Archivi categoria: Zibaldone – Narrativa

I cantieri aperti della scrittura

Volevo restare a casa

di Stefano Taccone

         Ligio Regolo era quello che si dice un brav’uomo. Scapolo, moderato nel mangiare e nel bere, lavoratore sempre puntuale finché non era andato in pensione – ormai era già qualche anno. No social network – non sopportava la fake news -, ma televisione – specie telegiornali – e quotidiani cartacei sui quali, pensava, hanno scritto e scrivono grandi firme del giornalismo italiano. L’Italia? Sarebbe un grande paese – ne era convinto – se solo non vi fossero irresponsabili, fannulloni, ignoranti, tanto giovani quanto della sua età – e la presenza di questi ultimi la trovava ancora più grave, in quanto per i primi si poteva almeno trovare una giustificazione di carattere anagrafico.

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L’ultimo viaggio di Odisseo

di Daniele Barni

Quando con la prua della pentecontera intaccammo nella notte l’oceano, al di là delle Colonne d’Eracle, io mi tenevo seduto al timone di sinistra. A quello di destra penzolava, addormentato, mio cognato Euriloco. Lo rinvenni con un sibilo, perché non volevo che, trascinando nel sonno il timone, mi impedisse di conficcarmi perfettamente a perpendicolo in quel nuovo mare: lo avrei considerato un indizio dell’avversità di Tiche. Anche tutti gli altri dormivano. Solo allora, e poi mai più, riesumai dalla coscienza i compagni perduti, e contai il misero gruzzolo di coloro che mi rimanevano con l’ultima nave. Poi chiamai Perimede, che guizzò con la testa dal torpore, intorpidendola di nuovo contro la fiancata. Barcollò fino a me, anticipato da altrettanto barcollanti imprecazioni: “Odisseo, per la tripunta di Poseidone scuotitore di terra, che cosa accade?!”

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A principesse Sichelgaite

Nicola Di Bartolomeo da Foggia, Sichelgaita, Duomo di Ravello

da “A VOCAZZIONE”

di Ennio Abate

Lo so, abuso della pazienza degli italianofoni. E quelli che ancora oggi usano il dialetto salernitano-napoletano forse faticheranno a decifrare questo mio, di memoria e scritto. Eppure la soddisfazione di raccontare la storia della Principessa Sichelgaita come se quelli che parlavano in dialetto con me quando ero ragazzo potessero ascoltarmi me la prendo.[E. A.]

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Una Pasqua particolare

Venezia, “l’uscita dal Ghetto”

Fantastica in esercizio

di Filippo Nibbi

 
- Un’astrana Pasqua!
- Astrana perché dipende dagli astri?
- … Dipende!Porto via tutto e le navi attraccano meglio.
 
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Il certificato di malattia

Nilo Australi, La tartaruga, tecnica mista a inchiostro, realizzato su carta Fabriano

di Angelo Australi

– Il nostro caro Spartaco… Hai fatto una bella levataccia per trovarti il primo della lista.

Il dottore aveva sorriso distrattamente, dalla scrivania dov’era impegnato a compilare alcune ricette.

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La recita o la vita

di Lorenzo Merlo

“Gli era chiaro come uscire dalla storia” afferma la voce parlante di questo racconto. Oh, fosse possibile dirlo non solo a singoli più o meno eccezionali che, “osservando se stessi”, sperimentano “ciò che alcuni chiamano risveglio”! Ho letto con divertito scetticismo (anche per i riferimenti ad autori – Watzlawick, Jung, Castaneda – che mi sono rimasti abbastanza estranei) questo racconto di Lorenzo Merlo, ma lo propongo all’attenzione di altri lettori più sensibili a quelle che a me paiono soltanto vie di fuga spirituali impraticabili dai milioni di viventi costretti in condizioni di precarietà o schiacciati dalle emergenze (questa del coronavirus è solo una delle tante) o dalla povertà. A loro – lo dico amaramente – toccano purtroppo ben altri risvegli. [E. A.]

Può capitare, osservando se stessi, di avvertire ciò che alcuni chiamano risveglio. La magia che si compie comporta di vedere il reale diverso da come era prima, pur essendo lui, sempre identico. È una magia a più livelli, prospettive o combinazioni. Essa include infatti anche la chiara comprensione che la realtà esce – e non, entra – dai nostri occhi. Include che non ci si senta più monadi separate dall´universo; che l´infinito che siamo è sempre mortificato da quello che crediamo; che l´energia compone il cosmo, tra cui noi stessi. 

