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Enzo Collotti Linkssozialist

di Brunello Mantelli

Nella notte tra il 6 ed il 7 ottobre scorso ci ha lasciati Enzo Collotti.
Era nato a Messina il 15 agosto 1929; dopo un’infanzia trascorsa tra Roma, Cagliari e la città natale, si sarebbe trasferito nel 1941 a Trieste, dove il padre aveva iniziato nel 1939 ad insegnare all’università.
Lì si sarebbe formato, in un luogo attraversato da tutte le linee di frattura dell’Europa, diventate prima incandescenti per l’azione coscientemente eversiva esercitata dai fascismi europei, e deflagrate poi disastrosamente nella Seconda guerra mondiale.
Come Collotti stesso ebbe a dichiarare, il suo farsi studioso di storia non nacque da una pura curiosità intellettuale, ma si radicò in quell’esperienza di vita: Continua la lettura di Enzo Collotti Linkssozialist

Un sindaco socialista

APPUNTI PER UN RITRATTO POLITICO DI FRANCESCO GIALLOMBARDO

Salutano 
i miei immigrati
contenti degli stracci più colorati
che dopo anni di cottimo
hanno indossato

(E.A.,Samizdat Colognom, Ed.CELES, gennaio 1983)

di Ennio Abate

Non dovrei essere io a scrivere questo profilo politico di Francesco Giallombardo, sindaco socialista di Cologno dal 1980 al 1985, da tempo isolato, dimenticato e scomparso il 30 dicembre (2021) scorso. Lo avrebbero dovuto scrivere i suoi amici di partito o i suoi avversari politici o l’attuale sindaco, Angelo Rocchi. Ma parlare di Giallombardo significherebbe tirare in  ballo la questione della sinistra a Cologno Monzese e del suo ruolo controverso nella storia di questa città: un argomento scomodo se non scottante. E, perciò, quasi tutti si sono limitati a reticenti e sbrigativi RIP. Continua la lettura di Un sindaco socialista

Eugenio

di Angelo Australi

Con Eugenio Centini sono in debito per tanti motivi. Ne citerò solo alcuni che reputo importanti. Mi ha stimolato a scrivere quando ancora non avevo le idee chiare, mettendomi in contatto con uno scrittore al quale far leggere i miei primi racconti, ma soprattutto mi ha fatto capire che esistevano infiniti punti di convergenza tra il vivere in una città o al paese, che non è importante il numero delle occasioni si presentano quanto il trovare il tuo bisogno in uno spazio da immaginare infinito anche se piccolo, da esplorare con quel poco sei riuscito a seminare come uomo. Il trucco è trovare se stessi nel perché si ha una voglia matta di scrivere, e non sono tante le occasioni che possono rivelarti questa urgenza. Fare lo scrittore non è come indossare un nuovo vestito, cambi pelle, trovi lì, intrecciato alle parole, una tua chiave di lettura del mondo, e si tratta sempre di un coraggio da spendere senza una finalità concreta, grazie alla predisposizione di un temperamento del carattere che richiede un naturale istinto di coerenza. Scoprire nello spazio il tuo tempo naturale è un po’ come sentirsi liberi di pregare intorno a un’idea per renderla concreta. Diventa una sorta di rivelazione, alla quale non puoi opporti. Se consideriamo questo il punto di partenza, la scrittura non diventa qualcosa di faticoso, semmai è un modo di giocare che ti avvicina agli altri. La fatica la incontriamo strada facendo, qui come in ogni mestiere che facciamo per vivere, però mai al punto di partenza. Può essere problematico trovarla, raggiungerla, ma quando ci sei arrivato senti di far parte di una forma dalla leggerezza espansiva. Eugenio non mi ha mai dato indicazioni sul come scrivere, sul come strutturare delle storie, sul tono da usare per creare un equilibrio armonico al ritmo del racconto, con la sua volontà di reagire alle avversità cercando la poesia anche nel più banale dei luoghi è diventato piuttosto un esempio nei comportamenti, ed è stato un vero maestro nel farmi cercare la sensibilità di un essere umano anche nel più scontato dei gesti. Di questo, soprattutto ora che sto invecchiando, con lui sono e sarò sempre debitore.

I nostri primi incontri risalgono al 1972, quando frequentavo il bar dove lui si affacciava a farsi qualche bicchierino di vin santo. Uscito dal lavoro bazzicavo lì ogni pomeriggio perché c’era un flipper che giocandoci potevi strattonarlo violentemente e non andava mai in tilt. Avevo diciotto anni, vivere al paese mi stava stretto, così le poche persone che si proponevano fuori dagli stereotipi di una provincia ingessata in delle abitudini ferme a chissà quando, finivo per trasformarle in una via di fuga idealizzata. Eugenio si ammalò di poliomielite negli anni dell’infanzia. Soffriva molto a camminare, aiutandosi con la giannetta sosteneva tutto il peso del corpo con la gamba ancora sana. Quando si presentava al bar Spiaggia aveva già bevuto qualche bicchiere alla bottega dei generi alimentari dove si fermava a fare merenda con degli amici. Mangiavano cotechino, aringa, acciughe, una spuntino ipercalorico, che invitava a bere e a fumarsi quintali di sigarette. Proprietario del negozio era un suo amico d’infanzia, anche lui anarchico. A queste merende partecipava qualche glorioso vecchio che nonostante le purghe si vantava di non aver mai preso la tessera del Fascio, e un medico, ma lui solo nei giorni che non faceva ambulatorio. Quando nel negozio arrivava la clientela a fare la spesa il gruppo, ormai eccitato dal vino, si disperdeva per il paese. Gli anziani formavano dei capannelli a ridosso dei loggiati della piazza, sostando nelle vicinanze delle bacheche dove i partiti esponevano i loro commenti politici su qualche seduta del Consiglio Comunale, invece Eugenio, prima di recarsi alla Casa del Popolo, si fermava al bar Spiaggia. Beveva un vin santo, poi un altro e un altro ancora, e argomentava delle sue teorie con chi gli dava spago, eccitato e pieno di discorsi contro un certo conformismo di provincia che sentivo anche mie. Fu il barista a dirmi che scriveva poesie, e che aveva militato fin dal dopo guerra prima nella FGCI e poi nel PCI. Lo ascoltavo incantato, perché nei suoi ragionamenti trovavo un approccio che sembrava libero da ogni condizionamento, e poi riusciva sempre a tenere sullo stesso piano la vita concreta di ogni giorno con le idee più astratte, capaci di aprire lo spazio all’infinito. Non avevo ancora letto le poesie, ma nei suoi ragionamenti trovavo un legame con la musica rock che mi faceva sentire diverso non solo dai miei genitori, ma anche da molti della mia generazione. La musica che sentivo come per liberarmi di un peso ero sicuro che Eugenio non l’avrebbe mai capita, per questo, piuttosto che parlarne, preferivo ascoltare le sue critiche alla politica del partito Comunista, fatte in un bar dove tutti lo lasciavano parlare. In quei suoi ragionamenti ispirati dalle bevute il paese diventava diverso dal come lo avevo sempre guardato, si trasformava in un qualcosa di strano dove almeno con la testa realizzavo il mio bisogno di fuggire. In quell’oretta che stavo al bar, mentre gli amici cercavano d’imbroccare una ragazza passeggiando sotto i loggiati della piazza, provavo davvero l’impressione di essermi trasferito a vivere altrove. Lo ascoltavo portare quei suoi esempi che sfidavano le convenzioni, poi s’infilava in un vortice di spiegazioni su strategie e programmi troppo articolati per la mia età, distanti anni luce da quei messaggi scorgevo nei linguaggi del rock che cercavo di trasmettere con Musica in Piazza, un giornale autoprodotto in forma ciclostilata che distribuivo in occasione di qualche concerto. Ancora non avevo la ben che minima idea di mettermi a scrivere dei racconti, mi bastava ascoltare musica e fare quel foglio di cultura alternativa con alcuni amici pittori che collaboravano per la parte grafica.

Ci siamo persi di vista per circa un anno e mezzo perché avevo seguito la transumanza degli amici che dopo un certo periodo scelsero un altro bar dove incontrarsi. Si usava fare così nel mio giro di conoscenze, ogni tot mesi cambiare luogo di ritrovo, quasi fosse una reazione naturale contro le abitudini. Non ero convinto di questa cosa, ma li seguivo per il bisogno di stare a parlare anche con gente della mia età.

Lo ritrovai all’ospedale del mio paese, nel 1974, durante il periodo che facevo il servizio militare presso la caserma del Genio Pionieri, alla Cecchignola. Verso la fine di settembre, tornando a casa con un permesso di 48 ore, mi ero fatto ricoverare sperando in una convalescenza. La città militare della Cecchignola si trovava nella campagna romana e durante la libera uscita prendevo la metropolitana e raggiungevo il centro di Roma dove frequentavo il Folk Studio e altri locali alternativi di Trastevere che per entrare era obbligatorio iscriversi. In quel periodo mi sono preso anche un’ubriacatura di concerti rock. Memorabile è stato quello di Frank Zappa, e poi dal 20 al 24 settembre, prima di ottenere il permesso di 48 ore, avevo partecipato al Festival Pop di Villa Pamphili, dove suonavano dei gruppi di cui possedevo i dischi ma che non avevo ancora ascoltato dal vivo: il Banco del Mutuo Soccorso, i Perigeo, gli Amazing Blondel, i Soft Machine. Stavo vivendo delle esperienze bellissime, però c’era la vita di caserma, le sue regole mi mandavano fuori di testa, non le sopportavo proprio. Per reagire compravo dei libri alle bancherelle dell’usato che si trovavano tra la Stazione Termini e Piazza Esedra. Li leggevo in caserma, aspettando il momento della libera uscita, per oppormi in qualche modo all’ossessione di quelle giornate oziose che non passavano mai. È qui che ho trovato una vecchia edizione de Il Sempione strizza l’occhio al Fréjus di Elio Vittorini e ho capito che potevo scrivere. Ricordo che lessi il libro almeno tre volte, che poi, non contento, trascrissi tutto il romanzo su di un paio di quaderni. Quel lasciare fuori campo l’azione e privilegiare il dialogo mi sembrava uno strano modo di mettere il lettore in condizione di capire cosa c’era dietro, cosa muovesse il tutto. Ero rimasto talmente affascinato che volevo quel libro mi entrasse dentro. Un po’ come accadeva con il lavoro di decoratore che avevo imparato alla bottega di un artigiano prima di partire per il militare, che consisteva nel rifare sempre le stesse operazioni per raggiungere l’armonia di un certo automatismo anche con il tuo corpo. Ho iniziato così a scrivere le mie prime cose, partendo da dei dialoghi che si limitavano a parlare senza seguire una trama, come se fossero stati fermati nella sospensione di uno scatto fotografico.

Per giustificare il ricovero in ospedale avevo dichiarato una forte infiammazione gastrica che influiva sul sistema nervoso, ormai vicino a collassare. L’obiettivo era farsi trasferire da qui al reparto neurologico dell’ospedale militare San Gallo di Firenze, per cercare di essere riformato con l’articolo ventinove, un tentativo che l’anno prima aveva sperimentato con successo un amico pittore. Quando fui ricoverato d’urgenza in ospedale, da alcune settimane Eugenio aveva subito il taglio della gamba buona che a forza di bere e fumare era andata in cancrena. Vivendo da solo adesso stava trascorrendo la convalescenza in ospedale, aspettando che si liberasse un posto per essere trasferito alla Casa di Riposo. In quei dieci giorni di degenza abbiamo parlato molto. Gli ho confessato che mi era presa una voglia matta di scrivere delle storie e lui mi ha fatto leggere alcune poesie scritte dopo l’operazione. Fui sincero, per me forse era solo un modo per combattere lo sconforto del servizio militare, ma intanto ci trovavo gusto. Lui mi guardava ridendo seduto sul letto, con il moncone di gamba nascosta sotto il lenzuolo e l’altra, poliomielitica, fragile come quella di un bambino, esposta all’aria. “Fai bene”, mi disse, “se ti aiuta a sbarcare il lunario”. Per lui almeno era stato così, passato il momento in cui rischiava di morire, aveva trovato la forza di volontà per reagire tornando a scrivere in versi come faceva da giovane. Nella sua vita aveva composto poesie a periodi alterni, seguendo il bisogno di sincerità che gli nasceva dentro. Il suo silenzio poetico si protraeva dal 1954, e adesso lo interrompeva con una dozzina di liriche battute a macchina che mi regalò in fogli sciolti. Ne riproduco qui un paio.

DOLORE E SOGNO
Come in un rito Maja
mi posaste
su un verde letto di pietra
verdi le vesti
verde il grembiule
verde, verde, verde.
Bisturi: - non sentii una parola.
Scesi in un sonno
che fu dolore e sogno,
pensieri
mi portarono lontano
un quaderno chiazzato di sangue
mi trovai fra le mani
una dietro l’altra
voltavo pagine di dolore.
Da una mi apparve un volto di donna;
il tuo Emma.
L’arcobaleno dei tuoi occhi
rideva al mio volto;
la tua mano strinse la mia
storpie
le mie gambe camminarono
al vento
i tuoi capelli cotonati
mi portavano leggero
così
senza stampelle
senza giannetta
libero come mai
sudando
di stupore e di gioia ti seguii
creatura Eva
su passi nuovi e campi sconfinati.
Era il tempo dei maggesi
segnò
i miei ultimi passi
il frinire della cicala.
La tua mano Emma
asciugò il sudore
di questo sogno impossibile.
Mi tornò tra le mani
il quaderno chiazzato di sangue,
tu evanescente uscisti
come luna all’alba;
io sfogliai ancora
pagine di dolore.
Riposto il bisturi – era
compiuto il rito
abbandonai
il verde letto di pietra
svegliando me stesso
in una camera d’ospedale
rientrai in questo mondo;
ci sarà anche per me
un posto per amare.
Sul letto bianco d’ospedale – rividi
il primo sorriso di un infermiere,
alzai le lenzuola e sottrassi
due meno uno: - uno
mi mancava una gamba.
Ma la vita continua.
Se è necessario
la scaleremo con le mani.
 
