di Donato Gervasio
Apro la porta della classe e vengo accolto da un applauso. Resto per un momento sull’uscio, sorpreso. Mi dirigo verso la cattedra passando in mezzo ai ragazzi e facendo cenni di ringraziamento. Sono tutti in piedi, disposti su due file, come per un picchetto d’onore.
Siamo al Liceo Darwin di Rivoli. I volti sorridenti e commossi che sono intorno a me sono quelli degli allievi della 3H, sezione linguistica. Si festeggia l’ultimo giorno di scuola e, insieme, l’atto finale della mia carriera. Da settembre sarò in pensione.
Hanno orchestrato tutto in gran segreto, a mia totale insaputa.
Sulla cattedra mi aspetta un sacchetto con dei regali. Comincio a guardarci dentro e trovo, racchiuso in una bustina di plastica trasparente, il bulbo di un fiore. Sul cartoncino della confezione c’è l’immagine di una begonia rossa.
« Avevamo pensato a una rosa, ma poi ci è piaciuta questa, la begonia», dicono.
Subito dopo emergono due fotografie ingrandite, ricordo del soggiorno linguistico ad Antibes lo scorso anno. La prima mi ritrae insieme a tutta la classe sui remparts, vicino al museo Picasso, con la linea blu del mare e un cielo limpido e immenso a fare da sfondo. Quel giorno faceva freddo e tirava un forte vento.
«Siamo venuti tutti male, a parte lei », scherzano le ragazze, e indicano Magda che nello foto ha una ciocca di capelli dritta sulla testa.
«Ci chiediamo ancora come facesse, con quel vento, ad avere i capelli sempre a posto, come scolpiti».
La seconda fotografia mi mostra sul campo da pétanque, concentrato, lo sguardo fisso sul pallino (le cochonnet), un istante prima di lanciare la boule.
Poi passo ai due pacchetti regalo. Scarto il primo e ne tiro fuori un libro: Mauro Gandini, Quanti misfatti, mio scrittore.
«Ma è un invito a non scrivere? », chiedo scherzando.
«Non sapevamo cosa prenderle. Abbiamo persino contattato suo figlio e ci ha detto che lei ha letto tutto. Allora le abbiamo preso questo: è appena uscito e non può averlo letto».
Sulla copertina leggo: “Quanti “misfatti” abbiamo nascosto nell’armadio durante la nostra vita? Cosa accadrebbe se un giorno vedessero finalmente la luce?… Alla fine, dopo i dovuti chiarimenti, si potranno vedere nuove albe, nuove vite e nuove speranze.”
Infine, il pacchetto più grande: una bellissima camicia blu. Un regalo davvero pensato, dato che a scuola è davvero raro vedermi senza giacca e camicia.
Sono profondamente commosso.
«Vorrei abbracciarvi tutti», riesco a dire.
E così faccio. Stringo a me, uno alla volta, i ventidue allievi della 3H. I loro sguardi – Aurora si asciuga una lacrima – si disegnano per sempre nel mio cuore.
Subito dopo, Martina si avvicina e mi tende una busta. Contiene una lettera.
In classe cala improvvisamente il silenzio e tutta l’attenzione si concentra ora su quel foglio che ho in mano, come se fosse la cosa più preziosa al mondo. Scritta con una bella calligrafia, regolare e pulita, comincia con un semplice “Caro prof…”.
Martina e Sara si propongono di leggerla e si alternano nella lettura.
“Probabilmente non si aspetta una lettera da parte nostra, ma ci teniamo a ringraziarla per averci accompagnato nel nostro percorso scolastico fino ad ora. Siamo stati fortunati perché non è scontato trovare un professore che non insegna solo la sua materia, ma insegna a stare nel mondo a dei ragazzi ancora acerbi.
