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La Podologa

di Valentina Casadei

Qualche anno fa ho attraversato un periodo difficile: si trattava della fine di una fase che, fino a quel momento, era durata una vita. Era cresciuta in me una nuova consapevolezza che mi ancorava ancor di più alla terra che calpestavo. Mi rendeva schiava di un’inquietudine inscalfibile. Mi sentivo mortale come un pianta e veloce come un soffio. Lo spaesamento che provavo non era altro che la vertigine per una vita senza baricentro. Il mio Io, disseminato qua e là, era come un puzzle incompleto. Cercavo, quindi, i pezzi mancanti. E lo facevo camminando. Camminare era l’unica cosa che m’impediva di perdermi fra i tentacoli dei miei pensieri sconclusionati. Macinavo chilometri al giorno, ascoltando musica, osservando la gente, sfumando nell’anonimato della grande città nella quale abitavo. Talvolta m’inchiacchieravo con sconosciuti, sull’autobus, al bar, per strada. Potevo essere io o potevano essere loro ad iniziare una conversazione. In ogni caso, io mi dimostravo sempre disponibile e aperta al dialogo. Quando il peso di un pensiero incondivisibile m’attanagliava, chiedevo al primo passante quale fosse la strada per raggiungere una meta che improvvisavo su due piedi. Mi bastava un rapido scambio di battute per sentirmi subito meno sola e rendere il mio dolore più sopportabile. Scrutavo nel passante cosa ci accomunava e questo mi ricordava che, avendo la stessa destinazione, si provavano gli stessi tormenti e le stesse gioie, solo con sfumature diverse. Non dovevo avere paura. Continua la lettura di La Podologa

Ancora sugli anni ’70

Discussioni a spizzichi e bocconi
Riprendo un articolo comparso sulla pagina Facebook di Lanfranco Caminiti (qui) e una selezione dei  commenti, tra i quali due miei. [E. A.]

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Rondini, Osterie e il Rinco. La realtà nei suoi teatri

di Rita Simonitto

Tra le piante del terrazzo rigoglia un Rincospermum, arbusto sempre verde detto anche ‘falso’ Gelsomino. In certe giornate, vedere la sua chioma esuberante che deborda dal vaso già abbastanza capiente mi infastidisce. Allora gli dico: “‘ahò, a Rinco, ma ‘ndo vai?”. Ma nello stesso tempo mi rendo conto che lui figura come un mio punching ball su cui riversare i fastidi che provo verso chi, zitto-zitto, quatto-quatto, si appropria di spazi altrui. Continua la lettura di Rondini, Osterie e il Rinco. La realtà nei suoi teatri

La confessione

di Franco Casati

   Si dice, a volte, che la speranza muove i tuoi passi. Tutte le persone anonime che vengono incontro a Livia lungo il marciapiede altro non sono che ombre da scartare al più presto, brevi ostacoli fra l’idea che la anima e la realizzazione di un desiderio urgente affidato al gesto di alzare la cornetta del telefono e di comporre un numero, non appena giunta al proprio domicilio. Continua la lettura di La confessione

Le 95 tesi di Martin Loreto: tombola!

di  Giuseppe Natale

Un gruppo di Abitanti di Via Padova e dintorni hanno elaborato “95 tesi di Martin Loreto” sulla città mercificata e sui quartieri popolari del municipio 2  di Milano (via Padova , viale Monza…).

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“C’era una volta un Re….”

di Rita Simonitto

Dopo ” Jamaica Rum” (qui) e “Straocio” (qui) questo è il terzo racconto del trittico che Rita Simonitto ha dedicato ai “disagi socio/familiari che si riflettono sui giovani”. [E. A.]

C’era una volta un Re, seduto sul sofà, che disse alla sua serva: raccontami una storia.

La serva incominciò: “C’era una volta un Re, seduto sul sofà, che disse alla sua serva: raccontami una storia…”

“La serva incominciò: “C’era una volta un Re, seduto sul sofà, che disse alla sua serva: raccontami una storia…”.

Chi non ha mai sentito questa filastrocca da bambino! Pur sapendo che si sarebbe ripetuta all’infinito, pur tuttavia si continuava a stare lì, nell’attesa che forse qualche cosa sarebbe cambiato…

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Su Silvia Romano

di Giorgio Mannacio

Contrariamente al mio modo si pensare e tradurre in scrittura le mie meditazioni sono spinto da qualcosa – che è insieme indignazione civile e insofferenza verso il disprezzo della ragione – a buttare giù queste note sull’affaire Silvia Romano. Sulla sua “conversione“ alla religione islamica si sono precipitati un po’ tutti a farne un fenomeno da esaminare in vitro secondo diverse lenti di ingrandimento o con occhiali affumicati.

