Archivi categoria: Zibaldone – Narrativa

I cantieri aperti della scrittura

Due racconti “attuali”

di Rita Simonitto

Assieme a “La Signora” (qui) questi due racconti formano un trittico. Si tratta, come dice l’autrice, di ” tre sfaccettature diverse – attraverso tre ‘personificazioni’ – nel tentativo di dare una rappresentazione plastica di quello che ci sta accadendo”. [E. A.]

Unicuique suum

Se fosse stato uno scrittore esordiente il suo incipit sarebbe stato: “si svegliò madido di sudore”. Ma non era un esordiente e nemmeno scrittore.

Ciò nonostante quello che gli stava capitando era inquietante, oltre i limiti della rappresentazione. Come si fa a raccontare che aveva l’impressione che era il suo corpo che si stava liquefacendo e che quel liquido pian piano si stava allargando sul lenzuolo sudaticcio e caldo?

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La Signora

Trionfo della Morte – Palazzo Abatellis, Palermo

di Rita Simonitto

Era da un po’ di tempo che la Signora lavorava poco. Ovvero, lavorava sì, ma non di gusto. Per quanto la sua falce avesse ancora la lama ben lucida si sentiva Lei arrugginita. E soprattutto scoraggiata dal fatto che suo cugino, il Fato, si intromettesse nel suo lavoro costringendola a fare gli straordinari, operando in modo meccanico, senza doverci pensare sopra e soprattutto senza poter combattere. Certamente, come accade a tutti i dipendenti, il committente (che le era sconosciuto e a cui quindi non poteva porgere le sue rimostranze) aveva disposto così, proprio come aveva scritto il Divino Poeta “Vuolsi così colà dove si vuole ciò che si puote e più non dimandare”: quello sfrontato che si era permesso di fare una crociera nei suoi regni parlandone (e sparlandone) a suo piacimento.

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Cordata di governo

di Stefano Taccone

Sono decenni che ascoltiamo la locuzione “lunga transizione italiana”. Essa mi pare sottendere la credenza in un passaggio tortuoso e faticoso, eppure ineluttabile, da un Paese a “democrazia bloccata” quale era l’Italia della Prima Repubblica a una democrazia dell’alternanza, liquida, para-anglosassone. Che però questa prospettiva fosse più un desiderio concepito tra torcicollo e strabismo – il torcicollo che ti fa osservare il passato come fosse il presente e lo strabismo che ti fa osservare un altro paese come fosse il tuo – lo si è capito mano mano, o meglio le vicende si sono evolute in termini sempre meno prossimi all’allegro pseudo-irenismo bipolare che anche ai più irriducibili non è rimasto altro che sostenere che tuttavia era una buona idea, la migliore che si potesse concepire. Peccato però, per loro, che un cervello senza arti – fosse anche il cervellone di un Nobel della fisica – non ha mai smosso una piuma.

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Antolino e “Il mistero del Fonkappen”

di Donato Salzarulo

1.- Un pomeriggio d’estate del 1967, Giuseppe, un giovane bisaccese, sale sul treno proveniente da Avellino per Rocchetta Sant’Antonio. Destinazione: “Andretta beach”, come chiama scherzosamente l’ansa ciottolosa del fiume Ofanto, dove l’aspettano «una ventina di squattrinati che, non potendosi permettere le spiagge di Rimini né tanto meno quelle della vicina Paestum» (pag.109), vanno spesso lì a fare il bagno.

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Contratto di piperno

di Stefano Taccone

Da “Morfeologie” un nuovo racconto di Stefano Taccone, già qui portatore di una necessaria e intelligente ironia. [E. A.]

Sto attraversando Piazzale Loreto ed è il 25 aprile. Ma che ci faccio oggi e quest’anno a Piazzale Loreto? Lo scorso anno in una traversa di Piazzale Loreto c’era l’istituto nel quale insegnavo e quindi stavo sempre qui… Non so quante volte mi sono perso nei meandri di Piazzale Loreto, perché tutte le traverse mi pareva si assomigliassero… Passavo minuti e minuti prima di trovare la via dell’edificio scolastico e ogni mezzo secondo era un battito accelerato, ché a Milano sono più “fascisti” degli svizzeri con gli orari. Se arrivi tardi a un collegio dei docenti, a un consiglio di classe, a un consiglio di dipartimento o a un altro rompicapo simile che il preside tira fuori a raffica, quasi come dovesse organizzarci l’intrattenimento pomeridiano, ti mettono assente ingiustificato e parte la sanzione disciplinare. E arrivare tardi qui non significa un quarto d’ora, venti minuti… Ne bastano cinque per comminarti una pena di morte appendendoti a testa in giù…

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Prima ed ultima volta

di Valentina Casadei

Anna si era truccata per ore, rossetto rosso ferrari e shorts strappati inguinali. Elena le aveva scritto esci! ci sono, alle otto in punto. La sua amica era un orologio svizzero, proprio come Guglielmo, suo padre, che per ogni viaggio insieme le aveva portate all’aeroporto con un minimo di sei o sette ore di anticipo. Se l’aereo decollava alle quattro, Guglielmo le scaricava davanti all’aeroporto alle otto, per evitare problemi dell’ultimo minuto, come si giustificava sempre lui.