Le sue lezioni non sono mai state pesanti e abbiamo sempre avuto il piacere di comprendere qualsiasi cosa grazie alla sua grande voglia di renderci consapevoli che tutto quello che si impara a scuola, anche la lezione più piccola, è essenziale. In questi tre anni abbiamo avuto il piacere di vedere il suo amore per il francese, si vede proprio che è un uomo che ha sempre amato la conoscenza e la trasmette con tutta la passione che possiede.”
La seconda parte della lettere è una lista di “grazie”, ironici e affettuosi:
“Grazie per averci insegnato quando il verbo APPELER non ha la doppia L.
Grazie per averci raccontato dell’amore di Tristano e Isotta e per averci fatto leggere le poesie davanti alle rose.
Grazie per averci fatto guardare Ratatouille e ascoltare le canzoni di suo figlio.
Grazie per averci svelato il segreto per capelli resistenti al vento di Antibes e per essere sempre venuto vestito elegante a scuola nonostante i 40°.
Grazie per le possibilità di recupero, per aver insistito sulla differenza tra pronomi complemento oggetto diretto e indiretto, sulla differenza tra “Qui” e “Que”.
Grazie per essersi aperto a noi anche nei momenti difficili.
Grazie per aver insegnato senza riempirci la testa con un “imbuto”.
Appena Martina pronuncia l’ultima parola, ricevo un altro caloroso applauso.
Le sorprese non sono finite. All’improvviso, Aurora sale in piedi sulla sedia, e così nel giro di un istante tutti gli altri la imitano. “Oh capitano, mio capitano!”, recitano in coro, rievocando una delle scene più celebri del film L’attimo fuggente.
Con la voce che trema un poco, prendo la parola per ringraziarli: per quei doni, per ogni singola parola della lettera, per l’affetto immediato che mi hanno mostrato fin dal nostro primo incontro, tre anni fa. Li ringrazio per l’attenzione sincera che hanno dedicato alle mie lezioni e, soprattutto, per aver visto in me una persona con cui potersi confrontare.
Mi ha fatto piacere scoprire, tra le righe di quella lettera, che le “Letture della rosa” sono piaciute. È una tradizione nata per caso qualche anno fa nel giardino del chiostro (l’edificio del liceo, un tempo, era un seminario).
Ogni anno, nel mese di maggio, scegliamo alcune pagine di un autore francese e le leggiamo ad alta voce davanti al cespuglio di una rosa sevillana, quando i rami sono carichi di fiori rosso vermiglio.
Quest’anno abbiamo scelto alcune lettere dal monumentale epistolario amoroso tra Albert Camus e Maria Casarès.
La mia consegna era precisa: “Individuate nel testo la parola o la frase più carica di emozione, quella che quasi vi fa staccare lo sguardo dalla pagina. Quando ci arrivate, fate una pausa: è in quel momento che state interiorizzando ciò che avete appena letto. Poi alzate il capo e pronunciate quelle parole fissando negli occhi la persona che vi sta accanto. A questo punto riprendete a leggere. La lettura ad alta voce è in relazione col tempo interiore del lettore e nello stesso tempo stabilisce una relazione intersoggettiva: in quel contatto visivo, l’emozione smette di essere solo vostra e diventa una relazione con l’altro.”
Una consegna apparentemente facile, ma rivelatasi difficilissima. I ragazzi non riuscivano a gestire la pausa.
Alice ha letto questo passo: “Tu mes demandes de te dire mes journées et mes nuits. Tu les connais maintenant – Mais je ne t’ai pas dit encore à quel point elles sont pleines de toi. Tu m’accompagnes, comme une amitié constante – et parfois aussi comme une fiévreuse nostalgie ou un désir aveugle. Je t’aime, au long de ces journées et de ces nuits.” (Mi chiedi di raccontarti le mie giornate e le mie notti. Ormai le conosci — Ma non ti ho ancora detto fino a che punto siano piene di te. Mi accompagni, come un’amicizia costante — e a volte anche come una febbrile nostalgia o un desiderio cieco. Ti amo, lungo tutto il corso di queste giornate e di queste notti.)