LA MORTE
È stata la sentenza
in camice bianco
- metastasi!
Su questo letto
mi danza intorno
un cancro galoppante
dalle mille teste
cavallo di lutto
si srotola nel sangue
a spaccarmi la cellula.
– CANCRO – dilagante
vicinissima nebbia
mi saturi l’anima
al palato
mi leghi la lingua
per non dire
una parola;
di questa terra
non saranno gli occhi
a guardare
l’alba più lunga.
Cancro
– io ti vinco!
mi impicco e ti uccido
di me
qualche parola
resterà
sulla bocca dei figli.

Quelle dodici poesie le leggevo ogni giorno, anche declamandole agli amici che venivano a trovarmi, che poi chiedevano di conoscerlo. Intorno al suo letto era un via vai di persone anche lontano dagli orari delle visite, perché quei versi ormai circolavano tra i medici e gli infermieri dei vari reparti ospedalieri, che quando avevano un momento libero si fermavano a parlare. Se non leggevo stavo sempre a discutere con lui di qualche argomento che mi premeva conoscere la sua opinione. Nonostante l’aria del reparto sapesse sempre di chiuso, stranamente non sentivo nessun disturbo alla testa. Sembrava di essere in villeggiatura.

Dopo quei dieci giorni fui dimesso con una cartella clinica con la quale dovevo presentarmi all’ospedale militare per avere la convalescenza. Me ne andai in un modo molto triste, nella notte tra il sabato e la domenica fummo svegliati dalle sirene dell’ambulanza acutizzate dall’eco che si creava nel cortile dove si trovava il pronto soccorso. Le infermiere e i medici del turno di notte erano agitati perché l’ambulanza aveva trasportato d’urgenza un bambino di dieci anni che giocando con il fucile da caccia del padre era stato colpito al volto e adesso in sala operatoria stavano tentando di salvarlo. Passammo tutti una notte agitata, pazienti, medici, infermieri. Io giravo nel corridoio del reparto, a volte andavo da Eugenio, a volte parlavo con gli altri pazienti, a volte mi fermavo nella stanza dove gli infermieri di altri reparti si affacciavano per avere o dare gli ultimi aggiornamenti. Il bambino non ce l’ha fatta, è morto all’alba, dopo che i chirurghi avevano fatto l’impossibile per salvarlo. Mi ricordo che alcune infermiere essendo mamme piangevano come se fosse stato il loro figlio. Nel reparto c’era una cappa di angosciante tristezza, adesso nessuno aveva più voglia di parlare. Io che non avevo nessun malanno vivevo una forte tensione a trovarmi lì, mi sentivo in colpa per stare insieme a chi stava male per davvero e che spesso moriva. Cominciai a pensare che le mie preoccupazioni mentali, rispetto a quanto era accaduto quella notte, fossero assurde. Che diritto avevo di fingermi malato? Nessuno. Così finii per sentirmi come uno stronzo che si preoccupa di trovare solo al modo di star meglio nella vita, e ci prova con qualsiasi mezzo. Mi convinsi che ero un privilegiato di merda, anche se i miei scopi non avevano influito sull’atroce morte di un bambino. Quando il lunedì mattina fui dimesso provai davvero un forte sollievo.

 Dopo il militare ho mantenuto i contatti con Eugenio, anche perché era l’unica persona che conoscevo in paese che amava scrivere. La maggior parte dei miei amici ascoltava musica rock e alcuni dipingevano, alcuni si spacciavano per fotografi, ma nessuno di loro sembrava appassionarsi alla letteratura, nonostante insistessi a parlarne continuamente. Eugenio ha avuto per me un ruolo importante, anche se non voleva sentirsi definire poeta, oltre alle poesie scriveva lettere di denuncia molto interessanti, che inviava ai vari giornali di sinistra, di cui mi faceva partecipe informandomi sui motivi e la finalità. Le poesie le faceva circolare in fotocopie tra gli amici che andavano a fargli una visita alla Casa di Riposo per anziani dove lo avevano trasferito nella primavera del 1976, spesso le stampava componendo dei collage con i ritagli di giornale, dove sovrapponeva al suo testo foto, titoli di articoli, riuscendo così a creare una certa armonia, impattante anche a livello visivo. Forse non ne era consapevole, ma quei volantini rispondevano a un bisogno eversivo di condizionare la mente del lettore sul significato stesso che per lui aveva la poesia.

Solo con lui riuscivo a parlare delle mie ambizioni di scrittore. Era amico di Davide Lajolo, allora direttore di Giorni, che anch’io sapevo chi era perché avevo letto la sua biografia di Cesare Pavese. Eugenio era in contatto con lui dai tempi della FGCI, quando aveva partecipato giovanissimo a un concorso con lui membro della giuria, risultando vincitore nella sezione poesia, mentre Renzo Vespignani in quella di pittura. Negli ultimi anni aveva cominciato una fitta corrispondenza perché Davide Lajolo era stato colpito da infarto. Su questa esperienza scrisse anche il libro Veder la vita dalla parte delle radici, con il quale ha vinto il Premio Viareggio del 1977. Dopo la mutilazione della gamba incancrenita Eugenio era entrato in una profonda crisi, dalla quale voleva uscire a tutti i costi. Sotto Natale, prima di scrivere a Lajolo, mi chiese se avevo un racconto pronto da allegare alla lettera, così avremmo sentito anche la sua opinione. Gli diedi il racconto. A gennaio del 1977, una sera telefonò a casa per informarmi che Lajolo gli aveva risposto scrivendo anche del mio racconto. La sera stessa sono andato con Sabrina alla Casa di Riposo e lui, ridendo, con il fiasco di vino già mezzo vuoto sopra il comodino, mi passò una fotocopia della lettera.
– Leggi qua, amico mio… Cara Sabrina, qui si fa sul serio… Abbiamo per le mani un talento di razza! – disse ridendo, prima di servirsi da bere.
Sabrina sorrideva divertita, mentre leggevo la lettera che poi le passai.

Milano, 11 gennaio 1977
Caro Centini,
ho ricevuto la tua lettera con il racconto di Angelo Australi.
Prima di tutto voglio congratularmi con te per i successi che ottieni per la tua salute. I momenti neri sono passati ed è molto importante. Mi rendo benissimo conto delle tue sofferenze perché ho provato sulla mia pelle i segni dell’infarto e lentamente con molta fatica sono riuscito a vincere e ti assicuro che non è stato facile.
Angelo Australi scrive bene. I pensieri sono veloci e il racconto è fresco e divertente. Per la copia arretrata o la fotocopia della tua poesia dovresti inoltrare la richiesta all’Unione Donne Italiane (Via Bagutta, 12 – Milano). Noi come giornale non abbiamo molti contatti con Noi Donne.
Aspetto le tue poesie.
Per ora tanti auguri e tanti saluti,
                                                                              Davide Lajolo

Mi convinse ad inviare anche qualcosa direttamente, per prenderci contatto. Insieme alla lettera ho allegato un altro racconto, ad aprile lui rispose.

Milano, 6 aprile 1977
Caro Australi,
ho letto il tuo racconto e per quanto mi riguarda, posso dirti che è veramente interessante.
Ti consiglio di continuare. Quando ne hai scritti un po’, magari relativi alla vita, alla gente del tuo paese, mandameli e cercherò di farteli pubblicare.
“Qualcosa come una storia di Ernesto” dovrebbe essere un po’ corretto. Ci sono alcune ripetizioni, alcuni periodi troppo lunghi.
Il titolo va benissimo.
Appena sei pronto fammi sapere qualcosa.
Cari saluti,
                                                                              Davide Lajolo

La prima conferma sul mio lavoro di scrittore era venuta grazie a Eugenio Centini. Quello del 1977 fu un aprile magico prima di tutto perché io e Sabrina ci siamo sposati, e poi quel Qualcosa come una storia di Ernesto si è trasformato in un libro che nel 1980 sono riuscito a pubblicare con il titolo di Roscio, grazie all’interessamento di Vincenzo Guerrazzi.

Da allora all’anno in cui è morto, il 1988, sono sempre stato in contatto con lui e posso dire che non ha mai smesso di meravigliarci. Un paio di volte l’anno organizzavo dei pranzi per gli amici a casa mia, con lui a capotavola, con accanto la bottiglia del vino. Negli anni ‘Ottanta, in una serie di strutture annesse alla Casa di Riposo, si era inventato una piccolo laboratorio dove produceva in modo artigianale profumi, sciampi, bagno schiuma. Noi amici siamo stati le sue cavie, ma l’assurdo è che quei prodotti erano di ottima qualità e riusciva a venderne alcuni anche per corrispondenza. Sembrava qualcosa di folle eppure c’era riuscito, a scalare la sua vita con le mani, realizzando proprio quel desiderio che aveva in testa da molti anni. Non so dove trovasse tutta quella forza di volontà. Nel 1980, per un po’ di anni aveva frequentato l’officina INAIL di Vigorso di Budrio per adattarsi a comminare con la gamba artificiale che gli era stata costruita. Ricordo che per perdere peso aveva smesso di fumare e di bere. Prima di fumare, poi di bere. Ma l’esperimento della gamba non aveva funzionato, malgrado il nostro incoraggiamento ad insistere e la sua grande forza di volontà, dopo un annetto la protesi cominciai a vederla appoggiata in un angolo della sua cameretta, nascosta dietro il comodino. Nonostante la passione del fare cosmetici scriveva ancora delle poesie, alcune le passai a Giovanni Garancini perché le pubblicasse sulla rivista Abiti-Lavoro, dove usciranno nell’autunno inverno 1983-1984.

Negli ultimi tempi si era procurato una carrozzina elettrica, con la quale si recava in paese a incontrare i suoi vecchi amici. Uscendo sotto le feste di Natale lo aveva sorpreso un forte temporale, l’acqua gelida e la rigidità della temperatura invernale lo fecero ammalare di una polmonite che lo distrusse in poco più di una settimana. Il giorno della sua morte, il 18 gennaio 1988, saputo che gli avrebbero fatto il funerale religioso, contattai subito due amici ai quali ero molto legato e che lo frequentavano. Giuliano Bisuschi e Pier Giovanni Decembri. Anche se nell’ultimo anno alla Casa di Riposo stava frequentando molte persone impegnate in associazioni del volontariato cattolico, mi dispiaceva non fare almeno un tentativo per convincerli sul funerale civile, perché credevo fosse questo che lui avrebbe preferito come ultimo gesto di saluto. Andammo insieme a parlare con alcuni di loro, che furono irremovibili sulla forma di cerimonia.
– Ma Eugenio è ateo da una vita! – gli urlai in faccia, non riuscendo a controllare il disappunto.
– Sì, è vero – mi risposero, – ma di recente si era anche avvicinato alla fede. Facciamo passare un po’ di tempo, così prepariamo un’iniziativa in suo ricordo, tutti insieme.
Uscimmo da quell’incontro decisi di non partecipare al suo funerale. Eravamo arrabbiati, io più di tutti. Ci fermammo in un bar per il caffè, e con la calma ritrovata presi una decisione di cui informai gli amici.
– Io non mi rassegno – dissi in modo concitato. – Va bene, domani vado al funerale perché è giusto andare a salutare Eugenio, ma ho intenzione di fare un libro con tutte le sue poesie, se mi aiutate sono sicuro di farcela. Questo sarà il nostro modo di ringraziarlo un’ultima volta.

A maggio usciva Dolore e sogno, una raccolta con tutte le poesie di Eugenio Centini. Me le aveva procurate Giuliano Bisuschi, che in mancanza di parenti prossimi si stava prendendo cura dei suoi beni, almeno in un primo momento. Le poesie si trovavano in alcune cartelline apparentemente suddivise per periodi, ma con all’interno di ognuna tanto materiale da studiare, per dare un senso cronologicamente corretto al suo lavoro.
Presi i contatti con la tipografia Sartimagi per avere dei preventivi su come realizzare il libro partendo da un’idea che avevo in testa. Conoscevo bene il proprietario, dal quale andavo ogni volta che dovevo rilegare le pagine dattiloscritte dei miei racconti. Insieme alle poesie avrei inserito delle fotografie recuperate dal suo archivio. Ci lavoravo di notte, dopo che Egle e Sabrina se ne andavano a dormire distribuivo tutto il materiale sul tavolo di cucina cominciando a fare tanti mucchietti affiancati a foto dello stesso periodo. Allora abitavo in un palazzo che si trovava sulla circonvallazione del paese, mi ricordo che alle quattro, dopo l’ultimo movimento dei turnisti alla Pirelli, c’era un’oretta in cui la notte sembrava raggiungere il suo culmine, in giro non si sentiva un’auto e il silenzio sembrava sprofondare in un sospeso nulla che anticipava l’alba. Io ero stanco, a volte preoccupato di essermi messo a fare una cosa che non stava nelle mie possibilità. Presto il paese si sarebbe svegliato, ma per il momento c’era solo la luce della mia cucina accesa sulla notte, mentre la luna riversava il suo bagliore in una striscia dietro la fila di villette a schiera che aveva finito per modificare il profilo di alcune colline che si trovavano a ridosso del centro storico. Una luce più forte di quella del lampione seminascosto tra gli alberi. Scrissi una breve premessa che condivisi con Pier Giovanni Decembri e Giuliano Bisuschi, e la firmammo con gli amici.
A maggio il libro era già stampato, in una tiratura di cinquecento copie numerate che esaurimmo nel giro di pochi mesi. Ne vendemmo più di un centinaio durante la presentazione che con il Circolo Letterario Semmelweis organizzammo presso la Biblioteca Marsilio Ficino di Figline Valdarno, in una sala stracolma di persone ricordammo il nostro amico insieme ad Alberta Bigagli e Giovanni Garancini. Rimasi impressionato dal numero di persone, nell’immensa sala che aveva una capienza di oltre un centinaio di posti, molte di loro erano in piedi, appoggiate alle pareti colme di libri. Era una cosa che faceva commuovere, perché mi rendevo finalmente conto di quante fossero le persone con le quali Eugenio fosse entrato in contatto. Dopo aver pagato la tipografia avanzarono dei soldi che in parte utilizzammo per fare una cena in suo onore, in parte devolvemmo in beneficienza a quelle stesse associazioni che avevano contrastato la nostra volontà di celebrare il suo funerale in forma civile.

