Una rivoluzione mancata?

Riflessioni di un pacifista-nonviolento sulla lotta armata (1)

 di Lorenzo Galbiati

Il libro che mi ha più aiutato a “fare ordine” durante il mio studio della violenza politica (o rivoluzionaria?) in Italia è stato “Gli anni della lotta armata” di Davide Steccanella (Bietti, Nuova edizione ampliata, 2022)1.
Steccanella è un famoso avvocato milanese, che ha difeso lottarmatisti del calibro di Lauro Azzolini e Cesare Battisti. Amico di Barbara Balzerani e di Paolo Persichetti, nella sua bacheca Facebook ho letto molte discussioni significative, protagonisti alcuni ex militanti della lotta armata e molti ex compagni di quel movimento della sinistra extra-parlamentare che ha caratterizzato le manifestazioni di piazza degli anni Settanta. Suo è anche il libro “Milano e la violenza politica 1962-1986. La mappa dei luoghi della città e i luoghi della memoria” (Milieu, 2025)2.
Nel testo “Gli anni della lotta armata” Steccanella ripercorre anno per anno la storia dell’Italia dal 1969 fino al 1989, elencando in modo cronachistico e tendenzialmente asettico tutte le azioni armate compiute dalle varie formazioni della sinistra extraparlamentare. Nelle note di fine capitolo, cioè poste alla fine di ogni anno, approfondisce con descrizioni puntuali il ruolo avuto dalle varie organizzazioni armate e la biografia dei principali esponenti del lottarmatismo. Il capitolo finale “1990-2022 – Da un secolo all’altro” elenca gli ultimi vagiti della violenza politica italiana, arrivando fino al caso Cospito.
Da quest’ultimo capitolo possiamo desumere che la lotta armata, in Italia, riguarda soprattutto il ventennio 1970-1990. Non è un caso, infatti, che a livello giornalistico il primo e insuperato tentativo di ricostruire gli “Anni di piombo” e di tratteggiarne un bilancio politico sia andato in onda sulla Rai tra il 1989 e il 1990 con la trasmissione “La notte della Repubblica” di Sergio Zavoli, a tutt’oggi fonte documentaria di grande valore, se non altro per i filmati di repertorio e le interviste a molti protagonisti di quegli anni3.

Il testo di Steccanella ha un sottotitolo che mi ha fatto molto riflettere: “Cronologia di una rivoluzione mancata”. Una rivoluzione mancata: non fallita, non sconfitta – si è fermata prima del giudizio della storia. Se è stata una rivoluzione, lo è stata solo nella sfera mentale delle aspirazioni dei lottarmatisti.
Capire dunque quale rivoluzione è stata “mancata”, piuttosto che “fallita”, è una questione dirimente per la comprensione di quegli anni, che non a caso sono chiamati, alternativamente, “Anni della lotta armata” (Steccanella) oppure “Anni di piombo” (Zavoli), espressioni a cui ho voluto dare risalto perché sottintendono rispettivamente:
– l’aspirazione alla rivoluzione
– il terrorismo rosso
ossia due giudizi storici spesso incompatibili, poiché inseriti in paradigmi interpretativi rigidamente impostati (ideologici).

Il confronto avvenuto su Poliscritture tra Ennio Abate e Beppe Corlito mi sembra esemplare per la comprensione dei termini in questione. Corlito è autore, insieme a Romano Luperini (recentemente scomparso), de “Il sessantotto e noi – Testimonianza a due voci” (Castelvecchi, 2024)4 di cui Abate ha parlato su Poliscritture il 26 maggio 2025 nell’articolo “Compianto sul Sessantotto”5. A seguito di questa recensione, Corlito ha risposto ad Abate il 21 giugno 2025 nell’articolo “Il Sessantotto è davvero morto?”6 scrivendo, tra l’altro:
«“Tutti sconfitti”, scrive Abate. Così diventa la notte in cui tutte le vacche sono nere e si vede solo buio davanti agli occhi. Soprattutto si rischia di giustificare il terrorismo, che per noi è stata una delle due ganasce della tenaglia che ha stroncato il movimento. Dall’altra parte c’era la repressione dello stato (p. 119). Dobbiamo ricordare ancora la lezione di Lenin contro il terrorismo, che per noi allora fu una bussola decisiva. Inoltre, pur valutando la sconfitta delle varie ipotesi in campo, non dobbiamo dimenticare una modalità di giudizio decisiva, quella che Gramsci chiama nelle “Noterelle sul Principe” la “linea progressiva”, cioè quella che avrebbe permesso maggiormente il raggiungimento degli obbiettivi della classe operaia e della sua rivoluzione sociale. Il richiamo a considerare il “lato oscuro del 68”, che Abate non precisa ulteriormente, ci rimanda a questa prospettiva buia e cieca. Non trovo “oscuro” ciò che avvenne, se per questo intendiamo il passaggio alla lotta armata clandestina di quale esigua frazione del movimento. Mi sembra che è scritto chiaramente nel libro: fu il frutto di un errore di valutazione della fase, che non era rivoluzionaria e quindi imponeva realisticamente di privilegiare la lotta legale su quella illegale (è ancora la lezione leninista), e il conseguente avvitamento sulla riproposizione acritica e dogmatica del modello insurrezionalista. Era possibile un recupero del potenziale rivoluzionario del BR come tentarono alcuni leader di Autonomia Operaia? Direi proprio di no. […] Non mi pare che la lezione di Lenin fosse così indulgente verso i terroristi della sua epoca.»