Arrivata a “désir aveugle” e “Je t’aime” incrocia gli occhi di Angelica per due frazioni di secondo, alzando e abbassando il capo così in fretta da sembrare un tic nervoso.
Ginevra, quando ha pronunciato “brûlante tendresse” (ardente tenerezza) oppure “Vivre enfin! Et la vie n’a pas d’autre visage que le tien” (Vivere finalmente! E la vita non ha altro volto che il tuo”), ha guardato la sua compagna con il capo reclinato sulla spalla e ha iniziato a dondolare il corpo, facendo cioè dei movimenti alquanto infantili, come per difendersi dall’intensità emotiva delle parole.
Altri hanno declamato con enfasi teatrale. Naturalmente abbiamo riso molto, soprattutto quando mi mettevo a imitare i loro stili di lettura per metterene in evidenza i difetti.
Antonio ha ignorato tutte le consegne.
“Avant toi, hors de toi, je n’adhérais à rien. Cette force dont tu te moquais quelquefois, n’as jamais été qu’une force solitaire, une force de refus. Avec toi, j’ai accepté plus de choses. J’ai appris à vivre, d’une certaine manière… Avec toi je me sens un homme.” (Senza di te, al di fuori di te, non aderivo a nulla. Quella forza di cui a volte ti facevi beffe non è mai stata altro che una forza solitaria, una forza di rifiuto. Con te, ho accettato più cose. Ho imparato a vivere, in un certo senso… Con te mi sento un uomo).
La sua lettura, monotona, distaccata, tradiva una certa impazienza di arrivare all’ultima riga. Ha rispettato solo le pause della punteggiatura e ha sollevato lo sguardo dal foglio solo alla fine del brano. Probabilmente era imbarazzato, e forse trovava persino ridicola l’idea di starsene lì, davanti a un cespuglio di rose e sotto gli occhi di tutti, a leggere ad alta voce per poi dover dire “Je t’aime” al compagno o alla compagna di banco.
Insomma, nessuno sembrava in grado di pronunciare delle parole d’amore guardando negli occhi la persona che gli stava accanto.
A parte Greta.
Arrivata al punto cruciale, Greta ha alzato il capo, ha fatto una pausa perfetta e guardando Aurora fisso negli occhi ha recitato:“Je t’aime bienheureusement” (Ti amo con immensa gioia). Con istintiva naturalezza ha continuato a memoria:“et il me suffit de penser à toi tournée vers moi pour sentir affluer à mon coeur toute la joie et toute la reconnaissance du monde entier” (e mi basta pensarti con lo sguardo rivolto verso di me per sentire affluire al mio cuore tutta la gioia e tutta la gratitudine del mondo intero).
Per un istante, tutti immobili e silenzio assoluto nel chiostro. Poi, un fragoroso applauso.
L’altro ieri ho salutato, stringendoli in un abbraccio uno per uno, gli allievi della 5H. Con loro il distacco sarà più lento perché avrò ancora modo di vederli sia alla cena di fine anno sia, più avanti, davanti alla commissione dell’esame di maturità di cui farò parte.
Nell’ora successiva entro in 4H. Anche qui mi accolgono con affetto regalandomi una foto incorniciata che mi ritrae insieme a loro e una splendida rosa Pierre de Ronsard. Ecco che ritorna il tema della rosa. I ragazzi si sono ricordati della poesia di Ronsard studiata lo scorso anno,“Mignonne, allons voir si la rose”, il manifesto del carpe diem rinascimentale. Ronsard affronta il tema della brevità della giovinezza, e mostra alla donna amata come la rosa, splendente al mattino, comincia già ad appassire la sera. Davanti ai petali caduti, il poeta esorta la ragazza a non sprecare il proprio tempo, a “cogliere” la giovinezza prima che la vecchiaia la faccia sfiorire proprio come accade al fiore.
Cueillez, cueillez votre jeunesse:
Comme à cette fleur la vieillesse
Fera ternir votre beauté.
(Cogliete, cogliete la vostra gioventù:
Poiché, come a questo fiore,
La vecchiaia farà sfiorire la vostra bellezza).