                                                                                   dicembre 2021

APPARATI

BREVE NOTA BIOGRAFICA

Eugenio Centini, 1928 – 1988, è una pagina della storia di Figline Valdarno, la pagina di quella storia fatta da gente comune che trova nei contatti affettivi la forza di andare avanti. Malato di poliomielite fin dall’infanzia, perde il padre all’età di undici anni. Lo scontro con la crudezza della vita sembra inevitabile già da quel trapasso così critico dall’infanzia all’adolescenza. Nel 1946 si iscrive al PCI. Il periodo che va dal 1946 al 1966 lo vede direttamente impegnato in politica. Nel 1966 esce dal PCI, e nel 1967 muore sua madre. Da qui all’amputazione della gamba destra, nel 1974, causata da disturbi di circolazione che hanno portato alla cancrena, Eugenio Centini attraverserà un periodo in discesa verso il precipizio dell’annullamento. Il 1974, anno dell’operazione, è il punto di massima disperazione, ma anche di rinascita, lo testimoniano le poesie scritte all’Ospedale Serristori di Figline Valdarno. Nel 1976 Eugenio si trasferisce alla casa di Riposo L. Martelli di Figline Valdarno, dove resterà fino al giorno della sua morte. Dalla casa di riposo scriverà ancora poesie, ma soprattutto inizierà una nuova attività dedicandosi alla produzione di cosmetici, che era stato un suo desiderio da sempre.

Le 47 poesie che compongono Dolore e sogno sono state trovate nell’archivio di Eugenio Centini, in una busta di cellofan legata con degli elastici. Tranne alcune parole aggiunte a mano, le poesie originali sono dattiloscritte e appaiono in quella versione definitiva che lui stesso fotocopiava per farle circolare.

Oltre ad un volumetto con dodici poesie dall’ospedale, stampato in copia unica per farne dono all’infermiera dell’Ospedale Serristori Daniela Grigioni e illustrato dai disegni di Lorenzo Bonechi (il libro è stato riprodotto in una tiratura di 50 esemplari numerati da Gabriele Bonechi nel 2018, in occasione del trentennale della sua morte), l’unico libro di poesie di Eugenio Centini è Dolore e sogno, pubblicato nel maggio del 1988 dagli amici del Circolo Letterario Semmelweis, nella collana La parola come segno di identità. Le sue poesie sono apparse su molti giornali e riviste, che è corretto citare: Pattuglia, La Voce Aretina, Noi donne. Figline Democratica, Abiti e Lavoro, La voce dell’anziano, l’Unità.

POST SCRIPTUM

Ci sono un paio di poesie scritte da Eugenio Centini nel 1980, quando si trovava all’Officina INAIL di Vigorso di Budrio, che io sento molto diverse dalle altre. Poesie che si muovono con pensieri singoli, trattenuti da spaziature che fanno pensare ad un ritmo musicale. Non so se questo fosse il suo modo di lavorare prima di raggiungere una certa forma lirica tipicamente poetica, una specie di brogliaccio dove fissare le immagini. Anzi, forse è proprio così, anche se a me piace credere che in questi appunti lui avvertisse il bisogno di trovare un nuovo modo di scrivere, forse più libero. Questo è consolidato dal fatto che ne esistono sono due, raccolte sotto il titolo di – Momenti scritti alla poesia, pensieri –

I
Avete stuprato questa terra e le nostre anime – ci fate pagare il sole – un grappolo di sole – sono i tempi dell’impossibile – sei l’universo e mi hai incantato, sei il cielo e la terra, l’acqua e il fuoco – io cammino con loro – sennò dopo l’amore non ha volo, non morire dentro, la riva ci attende – sul piatto del colonialismo – i riflussi storici –sei tenera come il pane di primo forno – nascere, vivere, crescere: morire – non piangere sul domani – sei la mia isola – la morte di un bambino l’ultimo fiore del mondo – non è più l’antilope di un tempo – il mio corpo è stato territorio di conquista – si era seccato la rosa – accendiamo delle lampade spente per far luce su un passato già morto – eri un fiume e la sua riva – coperto di una pietra profumata – bastava un bacio – c’era una vita da vivere – in vasi d’argilla si mantiene la speranza – odoravi d’amore e d’erba – alari per caminetti – treppiede – pentolo di coccio – orcio – dal giardino di gesso della mia solitudine filtravo calda la tua parola, camminavo dentro i tuoi passi.

II
Innocenti giocavamo nel vicolo fra carretti e la sala per fiaschi – in un piatto immaginario – a tavola c’è già posto per il figlio che attendiamo tutti i giorni – tessuto di ricordi, come l’albratos, fisso, in permanenza nel cielo meravigliato ti guardo, tessuto di ricordi – urlo in silenzio per non sentirmi – meravigliato lascio la prima orma sul tuo cuore – ti fiorivano i seni, fra gli aromi densi di cucina quieto sbocciava un sorriso sul rinascimento del tuo volto – cara balia ti penso in paradiso assieme a mia madre – volevamo inventare il futuro, si accartoccia la foglia sulla vite, cade a marcire per rinascere – transumanza, trattura – aiutami a sognare – sembrava l’eternità fu soltanto un attimo – infuocati struggenti tramonti profumano del tuo corpo di donna – la bellezza non è che un poema alla felicità – commosso uditore la catena del rosario legava la famiglia – e poi un giorno ci accorgemmo che eravamo cresciuti – fiducioso esilarò le meraviglie della vita – il grande cielo non è uguale per tutti – siamo figli dell’arco e della freccia – fermentava come il pane la sua pancia – le rivoluzioni si fanno nascere ma non si fanno vivere – resta solo una calda sera ovattata di sogni – negli itinerari segnati dall’uomo – cavalcando 

Piazza Fontana

PiazzaFontana #strategiadellatensione #12dicembre

Con questo primo video prende le mosse la mia nuova serie dedicata alla strage di Piazza Fontana. In sei episodi cercherò di portare alla luce gli aspetti ancora oscuri e inediti della vicenda, attraverso l’analisi comparata delle testimonianze che i protagonisti dell’epoca ci hanno lasciato all’interno di diari, memorie e articoli di giornale. Insieme scopriremo come il dossier Piazza Fontana sia tutt’altro che chiuso.

«Sconfitti» di Corrado Stajano. Dialogo con mia sorella

NOTE DI FINE ESTATE (7)

di Donato Salzarulo

«Siamo sconfitti. Siamo stati sconfitti. Siamo figli di padri sconfitti…» insisto, sconsolato, una mattina con mia sorella, tra un sorso e l’altro del caffè, che abitualmente mi offre. Caffè con un pezzetto di cioccolato fondente all’ottantacinque per cento.
Da oltre due anni è diventato un rito. Da quando il 17 febbraio del 2019 è morto Ledo, il marito. Una brutta caduta su uno scoglio. Il 26 gennaio dello stesso anno per una malattia rarissima era morto Peppino, nostro fratello. Assorbire due travi cadute in testa così, in meno di un mese, una dopo l’altra, non è facile. Così ci facciamo compagnia. Ogni mattina, verso le 11, vado a trovarla.

«Come siamo stati sconfitti?!…La nostra condizione materiale non è quella dei nostri genitori. Abbiamo case, pensioni…Certo, non siamo dei ricchi. Ma chi se ne frega dei ricchi…»
«Ma tu cosa volevi in gioventù?… Per cosa hai lottato e votato per tanti anni?… Volevi una società in cui un padrone un giorno può svegliarsi e licenziare centinaia di lavoratori con una email?… In cui un pluricondannato amico di mafiosi può diventare presidente della Repubblica?… Volevi un’Europa in cui dei poveracci trascorrono le notti all’addiaccio e dei bambini muoiono assiderati?….»
«Chiaro che no!…»
«E allora? Come dobbiamo vivere tutto ciò. Sono fatti che ci riguardano o no?…»
«Certo che ci riguardano…»
«Ma come?… Astrattamente o concretamente?…»
«Concretamente…»
«Si, però, non riusciamo a fare niente… Non facciamo niente noi e non riescono a fare niente neanche i nostri giovani, che, nel miglior dei casi, sono dei cattolici solidaristi senza andare in chiesa, nel peggiore seguono il programma renziano della “rottamazione” e ci considerano prigionieri di una gabbia novecentesca (comunista)…»
«Mica tutti i giovani!…»
«Ci mancherebbe!… Ci sono gli ambientalisti, i seguaci di Greta Thunberg e, per fortuna, c’è pure qualche gruppetto interessato alla storia del movimento operaio e della sinistra, ma la sensazione complessiva è d’impotenza…»
«È vero…C’è uno scollamento pazzesco, un’impotenza frustrante…È come se la dimensione collettiva non esistesse più…»

Parliamo e Tina fa avanti e indietro verso l’angolo cucina. Oggi c’è un profumo di minestrone. Altre volte di arrosto o di vitello tonnato. Anche se spesso a mezzogiorno pranza da sola, ha deciso che non deve arrangiarsi. Ogni giorno deve preparare qualcosa da mangiare. In verità cucina anche per Elisa, la sua unica figlia, e il marito Carlo. “I miei ragazzi”, lei dice.
«È questo l’assurdo…La NOSTRA dimensione collettiva non esiste più…Ma quella della destra sì…Ed è pure fastidiosa, onnipresente…Ad esempio, sostenere che “ogni persona deve pensare soltanto ai fatti suoi” è di destra; così come è di destra sostenere che “la politica fa schifo e i politici sono tutti disonesti”…Oppure è di destra ridurre la politica al rapporto tra il Capo – o leader, come si ama dire adesso – e la sua massa…Dal momento che questi comportamenti si diffondono e diventano “senso comune”, inevitabilmente la sinistra perde e si diffonde un clima collettivo di sfiducia reciproca, di menefreghismo, di delega al Capo… Come se una persona, fosse pure la più intelligente e virtuosa di questo mondo, potesse risolvere tutto…»
«Fratello mio, hai ragione. Da anni ci ripetiamo questi pensieri. Ma non riusciamo a prendere in mano il bandolo della matassa, lo “gliuommero”, come lo chiamavamo nel nostro dialetto e come lo chiamava pure Gadda, si è ingarbugliato e non so come se ne possa venire a capo…»
«Neanche io lo so, ma la situazione mi fa incazzare…Mi fanno incazzare soprattutto i Miei, quelli che dovrebbero essere dalla nostra parte…»
«A chi ti riferisci?…»
«Ovviamente a nessun uomo o donna del centrodestra che fanno il loro gioco politico…Neanche a Renzi… Come tu sai, non ho mai condiviso il suo pensiero e le sue proposte… Non l’avrei mai votato, probabilmente neppure sotto tortura. Non mi riferisco neanche ad Enrico Letta e ad altri cattolici democratici; così come non mi riferisco ai seguaci (non craxiani) del glorioso PSI o agli eredi di “Giustizia e Libertà”.  Mi riferisco a quella galassia di uomini e donne allevata nel PCI o cresciuta nell’area della “sinistra rivoluzionaria”. Capisco che molti sono diventati vecchietti come me, ma domando: “Non sentite i vostri padri e le vostre madri rivoltarsi nelle tombe?…Non vengono di notte a turbare i vostri sonni?”…Io, certe notti mi sveglio di soprassalto e vedo il fantasma di mio padre che mi interroga: “Chi fuor li maggior tui?”… »
«Non esagerare!…Nostro padre che ti fa la domanda che Farinata rivolge a Dante!.. Nostro padre non ha avuto la fortuna di studiare il X canto dell’Inferno… .»
«Lo so…Ma mio padre quella domanda l’avrebbe sicuramente fatta: Chi siiti? A chi appartiniiti?…Come si può pensare di riprendere in mano il bandolo della matassa senza dire chi sono i nostri padri e a quale “famiglia ideale” apparteniamo…»

Al piano di sopra squilla il telefono fisso. Mia sorella non risponde. Non ha voglia di fare su e giù per le scale per poi scoprire, nove volte su dieci, che è pubblicità tim-vodafone-enigas…Sempre qualcuno che ti propone un nuovo contratto…

«Dai, Donato, quando te ne vieni fuori con questi argomenti mi sembri un credente. Le persone oggi pensano a loro stesse, ai loro bisogni, alla loro realizzazione…»
«Sì, hai ragione…Qualche settimana fa ho comprato per curiosità il libro di Francesca Rigotti, una filosofa. Il titolo è: “L’era del singolo”. Impressionante. Era, addirittura!…»
«Hai visto!… Ho ragione io. Tu stai ancora al “Vangelo comunista” e vorresti che le persone mettessero al primo posto l’ideale…Ma oggi l’unica religione circolante è il benessere dell’individuo…Stai bbuone Rocche e stai bbuone tutta la Rocca…»

Il dialetto di mia sorella è simpaticissimo. Anche il mio. Non lo parliamo più granché. Il più delle volte ci esprimiamo in quest’italiano semi-televisivo. Ma quando un po’ di dialetto sgorga sulle nostre labbra, siamo felicissimi. Diventiamo più complici. Sentiamo la nostra infanzia che ritorna. In effetti, il proverbio citato è azzeccatissimo: “Rocco sta bene e pensa che stia bene tutta la Rocca”. Il paese, la città, la polis, insomma…

«Se è per questo, è anche peggio…Aspetta che apro Google e ti leggo cosa c’è scritto sulla copertina del libro di Rigotti…»
«Dai, apri e leggi…»
«Ecco: “Essere individui non basta più. Ognuno è singolo e dunque originale e speciale, alla ricerca della felicità su misura, personalizzata e non personale. E allora ogni singolo realizza un’opera d’arte unica e irripetibile: la propria vita.”»
«Ahahahah…»
«Perché ridi?…»
«Perché questi libri tu non dovresti leggerli. Il solo fatto che li compri, e magari li leggi, contribuisce a far credere alla filosofa Rigotti che esistono persone al mondo che si possono permettere “una felicità su misura” o che possono fare della propria vita “un’opera d’arte”…»
«Certo che ci sono…Lei pensa alla nuova classe media, quella che ha in mente la propria autorealizzazione, la qualità della vita, la cura del corpo, la palestra, il cibo bio, i viaggi, l’istruzione personalizzata, ecc…Anche noi siamo un po’ così…»
«Sì, è vero. Però noi non dimentichiamo i due milioni e mezzo di famiglie in povertà assoluta. Non dimentichiamo i disoccupati, chi va a raccogliere la frutta o i pomodori per noi, i fattorini in bicicletta o motorino che continuano a portare pizze a domicilio, gli emigrati al freddo sui confini della Polonia…Non dimentichiamo gli ultimi. È da questi che bisogna ripartire, da tutti quelli che ci hanno permesso di sopravvivere durante i lockdown…»
«Però, tu non pensi che se si diffondesse il “diritto alla singolarità” e diventasse legge, anche il povero emigrato ne potrebbe usufruire…»
«No. Non lo penso. Io non riesco a tenere più il conto di quanti siano oggi i diritti… Ma quanti di questi sono realmente “esigibili”?….»

