Archivi tag: Pietro Andujar

In morte di Pietro Andujar

di Ennio Abate

18 febbraio 2023

Pietro Andujar
Nelle mie esplorazioni casuali on line, a partire dai nomi di persone che conosco o ho conosciuto in passato, mi sono ricordato del sito a cui partecipa Pietro Andujar, INCONSCIO E CIVILTA’. Mi accorgo che i testi da lui pubblicati si fermano al 2018. E allora  cerco su  Google ‘Pietro Andujar’ e mi accorgo che ha scritto un libro sulla sua esperienza di psicanalista:
I mondi dentro. L’esperienza personale e professionale di uno psicoanalista nella sua attività di studio e di cura (2022). E’ in e-book a 5 euro e lo compro. Ho fatto una prima rapida scorsa delle pagine. Grande capacità sintetica.



11 ottobre 2026

Vengo a sapere che Pietro Andujar è morto. Notizia del 23 giugno 2026
https://www.facebook.com/ilRuolo/posts/pfbid02dBZN3FCp3faoqvLYiYx157MmCC3VDENMDcvtPAHpR496XCWgkkh1NKDEiu4qJpwMl

Scriverò sulla sua figura più in avanti. Per ora ripubblico l’intervista delll’11 gennaio 2008 comparsa sul numero 4 – maggio 2008 – di Poliscritture, scaricabile da qui



Disagi d’oggi: pratiche e interrogativi di uno psicanalista

E.

Cominciamo dalle esperienze di disagio che approdano al tuo studio. Sono cambiate rispetto al passato?

Le esperienze di malessere, da dieci quindici anni a oggi, sono cambiate in modo molto netto, se devo riferirmi a dei criteri ortodossi, classici.

Cosa succedeva una volta, quando si presentavano dei pazienti al nostro studio?  Potevamo esserci richieste d’aiuto da parte dei pazienti cosiddetti ‘nevrotici’, che avevano sofferenze più o meno riconducibili, secondo le vecchie categorie, al tema edipico piuttosto che alle strutture familiari.

Dominava l’opinione che il paziente potesse essere catalogato secondo la triade tipologica di perversione, psicosi o nevrosi, perché questi erano i criteri di lettura, di derivazione sicuramente psichiatrica. Tendenzialmente si pensava che la cura potesse essere di ordine relazionale, o più propriamente rivolta alla rilevazione di contenuti inconsci, o anche di supporto, perché con certi pazienti psicotici a volte si trattava di fare un lavoro di sostegno, dove lo psicoterapeuta assumeva spesso una funzione di io vicario, come si usava dire allora.

Fin da allora io non ero dell’idea che la divisione imposta dalla trilogia patologica fosse esauriente, oggi sono assolutamente convinto che sia una topologia insufficiente.

Non si può più usare un criterio di questo genere, perché i pazienti che ci si presentano adesso manifestano modalità di disagio molto più complesse. Tanto che, oggi, noi non possiamo pensare semplicemente che abbiamo una specie di psicogenesi del sintomo, di storia sintomatica che possiamo far risalire a un inadeguato tipo di sviluppo nel decorso della crescita del giovane, del ragazzo, della ragazza, ecc; oppure che siano avvenuti eventi traumatici specifici, fatti sociali, condizioni economiche scatenanti che giustificano il malessere psichico [fin d’allora consideravamo un’ampia serie di cause].

Dicevo che oggi vediamo situazioni di patologie molto complesse, dove appaiono elementi psicotici abbastanza importanti e gravi: grosse fissazioni, deliri, componenti paranoiche abbastanza marcate o componenti maniacali molto forti. Quelli  che una volta potevano rientrare nella vecchia patologia psichiatrica e che costituivano, magari, il nucleo del sintomo cosiddetto psicotico e una sorta di invalidità della persona sofferente.

Oggi vediamo spesso persone che hanno una sofferenza abbastanza grave non innestata in quella che si pensava fosse una struttura di disturbo grave, ma innestata su una personalità magari perfettamente adattata alla realtà e che, secondo i criteri sia sociologici – che io non ho mai amato molto – sia   psicologici – che amo ancora di meno –  può corrispondere alla definizione di personalità normale.

Quando dico normale, non lo dico per una mia personale valutazione ideologica, ma  mi attengo alle letture della sintomatica quotidianamente in uso.

Se uso, ad esempio, il DSM IV, che è il sistema di diagnosi ufficializzato in tutto il mondo e condiviso dagli psicologi così come dai medici, e seguo i criteri ad albero, le diramazioni, le molteplicità patologiche,  potrei riscontrare che i pazienti hanno dei disturbi di una certa gravità su un asse, ma non hanno affatto dei disturbi corrispondenti su  un altro asse. Posso quindi ipotizzare che ci sia stato un particolare disturbo familiare, di conflittualità e quindi presumere che ci siano delle  carenze, dei disturbi, su un altro piano, anche se non ci sono affatto.

Vediamo la composizione di questa psicodiagnosi, usando magari la SWAP 200, una scala che in Italia ha divulgato Vittorio Lingiardi [uno psichiatra e psicoanalista junghiano molto vicino alla psicanalisi della relazione] nel tentativo di approfondire la vaghezza e l’approssimazione del DSM IV.

Da pochi anni si usa in Italia questa specie di tecnica complementare di valutazione, composta da 200 item della scala, che lo psichiatra, lo psicanalista, lo psicoterapeuta, lo “psico-qualche-cosa” deve sottoporre a se stesso in relazione a ciò che ha rilevato del suo paziente, dopo che ha fatto una batteria di almeno quattro o cinque colloqui con lui. Se voglio fare una valutazione anamnestica, diagnostica e prognostica di un paziente, dovrei, dopo che l’ho visto un mese,  rispondere a queste domande e provare a pianificare una valutazione.

La cosa curiosa è che gli esiti del protocollo della SWAP 200 debbano essere parametrati in modo tale che le patologie dei pazienti vengano commisurate secondo certi canoni quantitativi. Ancora più interessante è, per esempio, che tra gli elementi di valutazione compaia la dicitura di «buon funzionamento» che può, come dire, compensare, e ri-parametrare la nostra patologia.

Dato che per scelta ho sempre lavorato con una vasta gamma di pazienti – persone di tutti gli strati sociali, economici culturali e di tutte le età – ho provato per conto mio a  guardare cosa succedeva applicando questi nuovi e “più raffinati” modelli diagnostici. Dunque, per esempio, ho avuto anni fa fra i miei pazienti un uomo di scienza con una componente altissima di malessere narcisistico grave, un intelletto sicuramente di alto funzionamento (come si suol dire) con trascorse patologie di dipendenza, con un malessere evidente. Questa persona, parametrata con la SWAP 200, risultava con tre o quattro aree patologiche significative; però ri-parametrando la diagnosi con  l’altissimo funzionamento intellettuale, il grado di inserimento e di capacità di autoaffermazione,  la patologia presunta viene ri-normalizzata.

Un’altra paziente, una ricercatrice universitaria, era stata diagnosticata schizofrenica da alcuni colleghi: appariva come una pseudo anoressica, dico ‘pseudo’ anche se pesava 32 chili, perché ritengo che la patologia conclamata grave non fosse il sintomo anoressico  dal quale si è riavuta in un tempo relativamente breve. Applicando i criteri di lettura della SWAP 200 ne risulterebbe una patologia media trattabile

La patologia media trattabile corrisponde a questa persona, che quando è venuta da me si somministrava 20 clisteri al giorno, oltre a mangiarsi un vasetto di  marmellata lassativa di tanto in tanto, oltre a prendere cinque ordini di farmaci diversi, perché non sapendo come diagnosticarla, i medici le avevano prescritto un neurolettico (perché psicotica?),  un S.S.R.I. – il classico farmaco antidepressivo,(perché bipolare?), uno stabilizzatore dell’umore che è un vecchio antiepilettico (perché depressa organica?); e  un paio di Benzodiazepine diverse una per l’ansia e una per il sonno (perché nevrotica e ansiosa?).

