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Ultimo giorno di scuola

 

di Donato Gervasio

 Apro la porta della classe e vengo accolto da un applauso. Resto per un momento sull’uscio, sorpreso. Mi dirigo verso la cattedra passando in mezzo ai ragazzi  e facendo cenni di ringraziamento. Sono tutti in piedi, disposti su due file, come per un picchetto d’onore.
Siamo al Liceo Darwin di Rivoli. I volti sorridenti e commossi che sono intorno a me sono quelli degli allievi della 3H, sezione linguistica. Si festeggia l’ultimo giorno di scuola e, insieme, l’atto finale della mia carriera. Da settembre sarò in pensione.
Hanno orchestrato tutto in gran segreto, a mia totale insaputa.

Sulla cattedra mi aspetta un sacchetto con dei regali. Comincio a guardarci dentro e trovo, racchiuso in una bustina di plastica trasparente, il bulbo di un fiore. Sul cartoncino della confezione c’è l’immagine di una begonia rossa.
« Avevamo pensato a una rosa, ma poi ci è piaciuta questa, la begonia», dicono.
Subito dopo emergono due fotografie ingrandite, ricordo del soggiorno linguistico ad Antibes lo scorso anno. La prima mi ritrae insieme a tutta la classe sui remparts, vicino al museo Picasso, con la linea blu del mare e un cielo limpido e immenso a fare da sfondo. Quel giorno faceva freddo e tirava un forte vento.
«Siamo venuti tutti male, a parte lei », scherzano le ragazze, e indicano Magda che nello foto ha una ciocca di capelli dritta sulla testa.
«Ci chiediamo ancora come facesse, con quel vento, ad avere i capelli sempre a posto, come scolpiti».
La seconda fotografia mi mostra sul campo da pétanque, concentrato, lo sguardo fisso sul pallino (le cochonnet), un istante prima di lanciare la boule.
Poi passo ai due pacchetti regalo. Scarto il primo e ne tiro fuori un libro: Mauro Gandini, Quanti misfatti, mio scrittore.
«Ma è un invito a non scrivere? », chiedo scherzando.
«Non sapevamo cosa prenderle. Abbiamo persino contattato suo figlio e ci ha detto che lei ha letto tutto. Allora le abbiamo preso questo: è appena uscito e non può averlo letto».
Sulla copertina leggo: “Quanti “misfatti” abbiamo nascosto nell’armadio durante la nostra vita? Cosa accadrebbe se un giorno vedessero finalmente la luce?… Alla fine, dopo i dovuti chiarimenti, si potranno vedere nuove albe, nuove vite e nuove speranze.”
Infine, il pacchetto più grande: una bellissima camicia blu. Un regalo davvero pensato, dato che a scuola è davvero raro vedermi senza giacca e camicia.
Sono profondamente commosso.
«Vorrei abbracciarvi tutti», riesco a dire.
E così faccio. Stringo a me, uno alla volta, i ventidue allievi della 3H. I loro sguardi – Aurora si asciuga una lacrima – si disegnano per sempre nel mio cuore.

Subito dopo, Martina si avvicina e mi tende una busta. Contiene una lettera.
In classe cala improvvisamente il silenzio e tutta l’attenzione si concentra ora su quel foglio che ho in mano, come se fosse la cosa più preziosa al mondo. Scritta con una bella calligrafia, regolare e pulita, comincia con un semplice “Caro prof…”.
Martina e Sara si propongono di leggerla e si alternano nella lettura.
“Probabilmente non si aspetta una lettera da parte nostra, ma ci teniamo a ringraziarla per averci accompagnato nel nostro percorso scolastico fino ad ora. Siamo stati fortunati perché non è scontato trovare un professore che non insegna solo la sua materia, ma insegna a stare nel mondo a dei ragazzi ancora acerbi.
Le sue lezioni non sono mai state pesanti e abbiamo sempre avuto il piacere di comprendere qualsiasi cosa grazie alla sua grande voglia di renderci consapevoli che tutto quello che si impara a scuola, anche la lezione più piccola, è essenziale. In questi tre anni abbiamo avuto il piacere di vedere il suo amore per il francese, si vede proprio che è un uomo che ha sempre amato la conoscenza e la trasmette con tutta la passione che possiede.”

