e ancora tiempe e guerre, steve pe murì. Po, criscenn’e, ere state  semp’e malatus’e. Venett’e fore ra guerre cu n’uocchie strabich’e, po ‘ncumingiarene st’i diarree continue,  po’ ere semp’e accussì nervus’e e stizzus’e, ca na vot’e o purtarene addo nu specialiste a Napule ca ‘nge ordinaie certi bagne ‘rint’a vasche cu l’acqua  quase bullent’e. Ca Nannìne, a  mamme soie,   sule na vote ce pruvaie a regn’e  a vasch’e purtann’e,  una dopp’a n’at’e,  doie o tre bagnarole r’acqua scarfat’e ‘ncopp’e o furniell’e. Ca allore s’usaven’e ancora e carbunell’e. Ma o guaglion’e, appen’e mettett’e e pier’e rint’all’acque cavere, ‘ncuminciaie a alluccà  accussì forte  ca Nannine nun nge pruvaie mai chiù. E so tenett’e accussì.  O guaglione ere veramente scazzareglius’e; e proprie pe chest’e nun’ se  capive cumm’e maie se vuleve fa prevet’e.

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Maschere

T. N., Maschera che cancella i desideri nello specchio, 1980

di Ennio Abate

Andavamo in manifestazione verso Roma con giovani compagni. Pozzanghere e grosse lastre di pietre sul cammino. Alcuni ci sguazzavano. Io cercavo di evitarle saltando sulle pietre asciutte. Ho saltato anche un torrente e ho cambiato strada. Ero in campagna. Un casolare. Qui dicevo abitano cent’anni? ( campano cent’anni?). Ho visto un vecchio alto di statura e robusto, ma quasi cieco. Cosa gli era accaduto? L’ho preso per un braccio e l’ho aiutato a sedere. Ma d’un tratto è crollato a terra. Mi son avvicinato al suo volto. Sembrava una maschera di bronzo, come quella di un antico guerriero ( immagini di Micene?). Si sono avvicinati dei passanti. Io singhiozzavo dicendo: questo è Montaldi…

(Diario 9 gennaio 2004, Sogno)

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Mìneche

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Contadino 1978

di Ennio Abate

Di Mìneche ho già detto nel 2015 qui; e vorrei ricordare la bella analisi che Rita Simonitto, conoscitrice dei miti e con la sua sensibilità di psicanalista, vi dedicò. In quelle due poesie colse l’importanza della relazione tra il dialetto («madrelingua») e italiano («lingua seconda») e «un intendimento di dialogo tra possibili figure ‘materne’ e figure ‘paterne’, un tentativo di confronto tra questi personaggi che si muovono nell’interiorità del poeta», oltre alla «relazione conflittuale tra il poeta e la figura paterna e il vissuto di un tradimento che rende l’animo esacerbato». Nei commenti che seguirono, parlammo di riferimenti mitici (l’albero del fico sacro a Dioniso, gli agrumi sacri alle ninfe) e storici (l’8 settembre del 1943, il femminismo degli anni ‘70), ed emersero gli echi profondi del tema della figura paterna anche nelle riflessioni di quanti intervennero.

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Barunisse

Narratorio

 

di Ennio Abate

Ma a chi parlare di Barunisse oggi? E perché? Ai poeti, ai poeti morti. A uno come Mandel’štam, di cui sto leggendo “Quaderni di Voronez”, a Cesare Pavese, che ho amato in gioventù, a quelli di allora, di cui qui parlo e che sono nel frattempo morti. Continua la lettura di Barunisse