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A vocazzione. Un frammento.

Tabea Nineo, Albero e donna, 1998

di Ennio Abate

E po’ Vulisse criave semp’e preoccupazion’i. Appen’e nat’e , ca ‘eren’e ancora tiempe e guerre, steve pe murì. Po, criscenn’e, ere state  semp’e malatus’e. Venett’e fore ra guerre cu n’uocchie strabich’e, po ‘ncumingiarene st’i diarree continue,  po’ ere semp’e accussì nervus’e e stizzus’e, ca na vot’e o purtarene addo nu specialiste a Napule ca ‘nge ordinaie certi bagne ‘rint’a vasche cu l’acqua  quase bullent’e. Ca Nannìne, a  mamme soie,   sule na vote ce pruvaie a regn’e  a vasch’e purtann’e,  una dopp’a n’at’e,  doie o tre bagnarole r’acqua scarfat’e ‘ncopp’e o furniell’e. Ca allore s’usaven’e ancora e carbunell’e. Ma o guaglion’e, appen’e mettett’e e pier’e rint’all’acque cavere, ‘ncuminciaie a alluccà  accussì forte  ca Nannine nun nge pruvaie mai chiù. E so tenett’e accussì.  O guaglione ere veramente scazzareglius’e; e proprie pe chest’e nun’ se  capive cumm’e maie se vuleve fa prevet’e.

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scusate se parlo solo di me stesso

Nilo Australi, ritratto di Angelo Australi

di Angelo Australi

Con oggi fa un mese che esco di casa solo per la spesa alimentare, comprare giornale e sigarette. L’ho fissato bene in testa, l’avvio di questo strano periodo che evitiamo il contatto umano per un obbligo di legge. La spesa alimentare la faccio al supermercato ogni due settimane, è snervante mettersi in fila e affrontare gli ingressi contingentati con la mascherina che nel respirare appanna continuamente gli occhiali da vista.

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I viventi

di Antonio Sagredo

Walter osservò come ciondolava stancamente, sullo schienale della sedia a dondolo di una tarlata Thonet, lo sparato bianco che la sera prima s’era accomodato in fretta per andare al ballo dei parenti insieme ad Elisa.

Era stato organizzato in loro onore dalle zie materne più anziane.

L’anno prima, fu lei che glielo regalò. Lo aveva comprato a Praga in via Parigi quel tessuto voille bianco in piquette nido d’ape che poi si fece confezionare e applicare.

– Con bottoni di madreperla senza fori e col collo guru! – le raccomandò, Walter.

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Centro di disintossicazione

di Franco Tagliafierro

“Mi ha colpito la situazione paradossale al centro di questo racconto che hai scritto nel 2000: la folla anonima e gregaria, che sente una “medesima coazione alla morte” e, ubbidiente e caparbia, si dà da fare per morire non per vivere. E’ l’idea forte del racconto. Mi ha fatto pensare ai dannati danteschi in attesa del naviglio di Caronte che trasformano la “tema” in “disio”. Ma, forzando, ho pensato anche a una allegoria dell’Italia invecchiata d’oggi. Dal punto di vista narrativo l’idea è ben svolta con variazioni, colpi di scena e trovate un po’ cabarettistiche (nel finale). Il tutto sotto la regia di un narratore intellettualmente anche un po’ sadico che dà sfogo al suo umorismo nero. Non manca la rivolta dell’individuo (la signora della Smith & Wesson), che non vuole rispettare il gioco sociale”. (Da una mail di E. A. all’autore)

Erano venticinque le persone accalcate dinanzi alla porta di servizio alle otto di mattina. In prevalenza uomini, età media trent’anni, facce meste, qualche bisbiglio.

– Che aspettate per entrare, che vi chiamino da dentro? – domandò uno spilungone in camice bianco uscito dal laboratorio, fermandosi a una certa distanza da loro.

Delusione: ecco il motivo per cui indugiavano. Avevano immaginato che sarebbero entrati tutti insieme, spalla a spalla, petti e schiene quasi a contatto, così ciascuno avrebbe avuto meno emozioni, meno paura. Invece avevano trovato aperta solo la porta stretta.

– Che aspettate, che vengano fuori loro? – li canzonò lo spilungone sforzando adeguatamente la voce.

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