Mia sorella è brava. Sa frenare le mie scorribande mentali. Non che lei non abbia gli occhi pieni di fantasie e di sogni. Ma è lì ogni giorno a fare i conti di quanto spende per questo e di quanto spende per quello. In tavola non deve mancare niente. Gli sprechi, però, non sono ammessi. Certe volte mi fa venire in mente mia madre coi suoi quaderni o i suoi fogli su cui scriveva cosa spendeva e come. Persone che conoscono quasi istintivamente la partita doppia.

«Hai ragione. Quindi, torniamo al discorso iniziale che siamo sconfitti…Il diritto al lavoro, all’istruzione, alla salute… si realizzano se c’è una forza organizzata che li pretende e li rende esigibili, come dici tu.»
«Certo che è così. È l’ABC. Ricordi la frase di “Lettera ad una professoressa”?…
”Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è politica. Sortirne da soli è avarizia”»
«Soprattutto perché ci sono dei problemi che si possono risolvere solo collettivamente. L’esempio ce l’abbiamo sotto gli occhi in questi giorni: come si fa a combattere un’epidemia se ogni persona rivendica la libertà di fare come crede?…»
«No!…Non ne parliamo!…Qui siamo all’assurdo. L’art. 32 della Costituzione è chiarissimo:
“La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge.”
Non capisco perché Governo e Parlamento non si assumono la responsabilità di fare una legge sulla vaccinazione obbligatoria.»

Mia sorella ha fatto la maestra per oltre quarant’anni. È laureata, ma la scuola elementare è stato il laboratorio della sua vita. Conosce benissimo la Costituzione e con le sue colleghe ha realizzato un sacco di progetti sui diritti dell’infanzia, delle donne, del cittadino…

«Ma perché hanno paura di apparire dittatori…Perché non vogliono assumersi la responsabilità delle loro azioni…Perché preferiscono “persuadere” piuttosto che “obbligare” o preferiscono obbligare dove “l’interesse della collettività” è evidente…Perché, pur essendo un governo di quasi tutti i partiti, i ceti dirigenti non sono più capaci di perseguire obiettivi collettivi  (meno che meno “nazionali”) se non strumentalizzando i problemi…Insomma, siamo al marasma, alla débâcle…Il mio timore è che, se alle prossime elezioni vince il centrodestra, la Meloni e il Salvini possano chiedere davvero i “pieni poteri”…Un po’ come ha fatto il loro amico Orbán. E immagina se diventa Presidente della Repubblica lo “statista” di Arcore!… Sorella mia, ho gli incubi!…»
«Dai, non esagerare! Coltiva un po’ più di fiducia nel popolo italiano…»
«Ma io ho fiducia…Il problema è che ho letto “Psicologia delle masse e analisi dell’Io” di Freud e “Studi sull’autorità e la famiglia” di Horkheimer e altri…»
«Troppi libri!…»
«Dai, non fare anche tu l’anti-intellettuale!… Non ti si addice. Poi anche tu leggi tanto…In questi giorni sei tutta immersa nelle cronache di Ilda Boccassini…Comunque, gli incubi non ce li ho soltanto io. Ce li ha, ad esempio, anche Corrado Stajano, uno scrittore e giornalista democratico. Non mi risulta, infatti, che volesse costruire il partito rivoluzionario come noi. Tuttavia, alla veneranda età di 91 anni, ha sentito il dovere di scrivere un libro intitolato, guarda caso, “Sconfitti”.  L’ha pubblicato a settembre con il Saggiatore. Ce l’ho qui con me. Volevo fartelo vedere. Proprio su questo punto scrive:
“Gli italiani hanno sempre bisogno di piazze e di Cesari vestiti in ogni foggia da applaudire festanti, vogliosi di essere rassicurati e possibilmente esauditi nei propri desideri. Con un duce che pensa a tutto e a tutti ed è in grado di risolvere anche i problemi di ognuno togliendogli il fastidio di pensare e di fare” (pag. 91)

Tina questo discorso lo conosce. Ha fatto anche degli esami all’Università. Sa che questa svalutazione, se non distruzione dei “corpi intermedi” (sindacati, partiti, associazioni, sezioni, circoli, ecc.) è pericolosissima per la democrazia…Sa che la democrazia non può essere ridotta soltanto a una procedura di voto…
«Sì, ma cosa c’entra questo con gli incubi?… Questo tratto della psicologia di massa degli italiani l’avevi già detto anche prima. Mi sembra che tu volessi, invece, dire che Stajano fa dei brutti sogni…»
«Sì, è vero…Il suo libro comincia proprio col sogno di una donna sconosciuta, che tira un carretto di legno vuoto…È alta, secca, con indosso una tunica nera e il viso bianco come il gesso o la calce… »
«Beh, che dice ‘sta donna?…»
«Non dice nulla. È un tragico mimo, un fantasma.»
«Ma significherà pure qualcosa!…»
«Non lo so…È materia per analisti. Io ho un quadro, una scena davanti agli occhi e penso al “materno” di Stajano, alla sua Signora Morte che trascina un carro vuoto…Come se durante la sua vita non fosse riuscito a produrre ciò che avrebbe voluto produrre. Si sente uno sconfitto. Così come dovrebbero sentirsi sconfitti tutti coloro che hanno desiderato una società più giusta, un’Italia migliore e si sono dati da fare o hanno lottato in vari modi per realizzarla…I nostri giovani dovrebbero partire da questa consapevolezza. Perché, cavolo!, la sconfitta pesa anche su di loro…»
«In che senso?…»
«Ma come in che senso?!…I giovani disoccupati in Italia sono quasi al 30 per cento contro una media europea del 17, 6 per cento…Sono circa 350.000 i giovani che negli ultimi dieci anni sono emigrati all’estero. E si tratta per lo più di laureati e di persone qualificate…Non sono vaccari come nostro padre o operai e manovali…Non ti sembra una sconfitta questa? Che Paese è il nostro?… Spendiamo soldi per istruire e laureare migliaia di persone e le “regaliamo” poi all’Inghilterra, alla Germania o alla Francia?… Che ceti dirigenti abbiamo? E non mi riferisco solo a chi ci governa o sta in Parlamento…Ti sembra che la Confindustria pensi ai nostri giovani?… La nostra élite è composta per lo più di gente corrotta. Mentalmente corrotta. Come sostiene Stajano in una dei suoi capitoletti, noi siamo “il Paese dei corrotti”… Lu pesce puzza ra la capa…»
«Vero…L’abbiamo visto anche durante l’epidemia: soldi a tutti, contributi, aiuti, sussidi senza nessuna eccezione, compresi gli evasori senza ritegno…»
«Non parliamo poi della Lombardia…»
«Mamma mia!…A cominciare dalla vicenda dei camici di Fontana e famiglia…»
«Ecco cosa scrive Stajano:
“Grandi e piccoli industriali, commercianti all’ingrosso e al minuto, albergatori, ristoratori, tassisti, antiquari, professionisti, venditori di automobili, agricoltori, artigiani, organizzatori di crociere, viaggi, vacanze, chef più noti dei premi Nobel si son sentiti tutti in credito. Dovevano essere tutti risarciti, di getto. I questuanti, anche di solida ricchezza, già dimentichi di quel che era accaduto nei primi tempi del contagio, in marzo, quando numerose fabbriche, medie e piccole erano state lasciate aperte, chiedevano, premevano, volevano” (pag. 32)»
«Un quadro sociale perfetto…»
«Sì, è davvero un bel libro, ben scritto e ben costruito.»
«In sintesi?…»

Mi fa ridere mia sorella quando vorrebbe che riducessi più di duecento pagine a un discorsetto di pochi minuti. Anch’io tante volte faccio così. Facevo così anche con mio padre o mia madre. Ma’ stringi!…Forse tutti, più o meno consapevolmente, portiamo dentro di noi i “tempi televisivi”, le dichiarazioni di trenta secondi, di un minuto o, al massimo, di due…
«Dai!… L’unica sintesi possibile è quella dell’Indice…»
«Allora, leggimi quest’Indice…»
«Nella prima parte si parla dell’oggi, dell’epidemia in corso; nella terza si ritorna a questa fossa dei serpenti con la bottiglia della speranza finale.
Nella seconda parte è ricapitolata la storia del Novecento, quella che per quasi tutta la seconda metà del secolo abbiamo vissuto anche noi.
È il corpo centrale del libro ed è organizzato in nove stazioni della nostra via crucis storica:

1.-“Pacem in terris”. Che succede dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943? Domenico Nesi, attendente del generale Stajano, siciliano di Noto e padre di Corrado, ha fortuna e riesce a tornare a casa dalla campagna di Russia; ma molti, compreso il padre dell’autore, finiscono nei lager nazisti: «Più di mezzo milione di uomini, esclusi gli ufficiali, furono messi a lavorare, operai senza pane, schiavi nell’industria pesante…» (pag. 55).
Poi c’è la “serena letizia” della Liberazione. Ma dura poco.
“Non nacque, come si sperava la nuova società ispirata ai principi di libertà e giustizia. La rovina provocata dal fascismo, il Paese ridotto in frantumi, il sangue ancora rappreso di migliaia e migliaia di uomini caduti nelle guerre del regime presto dimenticati
Sono tornati da remote caligini
i fantasmi della vergogna
scrisse anni dopo in una sua famosa epigrafe pubblicata sul Ponte Piero Calamandrei.” (pag. 58)

2.- “Nuto” (Revelli: “il grande scrittore di vite perdute, il cantore dei vinti della ritirata di Russia, il valoroso comandante partigiano”), Nella biografia di quest’uomo e nei libri che ha scritto c’è una buona parte della storia da scolpire nella propria mente. Quando i liberali nostrani sparano addosso alla Resistenza sanno cosa fu l’8 settembre in questo nostro sciagurato Paese? Eccolo, nelle parole di Nuto Revelli, sottotenente degli alpini, uscito dall’Accademia militare di Modena e partito per la campagna di Russia il 21 luglio 1942:
“La delusione più grossa della mia vita è che dopo la guerra partigiana, soprattutto, le cose non siano cambiate molto, che viviamo in una società sbagliata, che le lezioni tremende subite in quegli anni siano servite a poco e niente. Mi sconvolge di rabbia il pensiero che chi ci amministra ricordi a malapena che abbiamo avuto un 8 settembre 1943. A parlarne ti dicono che sei un disfattista e non capiscono che dovremmo commemorarla nelle scuole, la data dell’armistizio. Io ce li ho sempre negli occhi, quei giorni, lo Stato che va a ramengo, i fili del telefono rotti, le caserme abbandonate, gli ordini da mentecatti, tutto che si disfaceva, mentre pochi tedeschi conquistavano intere città. Ero ufficiale di carriera, allora: ho visto un’armata sfasciarsi, colonnelli e generali che si mettevano in borghese, scappavano, ho visto tutti quelli che avevano un posto di responsabilità nascondersi, finire nelle tane, gente che fino al giorno prima era inavvicinabile, mostri sacri. Ho visto un colonnello requisire un camion, il 10 settembre, per salvare novanta vasetti dei suoi fiori. Ho visto crollare un mondo, insomma. In fondo al pozzo, in fondo al pozzo eravamo finiti. E chi ne ha tenuto conto in questi trent’anni?” (pag. 66-67)
Chi si riempie la bocca di “patria”, dovrebbe avere l’onestà di riconoscere che la Resistenza ha salvato l’onore degli italiani…»

«Fratello, calmati!…Cosa hai? Ti sei acceso?…»
«Ma no!…È che ha ragione Revelli. Se, invece, di celebrare il 25 aprile, avessimo commemorato nelle scuole l’8 settembre, avremmo fatto meglio. Avremmo ricordato annualmente ai nostri giovani in che mani erano finiti i nostri padri. Gentaglia incuranti di ogni morale politica e professionale. Trasformisti incalliti…»
«Erano finiti?… O siamo finiti?…»
«Siamo finiti…Hai ragione…Il trasformismo e il cinismo sono una costante delle “classi superiori d’Italia”, come le chiamava Leopardi. Stajano cita il Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli italiani…»
«È una tara?…»
«Non so se sia una tara. So che a tanti non appare spregevole il detto “O Franza o Spagna purché se magna”…»
«Riprendiamo Stajano…Come va avanti?…»
«Con la stazione tre: “La chitarra della memoria”. Si tratta di un pezzo di storia patria attraverso le canzoni politiche che tante volte abbiamo cantato: “Per i morti di Reggio Emilia”, e quella famosa di Paolo Pietrangeli scomparso in questi giorni…»
«Contessa?..»
«Sì, esattamente Contessa»
«Compaaagni dai caaampi e daallee officiiine…»
«Andiamo avanti…La quarta stazione è “l’Italia dei preti”, con gli “arditi della fede” e le nostre “tonache nere”…
”Sono differenti le piazze del dopoguerra. Più casalinghe, più vereconde. Come una messa cantata. Sono differenti anche i Maharajah, i capibastone, i centurioni. Nel vestire soprattutto. Indossavano la camicia nera, ora indossano la tonaca nera lunga fino ai piedi. L’Italia dei preti, l’Italia di Pio XII, dei comitati civici, dei Cristi sanguinanti, delle Madonne pellegrine piangenti, del “Mondo migliore”, di padre Lombardi – il “microfono di Dio”- , dei baschi verdi, i ragazzi dell’Azione Cattolica, le truppe. I fascisti impugnavano i pugnali, i nuovi leader – ma non si chiamavano ancora così – il crocifisso, il breviario.”  (pag. 92).

