Smarrimenti

Narratorio  (da un appunto del 9 luglio 1980)

di Ennio Abate

Le strade? Ma sono fatte per smarrirsi. [Il prof] sotto sotto lo sapeva. E ce l’aveva forte il bisogno di smarrirsi. Da quando? Fin da ragazzo. Qualche precedente lo ricordava. Allora, per le strade che bazzicava, automobili quasi non ce n’erano. C’erano ancora le carrozzelle tirate da cavalli. E le filovie. Lentissime. Poteva smarrirsi solo a piedi. Da solo, per i vicoli della città di mare. Poteva essere un gioco. Si staccava temporaneamente dagli amici e cercava di spiare volti e corpi di gente mai vista. Rischiava poco. Prima o poi spuntava nelle strade che ormai conosceva bene.

Ma ora ripeteva quel gioco?

Ho imboccato l’autostrada per Venezia, invece di quella per Torino. Per sbaglio, avrebbe poi detto ai colleghi impegnati nella correzione dei compiti della maturità arrivando in ritardo. Calma navigazione un po’ spazientita loro. Agitazione da colpevole la sua.
Ma cosa aveva rischiato?
Scusi, come faccio adesso? Faccia il biglietto ed esca ad Agrate. E poi? Tornerà indietro. E poi, tornando indietro e accorgendosi che aveva sbagliato anche la strada, che – s’era subito immaginato – l’avrebbe riportato in fretta su quella giusta o abbastanza nota?

Balla no, se ha cominciato! Anche se non sapesse ballare. Esca a Pero, allora. E vada verso Milano. E adesso? Chieda per Corsico. E perda queste due ore a girare. Come un matto che non riconosce cosa sta facendo? Certo, non aveva deciso d’imparare a smarrirsi? Cosa vuole da noialtri? Ci dovremmo commuovere per il suo finto coraggio? O per il dubbio che adesso l’assale? Dovremmo capire a volo dal suo sguardo che ha bisogno di aiuto? E se l’aspetta ancora da noialtri? Ma in che mondo vive?

Un gioco. Sfarfallare di strade davanti a lui, che la cartina della città non l’usava mai. Non la portava neppure con sé in auto. Perché gli piaceva muoversi a naso. Un’indicazione minima quando partiva. Un’occhiata là ad un incrocio. Una domanda ad alta voce – rallentando e: scusi, sa dirmi… – a un vecchio che passeggiava col cane sul marciapiede. Giù sull’acceleratore in quel sottopassaggio. Brusca frenata al semaforo inatteso. Poi, però, di botto l’ansia lo prendeva. Perché si era sperduto davvero. Ma dove sono? Non riconosceva neppure uno squarcio di paesaggio già visto in viaggi precedenti. E sentiva il cervello che iniziava a paralizzarsi. E, quando s’accorgeva anche di aver sempre meno benzina? Sì, nel serbatoio, ma anche nel cervello. Dai, che torna il bambino che trattiene dentro la paura e non poggia più sulla roccia abituale.

Ma non potevi studiarti bene il percorso? Non potevi informarti con metodo prima di partire? Che fai? Che faccio? Aggrappati a quelli che ti capitano. A questo alto che ha una faccia fredda da delinquente o da poliziotto? A questo che mi sbriga laconico con un non saprei? A questa vecchietta svagata o intontita che neppure si gira? Insisti.

2 pensieri su “Smarrimenti

  1. “Non sapersi orientare in una città non vuol dire molto. Ma smarrirsi in essa, come si si smarrisce n una foresta, è una cosa tutta da imparare”. Walter Benjamin, “Infanzia berlinese”.

  2. “Una volta, mentre percorrevo in un assolato pomeriggio estivo le strade sconosciute e deserte di una cittadina italiana, capitai in un quartiere sul cui carattere non potevano esserci dubbi. Alle finestre delle casette non si vedevano che donne imbellettate, e mi affrettai a svoltare appena possibile abbandonando la stradina. Ma, dopo aver vagato senza meta per un bel po’, improvvisamente mi ritrovai nella medesima strada, dove la mia presenza cominciò ad attirare l’attenzione, e la mia rapida ritirata ebbe un’unica conseguenza: dopo qualche altro giro vizioso mi ritrovai per la terza volta nel medesimo luogo. A questo punto mi colse un sentimento che non posso definire altro che perturbante, e fui contento quando – rinunciando ad altri giri esplorativi – mi ritrovai nella piazza che avevo lasciato poco prima” (S. Freud, “Il perturbante”, !919).

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