Dai termini che ho evidenziato nel discorso di Corlito si può concludere che, secondo lui, il “movimento” partito nel Sessantotto aveva come obiettivo una rivoluzione leninista per il raggiungimento degli obiettivi della classe operaia che prevedeva una fase di lotta legale a cui sarebbe seguita la lotta illegale, ossia la lotta armata – la fase rivoluzionaria. I brigatisti hanno stroncato il “movimento”, facendolo fallire, poiché prediligendo la lotta armata in una fase pre-rivoluzionaria hanno provocato atti terroristici. Dal che si presume che la lotta armata agita dalle Brigate Rosse è da considerarsi o meno terrorismo solo in base alla fase storica in cui viene applicata. Non vi è, in questo giudizio sulla violenza politica, alcun criterio di tipo etico o giuridico o sociale. Ciò che è fallito è il movimento extraparlamentare, ed essendo mancata la rivoluzione, la lotta armata brigatista può essere considerata terrorismo.

Ennio Abate ha risposto a Corlito il 21 settembre 2025 con l’articolo “Speranza e violenza”6, dove si legge:
«Sì, ripeto: tutti sconfitti. Ma con varie responsabilità. E le responsabilità degli uni (i “lottarmatisti”) sono quelle di aver puntato esclusivamente alla lotta armata di piccolo gruppo (anche, ma non subito, terroristico), mentre quelle degli altri (sinistra storica e nuova sinistra) vanno cercate nella cancellazione o esorcizzazione della questione della violenza. E perciò, è ingiusto da parte tua parlare di «notte in cui tutte le vacche sono nere e si vede solo buio davanti agli occhi.». O di una intenzione da parte mia di «giustificare il terrorismo, che per noi è stata una delle due ganasce della tenaglia che ha stroncato il movimento.». Quello che non vedi o non volete vedere è che il movimento, anche senza il “terrorismo”, non sarebbe andato molto più oltre. E lo dimostra proprio il fallimento della nuova sinistra (come quello ben più grave del PCI)
Abate si discosta da Corlito perché addebita la sconfitta del “movimento” non solo ai lottarmatisti bensì anche alla sinistra storica, ossia al Pci o in generale alla sinistra parlamentare, per la sua “cancellazione o esorcizzazione della questione della violenza”. Sembra di capire che, secondo Abate, avendo la sinistra istituzionale scelto la via legalistica e democratica, il movimento iniziato nel Sessantotto, che prevedeva – citando Corlito – una fase legale e una fase rivoluzionaria (la lotta armata), era destinato al fallimento poiché non tutte le forze della sinistra erano unite nel perseguire la conquista del potere in modo rivoluzionario (cioè “violento”, visto che la critica riguarda la cancellazione/esorcizzazione della violenza).
Al di là delle mie opinioni personali (condivido l’idea che il “movimento” fosse destinato alla sconfitta anche senza il “terrorismo”, ma non per colpa della sinistra parlamentare, bensì proprio in virtù della trasposizione negli anni Settanta dell’idea leninista che prevede la conquista del potere in modo violento), le questioni che emergono sia dai testi di Corlito che di Abate sono almeno tre:
1) Il raggiungimento del potere da parte della Sinistra deve (o può) avvenire solo attraverso le fasi previste da Lenin, ossia in ultima analisi tramite una rivoluzione violenta?
2) La definizione di terrorismo deve basarsi unicamente sull’identificazione della fase storica in cui viene messo in atto? E, in questo caso, visto che è fallito il “movimento” e non la rivoluzione (che è “mancata”), com’è possibile identificare a posteriori una fase pre-rivoluzionaria in mancanza della successiva fase rivoluzionaria?
3) I giudizi etici o giuridici legati all’agire politico (alla violenza politica) dovrebbero essere sospesi in tutte le fasi pre-rivoluzionarie fino al raggiungimento, finora mai avvenuto nella storia, della società comunista come prefigurata da Marx? Questo non potrebbe portare alla completa eclissi di ogni etica e civiltà giuridica?

 

FONTI:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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