La quinta stazione è dedicata al “boom che, dal 1958 al 1963, “ringalluzzì l’Italia marcando la rottura con un tragico passato”.  Simboli: il mosquito (“Una bicicletta con un minuscolo motorino dietro la sella, sopra la ruota posteriore”) che fu il piccolo padre della Vespa (“la regina panciuta”) e poi la Lambretta (“dal nome del fiumiciattolo milanese”), ma fu la Seicento a esaudire i sogni degli italiani, poi il jukebox, la lavatrice, il frigorifero, la tv…la Mina, l’addio all’Albero degli zoccoli (“Gli occupati in agricoltura sono più di 8 milioni, ancora nel 1954, meno di 5 milioni dieci anni dopo”), i padroncini…Ma “il boom ha una vita breve, non esplode come può far pensare il suo nome. Evapora”. Il miracolo va in frantumi.»
«Questa è l’Italia della nostra infanzia e fanciullezza. Al massimo della nostra adolescenza…Ma in casa nostra la tv e gli elettrodomestici arrivano anni dopo, quando emigriamo…»
«Certo, le ultime stazioni, però, le abbiamo vissute da giovani, partecipi coscienti e politicamente alfabetizzati. Sono in ordine:” Piazza Fontana”,  la “Morte di un generale” (Carlo Alberto dalla Chiesa), “Falcone”, e, infine, “Lo statista”, il signore che vuole diventare il nostro Presidente della Repubblica…»
«Ma sei ossessionato da questa possibilità…»
«Per me è scandaloso il solo fatto di averlo pensato…Leggi le pagine 184 e 185 di questo libro e dimmi se una persona condannata a quattro anni di reclusione per falso in bilancio, frode fiscale, appropriazione indebita; una condanna passata in giudicato e scontata mediante l’affidamento ai servizi sociali in un ricovero per anziani di Cesano Boscone; dimmi se una persona che è protagonista di una lunga catena di processi conclusasi con la prescrizione che, come dovrebbero sapere tutti, estingue il reato, ma non assolve; dimmi se può diventare Presidente della Repubblica…»
«Hai ragione, ma…»
«Ho ragione un fico secco. Non vorrei aver ragione. Vorrei aver torto. Ma è possibile che uno scrittore e giornalista come Stajano debba arrivare alla sua ragguardevole età e scrivere un libro amaro come questo? È possibile che, fatta un po’ eccezione per Il fatto quotidiano e Il Manifesto, non vi siano più giornali in Italia capaci di dire vero al vero?…»
«Purtroppo anche su questo hai ragione. I mass-media oggi vivono soltanto di pubblicità e marketing…Sono diventati strumenti del commercio sottoculturale…»
«Questa verità o qualcosa di simile l’ho sentita dire anche a Papa Francesco…»
«Capisci perché molti alla fine si affidano a Sua Santità?…»
«Certo! Meglio Sua Eminenza che Sua Emittenza…»

Sulla parete di fronte è attaccato al muro l’orologio costruito da Ledo con le punte delle forchette piegate o slargate. Ricavò l’idea da Munari. Ma quasi tutti gli arredi di questa cucina sono stati costruiti da lui: dal tavolo al divanetto, dalla mensola al mobiletto porta-televisore. Non era un falegname. Era un meccanico con l’hobby del fai da te…
“È una casa piena di ricordi” dice mia sorella. E la capisco.
Anche la Storia, quella con la maiuscola, è un po’ così. Stajano lo sa. E vorrebbe che i ricordi del sanguinante Novecento diventino vivi; si trasformino in sangue, sguardo, gesto; aiutino ad approfondire fatti e sentimenti, a confrontare passato e presente…
Ci riesce? Io penso di sì. Ma io non faccio testo. Farebbero testo migliaia di giovani e meno giovani se lo leggessero, se lo regalassero o lo ricevessero in regalo per Natale, se inviassero all’illustre scrittore e giornalista questo semplice messaggio: «Grazie, ho ricevuto la sua bottiglia della speranza.»

 

 

 

In mare aperto: tra revisioni e revisionismo

NOTE DI FINE ESTATE (6)

Questo contributo è  già stato pubblicato sul numero  8 cartaceo di Poliscritture dedicato al tema dei revisionismi nel dicembre 2011 (scaricabile da qui). Mi sembra utile ripubblicarlo perché è, in qualche modo, in continuazione col mio discorso sul padre (qui). [D. S.]

di Donato Salzarulo

1 – Dopo il Sessantotto, per buona parte degli anni Settanta, sono stato impegnato, insieme ad altri, in una militanza politica che aveva per obiettivo la costruzione di un partito comunista rivoluzionario; condizione soggettiva necessaria per tentare un cambiamento radicale del sistema proprietario capitalistico, che per sue “leggi di funzionamento” manifesta ciclicamente crisi economico-sociali più o meno profonde e strutturali. Un partito rivoluzionario dovrebbe approfittare di queste crisi per porre all’ordine del giorno la costruzione di nuovi assetti e rapporti sociali.

Il compito prevedeva, tra l’altro, il superamento della galassia dei gruppuscoli rivoluzionari, nati col Sessantotto o preesistenti ad esso, ed una battaglia politico-culturale serrata contro il PCI revisionista, gradualista, riformista e opportunista. Esso si arenò e fallì alla fine degli anni Settanta. Perché?

Bisognerebbe tornare a scavare in quegli anni per comprenderne le ragioni. In fondo quel decennio non fu segnato solo da terrorismo, Brigate Rosse e P38. La mia, ad esempio, è la storia di un giovane ventenne che, pur staccandosi dal PCI, non poteva dimenticare quanto questo partito fosse stato importante nella storia di suo padre. Contadino povero e semi-analfabeta dell’Irpinia, aveva trascorso tre mesi nelle patrie galere per aver partecipato al movimento d’occupazione delle terre nei primi anni Cinquanta. E le persone che l’avevano difeso si chiamavano Ingrao, Napolitano, Amendola.

La costruzione del partito comunista rivoluzionario comportava una battaglia quasi continua con mio padre. Non c’era pranzo domenicale – allora il sottoscritto era già sposato e aveva una sua famiglia – che non si tramutasse in confronti accesi e scontri verbali – a volte anche con pugni battuti sul tavolo – sul ruolo e la natura del PCI. Secondo me era revisionista, non difendeva più i lavoratori, non aveva più nel suo programma la rivoluzione e la costruzione di una società socialista. Secondo mio padre ero fuori di testa; indebolendo il partito, indebolivo i lavoratori; non capivo quanto erano costate le loro pur modeste conquiste, ecc. E, infine, domanda cruciale: «Facciamo finta che tu e i tuoi amici abbiate ragione, chi mi assicura che il partito rivoluzionario che volete costruire, non diventi revisionista, burocratizzato, opportunista come il PCI?…»

Nel breve periodo, la battaglia culturale in famiglia la vinsi io e negli anni seguenti mi trascinai mio padre in molte manifestazioni della sinistra rivoluzionaria. Nel giro di due decenni, però, ci ritrovammo ambedue sconfitti: io senza il partito rivoluzionario e mio padre senza la trincea del PCI. Oggi io e il suo fantasma siamo in mare aperto.

Perché dovrebbe interessarmi una discussione sul revisionismo o sui revisionismi?

  1. Per difendere il patrimonio di lotte e di conquiste di mio padre (e dei miei padri): la Resistenza e la Liberazione, la Costituzione democratica ed antifascista, lo Statuto dei Lavoratori, la Contrattazione nazionale, ecc.
  2. Per riaffermare la bontà e la giustezza degli intenti rivoluzionari miei e di quelli della mia generazione.
  3. Per tenere aperta una strada di lotta allo sfruttamento capitalistico (estrazione di plusvalore-pluslavoro) e di liberazione dall’oppressione e dalla disuguaglianza sostanziale caratteristiche delle nostre formazioni sociali.

Sono, lo capisco, petizioni di principio. Più simile ad un elenco di buone intenzioni o di affermazioni aprioristiche che proposizioni risultanti da complesse analisi storiche del presente e del passato. Non m’importa. Nessuno pensa, scrive, agisce, ingaggia battaglie politiche e culturali avendo tutto chiaro in testa. Mi interessa combattere il revisionismo che equipara partigiani e repubblichini di Salò, che nega i forni crematori per gli Ebrei e per gli Zingari, quello di chi vorrebbe cambiare la Costituzione italiana perché “sovietica” e “dirigista”, ecc. ecc. Mi interessa combattere il revisionismo di chi mette sullo stesso piano fascismo- nazismo e il tentativo (fallito) di costruire una società alternativa al capitalismo. Non so se ci sia un revisionismo “buono” e uno “cattivo”…Ma i revisionisti “buoni” chi sono? Gramsci, ad esempio, lo si può ritenere tale rispetto al pensiero di Marx? Direi di no. Per me è un “filosofo della prassi” che ha sviluppato in maniera originale e creativa diversi luoghi e aspetti di quel pensiero.

2. – Il decennio che mi vide impegnato nella costruzione del partito comunista rivoluzionario fu per me anche quello dell’apprendimento e dello studio del marxismo. Scrivo marxismo, ma so che non esiste un corpus teorico che possa definirsi tale. Ci sono i testi di Marx, quelli pubblicati mentre era in vita e quelli editi successivamente, spesso a distanza di decenni dalla sua morte. Ci sono i testi pubblicati insieme ad Engels. Insomma, un enorme work in progress studiato in oltre un secolo e mezzo da decine e decine di intrepreti (militanti rivoluzionari, politici, statisti, filosofi, economisti, storici, sociologi, ecc.). Giustamente Cristina Corradi intitola il suo libro «Storia dei marxismi in Italia» (La talpa libri, Il manifesto, 2005). Si potrebbe dire anche «Storia dei marxismi in Europa e nel mondo» e sicuramente non si sbaglierebbe.

Marx non è stato e non è un pensatore qualsiasi. Ispirandosi alle sue idee, sono stati costruiti partiti rivoluzionari, di opposizione e di governo su tutto il pianeta. Vi sono stati regimi guidati da partiti comunisti. Ancora oggi ve ne sono, quantunque realizzino politiche che non si comprende cosa abbiano a che fare con le sue idee e le sue aspirazioni. Ridurre Marx a uno “scienziato sociale”, all’inventore di concetti utili alla comprensione della storia (modo di produzione, rapporti sociali di produzione e riproduzione, capitale come rapporto sociale, plusvalore e pluslavoro, ecc. ecc.) significa far torto alle sue aspirazioni a sostituire le “armi della critica” con la “critica delle armi”. Pensatore sì, ma della prassi sociale, della volontà di trasformare il mondo. «La forza materiale deve essere abbattuta dalla forza materiale…Anche la teoria diviene una forza materiale non appena si impadronisce delle masse.» (Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico)

Ebbene, a sfogliare anche soltanto l’indice del libro citato di Cristina Corradi, ci si imbatte in nomi che a me dicono molto: Labriola, Gramsci, Della Volpe, Luporini, Colletti, Panzieri, Tronti, Timpanaro, Negri, Cacciari…Ho trascorso molte ore sui capitoli dei loro libri e sui loro articoli. Con quale profitto?

L’avventura cominciò a 16 anni, intorno al 1965. Cominciò sulle pagine di “Rinascita”, il settimanale del PCI destinato ai quadri di partito. Io non ero un quadro. Cercavo soltanto di uscire dai programmi scolastici, dalle proposte di studio dei professori. Un articolo di Della Volpe dovevo leggerlo, rileggerlo e rileggerlo. Dire che era oscuro è poco. Parlava un’altra lingua. Ma a quell’età si sfida il mondo. E potevano gli articoli di un professore universitario rappresentare ostacoli insuperabili per un giovane studente?…

Ne ricordo uno: «Dialectica in nuce». Già il titolo, scritto in lingua morta, nel latino appreso sui banchi di scuola, lanciava un preciso segno di distinzione. Poi, all’interno, nel tessuto delle proposizioni, tutto un fiorire di corsivi, di citazioni, di parentesi tonde e quadre, di idest, tertium e apriori, di tautòn-thateron e diairesis, di Widerspruch e Antithesis …La faccio breve: un tale gergo mi affascinava e provai persino ad usarlo in qualche tema scolastico. Risultato: il solito sette – i prof. tendono a dare a uno studente sempre lo stesso voto – con l’invito perentorio a scrivere «in modo meno bislacco».

Scimmiottature e aneddoti a parte, la sostanza di quell’articolo era che, per Della Volpe, Marx affrontava analisi storiche puntuali di contraddizioni che richiedevano una dialettica diversa da quella dell’Idea hegeliana, metafisica e metastorica. Per poter conoscere il mondo e rivoluzionarlo servivano astrazioni determinate (il corsivo in questo caso è d’obbligo) e non generiche «ipostasi», criticate già nell’opera giovanile del 1843, cioè nella marxiana «Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico». Giusto. E allora?…

Il punto dolente di queste mie letture non era rappresentato soltanto dal contagio di una scrittura gergale e bislacca, ma dal fatto che, letto l’articolo, non avevo con chi discuterlo e, soprattutto, non mi era chiaro in che rapporto veniva a trovarsi con le mie scelte di vita pratica e quotidiana. «Senza teoria rivoluzionaria non esiste movimento rivoluzionario». L’importanza della teoria era, quindi, indiscutibile, ma non riuscivo a togliermi di dosso la sensazione di studiare articoli marxisti così come studiavo paragrafi di manuali di storia, di letteratura, di filosofia o di matematica e scienze. In parte, in modo scolastico. Dico in parte, perché nessuno, per fortuna, mi interrogava sull’interpretazione dellavolpiana del pensiero di Marx!

