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Scrap – book dal Web: su Erich Olin Wright

Erik Olin Wright: estendere la democrazia per erodere il capitalismo

Sull’ipotesi generale (la strategia dell'”erosione dello Stato”) e su alcuni punti che ne dovrebbero essere l’applicazione (ad es. la democratizzazione possibile delle  cooperative) non mi entusiasma, ma non posso  non sottolineare la simpatia per il tipo di pensiero eclettico e antiscolastico di questo studioso. Inoltre l’esperienza fatta in questi mesi nel “Comitato 16 marzo” sorto a Cologno Monzese contro la chiusura della Scuola d’italiano per cittadini stranieri  mi fa apprezzare ancor più la sua esigenza “pragmatica”.  Certo il distanziamento da Marx  va meditato e valutato con più rigore. La sua ipotesi di un socialismo «realizzabile nel seno stesso del capitalismo»  fa sorridere. Dovremmo sbeffeggiare  le fatiche, i drammi e spesso le tragedie di  tanti nostri antenati – rivoluzionari e/o riformisti – che si sono spesi per andare  oltre il capitalismo. Tuttavia mi pare pienamente condivisibile il punto 9 della presentazione di Denise Celentano, di cui  avevo già segnalato (qui) un articolo. [E. A.] Continua la lettura di Scrap – book dal Web: su Erich Olin Wright

RILETTURE. Alcune note di Fortini sulla Resistenza

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Queste note di Franco Fortini – tutte del 1965, solo l’ultima del 1975 – le ho tratte da «Un giorno o l’altro» (Quodlibet, Macerata 2006) un suo «diario in pubblico» incompiuto, dove raccoglieva «interventi privati e pubblici, editi e inediti, dal ’45 agli anni ’80» . Pur con  varie ripetizioni, riassumono  al meglio  un punto di vista non retorico e non celebrativo  sulla Resistenza e si distanziano nettamente dalle rituali, ripetitive e ipocrite interpretazioni che circolano da settant’anni ad ogni anniversario. Non mancano  gli accenti autocritici. Nel primo testo, ad esempio, Fortini fa sua la critica alla tesi della “resistenza tradita”.  Ammette, cioè,  che hanno vinto proprio i sostenitori della resistenza patriottica contro il “nazi-fascismo”, dei “fronti popolari” voluti dalla «classe capitalistica occidentale» e dalle «dirigenze politiche staliniane». Anche se continua  a dire che «la Resistenza andava, in potenza, al di là dell’antifascismo;  e, in una certa misura, ne era la critica ». Ci sono, dunque, delle oscillazioni nel giudizio, mi pare. Che pensare della Resistenza oggi: rassegnarsi o lanciare ancora invettive a vuoto? Fortini pare suggerire un’altra via, per così dire “poetica”. La riassumerei così: non  ha più senso proporsi di riscrivere la storia della Resistenza né è possibile (e lui parlava nel 1965, ma ora la situazione è peggiorata) una prassi politica diversa; affidiamoci alla poesia, l’unica che sa – sembra di risentire un’eco foscoliana, quella de I sepolcri –  conservare e interrogare «l’aspetto più atroce e vero della Resistenza», edulcorato dall’interpretazione ufficiale o perso di vista o stravolto da un certo giornalismo scandaloso. (Mi va di far notare che questa importanza che Fortini dà alla poesia rispetto alla storiografia è quella che io avevo cercato di correggere nella mia riflessione del 2003 ripubblicata l’11 aprile 2015 qui). Ma in queste note ci sono altre importanti e condivisibili puntualizzazioni. Ad esempio – e qui il Lenin  del ‘senza teoria niente rivoluzione’ è  ancora vivo nel giudizio di Fortini – su quanto furono infruttuosi eroismi e sacrifici a causa della debole capacità politica di chi diresse quel moto, ben più caotico e confuso di  quel che si dice: «Chi parla di scelte assolute? Si passava da una all’altra, nel giro di pochi giorni, di ore. Ognuno si costruì con mezzi di fortuna una propria teoria politica». E, contro le facili mitizzazioni, pare fondamentale il punto in cui Fortini ricorda che il fascismo fu solo la forma politica che in un paese economicamente e civilmente debole le classi dirigenti scelsero per avviare il passaggio da una economia  ancora agricola ad una prevalentemente industriale; e che la Resistenza, dunque, ha soltanto agevolato lo sviluppo delle forme moderne della produzione capitalistica in Italia, inserendola così inesorabilmente nell’orbita del capitalismo statunitense. Altro che “liberazione”, dunque. [E.A.] Continua la lettura di RILETTURE. Alcune note di Fortini sulla Resistenza

IN MORTE DI VITTORIO RIESER (Un’intervista del 3 ottobre 2001)

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Foto di Vanna Lorenzoni

[Avrò visto e ascoltato Vittorio Rieser un paio di volte in via Vetere a Milano negli anni Settanta. In qualche seminario di Avanguardia Operaia – organizzazione “extraparlamentare” (questa la definizione dei giornali ostili) a cui ho partecipato io pure dal ’68 al ’76. Poi, nella seconda metà degli anni Ottanta, l’ho incontrato ad Agape di Praly, il centro dei valdesi, dove ancora era possibile  durante qualche campo estivo discutere  di argomenti socio-politici con studiosi o militanti – diciamo pure – in pensione o già messi ai margini dal nuovo corso che porterà alla distruzione della Sinistra. A differenza di altri, nei confronti del Rieser studioso mi è rimasta una stima rispettosa, anche dopo la sua scelta di rientrare nel PCI. E  ho avuto un’attenzione saltuaria ma coinvolta verso i suoi scritti più recenti, soprattutto quelli di bilancio storico, che mi è capitato di trovare sul Web o sul sito de «L’Ospite ingrato» del Centro F. Fortini (qui e qui). Li ho letti, però, con crescente distacco. Sia per la consapevolezza della comune sconfitta, che rende  amaro ogni sguardo al passato. Sia per diffidenza verso quella sua scelta di continuare la militanza nel PCI o in Democrazia proletaria o in Rifondazione comunista. Mentre la mia è stata la via dell’isolamento o, come poi l’ho chiamata, dell’esodo: pensare e agire per quel che ancora si poteva, ma al di fuori di ogni istituzione sindacale o politica, storica o residuale di quella stagione politica, nella quale il termine ‘sinistra’ aveva avuto  un qualche senso. Se oggi, malgrado le distanze, mi sento di onorare Vittorio Rieser, come mi è capitato per altri compagni conosciuti di striscio o frequentati allora (Danilo Montaldi, Massimo Gorla, Costanzo Preve,  Franco Pisano) è perché, fra le ceneri di molte loro parole, ancora trovo qualche brace intensa della vampata di quegli anni. Continua la lettura di IN MORTE DI VITTORIO RIESER (Un’intervista del 3 ottobre 2001)