Con questo tipo di patologia la paziente ha avuto una polidiagnosi, potendo risultare relativamente poco o molto malata, secondo la valutazione.

Per questo dico che oggi il criterio di valutazione è discutibilissimo. Poi, se andiamo a misurare altre situazioni, quello che si trova  in queste letture diagnostiche è che è talmente difficile stabilire oggi, anche agli occhi ufficiali dello psichiatra, dello psicoterapeuta, dello psicologo, che cos’è la gravità di una patologia. In realtà  si tende a mettere assieme una quantità di parametri che prima  non si consideravano…

Quello che noi vediamo è che arrivano persone, che sono magari relativamente ben inserite nel loro lavoro, non hanno particolari difficoltà scolastiche, possono essere studenti, possono essere lavoratori che fanno piccoli corsi di vario tipo per imparare qualcosa, fanno lavori interinali, ecc. Queste persone  riescono a funzionare, però possono avere delle fissazioni di matrice psicotica, dipendenza da sostanze come la cocaina, che è diffusissima, o polidipendenze;  e, soprattutto, non sono più rispondenti alle categorie  di struttura mentale che noi consideravamo fino a pochi anni fa.

Se noi pensiamo ad es. a quello che era considerato da Freud il tema classico dell’isteria, il desiderio inconscio rimosso, come veniva chiamato, o consideriamo l’aspetto ossessivo  (oggi li chiamano compulsivi, la compulsione), cosa succede? Succede che noi non vediamo più nel compulsivo un fobico nascosto, un soggetto immerso nell’angoscia, una paura profonda nascosta che agisce con reazioni di contenimento o di controllo, perché c’è una dimensione “inconscia” censurata possibile, ma vediamo magari un bel delirio  dietro a una compulsione, ma un delirio visibile, non criptato…

Ho un paziente – una persona di grande intelligenza –  giovane relativamente  bravo  nel suo lavoro, che si presenta dicendo: – Io ho dei disturbi del pensiero… È vero che ha dei disturbi, ma ha un pensiero perfettamente funzionante. Per essere preciso, intervengono nel suo pensiero dei disturbi. E cosa succede?  Vedete questi tendoni, che non ho messo per dare un’aria particolarmente importante e barocca allo studio. Le due tendine centrali non coprivano bene il vetro. Allora ho montato questi due tendoni laterali. Così, quando lui arriva, è tutto chiuso e assolutamente invisibile all’esterno. Arriva sempre almeno 5 minuti in ritardo, perché  teme che qualcuno possa vederlo entrare. Poi qui oltre ad oscurare, a volte devo togliere quel panno, se si stende sul divano… perché gli può dar fastidio.. oppure  le forme circolari rimandano a vissuti inquietanti…  Questa persona è  “perfettamente funzionante”.

Altre persone che fanno dei lavori di servizio o che hanno attività di una certa importanza, invece, fanno uso costante di cocaina.  Ce n’è una diffusione fitta…non sono poche.

Or.

Si parla di  persone giovani?

Anche quelle giovani.  Un ragazzo che considero giovane ha 28 anni e una ragazza di 25 anni, anche questa cocainomane.  Lei dice di non esserlo, perché, secondo il suo parere “una volta alla settimana, non  si è cocainomane”. Invece, l’emivita della cocaina nel sangue è di  circa sette giorni. Quando uno ne fa uso una volta alla settimana, è già dipendente. La persistenza della sostanza – non dell’effetto – è di una durata analoga a quella degli antidepressivi serotoninergici. Gli americani avevano chiamato il famigerato Prozac “bye-bye Blues” e ne facevano uso nei week-end: lo prendevano a fine settimana quando iniziava a calare la concentrazione della sostanza attiva. Non avevano neanche tutti i torti a chiamarlo “addio, tristezza!”, perché l’effetto di ripresa dal malessere melanconico funzionava veramente nei fine settimana! Purtroppo la droga, invece, non è un regolatore dei neurotrasmettitori, e non si può liberarsene con la stessa semplicità e rapidità con cui ci si separa dal Prozac!

Questa cosa è diffusissima tra i pazienti che vanno  dai 25 ai 35 anni e, attualmente, credo di averne cinque che ne fanno uso …

Ho due pazienti che stanno proseguendo un lavoro psicoterapico in qualche misura vicino alla psicoanalisi, cocainomani abusanti per molto tempo, con delle componenti che si potevano definire indirettamente perverse, mirate semplicemente a disturbare per telefono  le donne.  La loro terapia è sostenuta o autorizzata dal tribunale. Sono persone che svolgono attività di una certa responsabilità.  

Un altro paziente, con una diagnosi di schizofrenia a proposito della quale sono in disaccordo con la psichiatra che lo segue, è una persona entrata in uno stato di dipendenza molto forte dalla cocaina. Poi ha virato la dipendenza soprattutto su un abuso di hashish. L’hashish oggi è fortissimo, a volte viene proposto tagliato, a volte anche con la cocaina.  Può produrre una dipendenza molto forte anche perché contiene una quantità di sostanza attiva, il delta-9-tetraidrocannabinolo, molto alta, dato che vengono coltivate piante selezionate allo scopo. Rispetto agli “spinelli” degli anni andati, la concentrazione di sostanze attive è altissima e il grado di dipendenza viene soprattutto dai tagli che contiene…

Questo ragazzo, ad esempio, è stato scoperto dalla madre, perché loro sono persone con mezzi economici proprio minimi: lei fa la domestica, lui lavorava in un grande magazzino; e quindi si fa presto a rimanere senza i soldi per pagare la bolletta della luce o del gas!  La mamma se n’è accorta e ha chiesto aiuto per il figlio. Contravvenendo alle regole psicoanalitiche, seguo la madre da un lato e il figlio dall’altro.  Il ragazzo è uscito dalla cocaina ed è arrivato ad un uso moderato dell’hashish, ha quasi ottenuto un lavoro stabile. Prima c’era anche un’instabilità lavorativa. Però si è dovuti passare attraverso il piano terapeutico psichiatrico per non pagare i farmaci costosissimi: la diagnosi psichiatrica, che a mio avviso è stata incongrua – “schizofrenia latente”- è stata consegnata, per iscritto, nelle mani del paziente.    

In realtà, la madre è una schizofrenica, paranoide però. Una schizofrenia paranoidea abbastanza complessa secondo alcuni clinici non coinciderebbe con la schizofrenia. Il figlio ha degli elementi deliranti di stile paranoideo, ma, secondo me, non ha assolutamente la cosiddetta Spaltung, la scissione emotiva e intellettuale  che di solito in uno schizofrenico di un certo tipo si può rilevare. Ha un grado di adattabilità molto forte, una buona capacità di relazione con l’altro, che non è poi finta o artificiale; ha un investimento di tipo ideale nelle figure maschili che si rivelano in una serie di questioni che ho rilevato nel lavoro con lui, e che ho potuto osservare seguendo anche la madre;  però viene diagnosticato schizofrenico…

[Ornella…]

Che ci sia una componente di fragilità, sì … In questo caso c’è una grande fragilità  e questo figlio è cresciuto da solo con la madre che definiamo schizofrenica. 