La seconda parte della lettere è una lista di “grazie”, ironici e affettuosi:
“Grazie per averci insegnato quando il verbo APPELER non ha la doppia L.
Grazie per averci raccontato dell’amore di Tristano e Isotta e per averci fatto leggere le poesie davanti alle rose.
Grazie per averci fatto guardare Ratatouille e ascoltare le canzoni di suo figlio.
Grazie per averci svelato il segreto per capelli resistenti al vento di Antibes e per essere sempre venuto vestito elegante a scuola nonostante i 40°.
Grazie per le possibilità di recupero, per aver insistito sulla differenza tra pronomi complemento oggetto diretto e indiretto, sulla differenza tra “Qui” e “Que”.
Grazie per essersi aperto a noi anche nei momenti difficili.
Grazie per aver insegnato senza riempirci la testa con un “imbuto”.
Appena Martina pronuncia l’ultima parola, ricevo un altro caloroso applauso.
Le sorprese non sono finite. All’improvviso, Aurora sale in piedi sulla sedia, e così nel giro di un istante tutti gli altri la imitano. “Oh capitano, mio capitano!”, recitano in coro, rievocando una delle scene più celebri del film L’attimo fuggente.
Con la voce che trema un poco, prendo la parola per ringraziarli: per quei doni,  per ogni singola parola della lettera, per l’affetto immediato che mi hanno mostrato fin dal nostro primo incontro, tre anni fa. Li ringrazio per l’attenzione sincera che hanno dedicato alle mie lezioni e, soprattutto, per aver visto in me una persona con cui potersi confrontare.

