Archivi categoria: Zibaldone – Narrativa

I cantieri aperti della scrittura

Da “La Notte delle Croci e delle Morti”

di Mauro Mazzucchelli e Danilo Oggionni

Mondiali di calcio 2006, concerto metal, festa, personaggi freak e borderline, attrazioni «animalesche e depravate», linguaggio «crudo e diretto» ( cazzo e figa a tutto spiano in numerose pagine), colpi di scena, un percorso che parrebbe di «discesa interiore» nell’animo del protagonista di nome Brando, «dialoghi alla Tarantino», «valzer di droghe, donne e sangue». Così i due giovani autori presentano questo loro romanzo…. Che sia lontanissimo dalla mia sensibilità non m’impedisce di segnalarlo su Poliscritture pubblicandone un capitolo. [E. A.]

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Gli zingari

di Angelo Australi

Il campo scendeva dalla collina dove c’era il podere de ‘le Coste’. Oltre la colonica, sul fianco posto a levante, si apriva un largo paesaggio di costoni argillosi che ricordavano i canyon dell’Arizona. In passato la località era stata abitata da una famiglia di contadini imparentata con quella di suo cugino Sergio, mentre adesso ci vivevano dei pastori sardi. In linea d’aria le due case erano distanti meno di un chilometro, piantate su colline che da ogni parte si girasse lo sguardo finivano per controllare tutto il podere e la gola dove cresceva un fitto bosco.

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Le enurie

Traduzione dallo spagnolo di Franco Tagliafierro

di Francisco Solano

Vengono da tutte le parti: sono le enurie, le stesse che mi visitavano quando ero in collegio. I miei compagni dormivano sotto le coperte insufficienti, e io rimanevo sveglio, intirizzito come loro, con gli occhi assorti nel buio. Vengono, come allora, dentro le correnti fredde che annunciano un inverno precoce. Non ho mai parlato delle enurie, e forse sono io l’unico a sapere della loro esistenza. La mia testimonianza è inutile: non si può dire un segreto senza bruciarlo. Perciò devo affrontarle senza che nessuno mi aiuti,

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Eleanor Rigby

stocchi 2014

Ripubblico un testo di Giulio Stocchi già comparso su Poliscritture il 7 luglio 2014 per ricordarlo nel giorno del suo funerale, che avverrà stamattina 11 aprile alle ore 10.00 nella sala Multifunzioni nel Cimitero di Milano Lambrate. [E. A.]


[Riprendiamo dal sito di Giulio Stocchi (qui) questa rêverie della sua giovinezza  nella Milano degli anni Sessanta. In segno di affettuoso omaggio da parte di vari suoi amici. (E.A.)]

di Giulio Stocchi

Chiunque di noi in età matura si chini a riflettere sui propri inizi, è come se scrutasse nella sabbia della propria giovinezza le linee ancora confuse del volto che gli anni ci hanno guadagnato, i segni di ciò che ha fatto di noi quello che siamo. E’ come interpretare un antico oracolo che ci riguardava. Ma come ci insegna Edipo, non è necessario che l’oracolo sia immediatamente comprensibile a colui cui è rivolto, anzi!
L’essenziale è che l’oracolo si avveri. E questo, come dall’alto di un monte chi valuta il cammino percorso, può essere giudicato solo nella prospettiva del tempo, quando le carte che avevamo in mano sono state, bene o male, giocate. Continua la lettura di Eleanor Rigby

Il dissenso e il gatekeeper

di Roberto Bugliani

Questo è il terzo racconto della raccolta “Un’occhiata fuori” di Roberto Bugliani [E. A]  

Non ricordo più la ragione che m’aveva spinto in mezzo a quel corteo a unire la mia voce impulcinata ai timbri possenti e tosti  delle altre che sgolavano “Vietnam rosso” facendo infuriare a bella posta i militanti del Pci – che a “rosso” preferivano il liberale “libero”, come il mercato provvide in seguito a dimostrare. E ancora “Operai, studenti, uniti nella lotta”, che sanciva l’ideale di classe d’un binomio invero senza tanto costrutto, che la storia non ci mise molto a rottamare, o il mustFascisti, borghesi, ancora pochi mesi”, che di mesi invece ne passarono un fottio tanto che si dovette aspettare l’esaurimento naturale del ciclo storico che originò il  connubio prima di dire “quattro!” e con le pive nel sacco. Ma a tutt’oggi rammento

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Il padre del mio amico

Tabea Nineo, volto

 di Alessandro Franci

 

Mia madre volle portarmi con sé a vedere il morto. «È il padre del tuo amico» disse.