Una decina di anni fa Letizia Jervis Comba mi inviò una paziente già diagnosticata da altri psichiatri come schizofrenica. Con Bollas fummo invece d’accordo di riconoscerla come una psicosi isterica. Qualcuno la diagnosticava una psicotica conclamata. Beh, il complesso taglio con il mondo esterno, l’incapacità di stabilire dei contatti, dei rapporti, nonostante fosse stata aiutata, il tentativo di inserirla in attività lavorative, la pensioncina d’invalidità, tutta una serie di servizi che cercavano di coinvolgerla: tutto questo segnalava il riconoscimento di una grande fragilità. Questa persona si  assentava da qualunque attività di questo tipo. Non era in grado di stabilire dei rapporti con il mondo esterno, se non con personaggi molto importanti. Ricordo che un giorno ricevetti una telefonata da Franca Rame, esasperata da questa persona che la tormentava e che le aveva lasciato il mio recapito. La paziente aveva stabilito contatti con Dario Fo, con Franca Rame, col l’avvocato Pisapia, perché era stata molto attiva nell’area culturale e di ricerca della Libreria delle Donne di Milano. Pur essendo una piemontese, gravitava su Milano, tormentava il povero professor Franco Fergnani – dicendogli che anche lei era un’ebrea perseguitata come lui e cose di questo genere. Però un rapporto comune con persone di  pari grado, orizzontale, non esisteva  assolutamente.

In tutti i pazienti gravi che seguo non ce n’è uno invece, oggi, che non abbia una possibilità di correlazione orizzontale con altre persone, per cui è chiaro che tendenzialmente si dice che  il disturbo non è lo stesso, non c’è.

Poi c’è la questione grossa  delle identificazioni con altri modelli, altre immagini, quello che una volta si chiamava falso  Sé. Oggi si dovrebbe aggiungere un nuovo capitolo alla “Psicopatologia della vita quotidiana” che è improntata soprattutto al tema della perversione. Io credo che oggi la difesa che si può ben osservare nella psicopatologia della vita quotidiana è quella che Freud chiamava la “Verleugnung”, la negazione del perverso: io nego pur sapendo di negare, posso negare come se non sapessi. E’ una struttura di negazione, una difesa di negazione perversa, che fa parte della vita quotidiana.. quello che noi banalmente tanti anni fa chiamavamo falso Sé, Va ricordato che il termine è di derivazione inglese e potrebbe essere tradotto come un falso me stesso, non un Sé metafisico. Oggi  il falso me stesso è merce assolutamente comune. Anzi che uno non abbia una serie di falsi Sé è quasi raro. È il Sé del commercio insomma (generalizzando il concetto, quest’ultimo lo chiamerei un Sé metafisico in senso propriamente filosofico!).

Questo favorisce, secondo me, tutto un frullare di  vortici di falsa identità  talmente fitta, che  genera ovviamente una identificazione di falsa immagine, quella che il vecchio Lacan  chiamava sembiante, che è quasi impossibile frenare

E.

Il cambiamento nel tipo di reazione dei sofferenti ha una possibile spiegazione nel mutamento della società? Va cercata, insomma, una causa [esterna] oppure il problema dello psicanalista è innanzitutto quello di riconoscere la diversa varietà  delle patologie, poiché sono venute meno le precedenti categorie  d’interpretazione?

Dico queste cose, forse anche molto tecniche, giusto per far capire come si potrebbe collegare il lavoro di cura attuale ai nostri vecchi parametri culturali. Penso che il problema che abbiamo noi è moltiplicato cento volte.  Sul piano tecnico è difficilissimo oggi lavorare e sono formate malissimo le persone giovani. Anche quelle della mia generazione a volte sono formate proprio male, non capiscono assolutamente niente della contemporaneità.

È difficilissimo lavorare, perché il cambiamento che c’è è gigantesco e abbastanza totalizzante. Mediatico in primo luogo. Quello è il primo grandissimo cambiamento, che fa sì che qualunque cosa virtuale possa essere scambiata per reale. Ho la possibilità di aprire internet sul mio computer, dialogare con un’altra persona, prenotarmi un aereo piuttosto che comperarmi all’Outlet l’ultimo paio di Superga, che invece di costare 150 euro ora ne costano cinquanta, oppure posso sapere attraverso un blog cosa succede secondo l’opinione di ‘chiunque’, e posso comunicare attraverso questi mostruosi aggeggi continuamente. Ciò ha prodotto una serie di estensioni, se vogliamo comunicative, ma anche di  fraintendimenti fra ciò che è immaginario e ciò che è reale.

Qui c’è un gioco di scambio di  realtà, perché non si può nemmeno dare una disdetta al virtuale che pure appartiene al piano di realtà. Qualche anno fa assieme a Marco Riva, uno psichiatra che ha anche una formazione psicanalitica, avevamo condiviso una ricerca sull’immagine virtuale e i suoi effetti, anche positivi. Marco aveva proposto di proiettare dei video nelle sale d’attesa dell’ambulatorio psichiatrico dove lavorava. Le proiezioni  erano concepite per passare gradevolmente i tempi morti in alcuni luoghi-nonluoghi (come le sale d’attesa delle stazioni, degli aeroporti, degli ospedali, degli uffici pubblici, le fermate del tram, ecc.). Questi cortometraggi avevano semplicemente una valenza estetica e un libero flusso associativo caratterizzava il montaggio; erano stati girati dallo stesso Marco Riva che è molto appassionato e molto bravo. C’era anche l’intenzione di stimolare i pazienti, per incoraggiarli a prestare attenzione a qualche cosa di soggettivo che le circostanze un po’ fuori dal senso a volte ci aiutano a trovare.  Io mi sono dedicato alla parte un po’più teorica, dato che mi sono occupato per alcuni anni dello sguardo, della perversione, delle ottiche molteplici e sovrapposte, della pulsione scopica, di queste cose… Marco aveva sviluppato il materiale cinematografico in un modo molto interessante, evidenziando l’interazione dello sguardo con l’oggetto, la messa in moto di un’attività psichica soggettiva che prende in considerazione l’oggetto percepito e lo soggettiva. Non molti colleghi avevano capito bene  di cosa si trattasse, i colleghi  medici, ad esempio, non riuscivano a capire cosa c’entrasse con la psiche, con la sofferenza  questa cosa. Però, secondo noi, vedere in questo virtuale qualche cosa che può fare un effetto, accorgersene e poter pensare di gestirlo o di capire cosa ne deriva o interagire con queste cose ci sembrava un motivo molto importante.

È più attuale fare una cosa del genere che provare a vedere se lo psicotico è ancora psicotico, oppure se lo psicotico è un po’ perverso, oppure…  quello che  dicevo prima.  Questo però ci porta – almeno ha portato me personalmente – alla questione che io ritengo fondamentale che chiamo questione del soggetto. Per me, come psicanalista con una formazione filosofica di partenza – vengo da un’area umanistica, non medica – è la questione oggi più complessa e più difficile. Perché, secondo la psicanalisi, noi pensiamo necessariamente a cos’è il soggetto. Pensiamo al vecchio Freud, che io considero continuatore della tematica hegeliana dell’autocoscienza. Poi pensiamo a Lacan, l’altro che ha fatto, secondo, me un passo importante sul tema del soggetto: il soggetto sbarrato, lo stadio dello specchio*, lo scritto del 49  dove in qualche modo parla di questo soggetto illusorio,  nel quale io m’identifico  e che sono : il… me stesso, che io credo e desidero di essere. Da qui si scatena tutta una serie di strutturazioni, assieme all’impedimento al soggetto di raggiungersi in modo onnipotente e totale… Lì c’è la  prima visione lacaniana del soggetto.