Mi ha fatto piacere scoprire, tra le righe di quella lettera, che le “Letture della rosa” sono piaciute. È una tradizione nata per caso qualche anno fa nel giardino del chiostro (l’edificio del liceo, un tempo, era un seminario).
Ogni anno, nel mese di maggio, scegliamo alcune pagine di un autore francese e le leggiamo ad alta voce davanti al cespuglio di una rosa sevillana, quando i rami sono carichi di fiori rosso vermiglio.
Quest’anno abbiamo scelto alcune lettere dal monumentale epistolario amoroso tra Albert Camus e Maria Casarès.
La mia consegna era precisa: “Individuate nel testo la parola o la frase più carica di emozione, quella che quasi vi fa staccare lo sguardo dalla pagina. Quando ci arrivate, fate una pausa: è in quel momento che state interiorizzando ciò che avete appena letto. Poi alzate il capo e pronunciate quelle parole fissando negli occhi la persona che vi sta accanto. A questo punto riprendete a leggere. La lettura ad alta voce è in relazione col tempo interiore del lettore e nello stesso tempo stabilisce una relazione intersoggettiva: in quel contatto visivo, l’emozione smette di essere solo vostra e diventa una relazione con l’altro.”
Una consegna apparentemente facile, ma rivelatasi difficilissima. I ragazzi non riuscivano a gestire la pausa.
Alice ha letto questo passo: “Tu mes demandes de te dire mes journées et mes nuits. Tu les connais maintenant – Mais je ne t’ai pas dit encore à quel point elles sont pleines de toi. Tu m’accompagnes, comme une amitié constante – et parfois aussi comme une fiévreuse nostalgie ou un désir aveugle. Je t’aime, au long de ces journées et de ces nuits.” (Mi chiedi di raccontarti le mie giornate e le mie notti. Ormai le conosci — Ma non ti ho ancora detto fino a che punto siano piene di te. Mi accompagni, come un’amicizia costante — e a volte anche come una febbrile nostalgia o un desiderio cieco. Ti amo, lungo tutto il corso di queste giornate e di queste notti.)
Arrivata a “désir aveugle” e “Je t’aime” incrocia gli occhi di  Angelica per due frazioni di secondo, alzando e abbassando il capo così in fretta da sembrare un tic nervoso.
Ginevra, quando ha pronunciato “brûlante tendresse” (ardente tenerezza) oppure  “Vivre enfin! Et la vie n’a pas d’autre visage que le tien” (Vivere finalmente! E la vita non ha altro volto che il tuo”), ha guardato la sua compagna con il capo reclinato sulla spalla e ha iniziato a dondolare il corpo, facendo cioè dei movimenti alquanto infantili, come per difendersi dall’intensità emotiva delle parole.
Altri hanno declamato con enfasi teatrale. Naturalmente abbiamo riso molto, soprattutto quando mi mettevo a imitare i loro stili di lettura per metterene in evidenza i difetti.
Antonio ha ignorato tutte le consegne.
“Avant toi, hors de toi, je n’adhérais à rien. Cette force dont tu te moquais quelquefois, n’as jamais été qu’une force solitaire, une force de refus. Avec toi, j’ai accepté plus de choses. J’ai appris à vivre, d’une certaine manière… Avec toi je me sens un homme.” (Senza di te, al di fuori di te, non aderivo a nulla. Quella forza di cui a volte ti facevi beffe non è mai stata altro che una forza solitaria, una forza di rifiuto. Con te, ho accettato più cose. Ho imparato a vivere, in un certo senso… Con te mi sento un uomo).
La sua lettura, monotona, distaccata, tradiva una certa impazienza di arrivare all’ultima riga. Ha rispettato solo le pause della punteggiatura e ha sollevato lo sguardo dal foglio solo alla fine del brano. Probabilmente era imbarazzato, e forse trovava persino ridicola l’idea di starsene lì, davanti a un cespuglio di rose e sotto gli occhi di tutti, a leggere ad alta voce per poi dover dire “Je t’aime” al compagno o alla compagna di banco.
Insomma, nessuno sembrava in grado di pronunciare delle parole d’amore guardando negli occhi  la persona che gli stava accanto.
A parte Greta.
Arrivata al punto cruciale, Greta ha alzato il capo, ha fatto una pausa perfetta e guardando Aurora fisso negli occhi ha recitato:“Je t’aime bienheureusement” (Ti amo con immensa gioia). Con istintiva naturalezza ha continuato a memoria:“et il me suffit de penser à toi tournée vers moi pour sentir affluer à mon coeur toute la joie et toute la reconnaissance du monde entier” (e mi basta pensarti con lo sguardo rivolto verso di me per sentire affluire al mio cuore tutta la gioia e tutta la gratitudine del mondo intero).
Per un istante, tutti immobili e silenzio assoluto nel chiostro. Poi, un fragoroso applauso.

L’altro ieri ho salutato, stringendoli in un abbraccio uno per uno, gli allievi della 5H. Con loro il distacco sarà più lento perché avrò ancora modo di vederli sia alla cena di fine anno sia, più avanti, davanti alla commissione dell’esame di maturità di cui farò parte.
Nell’ora successiva entro in 4H. Anche qui mi accolgono con affetto regalandomi una foto incorniciata che mi ritrae insieme a loro e una splendida rosa Pierre de Ronsard. Ecco che ritorna il tema della rosa. I ragazzi si sono ricordati della poesia di Ronsard studiata lo scorso anno,“Mignonne, allons voir si la rose”, il manifesto del carpe diem rinascimentale. Ronsard affronta il tema della brevità della giovinezza, e mostra alla donna amata come la rosa, splendente al mattino, comincia già ad appassire la sera. Davanti ai petali caduti, il poeta esorta la ragazza a non sprecare il proprio tempo, a “cogliere” la giovinezza prima che la vecchiaia la faccia sfiorire proprio come accade al fiore. 