Io non ero addolorato né per lui né per il mio amico; d’altronde neppure lei lo era, tanto che me lo chiese come mi invitasse al cinema.

Se c’era da partecipare a un funerale, a una veglia funebre, o visitare un ammalato, lei non si tirava indietro e questo le era sufficiente per credere che chiunque doveva essere contento di farlo quanto lo era lei; non comprendeva l’avversione che molti mostravano, per quello che riteneva fosse un dovere. Continua la lettura di Il padre del mio amico

Datti all’ippica!

di Roberto Bugliani

Ecco il secondo racconto della raccolta “Un’occhiata fuori” di Roberto Bugliani . Parla della ascesa e caduta di un certo Felice Cavaliere. A voi la ricerca di tutte le allegorie che riuscite a ricavarne. [E. A.]

Fin dalla fanciullezza il destino di Felice Cavaliere era inesorabilmente iscritto nel suo nome. Alla scuola elementare i compagni facevano a gara a canzonarlo per ogni sua azione maldestra, da imbranato cronico qual era, gridandogli burleschi: «Ma datti all’ippica!»

Anche i professori delle superiori, quando sbagliava asinescamente il teorema di Pitagora, o confondeva clamorosamente i Borboni con i Savoia, o andava bellamente fuori dal seminato nello svolgimento del compito in classe d’italiano, lo redarguivano stizziti: «Ma datti all’ippica!»

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Proletario del blog

di Roberto Bugliani

È uscita «Un’occhiata fuori»,  la seconda raccolta di racconti di Roberto Bugliani, amico e collaboratore di lunga di data di Poliscritture. Con l’autorizzazione dell’autore e della Apollo Edizioni di Bisignano (Cosenza) pubblicherò, distanziandoli  nel tempo, tre racconti. Questo primo è una riflessione amara ed ironica sulla sbornia da Internet di un comunissimo «proletario del blog», che ha le reazioni e le illusioni  in cui  tutti noi, frequentatori di  siti  più o meno incalliti, siamo passati. Speriamo, però, di evitare la sua finale «evanescenza corporea». [E. A.]

Aristide non sognava mai. O, per meglio dire, non è che propriamente non sognasse, perché in realtà non esiste nessuno che non sogni, come sostengono le persone acculturate che hanno letto Freud. Più semplicemente, al risveglio non riusciva a ricordare i sogni che lo avevano visitato durante la notte. Né tantomeno di giorno, da sveglio, Aristide sognava, per l’ovvio motivo che i sogni a occhi aperti non erano consentiti ai precari come lui. E Aristide precario lo era a tutti gli effetti: nel lavoro, nei sentimenti, nelle scelte esistenziali e perfino nel mondo virtuale dei blog. Siccome il precario d’oggi è il figliolo sfigato del proletario d’ieri, Proletario del blog era il nickname che s’era dato. E da buon proletario, oltre a non disporre d’una connessione adsl, non possedeva nemmeno un sito internet tutto suo, per cui doveva arrangiarsi con quelli degli altri, smanettando da visitatore con link, homepage e spazio commenti e saltellando qui e là a zigzag come un pulcino in cerca della chioccia.

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Vita e morte di un ragno

di Paolo Mazzocchini

La vita di un ragno prigioniero di una soffittatura è tetra. Non offre molti svaghi, egregio Caronte. La gioia più grande, per me, era quando si accendeva la luce, di sotto. Già, la luce, quella filtrava tenue attraverso le stecche della soffittatura. Insieme a lei passavano spesso, attraverso le fessure, i cari insetti che mi davano da vivere: zanzare, moscerini, farfalline notturne. Cibo per il mio stomaco non mancava. Ma era la luce che nutriva la mia anima intristita dal buio, opprimente come quello che domina qui, nel regno dei trapassati. La mattina mi arrivava una luce bianca, come la voce della donna che si aggirava nella stanza. Ma era l’irrompere della luce gialla, di sera, a segnare il momento speciale della mia giornata. Più o meno al secondo scoccare delle dieci, infatti, sentivo ogni volta rumori, uno sbattere di porte, un calpestio di passi e la voce acuta di un bambino che strillava e rideva, e quella di un adulto che discorreva con lui: «Su andiamo a letto, che il papà ti legge la storia di Ulisse!». «Sì, Ulisse e le sirene, papà!».

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