E però, se parliamo di soggetti, non possiamo più pensare  che il soggetto sia riducibile alla mamma buona, alla mamma cattiva, al papà, al codice fraterno, ecc. Franco Fornari, negli anni ‘70 era stato molto bravo, da questo punto di vista: aveva scritto delle belle cose sui codici familiari, i codici affettivi, le parentele, tutte queste questioni, che poi aveva esteso anche alla politica… Parlava, per esempio degli Usa come struttura psicopolitica dominata dal codice paterno, della Russia dominata dal codice materno, l’Europa era la zona della tragedia di Tieste.

Io credo, invece, che oggi troviamo una grande difficoltà a concepire  una fondazione del soggetto riconoscibile, perché con una mediatizzaizone complessiva, con questa scomposizione di tutto il collettivo sociale, che sembra scomparso, tu non hai più nessun polo di riferimento, di rispecchiamento, non hai più alcuna possibilità di deliberare alcunché ricevendo un riscontro convincente da parte dell’altro (il che sarebbe ciò che ti farebbe un po’, tra virgolette, innamorare dell’altro!). Ma hai continuamente delle protesi d’identificazione possibile, delle sembianze di similitudine, dei falsi noi che si creano e che sono anche difficili e a volte pericolosi da smantellare. Perché a volte ti ritrovi di fronte a persone che  hanno come strutturato un loro modo d’essere su quello che Lacan chiamava «sembiante», ma un sembiante complesso, con la sua quota di realtà –  che ti mette in una posizione di interazione abbastanza gravosa, dove io credo che si dimentichi per es. tantissimo… il corpo.

Christopher Bollas, che ho visto l’ultima volta a maggio, ha scritto un libro interessantissimo e non ancora tradotto nel 2002-2003 dove riprende il tema della libera associazione freudiana.  Lo tiene buono  come principio sul quale fa vedere come ci siano stati dei fraintendimenti colossali.  Sostiene che la libertà di pensiero associativo del soggetto sia una caratteristica indispensabile, per considerare correttamente la mente umana. Bollas di formazione è un letterato, è docente di letteratura inglese, è stato allievo di Donald D.Winnicott ed è membro ordinario della British Psychoanalytical Society.  Ha pubblicato nel 2007 un libro nuovo, The Freudian Moment (Il momento freudiano), che può sembrare  una tematica di vecchio stile; però i titoli dei capitoli sono molto significativi. Uno s’intitola Identificazione percettiva e qui il corpo c’entra qualche cosa. E il sapere inconscio a cui lui si riferisce viene chiamato Unconscious Known   cioè il conosciuto inconscio, il saputo inconscio.

C’è anche un gioco letterario, senz’altro, in questa cosa, perché il vecchio inconscio freudiano Unbewußt in tedesco, scomparità poi nella seconda topica freudiana dove farà capolino l’Es… in inglese abbiamo “Unconscious known” cioè “Unbewußt- Bewußt” ?!

E.

Fa pensare a quello che Majorino chiama l’ignoto del noto…

Si può chiamare anche così. Lui chiama quest’aspetto identificazione percettiva, perché è di cultura molto inglese… Pensa che lo stesso Winnicott ha scritto un saggio di psicoanalisi dal titolo Human Nature (La natura umana), tema tipico inglese. Siamo a Locke, ma più ancora siamo a Hume, siamo alla tradizione classica  inglese, che è sempre stata molto vicina alla percezione come fondamento della stessa coscienza. Poi qui, giustamente secondo me, andrebbe fatta fuori tanta cultura accademica, soprattutto italiana e anche francese. Gli inglesi pongono molto in luce l’aspetto percettivo della  coscienza. La coscienza non è composta di solo pensiero.  Per noi – e i francesi forse peggio di noi – la coscienza è pensiero. Direi, con l’evidenza della contemporaneità, che la coscienza è, forse prima di tutto, percettiva. Bollas mette in luce questa cosa molto bene, secondo me.

Poi scrive un altro capitolo interessante, che è What  is  theory (Cos’è la teoria); ed è una critica molto forte, cosa su cui ci siamo trovati molto d’accordo, che si ritrova nel capitolo “Sull’interpretazione del transfert come  resistenza alla libera associazione”. Cioè cosa va a dire?  In sostanza, che l’analista che comunica un’interpretazione del transfert al paziente impedisce e pone una resistenza alla potenzialità di associare liberamente. Dice in sostanza che, se io interpreto, ad esempio, che tu ti stai comportando così, perché  evochi attraverso il rapporto con me un rapporto conflittuale col padre, piuttosto che un’altra qualsiasi area inconscia attivata, blocco ogni lavoro di libera associazione, che è il pensiero creativo, che è la parte più significativa del soggetto Nonostante la sua piena formazione kleiniana, l’analisi con il grande Winnicott e la conoscenza di Bion lo hanno forse aiutato a spingersi oltre nelle critiche ai dogmi di certa psicoanalisi ufficiale. Per esempio, dice che chi interpreta l’attacco al seno buono, l’identificazione proiettiva, la controidentificazione, cosa fa? Ripete sempre lo stesso schema meccanico che è esattamente l’opposto del metodo psicoanalitico. Cioè fa un ritornello, una ripetizione continua, un loop, come si dice oggi, un atto perverso, dico io.

Sempre in questo testo afferma una cosa molto semplice e molto vera, che abbiamo sempre saputo tutti: il libero pensiero è una modalità tipica, strutturale dell’essere umano. Cioè non è un’acquisizione della psicanalisi o di chi ha fatto l’analisi, dunque teniamo conto che il soggetto umano è dotato di una capacità di libero pensiero! 

Qui lui non va in contrasto, anzi è abbastanza in sintonia, con certe acquisizioni delle neuroscienze. Pensiamo ad Antonio Damasio, al suo bel testo, Emozione e coscienza, dove ha la capacità di sostenere che esiste un soggetto biologico. Come esiste un soggetto nel senso filosofico comune del termine, c’è una soggettività, un’ individualità  biologica…

Secondo me, il passaggio teorico necessario in questo momento impone di pensare – da determinista, da costruttivista pluralistico, da strutturalista, o da qualunque altra posizione intellettuale si voglia sostenere –  a non negare più come indeterminato ciò che è invece soggettivo, individuale, peculiare. C’è un diritto di esistenza specifica, particolare del soggetto.

Il mio scopo personale coi pazienti da un po’ di anni a questa parte, ma particolarmente adesso, è proprio quello di essere su questa posizione etica di assoluta tutela, di diritto ad essere del soggetto e di potersi inventare  ed essere qualche cosa che non sia determinato da meccanismi. Per cui in qualche modo penso che anche il vecchio Edipo, per es.,  sia da assimilare un po’ alla strutturazione archetipica junghiana.  L’archetipo è come una struttura – d’accordo che io ho il cuore, i polmoni,  lo scheletro, l’apparato muscolare – ma non posso essere ridotto  a questa dimensione,  perché, se no, mi spiego che sono così perché ho questa struttura. Oggi una tale posizione è così palesemente falsa, inadeguata,  che non si può fare altro che passare  alla legittimazione di un soggetto che va facendosi, pur non avendo delle identificazioni sostenibili all’esterno. E questa è la contemporaneità freudiana autentica.

E.

Quello che dici mi pare abbia dei riscontri anche in campo politico (crisi dei partiti, nuove soggettività irricomponibili nelle categorie classiche della politica come nazione o classe, ecc.).