Cueillez, cueillez votre jeunesse:
Comme à cette fleur la vieillesse
Fera ternir votre beauté.

(Cogliete, cogliete la vostra gioventù:
Poiché, come a questo fiore,
La vecchiaia farà sfiorire la vostra bellezza).

Conquistare l’attenzione degli allievi della 4H, soprattutto nel primo biennio, è stata una dura lotta per tutti i docenti della classe. Ma quest’anno, vederli  così attenti alle lezioni sul realismo francese è stata una vera festa per il cuore. Penso ai  personaggi di Balzac e in particolare alla tragica fine di Papà Goriot, che muore povero, disperatamente solo, abbandonato da quelle figlie ciniche e ingrate a cui aveva sacrificato la vita e il patrimonio. Oppure ai personaggi di Stendhal. Il ricordo più bello rimarrà legato alla battaglia interiore di Julien Sorel ne Il rosso e il nero, paralizzato dall’ansia e dalla paura di fallire, prima di osare stringere la mano di Madame de Rênal.
Julien, a differenza di altri personaggi romantici dell’epoca, tentati dalla fuga, dall’introversione o dal vittimismo, sceglie sempre di battersi. E quando finalmente allunga la mano e prende quella della donna, si compie un miracolo psicologico: la tensione si scioglie e “son âme fut inondée de bonheur” (la sua anima fu inondata di felicità), scrive Stendhal.
Queste parole sono piaciute così tanto ad Azzurra e Gabriele che per diversi giorni, entrando in classe, mi hanno salutato con: “Prof, mon âme est inondée de bonheur.”
Con uguale interesse hanno seguito l’episodio di Fabrizio del Dongo nella epocale battaglia di Waterloo. L’eroe della Certosa di Parma, un giovane aristocratico milanese di diciassette anni – l’età dei miei studenti – si trova improvvisamente smarrito nel caos della Storia. Non capisce se quella che sta vivendo sia una vera battaglia e si aggira tra soldati morti e cavalli sventrati, completamente avvolto dal fumo e dal fragore assordante delle cannonate.

Quando suona la campanella dell’uscita anticipata, nei corridoi si sentono urla liberatorie di festa. La scuola si svuota in pochi minuti.
Incrocio delle colleghe che lasciano le aule con il loro bouquet di fiori. C’è Anna, anche lei all’ultimo anno, che ha tra le mani un vaso di orchidee. Deborah racconta delle dimostrazioni d’affetto ricevute nella sua classe quinta. Noemi, una giovane insegnante che il prossimo anno sarà trasferita, cammina con dei regali sotto il braccio, visibilmente commossa.  «Ti abbracciano in un modo – mi confida –  che sembra che a casa mai nessuno li abbia abbracciati».

In sala insegnanti prendo le ultime cose rimaste nel mio cassetto, sistemo la nuova camicia blu e infilo il libro dei “misfatti” nella borsa.
Intanto, sui telefonini dei colleghi iniziano a circolare i primi video che i ragazzi hanno appena postato sui social. Sugli schermi si vede  un carosello di auto alla rotonda del castello: gli studenti si sporgono pericolosamente dai finestrini, accendono fumogeni colorati che sollevano una fitta nebbia e suonano i clacson all’impazzata, proprio come quando si festeggia la vittoria dello scudetto.
«Come ci si sente l’ultimo giorno di scuola?» mi ha chiesto un collega sulle scale mentre scendevo.
«Bene», gli ho risposto, semplicemente.
«Per capire come ti senti davvero, devi aspettare settembre», mi ha detto con un sorriso complice, come a ricordarmi che la vera crisi mi aspetterà all’inizio del prossimo anno scolastico, quando le aule torneranno a riempirsi e io non ci sarò.
Non so cosa mi riserverà settembre e non ne sono nemmeno preoccupato.
Attraverso il corridoio deserto, guardo il chiostro e le aule vuote. Esco dalla scuola e mi dirigo a passo lento verso l’auto. In lontananza si sente ancora l’eco festosa di qualche clacson. Sì, posso dirlo anch’io, e sento che le parole si fanno strada da sole nel silenzio di una giornata assolata : mon âme est inondée de bonheur.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Se Dio muore, tutto diventa assoluto