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La recita o la vita

di Lorenzo Merlo

“Gli era chiaro come uscire dalla storia” afferma la voce parlante di questo racconto. Oh, fosse possibile dirlo non solo a singoli più o meno eccezionali che, “osservando se stessi”, sperimentano “ciò che alcuni chiamano risveglio”! Ho letto con divertito scetticismo (anche per i riferimenti ad autori – Watzlawick, Jung, Castaneda – che mi sono rimasti abbastanza estranei) questo racconto di Lorenzo Merlo, ma lo propongo all’attenzione di altri lettori più sensibili a quelle che a me paiono soltanto vie di fuga spirituali impraticabili dai milioni di viventi costretti in condizioni di precarietà o schiacciati dalle emergenze (questa del coronavirus è solo una delle tante) o dalla povertà. A loro – lo dico amaramente – toccano purtroppo ben altri risvegli. [E. A.]

Può capitare, osservando se stessi, di avvertire ciò che alcuni chiamano risveglio. La magia che si compie comporta di vedere il reale diverso da come era prima, pur essendo lui, sempre identico. È una magia a più livelli, prospettive o combinazioni. Essa include infatti anche la chiara comprensione che la realtà esce – e non, entra – dai nostri occhi. Include che non ci si senta più monadi separate dall´universo; che l´infinito che siamo è sempre mortificato da quello che crediamo; che l´energia compone il cosmo, tra cui noi stessi. 

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Poesie (riflessioni) che ho scritto in questi tristissimi giorni

Minor White, Road with Poplar Trees, in the vicinity of Naples and Danseville, New York, 1955

di Annamaria Locatelli

 CASO MAI…
 
 
 Le certezze lunghe più vite,
 ben protette dalla scorza
 di un tempo “organizzato”,
 ora sono fiori recisi
 nel deserto della paura…
 Eppure la Storia dice…
 Eppure per altre prove
 approntammo valide difese
 ma il crollo è stato
 repentino e crudele
 per il corpo a corpo
 con un nemico
 dalle armi invisibili,
 vigliacco!
 Noi lasciati soli e indifesi
 insieme con i nostri ridicoli arsenali…
 Così il tempo delle certezze
 si scolora in lutti e ombre.  
 Da giorni, da settimane ormai,
 si invoca la chiara sorgente
 di vera intelligenza umana
 perché si faccia fiume,
 fertile di limo,
 ad inondare i nostri corpi aridi
 restituendo loro il soffio della vita,
 il respiro….
 Virus, non  sei tu un dio!
 
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La quarantena del geo-capitalismo

di Dario Padoan (dalla bacheca FB di Franco Senia)

Trovo interessante questo (un po’ lungo) articolo, perché tiene ancora aperta l’ipotesi di non ridurci a sudditi passivi di fronte ad uno Stato in crisi (e non solo per l’epidemia di coronavirus). Padoan pone il problema della ricerca di una risposta (“autonoma”, “civile”, “sociale”) «in grado di sfuggire al contagio e contemporaneamente ai diktat normalizzanti del potere della merce». E tuttavia non riesce ad andare al di là di alcune petizioni di principio (come Zizek, da lui citato). Sì, «l’azione collettiva, anche nel caso di epidemie come la presente, è [direi:potrebbe essere] l’antidoto all’individualismo della paura, che delega esclusivamente ad apparati e dispositivi tecnici e burocratici la propria sicurezza», ma in cosa (slogan, azione)oggi potrebbe prendere corpo? Al momento – diciamocelo – l’unica «interazione tra misure sovrane e comportamenti collettivi a protezione della propria incolumità personale»è quella che ci ha indotto e convinti a restare chiusi in casa, cioè ad applicare alla lettera- mugugnando o solerti – il Diktat del governo. Non abbiamo purtroppo altra autorità (politica o scientifica) che delinei una risposta diversa, che sia cioè capace di difenderci sia dal rischio mortale coronavirus che dall’intrusione capillare dello Stato (altrettanto mortale da un punto di vista coerentemente democratico). Rilievi secondari farei alla definizione (secondo me forzata) di «maccartismo del corpo»riferita alle «ansie diffuse relative alla protezione dei confini del corpo da invasioni e dissipazioni»; e all’affermazione che «questa epidemia è più democratica di ogni altra catastrofe». Dubito, infine,sulla validità di una pedagogia, come quella dei “Friday for future”, fondata sulla paura.[E. A.]

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