Bollas è assolutamente pluralista rispetto alle teorie psicoanalitiche: ritiene che siano integrabili l’una con l’altra, o meglio, che debbano essere coesistenti. Fra i colleghi milanesi ritengo che Carlo Viganò, allevo diretto di Lacan, sia pluralista e molto tollerante: è stato molto vicino a Basaglia e mantiene uno stile di psichiatria democratico. Bollas è forse più “ecumenico”, perché ritiene che oggi è impensabile che un analista abbia una formazione limitata a una scuola. E’ anche molto critico rispetto alla rigidità delle ortodossie. Ma sostiene che non puoi pensare di avere letto Freud e di non avere letto nulla di Winnicott o di Melanine Klein, di Jacques Lacan o di Wilfred Bion. E’ necessario appropriarsi di una vasta gamma di concezioni dell’inconscio per poter sostenere la teoria del soggetto. E ciò non significa nemmeno che si debba rinnegare una teoria dell’attaccamento, pensa a Bowlby e ai suoi seguaci. Bisogna far proprio ciò che proviene da questi punti di vista…

D.

È un po’ anche quello che avviene nella scuola. Oggi gli insegnanti non possono legarsi ad un modello a una teoria dell’apprendimento.  Sono costretti ad utilizzare diversi modelli.

E:

Siamo, dunque, arrivati al riconoscimento della pluralità anche nella psicanalisi?

Poco, poco…Diciamo, per esempio, che ci sono psicoanalisti come Carlo Viganò che è aperto da questo punto di vista. Lavoro con lui all’ex O.P.“Paolo Pini” da sei anni. Da dieci anni vi si tiene un seminario sulla costruzione del caso clinico. Il gruppo che ha organizzato il lavoro ha avuto la direzione di Salvatore Freni, uno psicoanalista della S.P.I. (Società Psicoanalitica Italiana), di impostazione bioniana, psichiatra e docente universitario, che ha dato spazio a Viganò, pur essendo lui un rappresentante della leva lacaniana. Ha dato la parola anche a me che considera abbastanza vicino all’area inglese winnicottiana, nonostante in Italia io mi senta forse più vicino all’area lacaniana. Sai che io ho percorso anche un lungo tratto di analisi con un analista junghiano. C’è anche qualche junghiano che partecipa alla discussione… 

Su queste rigidità di scuola rimango tuttora molto perplesso. Però diciamo che a Milano c’è questa realtà del Paolo Pini. E lì si può praticare ancora una forma di psicoterapia quasi gratuita, pagando semplicemente un ticket. Ciò vale per molte persone, per cui  si può dire che  c’è ancora quest’area pluralistica e aperta che continua. Però dire che c’è un’apertura alle varie scuole  è molto azzardato. 

Personalmente mi considero un po’ un poliglotta da un certo punto di vista, perché  avendo avuto la  formazione di base con dei freudiani ortodossi, la prima formazione clinica con Fornari, che allora era più bioniano che kleiniano, poi ho frequentato per molti anni gli junghiani  e altrettanto i lacaniani, so qual è il registro da cambiare quando tu vuoi parlare.

Una cosa interessante è successa con Bollas. Gli ho presentato in caso  di un paziente, figlio di madre suicida quando  lui aveva  16 anni.  Lui con una serie di malesseri gravissimi, ai quali si è aggiunto l’alcoolismo, insomma una situazione molto grave e allarmante. Un mio amico psichiatra voleva ricoverarlo ma abbiamo convenuto di  aspettare un po’ di tempo e il paziente ha accettato di assumere un po’ di antidepressivi, perché era il caso anche se ho fatto fatica a convincerlo. Siamo riusciti a non farlo ricoverare e a lavorare  abbastanza bene su queste cose.  Dopo tre anni di lavoro con lui, tante cose sono andate decisamente molto bene, su altre questioni c’è ancora molto lavoro da fare. Per mia curiosità intellettuale ho presentato proprio questo caso a Bollas  Volevo sentire lui che cosa mi diceva.  E la cosa interessante è stata questa, che  lui mi ha detto che la conduzione di questa psicoanalisi era assolutamente coincidente con la psicanalisi della relazione d’oggetto. Certo era stata condotta in modo rigoroso dal punto di vista del setting, delle regole analitiche. Ma il registro di lavoro da me adottato con il paziente era assolutamente diverso da quello che Bollas poteva riscontrare nel mio lavoro. La caratteristica comune era la scelta decisamente non interpretativa, il paziente stava steso sul divano, veniva due volte alla settimana e  attraversava una serie di contenuti associativi liberi.

Perché la cosa è interessante? Perché indipendentemente dal riferimento teorico adottato, effettivamente fai parlare il soggetto! Ha importanza il soggetto non la teoria. E, se conosci le lingue in cui si parlano le varie teorie, la traduzione dall’una all’altra è possibile!

Sul piano teorico a me interessa il fatto che si possa passare da un linguaggio all’altro, perché – e qui riprendo Bion – i vertici sono tanti: puoi cambiare vertice  e guardare da un altro punto di vista  l’oggetto.  L’importante è ricordare che l’oggetto ha una sua esistenza di soggetto e che non prevalga la teoria.

La nostra psicanalisi,  in generale, è ancora molto dogmatica: adotta una vecchia meccanica ‘metafisica’.

[Ornella: legata all’orticello  .. come se non fosse un tutt’uno corpo anima e mente]

D.

Vediamo se ho capito…Diciamo che c’è una grossa difficoltà a individuare le nuove patologie, una difficoltà diagnostica rispetto alle patologie di un tempo ( isterie, nevrosi, psicosi e così via) oggi  esistono patologie molto più complesse  con un buon funzionamento ,, un buon adattamento alla realtà però  si hanno delle grosse difficoltà  che non vengono facilmente..  Due: c’è una grossa difficoltà da parte degli analisti,  per cui non è più facile utilizzare degli intenti teorici .. molti dei loro limiti e della loro inadeguatezza.. per cui  ti orienti verso un pluralismo delle teorie  per cercare comunque di aiutare  difendere il soggetto  o, come dicevi, di tutelare il suo diritto ad essere

 Questo tipo di rapporto rispetto all’altra questione  rispetto ad alcuni libri usciti negli ultimi anni …  avevo…  Le discussioni che avevamo fatto riguardavano 4 punti: 1) una ricognizione dei malesseri esistenti oggi e mi ero segnato una serie di libri  [elenco libri Donatoaggiungere, precisare o trattare altrove?] atti di convegni.. legati al disagio della cività..  in Psiche..  Itinerari del rancore..  Paranoie del politico…  Non sarebbe male  recensire  una seirie di libri che ci aiutino a fare una ricognizione dei malesseri della psiche.. famiglie scuole fabbriche uffici  legate a  forme di concorrenza sui luoghi di lavoro…  globalizzazione postfordismo.. è un filone di lavoro.. 2) poi c’era la difficoltà a d affrontare il disagio psichico e qui ci sono tutti i discorsi che vanno  dalle droghe, cocaina, psicofarmaci …il discorso dell’arteterapia.. manicomi..  bambini iperattivi..  dibattiti caldi rispetto al malessere che c’è; 3) gli orientamenti teorici: cognitivismo contro psicanalisi…  magari per concludere come dici tu: ragazzi, il viaggio non è finito.. dobbiamo continuare a lavorare, la società cambia, dobbiamo assumere atteggiamenti più complessi… ; 4) … esperienze come la tua o di persone che possono descrivere…  romanzieri, scrittori..

Sulla questione delle varie psicologie e psichiatrie che hai nominato, la cosa più importante da dire sarebbe che non si legge più la clinica; tu trovi molte formulazioni teoriche – forse le hai nominate tutte –  che portano esemplificazioni di “vignette” cliniche (adesso si usa chiamarle così) per comprovare l’attendibilità della teoria o della tecnica psicoterapica utilizzata. In questo senso, ripeto, le psicologie e le psicoterapie (psicoanalisi compresa) sono delle metafisiche dogmatiche e incongrue.

[D.