Maurizio Ferraris racconta Nietzsche a Torino Spiritualità

di Donato Gervasio

 Quell’evento che Nietzsche chiama la “morte di Dio” non si è allontanato dal nostro orizzonte. Nietzsche è stato ossessionato da Dio per tutta la vita. Anche noi, oggi, ne siamo ossessionati, sebbene la nostra epoca si professi secolarizzata.

Ferraris parla al cinema Romano di Torino, all’interno della Galleria Subalpina. Siamo in un luogo simbolico, a pochi passi da via Carlo Alberto 6, dove Nietzsche prende alloggio nella primavera del 1888, in un appartamento al quarto piano. “È passato sotto questa Galleria migliaia di volte”, ricorda Ferraris. “Siamo più vicini a Nietzsche che mai.”
Nietzsche instaura un rapporto molto felice con la città, come testimoniano le sue lettere da Torino. “Ovunque la più limpida luce di ottobre, lo splendido viale alberato, che per circa un’ora mi ha condotto lungo il corso del Po, quasi non ancora sfiorato dall’autunno. Adesso sono l’uomo più colmo di gratitudine del mondo – con una disposizione d’animo autunnale nel miglior senso del termine: è il periodo della mia grande vendemmia.
Il soggiorno torinese sarà, infatti, freneticamente produttivo. Scrive cinque libri, tra cui Ecce Homo. Ferraris, con la sua consueta verve, lo definisce “un fantastico libro kitsch”, l’opera di un uomo che scivola nella follia per il terrore di non essere riconosciuto dal mondo.
Torino è anche la città in cui il filosofo vive i suoi ultimi giorni coscienti. Di lì a poco, all’inizio di gennaio del 1889, firma i cosiddetti “biglietti della follia” con i nomi dei redentori dell’umanità: “Dioniso” o “Il Crocefisso”.
Tra mitomania sempre più acuta e delirio teologico arriviamo alla fatale lettera a Jacob Burckhardt del 6 gennaio: “Caro signor professore, in fin dei conti sarei stato molto più volentieri professore a Basilea piuttosto che Dio; ma non ho osato spingere il mio egoismo privato al punto di tralasciare per colpa sua la creazione del mondo.” E più avanti: “Quel che è spiacevole e che mette a prova la mia modestia è che in fondo io sono tutti i nomi della storia…”
Poco dopo, accompagnato dal filosofo Franz Overbeck, ex collega e amico, Nietzsche lascerà Torino per essere ricoverato in una clinica psichiatrica di Basilea. Da qui ripartirà, accudito dalla madre.

 La genesi di un’ossessione

Ferraris traccia un profilo psicologico preciso. Figlio di un pastore protestante morto quando lui aveva quattro anni, Nietzsche cresce idealizzando una figura paterna assente. Non idealizza, invece, la madre e la sorella Elisabeth, cioè le due figure femminili con le quali cresce e che considera come l’antitesi vivente del suo pensiero. (“Le ha sempre considerate come due cretine”, taglia corto Ferraris).
In un passo di Ecce Homo, che sarà censurato dalla sorella Elisabeth e in seguito riportato alla luce, Nietzsche scrive che la madre e la sorella sono la più profonda obiezione all’idea filosofica dell’Eterno Ritorno, nel senso che non vorrebbe che tornassero eternamente.
Iscritto a teologia per assecondare il volere di sua madre, a un certo punto abbandona per andare a studiare filologia classica, a Lipsia, al seguito del suo professore Friedrich Ritschl. Sua madre se la prende tantissimo.
Il ritratto del giovane Nietzsche è dissacrante: “Un ragazzo solitario, abbastanza brutto, poco capace a comunicare, miope, cresciuto nel rigore di un collegio dove il massimo della felicità era il bagno a Ferragosto: ovvio che se uno vive così, comincia a sognare Dioniso”.