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Da «Ziantò (e nonna Lenuccia)»

di Luigi Greco

Questi brani sono tratti da «Ziantò (e nonna Lenuccia)» un bel libro, per ora inedito e a circolazione amicale, di memorie familiari che s’intrecciano con quelle della storia di una citta del Sud, Taranto, dai primi anni del Novecento ai Sessanta. Ziantò e la moglie Lenuccia – le due leggendarie figure rievocate con affetto e con toni da narrazione popolare dal nipote Luigi Greco, autore del libro – attraversano gli anni duri del fascismo, quelli della sua capitolazione e quelli del dopoguerra e della ricostruzione. E compaiono con i tratti netti e senza fronzoli o ambivalenze della umanità resistente di quell’epoca: lui, militante anarco-comunista assuefatto alle dure leggi della clandestinità antifascista ma anche spirito beffardo e capace di ironia e generosità anche contro chi lo perseguita; lei, di formazione cattolica e più esterna all’ideologia antifascista del marito, ma altrettanto combattiva e, pur sempre accanto a lui, capace di indipendenza femminile. Faccio notare che Ziantò è il padre di Michele Turi, che ho ricordato qui. [E. A.]

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Punizione dal limite

di Alessandro Franci

Quando il pallone comparve sopra le teste dei miei compagni ondeggianti in una fila asimmetrica, per un istante luccicò contro il cielo metallico; si giocava alle nove della domenica, in campi senza erba, gialli e secchi o melmosi per la pioggia. Feci appena in tempo a vederne il bagliore che divenne subito scuro, come una sfera sfrangiata marrone compatto che si abbassò all’improvviso verso di me. Non avevo neppure sentito il fischio dell’arbitro e quando il “sette” calciò, lo capii dal tonfo sordo del suo piede sinistro sul cuoio liso. Il sogno a occhi aperti, covato più di una volta quella domenica e in tante altre precedenti, di un tuffo spettacolare, svanì in un attimo. Quello aveva calciato con una tale forza che quando vidi arrivare quell’ammasso nero dritto in faccia, mi riparai il viso e chiusi gli occhi istintivamente. Il pallone strisciò sui pugni tesi e s’impennò in aria oltrepassando la traversa, fui colpito sul viso soltanto da rimasugli di terra come fossero schegge. La sabbia aderente alla superficie di cuoio, sulla pelle, fu come carta abrasiva, tanto che comparvero alcuni puntini rossi sulle nocche bianche per il gelo. Raramente ci davano i guanti che rappresentavano come una sorta di status symbol, un diritto dei più bravi, quei portieri ai quali erano riconosciute qualità speciali. Io invece ero stato chiamato solo all’ultimo momento perché il portiere degli juniores aveva avuto un incidente in motorino.

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Il primo allenamento

di Francesco Luti

Dieci sfibranti minuti in sosta al capolinea. Era la prima volta che raggiungeva quella parte di città in bus e non si aspettava che il capolinea fosse proprio lí. Con le arcate del cimitero ad alitargli in faccia, l’attesa era un martirio. E a poco serviva distogliere lo sguardo dalla recinzione in ferro battuto, deviarlo ai germogli secchi che con le piccole pigne di cipresso intappetavano il selciato.

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Ierogamia fallita

da “Morfeologie”, Iod edizioni 2019

di Stefano Taccone
Pubblico uno dei 12 brevi racconti che compongono “Morfeologie” di Stefano Taccone. Il titolo del libro richiama la figura di Morfeo, la divinità del sonno e dei sogni, il cui nome in greco indica anche il concetto di forma. Il racconto scelto sembra fondato su un onirismo che manipola con ironia i miti inserendovi (metamorfosando, bisognerebbe forse dire) inquietudini e problemi d’oggi . [E. A.]

Solo, in una terra sconfinata e stranamente rigogliosa, che ci faccio? Appena un po’ più in alto, su di un leggero declivio, in tempo e luogo adatto per assistere, senza essere visto, a un evento meraviglioso. Le viscere della terra si stanno aprendo per partorire una giovane donna: alta, snella, formosa, in terreno massiccio, ma leggermente umido, e con una cascata di densa edera per capigliatura; terreno fertilissimo insomma, ché se si coltivasse su di lei spunterebbe immediatamente qualsiasi cosa, o forse crescerebbero tranquillamente erbe spontanee, se solo lei non si diserbasse come una donna in carne e ossa si depila.

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