Sere fa stavo leggendo un libro..  della Comencini? Uno che ha la mia o la tua età…che si chiede perché il comunismo…e comincia un percorso… Avevo finito di leggerlo..Evitare le emozioni, vivere le emozioni…  imposta questo suo lavoro a partire dalla clinica perché vedo  che all’interno c’è molta casistica..  mi pare che sia bioniano..

Io dico però un’altra cosa e divento un po’ marxiano in questo. Prassi e teoria. La psicanalisi non può assolutamente, e non deve, evitare di basarsi sulla pratica.  Le cliniche che tu trovi nominate in quelle teorizzazioni… tutte quante, sono delle astrazioni formali  che non si fondano sulla casistica clinica.  Ti porto, invece l’esempio di due casi clinici di psicosi che sono stati presentati di recente*. Nel trattamento si espongono le complicazioni del caso, ciò che succede. Perché è importante prestare attenzione alla clinica?  Da un certo punto di vista rimango molto vicino alla posizione lacaniana del cosiddetto après coup, quello che succede dopo, l’evento. Ogni trattamento clinico procede per eventi e accadimenti. Non si può pensare che io prevedo e pre-dico l’accadimento.

Queste teorizzazioni, invece, cosa fanno? Incasellano tutto. Detto in parole povere, eliminano il concetto di inconscio completamente, eliminano  la lettura della terza topica lacaniana – il nodo dei tre anelli R.S.I. – quella del Reale, del Simbolico, dell’Immaginario, che sono sempre interconnessi. Perché il Reale è l’ineludibile, ciò a cui non mi posso opporre, il Simbolico è il linguaggio, l’Immaginario è il  come se. Bene, se tu guardi la questione da questo punto di vista, le teorie o s’incistano sul Simbolico o  sull’Immaginario o sul Reale.  I cognitivisti, i comportamentismi, i biologisti sul Reale. Gli psicanalisti di stile iperteorico – compresi molti lacaniani – sul Simbolico. Li ho criticati e me ne sono in parte allontanato, perché non ne potevo più di questa mitizzazione del simbolismo linguistico: la parola, la parola, il ragionamento sulla parola. Sì, il dominio del Simbolico, che diventa un’assolutizzazione di quell’anello topico. Gli junghiani e i kleiniani : Immaginario allo stato puro, il come se posto come uguale al Reale. Poi ci sono i fenomenologi che a furia di parlare di soggetto lo rendono oggetto all’estremo. Ci sono lavori interessantissimi di varia provenienza, ormai sono dei classici. Prendi Ronald Laing, che ha scritto il testo più bello, L’io diviso,  che è un esempio di fenomenologia straordinaria, ma anche di psicanalisi. Lui era allievo di Winnicott.  In Lacan ci sono cose splendide negli Écrits e, soprattutto, in alcuni dei Séminaires …

Anche alcuni colleghi hanno scritto anche cose eccellenti, ma indipendentemente dalla “scuola” di appartenenza. Per esempio ci sono delle cose intelligentissime scritte da qualche junghiano (pensa a Vincenzo Loriga, pensa a Cesare Viviani, o a Peter Schellenbaum). Non voglio dirti che gli psicoanalisti oggi siano stupidi, non voglio dire che siano da svalutarsi i loro scritti. Ma, quando tu estrapoli da queste teorie delle teorizzazioni e ne fai sistema, tu fai un tipo di riduzione alla logica sbagliata. La logica della psicanalisi è una logica clinica. Non è una logica della teoria. Da questa chiusura noi italiani non usciamo e pure i francesi fanno  molta fatica.

 E.

E perché?

Perché siamo prigionieri di una cultura molto vecchia…

[Ornella: l’esempio degli stranieri che partono  da…  assolutamente lontana dalla nostra..]

La teoria chiude tanto non ti dà modo di avere un’interazione libera, soggettiva e intersoggettiva, dico io.  Le teorie psicologiche o psicoterapiche sono veramente scatole cinesi.

E:

E però una teoria che fosse attenta alla varietà, pluralità e singolarità dell’esperienza  non potrebbe suscitare un maggiore attenzione verso di essa? Ci sono teorie sistematiche che chiudono il processo e lo rendono statico. Ma ci sono anche delle teorie che aprono alla varietà della vita e del mondo dell’esperienza. Non è che la teoria di per sé chiude soltanto…

Per chiarezza, vorrei dichiarare pochi dogmi del mio ‘catechismo’; prima Freud e poi Kafka. Allora, due cose. Nell’ ultima serie di lezioni, nell’Introduzione alla psicoanalisi  Freud nomina tre azioni la cui realizzazione corretta è impossibile ma a cui non si deve rinunciare: governare, educare e psicanalizzare [ curare, amministrare,  educare]. Sono d’accordissimo che non possiamo portare la bandiera del valore etico o intenzionale di ciò che stiamo facendo come giustificazione del nostro lavoro, eppure non possiamo prescindere dalla necessità etica di praticarlo. E l’altra cosa che Freud scrisse, sempre nella serie di lezioni: la psicanalisi non è una Weltanshauung (concezione del mondo). Importantissimo: la psicanalisi non è un modo di guardare al mondo, non è una visione del mondo. La psicanalisi è innanzitutto una pratica. L’errore protratto molto a lungo è stato quello di innescare questa continuità tra il pensiero accademico, filosofico  e la psicanalisi. Guarda che cosa hanno scritto i vari psicanalisti che si sono occupati di letteratura o di arte. Il Lavagetto, Francesco Orlando. Franco Fornari stesso ha scritto un bruttissimo libro su Agostino di Moravia. E comunque soprattutto la psicanalisi degli anni Settanta, cercando di attestare l’attendibilità teorica della psicanalisi. Invece che ispirarsi in modo creativo e curioso all’arte e alla letteratura, cogliendone gli stimoli preziosi e la capacità di intelligenza e di rappresentazione, una brutta psicoanalisi ha cercato di spiegare i tratti psicopatologici nascosti dell’artista o della sua opera. Per fortuna filosofi come Gilles Deleuze hanno fatto giustizia e chiarezza sull’arte di Francio Bacon, o semiologi come Roland Barthes ci hanno aperto gli occhi sulla lettura dell’immagine! Sembra sempre che la psicanalisi si senta sempre sorella minore della medicina, della filosofia delle scienze positive. E c’è ancora chi cerca di dire che è scienza, che è vera, è giusta e cura; e poi non ci credono davvero a quest’effetto di cura… C’è questo aspetto del sentirsi  schiavi della medicina e fratelli minori della cultura filosofica e intellettuale: uno psicanalista non si sente, in questo senso, né carne né pesce.

Secondo me la psicanalisi davvero non è una teorizzazione, ma ha bisogno di una pluralità di teorie.  Non credo  che noi possiamo dire che c’è una teoria psicanalitica, ma è anche sbagliato dire: c’è quella freudiana, quella kleiniana, quella lacaniana.  Ripeto: si può virare da una all’altra, se si conoscono i punti di snodo, ma la psicanalisi ha bisogno di una quantità di teorizzazioni  molto vasta.

Pensiamo ad Antonio Damasio o ai neuroscienziati che spiegando la funzione dei neuroni a specchio permettono di convalidare l’importanza dei processi inconsci di identificazione. Ciò significa, ad esempio, che guardando un paziente, ascoltando la sua voce e sentendo lui la mia, muovendomi e pensando certe idee, attivo un’area di arricchimento di comprensione e di conoscenza possibile che si potrebbe chiamare banalmente creativa… La scienza  mi dice oggi: quello che fai è attendibile, è vero che funziona. Come psicoanalisti l’abbiamo dato sempre per scontato,  ma dirlo non è così facile e scontato. Per questo compaiono la famosa empatia o le relazioni affettive rimosse, quasi a giustificare che fra due soggetti qualcosa di nuovo accade! Anche dalla filosofia possiamo trarre insegnamenti preziosi. Io trovo interessanti ad esempio le questioni del tempo, del tempo inconscio, del non tempo dell’inconscio (una questione importante in sospeso) da Husserl ad Heidegger a  Emanuele Severino, un uomo di grande intelletto secondo me:  la questione  dell’eterno presente,  del tempo presente  è una vera spiegazione teoretica  del modulo logico del tempo.