La “morte di Dio” non è un’invenzione nietzschiana.

Già Hegel, all’inizio dell’Ottocento, afferma: “Il sentimento fondamentale della nostra epoca è che Dio è morto”, intendendo la fine degli assoluti metafisici e l’inizio di un’era in cui l’uomo è consegnato al flusso della storia.
Nel 1797, in epoca rivoluzionaria, il giovane Hegel insieme a Hölderlin e al giovanissimo Schelling scrivono un saggio in cui si afferma che la vecchia mitologia è morta e bisogna crearne una nuova. Il “Dio è morto” di Hegel, tuttavia, non ha avuto le stesse conseguenze di quello di Nietzsche, anche perché in Hegel significava che Dio è ormai vecchio, come dire: sono passati duemila anni e continuiamo a tenerci quel vecchio Dio, sempre lo stesso assoluto?
Il tema della morte di Dio era dunque onnipresente. Anche eventi storici traumatici, come la decapitazione di Luigi XVI e la violenta scristianizzazione della Francia rivoluzionaria, sono vissuti come veri e propri deicidi.
Ferraris fa notare come questa secolarizzazione radicale abbia prodotto degli effetti sociologici bizzarri. La religione cattolica, al contrario di quanto accaduto in Italia, è stata quasi del tutto estromessa dalla vita pubblica francese, con un risultato singolare: i francesi vanno oggi tutti dallo psicanalista.
“E da quale psicanalista vanno? Ovviamente da un  lacaniano. Cioè da qualcuno che ha cattolicizzato il freudismo. In pratica, i francesi vanno a cercarsi una specie di prete e lo pagano pure profumatamente, solo perché la Rivoluzione ha tolto loro i preti gratis (o quasi) che avevano prima.”

Ma chi è quel Dio che muore?

Nell’aforisma 125 della Gaia Scienza, Nietzsche affida l’annuncio a un uomo folle che, accesa una lanterna nella chiara luce del mattino, corre al mercato gridando disperatamente: “Cerco Dio! Cerco Dio!”. Di fronte alle risate di scherno degli astanti, che in Dio già non credono più, il folle rivela la verità più tremenda: “Dio è morto! E noi l’abbiamo ucciso! Voi e io! Siamo noi tutti i suoi assassini!”
Ma il Dio che muore davvero, afferma Ferraris, è precisamente il Dio del protestantesimo. Più rigoroso e interiorizzato, il protestantesimo fa di Dio una questione di pura coscienza individuale. Quando la fede vacilla, la coscienza crolla nel vuoto, non regge l’urto del nichilismo, della mancanza totale di senso. I cattolici, invece, sono più protetti dal vuoto nichilista:La morte del Dio cattolico importa pochissimo. Anzi, i cattolici sono contentissimi di vedere crocifissi (che non vedrete mai in una chiesa protestante), processioni e santi flagellati”. I cattolici sono più protetti perché, spiega Ferraris con una affermazione che ci lascia stupiti, già non credevano più in Dio. “E non ci credevano più per ottime ragioni teologiche: In Del papa, scritto nel 1819, in epoca di Restaurazione, il grande filosofo Joseph De Maistre afferma che il vero cattolico non crede in Dio ma nel papa. E lo dimostra giuridicamente: Dio ha dato al papa la sua eredità e questa eredità viene trasmessa di papa in papa. Per i cattolici, dunque, la morte di Dio non è un problema, nel senso che hanno il papa, e morto un papa se ne fa un altro”.