Comunque, provai a discutere questi articoli nella locale sezione della FGCI di allora. Impossibile. Poi, grazie al cielo, diventai amico di Nicola Arminio, uno studente universitario più grande di sette o otto anni. Aveva in casa, addirittura, «Critica del gusto» e me la prestò. Insieme, tra il ’65 e il ’67, parlammo di Della Volpe, dei dibattiti suscitati dalle pubblicazioni di Louis Althusser («Per Marx» e l’opera collettiva «Leggere il Capitale»), del «Manifesto dei comunisti» e del saggio scritto in memoria da Labriola…Parlavamo più spesso di Gramsci. Era l’autore della “questione meridionale” e questa, più della dibattuta “rottura epistemologica” fra il giovane Marx ed Hegel, appariva come la nostra questione. Nicola aveva già trascorso dei periodi di lavoro in Germania. Anche il mio destino era segnato: mio nonno era emigrato per sei anni in America, mio padre per due o tre in Svizzera (senza contare i suoi nove anni in Etiopia), una città del Nord sicuramente attendeva me…E la prospettiva, in verità, neanche mi dispiaceva. Era grande in quegli anni la voglia di andare via dal paese.

3. – Quando arrivo a Torino, nell’autunno del 1967 e partecipo senza esitazioni all’occupazione di Palazzo Campana, ho in testa un compito preciso, volontariamente assunto e interiorizzato. Mi viene dal cofanetto Einaudi dei Quaderni del fondatore del PCI. È scritto negli «Appunti per una introduzione e un avviamento allo studio della filosofia e della storia della cultura»: tutti gli uomini sono «filosofi», sia pure in modo spontaneo e inconsapevole. Lo sono attraverso il linguaggio, il senso comune e il buon senso, il sistema di credenze, superstizioni, opinioni, modi di vedere rappresentati dalla religione popolare e dal folclore…Le “filosofie spontanee”, disgregate e occasionali, imposte meccanicamente «da uno dei tanti gruppi sociali nei quali ognuno è automaticamente coinvolto fin dalla sua entrata nel mondo cosciente», sono importanti, ma non possono bastare. Occorre superarle, elaborando «la propria concezione del mondo consapevolmente e criticamente e quindi, in connessione con tale lavorio del proprio cervello, scegliere la propria sfera di attività, partecipare attivamente alla produzione della storia del mondo, essere guida di se stessi e non già accettare passivamente e supinamente dall’esterno l’impronta alla propria personalità».

Compito chiaro, entusiasmante. C’è una citazione, tratta proprio da quelle pagine, che continuava ad accompagnarmi:

«Per la propria concezione del mondo si appartiene sempre a un determinato aggruppamento, e precisamente a quello di tutti gli elementi sociali che condividono uno stesso modo di pensare e di operare. Si è conformisti di un qualche conformismo, si è sempre uomini-massa o uomini-collettivi. La quistione è questa: di che tipo storico è il conformismo, l’uomo-massa di cui si fa parte? Quando la concezione del mondo non è critica e coerente ma occasionale e disgregata, si appartiene simultaneamente a una molteplicità di uomini-massa, la propria personalità è composta in modo bizzarro: si trovano in essa elementi dell’uomo delle caverne e principii della scienza più moderna e progredita, pregiudizi di tutte le fasi storiche passate grettamente localistiche e intuizioni di una filosofia avvenire quale sarà propria del genere umano unificato mondialmente. Criticare la propria concezione del mondo significa dunque renderla unitaria e coerente e innalzarla fino al punto cui è giunto il pensiero mondiale più progredito. Significa quindi criticare tutta la filosofia finora esistita, in quanto essa ha lasciato stratificazioni consolidate nella filosofia popolare. L’inizio dell’elaborazione critica è la coscienza di quello che è realmente, cioè un “conosci te stesso” come prodotto del processo storico finora svoltosi che ha lasciato in te stesso un’infinità di tracce accolte senza beneficio d’inventario. Occorre fare inizialmente un tale inventario.» (pag. 1376)

4. – Lavorio del proprio cervello. Cominciò in quegli anni e non è ancora finito. Dovevo dotarmi di una concezione del mondo organica, unitaria e coerente. Più facile a dirsi che a farsi. Dovevo innalzarla fino al punto in cui è giunto “il pensiero mondiale più progredito”. Ancora più difficile. Cos’era questo pensiero mondiale? Mi diventò subito evidente che non esisteva uno solo pensiero mondiale ma tante “scuole di pensiero” con professori, più o meno famosi, a tenere lezioni nelle Università dei vari Paesi e i loro allievi a seguirle per obbligo o per piacere. Esisteva un mercato editoriale che smerciava libri e riviste scritti da questi prof. Esistevano laboratori scientifici pubblici e privati. E chi ci lavorava dentro non era più un Galileo Galilei, un geniale artigiano del pensiero, ma un “lavoratore collettivo” composto da tanti ricercatori gerarchizzati in ruoli e funzioni e impegnati in programmi di ricerca tutt’altro che disinteressati. La scienza – questo avevo imparato nei controcorsi universitari – non era neutra. I soldi spesi per far camminare sulla Luna il primo bipede umano non soddisfacevano generici “bisogni di conoscenza”. La gara lunare tra gli Stati Uniti e l’allora Unione Sovietica era, in realtà, una guerra, sia pure fredda. Anche questa richiede e produce conoscenze. Furono i sovietici a lanciare in orbita il primo Sputnik ai primi di ottobre del 1957. Presi di contropiede, i gruppi dirigenti americani cercarono di correre subito ai ripari. La Conferenza di Woods Hole nel settembre del 1959 serviva anche a questo. Jerome S. Bruner ne ricavò un libro («Dopo Dewey. Il processo di apprendimento nelle due culture») che lessi e studiai per sostenere il mio primo esame di pedagogia. Per vincere una guerra, era necessario riformare il proprio sistema scolastico. La cultura è un campo di battaglia e fornisce armi agli attori in lotta. In lotta per cosa? Per l’egemonia, sosteneva il mio Gramsci. Egemonia, cioè consenso e coercizione. Era questo potere che permetteva ad alcuni di appropriarsi, più o meno, legittimamente di risorse economiche, sociali, istituzionali e ad altri (la maggioranza) di restare con un pugno di mosche in mano.

Quanto alle intuizioni della filosofia del futuro, quella “del genere umano unificato mondialmente”, ammessa la bontà dell’aspirazione, non vedevo grandi tracce, se non quelle depositate dai rapporti sociali capitalistici o implicite nelle varie Carte dell’ONU, dei Trattati commerciali internazionali, ecc. Sarebbe scaturita da questi “depositi” l’altra umanità? Da queste cristallizzazioni che tendevano a unificare il genere umano? E sarebbe scaturita dopo l’insurrezione, l’occupazione del Palazzo d’Inverno o nel qui ed ora del presente?

Ogni tanto provavo a fare l’inventario delle mie conoscenze. Il compito, soprattutto, agli inizi mi risultava anche relativamente facile. “Storia di lotte di classi”, “Egemonia”, “Rapporti di forza sociali”, “Campo ideologico”, “Società come totalità strutturata a dominante”, “Contraddizione e surdeterminazione”, “Anello debole”, “Sviluppo ineguale”… Tutti concetti interessanti, ma a chi andavo a raccontarli? Il problema si ripresentava.

A Rivoli ero ospite (pagante) di un Collegio (o qualcosa di simile) che formava pastori protestanti. Conobbi Pippo, un giovane di qualche anno più grande di me. Diventammo amici e si beccò tutte le critiche marxiane alla religione. Ovviamente si beccò anche tutti gli attacchi di Althusser all’umanesimo. Poi notai anche che il filosofo francese ce l’aveva con Gramsci, col suo storicismo e umanesimo. E qui i conti non mi tornavano. La storia è un processo senza soggetto, sosteneva.  Non lo sanno, ma lo fanno. E io, studente “contestatore”, che stavo lì a combattere l’autoritarismo professorale, che manifestavo per il Vietnam, io che desideravo l’impossibile, cos’ero? Un gattino cieco? Forse, è vero. Un movimento è un’azione collettiva, più o meno duratura. Ciò che effettivamente produrrà in una società, lo si potrà valutare dopo. In un movimento si entra in tanti. Le ragioni individuali e/o soggettive possono essere diverse. Conta il risultato. E però io partecipavo con entusiasmo all’occupazione di Palazzo Campana non solo per scrollarmi di dosso l’autoritarismo scolastico e sociale  – mio padre era comunista, ma picchiava come un fascista – , anche perché credevo di partecipare attivamente alla “produzione della storia” o, almeno, di un suo momento. Mi illudevo?…Gramsci ed Althusser nel mio cervello si misero a duellare. Chi aveva ragione? «Gramsci, Gramsci…» suggeriva una vocina interiore. Studiavo «Per Marx» e «Leggere il Capitale» perché era stato il rivoluzionario sardo a indicarmi il compito: impadronirsi di tutte le conoscenze prodotte dal “pensiero mondiale più progredito”… Compito immane, certo!,  che richiedeva un buon numero di vite. Però… Grande Gramsci e grande il mio desiderio di stargli dietro.

Nel decennio Sessantotto-Settantotto riempii diversi scaffali di libri marxisti, a partire dalle opere di Marx-Engels, di Lenin e di Mao. Contro i revisionisti, dovevo tornare al vero pensiero di Marx; un pensiero che mi sembrava vivo ed efficace. Oltre ai “Quaderni piacentini”, a “Critica marxista”, a “Politica ed economia” e a tanta pubblicistica gruppettara, comprai riviste come “Sapere”, “Le scienze”, ecc. per elaborare una mia concezione del mondo organica e coerente, fondata su principi scientifici e non sulle paure, le superstizioni e i fantasmi dell’uomo delle caverne. Anche se, devo dire, questo poveraccio non mi era poi del tutto antipatico.

Insomma, il lavorio del cervello andava avanti tra alti e bassi, luci ed ombre, certezze ed incertezze. La qualità dei marxismi appresi non si modificò. Continuò a soffrire di scolasticismo. Riunioni e riunioni: della Segreteria, del direttivo, dell’assemblea degli iscritti, degli organismi di massa. Manifestazioni quasi settimanali. Stesura, ciclostilatura e diffusione di volantini, da soli o insieme a quella (domenicale) del quotidiano. Lettura di documenti: della Direzione Nazionale, del Comitato Centrale, del Direttivo Regionale o Provinciale…Tutto per la costruzione del partito comunista rivoluzionario. Una frenetica scorpacciata di “politica al primo posto”. Ogni tanto qualche “gruppo di studio”. Ma se ti capitava di leggere «Calcolo economico e forme di proprietà» di Bettelheim o «Potere politico e classi sociali» di Poulantzas con chi potevi discuterli?…Al massimo, potevo scambiare qualche impressione con Ennio. Per il resto “intellettuale” era già diventato una parolaccia e “intellettualismo” il massimo della vergogna.

A fine anni Settanta, la crisi. Della costruzione del partito comunista rivoluzionario, del marxismo, della ragione, delle grandi narrazioni, della centralità operaia, ecc. ecc. Un diluvio. Perché? Per diversi motivi: una costellazione di cause, come in tutti i fenomeni storici. E si potrebbe star lì a discuterne per ore. Io ci metterei: la risposta dei capitalisti al ciclo di lotte operaie (ristrutturazione), lo stragismo e la scelta terroristica, l’incapacità di produrre teoria dei gruppi dirigenti della sinistra rivoluzionaria, l’affermarsi di nuovi bisogni e istanze sociali (il femminismo), il finanziamento di Fondazioni universitarie e para-universitarie da parte della CIA (o di chi volete voi: imprenditori, Rockefeller center, e via di seguito) per convincere l’universo-mondo che “lo Stato soffoca l’economia”, “privato è bello”, “i capi delle imprese pubbliche sono boiardi di Stato”, “il pensiero debole è meglio di quello forte”, “Heidegger ha visto più e meglio di Marx” ecc. Breve digressione: tiro in ballo degli slogan a casaccio. Ma il senso è chiaro: i fatti sociali non sempre si toccano con mano. Un licenziamento e la chiusura di una fabbrica si subiscono e si vedono, ma che uno “Stato soffochi l’economia” è una proposizione indimostrata e indimostrabile. Pura ideologia. La lotta per l’egemonia utilizza tutto e tutti: la scienza, la tecnica, la religione, l’ideologia, l’economia, gli apparati di Stato…È una lotta che va organizzata e finanziata. Il revisionismo storico è sicuramente il frutto di questa lotta.  Fine della digressione.

Risultato della crisi fine anni Settanta: oltre ai suicidi, alla “strage delle illusioni”, alla distruzione di una generazione con l’eroina, ci fu il cosiddetto “riflusso nel privato”. Ma io il virus della politica l’avevo contratto. Ridurmi al ruolo di buon padre di famiglia, neanche a pensarci. Tornare a compulsare le carte degli anni Settanta e destinarmi a un’esistenza silenziosa di studioso di testi marxisti continuava a fare a pugni con la mia vita quotidiana. In fondo, catturato dal compito della costruzione del partito comunista rivoluzionario, non avevo neanche terminato i miei studi universitari. È vero che avevo vinto subito, nel ‘71, il concorso da maestro e uno stipendio ce l’avevo; in casa, però, lavoravo da solo e, a fine mese, si faceva fatica ad arrivare. Esame di realtà. «Analisi concreta della situazione concreta». Ripresi gli studi e nei primi anni Ottanta aderii come indipendente al PCI.