E come potrei negare le funzioni di neurotrasmettitori, come  la serotonina,  la dopamina, la noradrenalina, ecc.? Devo sapere che un individuo sottoposto a una fatica, a uno stress, al dolore, o a qualche cosa di molto grave,  andrà accudito, magari aiutato ad accettare un aiuto farmacologico stabile o temporaneo adeguato. Dovrò poter telefonare a un collega psichiatra e dirgli che questo neurolettico per questo paziente è troppo, lo fa star male. Oppure: guarda che questo  neurolettico qua  non va bene, non si può sostituirlo o somministrargliene un po’ meno?

Allora, se io  non so queste cose, non so  curare il  paziente. La teoria mi può dire  quello che vuole, però io sono presente anche per riconoscere che un farmaco a una persona fa bene ma all’altra fa malissimo, che una cura tipica può essere straordinaria per un’anoressica ma inutile o dannosa per un’altra, che solo un ottavo del dosaggio standard di un farmaco neurolettico è sufficiente a quello psicotico cosiddetto delirante: è semplicemente preda di un’angoscia tremenda e quel farmaco che non lo stordisce gli fa recuperare un grado di calma e magari poi smetterà anche di prendere quel farmaco…

Ora io non posso teorizzare che i farmaci non servano, che la serotonina non è così importante,  che il senso del tempo è quello che dico io  e non è quello che dice Emanuele Severino, o piuttosto che le neuroscienze sbagliano a generalizzare.  Alla stessa stregua, il cognitivista  su certe cose ha ragione, il fenomenologo anche. Se lo psicanalista interpreta come atto mancato un comportamento inconsueto che in realtà dipende da un’anomalia dell’amigdala, sta facendo un abuso teorico, ignorando le conoscenze che ci hanno portato le neuroscienze. Allora da un certo punto di vista bisogna dire con chiarezza che la psicanalisi non è una teoria unitaria.

Or.

È  una scienza aperta…

È una scienza aperta. Riprendiamo ancora Freud che segnalò quello che  la psicanalisi non deve fare: negare. Perché non deve avere una funzione negativa? Perché la funzione negativa si legge, in psicoanalisi, come meccanismo difensivo rispetto al reale, e al sapere che si produce. Non  mi posso permettere, come psicanalista, come essere pensante, come essere umano, di negare a priori  un dato del sapere solo perché scombina la mia teoria.

Prendiamo l’esempio di alcuni pazienti citati da Damasio. Potrebbe capitare che uno di loro, portatore di una lesione all’amigdala, dia una risposta assolutamente serena e non aggressiva davanti a chi lo insulta o lo malmena, anzi è sorridente ed è bonario.  Come psicoanalista, o psicologo, o psichiatra, potrei pensare che probabilmente il paziente ha un tratto masochistico, o forse ha una componente d’identificazione con il proprio aggressore,  o forse interpreta l’attacco in modo metaforico… Potrei dire un sacco di sciocchezze! Perché chi ha una microlesione nell’amigdala  può essere assolutamente capace di vivere, di amare, di lavorare di fare una vita comune, ma non riesce ad individuare i segnali aggressivi (tono di voce, alterazione motoria, ecc.) di un altro come minacciosi,  non codifica questo come un attacco, si comporta in modo non reattivo.

Allora se dieci anni fa potevamo pensare che fossero fissazioni dello scienziato, oggi dovremmo imparare qualcosa di più dalla metodologia filosofica: sospendere il giudizio,  fare “l’epochè”, la sospensione del pre-giudizio, in attesa delle rilevazioni fenomeniche adeguate al giudizio. Se no si fanno delle operazioni assolutamente criticabili. Come psicanalisti dobbiamo interrogarci: perché mai dobbiamo negare qualche cosa?

Tu citavi prima Il libro nero della psicanalisi. Elisabeth Roudinesco ha scritto Pour quoi la psichanalyse in risposta a quel testo. Vi fa  una serie di osservazioni sulla legittimità  del lavoro analitico, sul fatto che il soggetto umano non può essere ridotto a certe categorie, dà una risposta anche abbastanza attendibile. Però penso anche che la psicanalisi dovrebbe abbattere la propria presunta onnipotenza. Noi stessi siamo stati psicanalizzati da quelli che abbiamo considerato maestri ma credo che oggi il mito sia sfatato, che  forse vada preso atto che  un’umiltà rispetto agli altri saperi  dobbiamo averla, perché  altrimenti rischiamo di  ideologizzare, di confezionarci “vestiti di idee”(l’Ideenkleid che  Husserl ci ha insegnato a riconoscere).

Mi hanno colpito molto quest’anno certi colleghi americani. Ho sempre considerato gli americani poco stimolanti sul piano intellettuale. Invece devo dire che alcuni di loro mi hanno colpito molto. Ho conosciuto Eric Plakun  che lavora da trent’anni all’ Austen Riggs Center dove sono  ricoverati i pazienti suicidali  o con rischio suicidale alto  e con un alto grado di rifiuto  di ogni forma di trattamento psicanalitico o  psicoterapico.  Lui è responsabile da trent’anni di quest’ospedale.  È di una semplicità, di una umiltà assolute. Ha scritto un saggio bellissimo (ci ha lasciati tutti con tanto di naso!) che riflette sugli errori  dei terapeuti che non sanno affrontare  il fallimento della propria terapia, la paura di parlare di morte e di affrontare la mortalità possibile del paziente; e non sanno usare quell’aggressività che viene sollecitata nell’analista da questi pazienti  come un elemento pericoloso.  In fondo cosa dice Plakun: tu analista che lavori con una persona che si può ammazzare e rifiuta la terapia, sai che cosa ti sollecita, sai che controtransfert – diremmo noi negativo – sollecita in te, sai che parti tue di rigetto, di furia, di rabbia, di non accettazione,  di negazione, sollecita?

Ha fatto un’indagine sugli errori nel processo, quando non si guarda e a volte non si parla col paziente di questa problematica. Ora all’Austen Riggs hanno una bassa percentuale di pazienti che si suicidano lo stesso. Ma un’altissima percentuale di pazienti riesce a superare questa impasse. Sai come fanno gli americani: sono molto pragmatici, danno importanza a ciò che funziona!  L’altra cosa intelligentissima è che, se un terapeuta in supervisione   non riesce ad affrontare la questione distruttiva ed è in qualche modo quasi complice del paziente, il team che segue il paziente darà il compito di sollecitare il nucleo distruttivo a un altro terapeuta, che interviene magari  col gruppo, anziché con la terapia individuale piuttosto che con la terapia farmacologia. Sarà quest’ultimo a svolgere la funzione necessaria, senza bloccare l’altra funzione utile che il terapeuta connivente in qualche modo sta svolgendo.

Da un americano non mi aspettavo tanto, francamente. Ed è un insegnamento che ti fa pensare, per esempio quando noi generalizziamo e non prendiamo atto che abbiamo delle difficoltà, dobbiamo affrontare  delle cose che non ci piacciono  proprio e ci troviamo di fronte a questioni abbastanza  complesse. Ecco loro fanno una clinic dove c’è questa gente che lavora insieme e si integra in uno scopo comune. Per noi è una cosa  abbastanza strana e di là da venire…

[Or.

non hanno facilità ad unire le problematiche]

E.