 Nichilismo e depressione di massa

Il nichilismo di cui parlava Nietzsche, e su cui Heidegger avrebbe versato fiumi di inchiostro negli anni Quaranta, è per Ferraris un fenomeno squisitamente europeo e borghese. Non ha sfiorato le culture orientali o islamiche. Non c’è stato nessun cinese che sia mai stato turbato dalla morte di Dio, nessun indiano, nessun islamico, nessun ebreo.
Per essere autenticamente nichilista bisogna assomigliare a Thomas Buddenbrook, il personaggio del romanzo di Thomas Mann: ricco, garantito, privo di bisogni materiali, comodamente seduto in una casa di Lubecca. Il nichilismo nasce come un lusso intellettuale e borghese. “Solo chi non deve lottare contro le bestie feroci o per il pane quotidiano può permettersi il lusso di essere nichilista e di chiedersi: “Ma perché diavolo sono sulla terra?”.

Non abbiamo esempi di nichilismo di massa prima dell’Ottocento. La melanconia era stata indagata nel Seicento da Robert Burton (Anatomia della melanconia), ma è solo grazie all’avvento dell’automazione e alla crescita della società borghese che il nichilismo diventa fenomeno di massa. La noia (“mostro delicato” come lo definiva Baudelaire), la malinconia, il male di vivere sono condizione umana e sociale molto diffusa a partire dal XIX secolo. Ferraris propone una equazione diretta: il nichilismo europeo descritto da Nietzsche nei suoi frammenti di Lenzerheide, oggi si chiama semplicemente depressione.
A questo proposito, Ferraris evoca un celebre aneddoto legato a Bertrand Russell. Il matematico e filosofo britannico si trovava a bordo di un idrovolante che si schiantò nel mare della Manica. Mentre nuotava disperatamente nell’acqua gelida per non annegare, Russell scoprì di essere improvvisamente guarito da tutte le sofferenze esistenziali e dalle profonde depressioni che avevano tormentato la sua vita fino a quel momento. Il motivo? Aveva finalmente un obiettivo concreto, biologico e immediato: raggiungere la riva e salvarsi la pelle.
Ferraris lancia una frecciata alla sua stessa categoria: se a partire dagli anni Cinquanta del secolo scorso, la depressione viene curata in maniera alquanto efficace con gli antidepressivi, allora bisognerebbe sfoltire l’orizzonte filosofico da quelle cose che hanno soltanto un fondamento biologico e patologico.“Evitiamo di creare un intero sistema di pensiero sul nichilismo. Quando ero giovane – ricorda –  i miei professori scrivevano soltanto libri sul nichilismo. Se avessero pensato che esistevano gli antidepressivi, avrebbero scritto d’altro o non gliene sarebbe importato nulla”. 