Conquistare l’attenzione degli allievi della 4H, soprattutto nel primo biennio, è stata una dura lotta per tutti i docenti della classe. Ma quest’anno, vederli così attenti alle lezioni sul realismo francese è stata una vera festa per il cuore. Penso ai personaggi di Balzac e in particolare alla tragica fine di Papà Goriot, che muore povero, disperatamente solo, abbandonato da quelle figlie ciniche e ingrate a cui aveva sacrificato la vita e il patrimonio. Oppure ai personaggi di Stendhal. Il ricordo più bello rimarrà legato alla battaglia interiore di Julien Sorel ne Il rosso e il nero, paralizzato dall’ansia e dalla paura di fallire, prima di osare stringere la mano di Madame de Rênal.
Julien, a differenza di altri personaggi romantici dell’epoca, tentati dalla fuga, dall’introversione o dal vittimismo, sceglie sempre di battersi. E quando finalmente allunga la mano e prende quella della donna, si compie un miracolo psicologico: la tensione si scioglie e “son âme fut inondée de bonheur” (la sua anima fu inondata di felicità), scrive Stendhal.
Queste parole sono piaciute così tanto ad Azzurra e Gabriele che per diversi giorni, entrando in classe, mi hanno salutato con: “Prof, mon âme est inondée de bonheur.”
Con uguale interesse hanno seguito l’episodio di Fabrizio del Dongo nella epocale battaglia di Waterloo. L’eroe della Certosa di Parma, un giovane aristocratico milanese di diciassette anni – l’età dei miei studenti – si trova improvvisamente smarrito nel caos della Storia. Non capisce se quella che sta vivendo sia una vera battaglia e si aggira tra soldati morti e cavalli sventrati, completamente avvolto dal fumo e dal fragore assordante delle cannonate.
Quando suona la campanella dell’uscita anticipata, nei corridoi si sentono urla liberatorie di festa. La scuola si svuota in pochi minuti.
Incrocio delle colleghe che lasciano le aule con il loro bouquet di fiori. C’è Anna, anche lei all’ultimo anno, che ha tra le mani un vaso di orchidee. Deborah racconta delle dimostrazioni d’affetto ricevute nella sua classe quinta. Noemi, una giovane insegnante che il prossimo anno sarà trasferita, cammina con dei regali sotto il braccio, visibilmente commossa. «Ti abbracciano in un modo – mi confida – che sembra che a casa mai nessuno li abbia abbracciati».
In sala insegnanti prendo le ultime cose rimaste nel mio cassetto, sistemo la nuova camicia blu e infilo il libro dei “misfatti” nella borsa.
Intanto, sui telefonini dei colleghi iniziano a circolare i primi video che i ragazzi hanno appena postato sui social. Sugli schermi si vede un carosello di auto alla rotonda del castello: gli studenti si sporgono pericolosamente dai finestrini, accendono fumogeni colorati che sollevano una fitta nebbia e suonano i clacson all’impazzata, proprio come quando si festeggia la vittoria dello scudetto.
«Come ci si sente l’ultimo giorno di scuola?» mi ha chiesto un collega sulle scale mentre scendevo.
«Bene», gli ho risposto, semplicemente.
«Per capire come ti senti davvero, devi aspettare settembre», mi ha detto con un sorriso complice, come a ricordarmi che la vera crisi mi aspetterà all’inizio del prossimo anno scolastico, quando le aule torneranno a riempirsi e io non ci sarò.
Non so cosa mi riserverà settembre e non ne sono nemmeno preoccupato.
Attraverso il corridoio deserto, guardo il chiostro e le aule vuote. Esco dalla scuola e mi dirigo a passo lento verso l’auto. In lontananza si sente ancora l’eco festosa di qualche clacson. Sì, posso dirlo anch’io, e sento che le parole si fanno strada da sole nel silenzio di una giornata assolata : mon âme est inondée de bonheur.