In questa pluralità di approcci, diciamo pure di eclettismo, che è sotto molti aspetti positiva perché rompe con atteggiamenti dogmatici, come fa l’analista, costretto a lavorare in una situazione di grande incertezza, a superare i nodi più difficili? Quando ha dei dubbi, a cosa, a chi ricorre? Ci saranno dei supervisori?

Non ce n’è quasi nessuno. Io vado a Londra da Bollas, magari anche solo per una supervisione. Lavoro con lui, procede un  lavoro di ricerca a tempo indeterminato. Grazie al cielo ci capiamo bene … Ho degli scambi con alcuni colleghi di Parigi, posso confrontarmi abbastanza frequentemente coi colleghi americani, c’è qualche collega milanese col quale è possibile uno scambio di punti di vista. Devo dirti che a Milano c’è qualcuno che mi capisce? Pochi e poco. Molti non capiscono neanche di cosa sto parlando. Se sono chiusi in una teoria sono io che mi devo sforzare di parlare il loro gergo, i miei riferimenti pluralistici sono faticosi!

E.

Allora un analista, che s’accorge della complessità  dei nuovi disagi e dei rischi che corre nell’affrontarli, su che cosa può contare?

Secondo me su un lavoro d’équipe…  Il Pini in qualche modo lo fa: siamo una rete  di persone che possono collaborare. In primo luogo ci vorrebbe un lavoro d’équipe organizzato principalmente dallo psicanalista. In secondo luogo una collaborazione stretta con le altre figure terapeutiche (non un’esclusione come se una fosse la figura utile e le altre figure accessorie). A volte la figura psicoterapica più efficiente può non essere affatto quella dello psicoanalista, ma lo psicoanalista deve supportare adeguatamente la figura designata e favorire un’armonizzazione dei compiti dell’équipe. Per es. la collaborazione stretta con lo psichiatra, la possibilità di parola con lo psichiatra …  che lui sappia, che io sappia … e che noi ci scambiamo i nostri punti di vista..  Naturalmente per fare questo in privato, io avviso il mio paziente  e chiedo se mi dà il permesso di avere una comunicazione regolare con il medico. Lo faccio e insegno a quei pochi che  ascoltano un pochino che si fa così…

L’altro discorso è la supervisione.  Sì, la supervisione posso chiederla ad alcuni. Per carità, se c’è una persona che mi può illuminare … però a volte per certe cose sono pochissimi…  Ormai con queste scuole esplose dovunque, non c’è più psicoanalisi che si sofferma a pensare!  L’altro discorso è che io ho in supervisione alcuni colleghi.  Cosa fai, quando ci sono questi casi gravi?   […]

Una comunicazione almeno settimanale e poi  prendo  in carico assieme al collega il lavoro che sta facendo, segnalandogli chiaramente quello che non vede. Viene da me una collega che a volte lavora con casi gravi  e si è trovata nel panico. Farle riconoscere quando lei non è in grado di lavorare con quel paziente, quando è opportuno indicare un  medico,  quando è opportuno che aiuti il paziente a traslocare da un’altra figura terapeutica più adeguata, quando ci sono delle aspettative dell’analista che sono improprie e inadeguate, quando non si sa che tipo di risposte può avere il paziente. Allora, per es. in questo caso, quando tu fai un quadro molto dettagliato e preciso con un collega che supervisioni, prima di tutto devi sapere fino a che punto il collega ha lavorato su di sé. Ho avuto una collega in analisi per due anni e mezzo, perché  aveva bisogno di capire delle cose che non aveva mai analizzato per continuare in quest’area di supervisione. E allora era importante che prendesse contatto con delle aree psicotiche di sé, che non aveva mai tenuto in considerazione e che quindi interagivano male con quelle del paziente. Non poteva essere così pacata da lasciarlo tranquillo, se aveva bisogno di catalogarlo, di collocarlo, di applicare la tecnica – questa cosa di applicare le tecniche è mostruosa! Imparate queste cose, allora, il lavoro può essere “stiamo vedendo quello che succede!”. Non è che io preveda esattamente quello che succederà, ma devo avere una mappatura molto precisa, come un asse cartesiano che ti permette di individuare il punto, l’oggetto.

Secondo me, quando ci sono grosse difficoltà col  collega in supervisione che ha  un caso difficile da trattare, devi disporre tanti occhi che guardano, devi tenere presente una serie di dinamiche che si muovono. A volte ci vuole una  pazienza da parte del terapeuta o dell’analista, perché  pare che per molto tempo non succeda niente… E magari  nell’analista si  coltiva  l’angoscia, si annida un malessere, non dorme di notte:  ti porti dentro dei mattoni pesanti, incredibili. E devi reggere. A volte quello che fa succedere qualche cosa è proprio il fatto che se tu riesca a tenerti tutta questa carica mostruosa di angoscia, di malessere, portartela dentro; e a volte vedi il paziente che esce alleggerito dal tuo studio e tu ti senti pieno di pesi, di lividi, di insuccessi…

Io ho un paziente che aveva delle fissazioni gravi, mi era stato mandato da un reparto psichiatrico importante  di Milano.  Aveva delle gravi situazioni deliranti. Ho notato che aveva bisogno di un tempo della seduta completamente fuori da quello del setting, fuori da certi canoni. Perciò fa una seduta di due ore. Tutte le volte, per un anno abbondante, due ore alla volta, perché per sentirsi a proprio agio, per sciogliersi verbalmente, per poter instaurare un rapporto sufficiente, ha bisogno di almeno una mezz’ora. E adesso che si sente a proprio agio, il tempo è quello, un tempo lungo.  So che avrebbe dovuto venire non meno di due tre volte la settimana Ma ci sono più problemi. Primo: secondo lui due, tre volte è troppo e non se lo può concedere. Poi economicamente non se lo può permettere.  E poi per lui venire più volte sarebbe un segno di gravità. E allora cosa ho fatto? Ho lasciato l’accordo di una sola seduta alla settimana, una seduta  che occupa il tempo di tre sedute che si tengono in giorno solo. È fortemente antieconomico, dal punto di vista del denaro che guadagno.  E però a volte un tempo antieconomico è indispensabile… Il tempo prolungato così, per questo paziente, è indispensabile. Se confronti il mio comportamento con un rigido setting si può dire che io mi comporti in modo selvaggio! Ma il paziente è guarito, se così si può dire, dalla propria patologia psicotica e sta lavorando ora come ogni normale nevrotico, anzi come uno dei migliori analizzanti!

Anche la questione del vecchio dispositivo delle quattro o cinque sedute alla settimana, della neutralità dello psicanalista, dell’accettazione indiscutibile delle regole e dei tempi, della frequenza e dei pagamenti non può essere attuata al giorno d’oggi. Pensa che a New York è rimasto un solo allievo psicoanalista che procede nella formazione tradizionale dell’Internazionale Freudiana. Vorrà pur dire qualcosa rispetto ai cambiamenti necessari!!!


“Le stade du miroir comme formateur de la function du Je “

   telle qu’elle nous est révélée dans l’experience psychanalytique

Communication faite au XVIe congrès international de psychanalyse à Zürich, le 17 juillet 1949.

* Al IX Joint Meeting fra l’AAPDP (American Academy of Psychoanalysis and Dynamic Psychiatry) e OPIFER (Organizzazione di Psicoanalisti Italiani. Federazione e Registro) dedicato alle strategie della psicoterapia dinamica ho presentato uno scritto intitolato Free thinking: la psy-chose prochaine.

Ovvero il libero pensiero e la follia vicina di casa.