I surrogati di Dio

Cosa succede, allora, quando lo spazio del divino resta vuoto? La soluzione di Nietzsche è semplice: si autonomina Dio. Comincia un processo di autodeificazione che lo porta a identificarsi prima con il profeta Zarathustra, poi con un dio sacrificato e morente e infine con il creatore.
Nietzsche ha avuto un destino veramente stranissimo: voleva a tutti i costi diventare importante e sostanzialmente è impazzito perché nessuno lo riconosceva. Poi, quando si manifesta la pazzia e lui non è più cosciente, il mondo comincia a tributargli una fama mondiale. Strauss gli dedica una sinfonia, D’Annunzio scrive un poema.
Voleva diventare importante come tanti, aggiunge Ferraris, per via di un assoluto tipico soprattutto dei figli maschi: la mamma. In una lettera alla madre dell’autunno dell’88 si legge: “Vedi, mamma, la tua vecchia creatura è diventato un uomo celebre, ricevo delle lettere da New York, da San Pietroburgo…”
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Certo, Nietzsche non poteva risolvere la questione relativa a Dio, ma nemmeno noi l’abbiamo risolta. Qual è il nostro assoluto? Con questa domanda Ferraris introduce l’ultima parte del suo intervento. La nostra epoca, afferma, come le epoche precedenti alla morte di Dio, ha bisogno di assoluti. Ognuno di noi ha il suo assoluto. La bellezza, per esempio. “Molti di voi avranno notato come la morte di Giorgio Armani sia stata un evento paragonabile alla morte di un Dio o di un re, con un profluvio di interviste a persone che, come succede nelle agiografie, dicono: io l’avevo conosciuto. Tra la morte di Giorgio Armani e Padre Pio non c’è stata nessuna differenza”.
Per dire il nostro bisogno di assoluto, Ferraris si serve di una citazione attribuita allo scrittore cattolico Gilbert Chesterton: “Quando la gente smette di credere in Dio, non è vero che non crede a nulla: crede a qualunque cosa.”  Ferraris pensa che sia esattamente così, che dopo la fine di quell’assoluto che era Dio, siamo inclini a credere a qualunque cosa, a dei surrogati di assoluto. Il nazionalismo, per esempio. Prima non c’era, le etnie stavano mescolate le une con le altre. Poi diventa necessario essere “una d’arme, di lingua, d’altare” e cominciano le guerre nazionaliste, che si sono protratte fino al secolo scorso.
“Le grandi ideologie dell’Ottocento e del Novecento che cosa sono se non dei surrogati della morte di Dio? E gli psicologi, dai quali si va come si andrebbe da un cartomante, non sono esattamente il surrogato dei sacerdoti come mediatori nei confronti dell’assoluto?”
Ma l’assoluto più assoluto, continua Ferraris, di cui possiamo verificare l’onnipresenza negli ultimi due secoli, è quello amoroso. Con la modernità, l’amore diventa una religione per cui morire e per cui distruggere la vita. Una volta l’amore non era un assoluto. Certo, Eloisa ama Abelardo, ma si scusa con Dio perché ritiene empio il suo amore terreno.

“Werther, invece, è solo contento di spararsi per realizzare l’assoluto. Pensate alla quantità di guai che vengono provocati da questa idea che ci debba essere un tale legame fra due persone per cui l’una è la divinità dell’altra. E quella stupida di Madame Bovary? Lei, sì, che è una vera “credente”. Passa da un assoluto amoroso all’altro con la stessa convinzione. E cosa spinge Anna Karenina a trovare grosse le orecchie del marito, se non l’assoluto amoroso che si incarna in Vronskij, che poi fra l’altro la molla?”
A giudicare da come ha trattato Madame Bovary e Anna Karenina, possiamo inserire Ferraris nella schiera dei filosofi seguaci della filosofia “anti-amore”, il cui esponente più autorevole potrebbe essere Schopenhauer, per il quale la passione amorosa non è altro che fonte di guai e un inganno biologico orchestrato dalla natura per perpetuare la miserabile specie umana.
Sulla scia di Rousseau, anche la natura intesa come fonte di ogni bene è un assoluto che risulta dalla morte di Dio.
Ai giorni nostri, tramontato l’amore romantico, l’assoluto è diventato il figlio. È lui l’idolo indiscusso, solo lui è al centro dell’universo, il perno attorno al quale ruota l’intero sistema valoriale ed emotivo delle famiglie. Nelle società tradizionali il figlio non era al centro dell’universo perché quel posto era occupato da Dio.
“Probabilmente”, aggiunge Ferraris avviandosi alla conclusione, “non è neanche detto che andare in chiesa a pregare Dio sia meno stupido di correre dietro la duchessa di Guermantes, come fa Proust nella Recherche.”
La “morte di Dio” non ha eliminato l’assoluto, lo ha solo frammentato in surrogati quotidiani. Nietzsche, in sintesi, coglie bene che l’assoluto è essenzialmente una mancanza costitutiva dell’essere umano che noi cerchiamo di riempire nelle maniere più varie.

 

 

 

 

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