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POLISCRITTURE Articoli del dicembre 2019

Cari amici e care amiche,

In questo mese di dicembre Giulio Toffoli ha concluso il  suo ciclo  di presentazioni sul cinema muto tedesco, Angelo Australi ci ha parlato del Menocchio di Carlo Ginzburg e raccontato del primo incontro organizzato da “La Casa degli Strani”, Donato Salzarulo  ha commentato i “Sudari” del pittore Enzo Elefante,  Antonio Sagredo ci ha fatto conoscere Vladislav Vančura, Marisa Salabelle ha riferito su una nuova  scandalosa e antiperbenista iniziativa di don Massimo Biancalani a Pistoia.  A sorpresa  sono arrivate due raccolte poetiche: quella di Giorgio Mannacio, commentata da me ed Ezio Partesana, e quella del giovane Antonio Pizzol.  Io ho completato una riflessione su “Hybris” Gianmario Lucini e inziato a riordinare il mio “Narratorio grafico di Tabea Nineo”. Il clima politico mi sembra sempre più plumbeo e scoraggiante  e anche l’anniversario della  strage di Piazza Fontana è  rimasto in sordina.  E il 2020  promette nuove rovine.  Teniamoci lucidi  e attenti  e non facciamoci azzittire. Chi ha qualche buon pensiero faccia lo sforzo   di diffonderlo. Buon anno comunque

Ennio Abate

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Vladislav Vančura

a cura di Ennio Abate

Questo post su Vančura mi è stato suggerito da Antonio Sagredo, al quale devo anche la nota sul Poetismo e l’indicazione della recente traduzione e curatela di “La fine dei vecchi tempi” da parte di Giuseppe Dierna. Miei sono i rimandi dei link. [E.A.]

Notizie sull’autore:

Vladislav Vančura nasce nel 1891 nell’Impero austro-ungarico, in Slesia, territorio che confluirà nella Cecoslovacchia. Si laurea in medicina a Praga nel 1921 e apre un ambulatorio con la moglie. Nel 1920 è nel gruppo d’avanguardia Devĕtsil e alla giocosità del loro Poetismo* sono improntati le prose della Corrente del Rio delle Amazzoni (1923) e il romanzo Un’estate capricciosa (1926), che lo consacra al successo. Grande polarità avevano riscosso il suo primo romanzo Il fornaio Jan Marhoul (1924) e l’apocalittico Campi arati e campi di guerra. Dopo ulteriori volumi di racconti e romanzi (tra questi Il giudizio universale e Markéta Lazarová), nel 1934 pubblica La Fine dei vecchi tempi, altro bestseller, reputato dai critici il suo capolavoro). Scrive anche per il teatro e gira cinque film come regista. Tra i suoi libri successivi: I tre fiumi, La famiglia Horvath e l’incompiuto Quadri di storia della nazione boema. Nel 1939, dopo l’occupazione nazista della Cecoslovacchia, entra nel comitato rivoluzionario degli intellettuali. Il 12 maggio del ’42 è arrestato dalla Gestapo e torturato. Dopo l’attentato a Reinhard Heydrich, il 1° giugno viene fucilato per rappresaglia insieme a migliaia di antinazisti.

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Segnalazione. Attilio Mangano

La Generazione che ha perso. Attilio Mangano: il militante, lo studioso, l’uomo
A cura di Antonio Benci
CDP, 2019 – €10,00 

Con questo volume il Centro di Documentazione di Pistoia rende omaggio a un intellettuale che si è occupato di numerosi temi nel corso della sua esistenza. Mangano ha posto al centro della sua riflessione soprattutto i movimenti politici e culturali dando sempre interpretazioni originali e mai banali.
Un intellettuale che ha avuto in vita meno attenzione e visibilità di quella che meritava. Saggi di
Fabrizio Billi, Diego Giachetti, Marco Grispigni, Aldo Marchetti, Giuseppe Muraca, Franco Toscani.
Contributi di Carlo Carotti, Aldo Giannuli, Pier Paolo Poggio, Roberto Spocci. Prefazione di Giorgio
Galli.

 Attilio Mangano (1945-2016) è stato tante cose in vita: scrittore e saggista; militante politico e attento osservatore della realtà; organizzatore di eventi culturali e animatore di gruppi intellettuali; bulimico scrittore di articoli e direttore di riviste di nicchia; tra i primi blogger e tra gli ultimi romantici del ‘68; marito e padre dedicato e compreso. Il percorso intellettuale di Mangano ha attraversato il secondo
dopoguerra e ha indagato in modo sempre acuto e ironico i tic, le debolezze, le nobiltà e le miserie
della sinistra italiana di cui ha fatto parte con passione e partecipazione, poi con distacco e delusione, come tanti.

Per ricordare l’incontro di oggi 19 settembre

[...]  Questo io se n’è andato da solo, anche quando è stato in mezzo agli altri. La città (o le città o i luoghi) in cui è vissuto, le persone con nome e cognome conosciute, i fatti accaduti in società dilaniate dalle tensioni sociali e politiche restano quasi innominati. Sono stati sottoposti ad un procedimento di ascetica estraneazione, che alla fine ne mostra esclusivamente l’inconsistenza (e si potrebbe pensare a quanto avvenuto in pittura con l’astrattismo).

[E. A., Appunti su «Viaggi» di Eugenio Grandinetti, in POLISCRITTURE
 (QUI)]