Tra il 1967 e il ’68, venne pubblicato un libro di Lorenza Mazzetti: «Uccidere il padre e la madre». Era esattamente quello che avevo fatto. Da giovane, avevo “ucciso” mio padre, trovando dei “sostituti rivoluzionari”. Ora che i sostituti andavano in crisi o fallivano, tornavo, figliol prodigo, nella casa del padre. Mosso, probabilmente, da un inconscio complesso di colpa. Da rivoluzionario in lotta coi revisionisti a revisionista. Il percorso del gambero? Sì e no. Sì perché il tentativo di costruire un partito rivoluzionario era fallito e di fatti rifluivo insieme ad altri nella trincea da cui volevo uscire.  No, perché l’indipendenza nel PCI non è stata per me una foglia di fico. Primo, perché il PCI non era quel monolito stalinista di cui si ciancia. Secondo, perché potevo continuare a studiare liberamente il marxismo nella crisi e se la Democrazia Proletaria di allora o gli operaisti avessero prodotto idee e iniziative effettivamente coinvolgenti avrei potuto aderirvi. A Cologno in quegli anni tenemmo in piedi IPSILON, un “laboratorio di cultura critica” che organizzò diversi incontri e discussioni. Ad alcuni partecipò Costanzo Preve.

Anche dopo il crollo del Muro, dell’URSS e del PCI, ho continuato a leggere autori a cui Cristina Corradi dedica interi capitoli della sua «Storia dei marxismi in Italia»: Tronti, Negri, Losurdo, Bellofiore, La Grassa e Turchetto, il citato Preve, e via di seguito.

Letture, purtroppo, sempre parzialmente scolastiche. Che rapporto hanno le loro pagine con la mia vita quotidiana? Che posso farci se non mi convincono? Se non riescono ad esercitare egemonia sul mio pensiero? I problemi lasciati irrisolti dal “libro nero del comunismo” sono ancora lì: a) quello del partito rivoluzionario e del suo rapporto con la società, b) del cosa significa fare una rivoluzione nella nostra società e di quale strategia dotarsi, c) di come assicurare quella che Della Volpe chiamava la “legalità socialista” o, se si preferisce, la democrazia e la “libertà dei comunisti”…

Conosco la critica di Marx alla democrazia borghese: tutti siamo “cittadini” e “soggetti di diritto” e, quindi, formalmente eguali, ma il cittadino Berlusconi o Montezemolo lo sono di più. Infatti, hanno tante e tali risorse economiche che potrebbero comprare tutte le teste d’uovo che vogliono per organizzarsi, “scendere in campo” e difendere anche in Parlamento e nelle sedute del Consiglio dei Ministri i loro interessi. Possono fondare associazioni, orchestrare campagne di stampa e propaganda, realizzare iniziative politiche e sociali mirate a singoli pubblici, ecc. Tutto vero. E allora? Riproponiamo la “dittatura del proletariato” o la lotta per difendere e attuare la Costituzione? E ci organizziamo per l’uno o per l’altro fine?…

C’è chi sostiene che è tutto passato, che sono battaglie vecchie. Di un’altra epoca. Probabile. Quali sono quelle nuove? E in che rapporto sono con quelle vecchie? Se il nuovo lo portano certi personaggi, preferisco il vecchio…

Insomma, bisogna evitare la palude, ma siamo nel bel mezzo di un caos. La situazione è tutt’altro che eccellente.

Io e il fantasma di mio padre continuiamo la nostra deriva. In mare aperto.

8 settembre 2011

“La bisaccia del diavolo“

di Rita Simonitto

C’è un momento nell’arco della nostra vita in cui si ha l’impressione che le cose ci siano chiare o, per lo meno, che acquisiscano una loro configurazione certa e che tutto ciò potrebbe portarci di buon diritto ad esclamare “Eureka!”. E invece poi sembra ribaltarsi tutto e si re-inizia partendo da un riassetto diverso. Semprechè la realtà lo permetta.

Come gli esiti degli incroci della rosa Floribunda trovano il massimo splendore degli effetti di massa nelle giornate estive e il consenso estetico è unanime, così poi, ai primi rovesci temporaleschi, si ‘impappinano’ contaminando nella palta l’una rosa con l’altra, con un effetto a catena devastante. Brillantezza e profumo vengono sovrastati da un laidore diffuso.

Affacciato alla gotica porta-finestra dell’antico palazzetto romano, forse Don Bartolo stava pensando proprio a questi paradossali effetti di laboratorio, in quanto li vedeva palesati davanti ai suoi occhi, nel suo terrazzino che ospitava varie tipologie di rosa fra cui anche la Floribunda. La sua riflessione non riguardava però solo il tema della caducità delle cose o della loro trasformazione, bensì il doversi confrontare con delle incongruenze, e ciò gli richiamava alla mente l’espressione di suo nonno: “Chi ha pane non ha denti, chi ha denti non ha pane”. Ovvero la discrasia esistente tra il sogno e la realtà.

Ad esempio, che se ne faceva oggidì, a settantasei anni suonati, di questo appartamento che godeva di un certo prestigio e che sua zia Amalia gli aveva lasciato in eredità, chissà perché proprio a lui. Forse perché le idee di lui le conosceva benissimo o fors’anche perché lo sentiva una specie di risarcimento per aver sopito le idee sue, di lei, quando sposò il colonnello Jorge Alvarez, argentino, in Italia per chissà quale missione. Un amore travolgente divampato proprio in quell’appartamento che il focoso amante donò a sua moglie come regalo di nozze. E che lei, ritornando vedova in Italia, dopo la caduta dei colonnelli, riabitò per un certo tempo.

Quando si è soli è facile abbandonarsi ai ricordi quale unica compagnia. “Sì, sì, è proprio così”. Gli è che in questo modo siamo senza contraddittorio! Mentre questa particolarità è l’essenza della partecipazione e del contatto/contratto sociale! Altro che ‘isolamento’! Altro che ‘riscoprirete la vostra interiorità’, come venne propagandato per sostenere le chiusure domiciliari antipandemia… “così dopo ne usciremo migliori”! Bah!

L’osservazione pertinente, ma ininfluente, fece tirare su col naso Don Bartolo il quale, distaccatosi dalla rutilante porta finestra mosaicata, che non aveva voluto aprire e varcare per non vedere il disastro che trasudava dal silenzio di quel quartiere che era stato ricco di movimento, di vita, di storia, “ah, la Garbatella, Ah!” nonché di personaggi importanti che lo avevano reso famoso, rientrò, sfiorò appena appena il pianoforte e si afflosciò sul divano come un soufflé. …  ma che senso aveva ricordare ora?

Recitare Pasolini “Io sono una forza del passato./ Solo nella tradizione è il mio amore./Vengo dai ruderi, dalle chiese, /dalle pale d’altare, dai borghi  abbandonati “, sarebbe stato quantomeno anacronistico in questo dannato maggio 2020, visto che la tradizione (il nostro essere sociali, le nostre ‘chiese’, da intendersi come ‘ecclesia’, luogo di incontro) era stata sacrificata sugli altari di una scienza trasformatasi in ‘scientismo’ e pertanto volatile, umbratile, schiava di una politica diventata essa stessa politicismo? Come di-spiegare ai suoi studenti liceali, in DAD, nelle sue lezioni di filosofia a Siracusa, il senso di quanto diceva il filosofo Emanuele Severino: “un apparente illuminismo scientista, che non riconosce i limiti costitutivi della scienza naturale, sfocia sempre nel peggiore degli oscurantismi”?

E poi che risultati ne derivavano dallo stare alla finestra dei ricordi?

Conosceva quell’appartamento. Lo aveva utilizzato più volte come base per mantenere i contatti con amici e/o compagni che dal Nord si erano trasferiti nella Capitale immaginata come la Mecca dei sogni. Ma soprattutto per stare vicino a sua zia Amalia, per lenire in qualche modo la sua devastante vedovanza. Il fratello di lei, padre di Bartolomeo, la disconobbe. Non solo perché si vergognava del fatto che la sua sorella maggiore, all’età di 17 anni avesse deciso di fare la soubrette al Teatro Jovinelli di Roma, ma soprattutto perché si era sposata con un militare, un ‘colonnello’, rompendo clamorosamente con le tradizioni familiari. Infatti suo padre, quando nel 1953 morì J. Stalin, ebbe il coraggio di esporre sul balcone di casa in quel piccolo paese della provincia vicentina (dominata dallo scudo crociato) la bandiera rossa del PCI listata a lutto. Il fatto che lei, dopo aver seguito il marito in Argentina, e, a seguito della morte di lui – eliminato dalle faide interne alla dittatura di J. R. Videla -, fosse riuscita perigliosamente a ri-approdare sulle rive del Tevere, ciò non modificasse, salvo che per Bartolomeo, l’isolamento familiare, per Amalia non rappresentò certo una buona accoglienza in famiglia. D’altronde questo è il destino della proscrizione ideologica.

Ragion per cui non solo lei ri-approdò a quelle sponde, ma alcuni anni dopo una vedovanza etichettata come infamante da un pensiero ‘politicamente corretto’, decise di abbandonarsi proprio a quelle bionde acque gettandosi dal ponte Sublicio poco distante da quel nido d’amore che, nel bene e nel male, aveva dato un senso alla sua vita. L’ostracismo della sua famiglia, l’evitamento da parte del gruppo sociale, senza sapere se il colonnello Jorge fosse stato o meno implicato negli assassinȋ della giunta militare argentina, non l’aiutarono certo a superare la perdita di quella persona che aveva veramente amato e dalla quale era stata amata.

Come spesso accade, da quello sprofondamento sul divano, un ricordo tirò l’altro. Ecco vivida la scena in cui la zia si trascina tristemente per i corridoi e lui che, mettendosi al piano, grida “Zia Ami, senti questa!”

Che cosa gli fosse passato per la testa per mettersi a strimpellare il brano “Everybody Needs Somebody to Love ” dei Blues Brothers, non se lo seppe spiegare. Forse il messaggio era che ognuno ha bisogno di qualcuno da amare, e se non di qualcuno, almeno di un’idea?

Zia Amalia, nonostante stesse raggiungendo la ottantina, era ancora una bella donna, flessuosa nel suo portamento e il colore fulvo della sua capigliatura aveva ingannato il passare del tempo assumendo quelle striature chiaro-dorate che turbano l’osservatore quando, in autunno, raccoglie una foglia di platano dai colori variegati che non preludono alla fine ma a una nuova rappresentazione sulla scena della vita.

Così, accompagnata dalla musica, la zia si lancia in un ballo scatenato, degno del suo passato di soubrette, piroettando fra i mobili, mimando amplessi con i cuscini colorati e i copridivani di arredo… solo che dopo quella meravigliosa esibizione crolla di botto a terra in un pianto dirotto, disperato. Poi, davanti allo sguardo atterrito di Bartolomeo, si alza e corre a chiudersi in camera.

Il ricordo poi si sfuma nella mente di Don Bartolo ma non si cancella una domanda: perché, nonostante la tragicità di quei vissuti, l’orrore dei momenti passati, pur tuttavia permaneva in lui una idea di futuro mentre invece oggi, per quanto ci si possa sforzare, e lui ci prova, tutto sembra nebuloso?

Comunque adesso è a Roma e qualcuno deve pur incontrare!

Compone un numero: “Cristina?”

“Bart, sei tu? Ma te possino..! Che ce fai a Roma? Sei sgusciato dalle maglie dell’ultimo DPCM? Guarda che questa libertà dura poco! In Sicilia ce devi tornà! Sennò te c’arimanno io!”, conclude ridendo.

Quanto odiava essere chiamato “Bart”. Ma Cristina era così, decideva lei, faceva le domande e poi si dava le risposte. Eppoi era la sua cara amica, docente come lui al Liceo A. Pigafetta di Vicenza. Ne era sortito un sodalizio interessante dove le frizioni fra terra (il pragmatismo di Cristina) e cielo (l’inconoscibile che tormentava Bartolomeo) trovavano alla fine delle linee di compromesso. Almeno nelle loro animate diatribe verbali.

Poi Cristina si sposò con un politico che, diventato parlamentare, la trascinò a Roma. Bartolomeo invece si unì con una amica di Cristina, Susanna, detta Susy. La quale Susy, nella convinzione che bisognava fare esperienza di tutto (però senza fare tesoro di niente) si infatuò della antroposofia, a dirla tutta di uno dei suoi docenti steineriani, e diede il ben servito al ‘compassato’ Bart. Così fu che Bartolomeo decise di abbandonare il Nord e accettare una docenza al Sud, a Siracusa.

“Cristina, sì, sono a Roma. Devo definire ancora alcune pratiche per l’appartamento di zia. Che cosa fai questa sera? Ti va di andare, visto che adesso si può, alla Pizzeria Garbatella? Ce l’ho qui sotto casa!”.

“Tesoro, non posso. Mio marito è ancora reclutato agli ‘scranni’ e la Caramella ha fatto la sterilizzazione questa mattina… gli altri gatti/e la sentono come ‘strana’ e le soffiano per via che porta il collare autoprotettivo per non leccarsi il taglio….  per cui devo stare a casa. Magari ci sentiamo domani”

“O.K. O.K. Sì, certo. Va bene per domani”.

“Ciao Bart. A domani”

Sì, essere chiamato Bart gli dava fastidio, ma era sempre preferibile a quella eco di “Meo… meo… meo” cantilenato a scuola come un miagolio…: presa in giro a causa dell’epiteto vicentino di “magna gati”. D’ altronde la filastrocca parlava chiaro: “Venexiani, gran signori; Padovani, gran dotori; Vissentini, magna gati; Veronesi… tuti mati; Udinesi, castelani co i cognòmj de Furlani; Trevisani, pan e tripe; Rovigòti, baco e pipe; i Cremaschi fa coioni; i Bresàn, tàia cantoni; ghe n’é ncora de pì tristi… Bergamaschi brusacristi! E Belun? Póre Belun, te se proprio de nisun!”.

Certo, non gli piaceva nemmeno essere chiamato ‘Don Bartolo’, ma quella usanza sicula gli aveva dato meno fastidio. Era una specie di onorificenza!

In quel momento di disagio che lo frastorna, sente pressante il bisogno di ritornare al Bistrot 36, alla Garbatella, dove andava ogni tanto o con la zia oppure anche da solo, seduto davanti all’antico orologio tondo, che troneggiava sopra un vecchio menù incorniciato, e a lato la lunga fila di bicchieri posti sul ripiano dietro la mescita…

Riprende in mano il telefono.

 “Ehi ciao, Giorgio. Ti ho disturbato? Sono Bartolomeo  eo… eo.. eo…ti ricordi? Sono risalito dal profondo Sud! Come va?”

Il silenzio dall’altra parte non depone favorevolmente e il click del telefono chiuso è raggelante. Giorgio non ha fiatato. Eppure si sentiva che era lì…

Una volta, le motivazioni legate a quei silenzi pesanti erano ‘essenzialmente’ due: o eri un STR tu, oppure lo era la persona che ti stava tenendo sulle spine. Oggi si è aggiunto un altro fattore: il terrore del contatto, quello dell’attacco pandemico, dell’essere un untore in senso stretto o in senso lato, anche soltanto portando qualche pensiero non accreditato!

Ecco uno squillo … un segnale quasi allarmante visto che non ha avvisato nessuno della sua presenza a Roma. Invece è Ernesto che è stato allertato da Cristina!

“Ehilà. Non ci si può proprio liberare di te! Hai finito di pontificare con i tuoi ‘bla…bla’’ filosofici? Cristina diceva che il progetto era la Pizzeria Garbatella. Mi lasci sentire la disponibilità e poi ti richiamo?”

Pur essendosi laureato in Lingue e Letterature Straniere, Ernesto ha scelto di fare il tipografo, come se avesse bisogno di rispondere ad una ricerca di combaciamento: la versatilità delle varie lingue con la versatilità delle varie immagini tipografiche. Infatti la sua produzione è molto ricercata.

Alle 21.15 i due amici si trovano davanti alla Pizzeria. Ovviamente, non ci si può abbracciare, le regole anticovid lo vietano, ma i loro sguardi sono come viticchi che non possono che sciogliersi attraverso dolcissime parole scurrili: il loro codice linguistico!

All’interno della Pizzeria, l’Orologio sta sempre lì… che gliene frega a lui… se le ore passano, i tempi cambiano… mica è affare suo! Questo pensiero lascia correre un brivido lungo la schiena di Bartolomeo.

Le loro ordinazioni sono di routine: d’altronde non è per quello che si sono trovati lì. Tutti e due sembrano sovrastati dai ricordi di un passato ormai ininfluente che però li richiama ma a cui non vogliono lasciarsi andare.

Fa ancora chiaro a Roma a quell’ora, e questa luce particolare sembra gettare un certo movimento sui bicchieri esposti in bella fila davanti al bancone: “Ernesto, guarda!”.

Ernesto si gira e rimane incantato dal gioco di rimandi luci/ombre che l’andare avanti e indietro di Cesira e suo marito creano sullo sfondo a specchio. Poi sembra re-immergersi nella sua esperienza professionale, come se la sua mente incominciasse a viaggiare in territori sconosciuti ai più. Una libertà che, di sponda, attiva reminiscenze anche in Bartolomeo.

E’ il moment del “post prandium”, quando, gambe distese sotto il tavolo, si riassumerebbero le varie esperienze sia culinarie che emotive.

Ma i tempi tecnici, dettati sempre dall’ottemperanza alle regole del Covid, sono invece stretti e pertanto devono lasciare il loro tavolo. E se Ernesto si avvia verso l’uscita, il suo amico sembra bloccato alla sedia, paralizzato da rigurgiti di intolleranza intrecciati ai vissuti personali. La collera, cattiva consigliera, suggerisce a Bart che, se si può soccombere alla durezza dei fatti (la realtà esterna, così come è avvenuto per zia Amalia), non si può, né si deve invece soccombere davanti alla sovversione dei principi e alla loro manipolazione. La suggestione Orwelliana è ben presente dentro di lui. Ed è questo che tenta di spiegare ad Ernesto quando lo raggiunge fuori: questa la ragione per cui è rimasto paralizzato al tavolo, proprio per non esplodere.

Il ‘gherbino’ (ponentino) romano che accompagna i loro passi fuori dalla Pizzeria, pur galvanizzandoli, li tiene distanti. Ognuno incapsulato nei propri pensieri e che il fantasma del contagio, connesso ad un eventuale e desiderabile abbraccio, inibisce ancor di più.

Ernesto sembra, paradossalmente, essere il più inquieto tant’è che inciampa e starebbe per rovinare a terra se non venisse provvidenzialmente sorretto dall’amico.

Gli ‘sconnessi sanpietrini romani!’.

“Ehi, Bart, ti ricordi di Valle Giulia? Dai! Sì che c’eravamo! E’ stato emozionante, no? Ma poi non avevi scritto un articolo in appoggio alla poesia di Pasolini sui poliziotti e ti avevano trattato come si tratta un cane in Chiesa? Sì, forse stava iniziando una trasformazione generazionale e culturale già da allora! Meno male che io non avevo nessuna tessera e così potei prendere liberamente le tue difese! Ma me ne dissero lo stesso…”

“E tu adesso…?” Ma, vista la faccia cupa dell’amico, Ernesto si trattiene dal proseguire: sarebbe stata una domanda rischiosa o quantomeno inutile.

I cieli romani sono sempre imprevedibili e di punto in bianco si ‘sturbano’. Ora pare che si stia preparando un temporale e bisogna correre subito verso un riparo. Per fortuna l’auto di Ernesto non è molto distante e mentre i goccioloni compiono la loro danza di fine maggio, dentro l’abitacolo i due amici sembrano crollare sopraffatti dai loro pensieri.

Il tipografo sa di aver toccato un nervo scoperto di Bartolomeo: a suo tempo quelle situazioni politiche avevano creato forti discussioni tra loro due ma senza incrinarne la amicizia.

Nel silenzio che ingravida quello spazio ristretto, il lampo accecante che investe la vettura ha una potenzialità disvelatrice che Ernesto coglie al volo: gli appare davanti l’acquaforte n. 43 di Francisco Goya (1797) dal titolo “Il sonno della ragione genera mostri”.

Ma poi c’è un altro lampo dentro di lui che, in modo copernicano, rovescia la vulgata di quel titolo. Ovvero, quando la ‘Ragione’ occupa un posto non suo, è “in sonno” – vale a dire che non rispetta la differenza tra i registri del sogno e quelli dominati dai vincoli della logica -, non solo inibisce ogni forma sognante e creativa ma costringe il reale nella tenaglia assolutista del pensiero unico. Allora sì che si scatenano i mostri, non più controllati da niente e da nessuno. Il ‘Sogno’ (ed effettivamente Goya lo chiamò così) della Ragione di poter controllare tutto fa sì che si produca una aberrazione, in quanto viene millantato come reale – solo perché risponde ai canoni della ‘ragionevolezza’- ciò che invece è molto distante dal reale.

“Non ti sembra, Bart, che sia questo ciò a cui stiamo assistendo oggi? La Ragione deificata, timorosa della libertà individuali, ha cercato di omologare i nostri sogni, li ha vincolati al giogo della maggioranza (è la quantità che fa testo, non la qualità), ed è da questa costrizione che poi si scatenano i deliri?” E, a fare da insano contrappunto, la visceralità ostile ad ogni limite, ad ogni regola…libertà, libertà, libertà”

Come non convenirne…

Un altro lampo illumina quell’angusto spazio. La parola “libertà” attiva in Bartolomeo non solo fascinazioni letterarie sopite, ma anche intuizioni filosofiche svelatesi in tempi non sospetti. Preso dalla felicità per queste reminiscenze vorrebbe uscire dall’auto anche se la pioggia continua a cadere a secchiate. Vorrebbe saltare nelle pozzanghere ma… forse è meglio parlare … anche se ciò è più difficile.

Personalmente provava una idiosincrasia verso i ‘luoghi comuni’, queste ‘ostie consacrate dal mainstream che ti danno la benedizione: ‘evvai’ sul sicuro, sei dei nostri! Quanto gli stava sulle scatole la tanto abusata espressione di Martin Luther King: “La mia libertà finisce dove comincia la vostra”. Non perché non avesse un qualche fondamento, ma solo per l’uso spregiudicato che ne veniva fatto!

In quei cortocircuiti mentali che a volte accadono, veniamo infatti travolti dalla fascinosità dell’effetto che si gioca a partire proprio da una banale ovvietà che va a coprire una sostanza, la quale andrebbe invece indagata più in profondità. Vedi, ad esempio, il concetto di libertà (= fautori della “liberté, fraternité, égalité”, ça va sans dire) che, al pari della ‘democrazia’, sembra essere un ‘pass’ per essere accreditati nel Palazzo dei ‘migliori’ dei “saggi”.

Fuori la pioggia continua a picchiare senza sosta e ciò crea uno scenario surreale di tensione tra i ‘rumori’ esterni e quelli che vengono dal travaglio interno dei due amici.

Bartolomeo si decide a parlare: “Ernesto, ti sembrerà assurdo ciò che sto per dirti, ma, ti prego, ascoltami. Durante le vacanze natalizie dell’anno scorso ero tornato su dai miei, a Vicenza. In quei pochi giorni avevo vissuto non solo l’esperienza di essere quell’“Ospite inquietante” (forse anche per le vicende di zia Amalia), come argomentava F. Nietzsche, ma anche di sperimentare “in vivo” quella domanda da lui formulata ne “La Gaia Scienza”: “Che mai facemmo, a sciogliere questa terra dalla catena del suo sole?” (F. Nietzsche, La Gaia scienza, Milano, Adelphi, 1988, par. 125). Già. Che cosa avevamo fatto? Da QUALE ‘sole’ dovevamo distoglierci?

Così, chissà per quali imprevedibili associazioni mentali, mi venne in mente il racconto di F. Kafka “Davanti alla Legge”, la passività che contrassegnava il ‘contadino’ il quale, testardamente, rimaneva lì nell’attesa che finalmente i portoni della Legge si aprissero per lui e senza che lui dovesse fare niente.

Incominciarono a frullarmi idee per la testa in merito ad una visione oggi abbastanza generalizzata e cioè quella di poter accampare dei diritti a fronte di Legge e Libertà. Buttai giù uno schema per le prossime lezioni a scuola in cui avrei messo a confronto le intuizioni del filosofo e del letterato. Poi le restrizioni pandemiche modificarono tutto”.

I finestrini dell’auto erano così appannati che fu necessario aprirli anche a costo di far entrare la pioggia.

E la pioggia cadde dentro, incurante del fatto di bagnare tutto. Ma cadde anche un silenzio inquietante, come se ognuno di loro due avesse toccato qualche cosa di significativo, di importante. Ma nello stesso tempo si fosse giocato anche le sue ultime cartucce: pur nella convinzione della giustezza della battaglia, la battaglia era persa.

Infatti a chi avrebbero potuto raccontare che l’eccessivo razionalismo, o un falso “illuminismo scientista” che ‘costruisce’ una realtà fittizia che risponde solo ai criteri della credibilità ma non ha una visione progettuale, genera alla fine mostri? E che la libertà non è un diritto caduto dal cielo ed è inalienabile, bensì è l’esito non solo di una dolorosa conquista ma anche di una scelta altrettanto impegnativa?

E, soprattutto, che la scelta è sempre individuale? Ed è questa individualità che ci spaventa perché dobbiamo rispondere solo a noi stessi? Non abbiamo ‘supporter’!

Nel Racconto di J. Kafka, il ‘contadino’ insiste nel suo volere stare lì, convinto della giustezza del suo presupposto, perché la sua linea guida è agognare alla conoscenza (e chi lo potrebbe contraddire?), e a quel fine sacrifica tutto, immagina che la Legge debba essere lì per lui e che prima o poi la raggiungerà e molto dipenderà dalla benevolenza del Guardiano al quale affida la sua sorte. Ma Albert Einstein diceva: “Follia è ripetere sempre la stessa cosa aspettandosi risultati diversi”. E invece il ‘contadino’ ripete…ripete… incurante dei cambiamenti che pur è costretto ad osservare.

 Come scuotere le menti appiattite da quella corrente dominante che omologa i cervelli portandoli a pensare che solo nella uniformità e disconoscendo i conflitti legati alle differenze il mondo sarà migliore?

Quanta pazienza, quanta fiducia (e speranza), quanto tempo sarà necessario per far vedere che le bisacce del diavolo non contenevano monete sonanti ma solo foglie secche?

20.08.2021

Appunti  sulla storia di AO

di Ennio Abate

Meglio la malinconica consapevolezza di una sconfitta. Meglio la dignitosa riflessione di un intellettuale che contribuisce alla lotta con l’esperienza maturata in un’altra epoca.

(Fabrizio Billi e William Gambetta, Massimo Gorla una vita nella sinistra rivoluzionaria,  pag. 90, Centro Documentazione di Pistoia)

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Ancora sugli anni ’70

Discussioni a spizzichi e bocconi
Riprendo un articolo comparso sulla pagina Facebook di Lanfranco Caminiti (qui) e una selezione dei  commenti, tra i quali due miei. [E. A.]

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La barzelletta dei due frati

 di Angelo Australi

  

Quando l’ho incontrato mi trovavo in una strada poco frequentata del centro. È spuntato all’improvviso da dietro l’angolo di una casa con un folto giardino, mentre mi stavo avvicinando al punto dove inizia la passeggiata che faccio nelle mattinate di sole, ogni giorno sempre gli stessi diecimila passi (almeno questo dichiara lo smartphone), fatti in gran parte sugli argini del fiume, nel tratto non ancora asfaltato che attraversa la campagna. Volevo tirare di lungo, ma Ottorino sembrava avere una gran voglia di parlare. Continua la lettura di La barzelletta dei due frati