Archivi tag: Franco Fortini

Contro il culto del “Divino Proust”

DA UNA VECCHIA DISCUSSIONE [*] SU POLISCRITTURE
A PROPOSITO DELLA LEZIONE DI PROUST

di Ennio Abate

Dedico questo vecchio pezzo del 2015 – per contrasto – ai fanatici del “Divino Proust” che hanno ammorbato la giornata – ieri 18 novembre – del centenario della sua morte.

So di annoiare tirando in ballo sempre Fortini ( e qualcuno me lo continua a  rimproverare…), ma devo riconoscere onestamente che è ancora da due suoi scritti – «Alla ricerca del tempo perduto» ( in «Ventiquattro voci per un dizionario di lettere», Il saggiatore, Milano 1968); «Il controllo dell’oblio» (in «Insistenze», Garzanti, Milano 1985) – che ho potuto da una parte riordinare le mie confuse impressioni di “provinciale” della lettura giovanile che feci subito dopo il liceo di quasi tutta la «Ricerca»; e dall’altra cogliere le implicazioni problematiche e attualissime – tra il personale e il politico, tra l’io e l’io-noi – della distinzione tra memoria volontaria («ricordo» dice, consapevolmente semplificando, Fortini) e memoria involontaria.
Cosa poteva ricavare il ventenne provinciale che fui a SA agli inizi dei Sessanta dai volumi della «Ricerca» che comprava man mano che uscivano nella Mondadori economica (quella con la costa in tela rossa)? Suggestioni, solo suggestioni. Quella evocazione era grandiosa e coinvolgente, ma riguardava un mondo borghese-aristocratico per lui inarrivabile e ignoto, fatto di personaggi raffinati, spudorati e coltissimi e di modi di sentire e pensare e colloquiare che lo stupivano e forse lo scandalizzavano (data l’educazione cattolica ricevuta).
E però anche un esempio (e forse un modello) di dedizione eroica e caparbia allo scavo nella memoria personale, che incoraggiò una sua predisposizione – allora spontanea e acritica – alla medesima operazione. Perché aveva già avviato per conto suo e in segreto (sotto lo stimolo della passione per la letteratura, ma anche per lo stacco subìto dal mondo paesano dell’infanzia con il trasferimento in città e una scolarizzazione penosa che chiedeva risarcimenti..) una raccolta di ricordi, appunti, esplorazioni riguardanti quel suo pezzo di esperienza campagnola, che, scrivendone, si colorava di mito. E che poi è continuata e continua ma in condizioni diverse, precarie e tra mille interruzioni (di cui tra l’altro nei suoi scritti Fortini spiega le radici materiali e storiche) .
Fortini (nei due brani citati, ma soprattutto nel secondo), mi ha fatto capire meglio la complessità letteraria del lavoro di Proust (il suo legame con «due fonti di tradizione francese: – la prima che va da Montaigne a Laclos, a Bergson,[…]); – la seconda «della memorialistica e saggistica di costume, di Saint-Simon come di tanti autori del Seicento e del Settecento, presente anche nella «Commedia» balzacchiana») e il suo intento “enciclopedico” («”Romanzo annegato in un trattato”, è stato detto: ed infatti allo sforzo continuo di dedurre leggi generali dalle osservazioni particolari si aggiungono innumerevoli paragrafi su argomenti specifici, dall’araldica alla linguistica, dalla recitazione teatrale all’arte militare. Ma soprattutto la “Ricerca” contiene una estetica, una morale e una fenomenologia della conoscenza; per non dire una storia di buona parte della letteratura francese, una somma di giudizi su molti autori stranieri, osservazioni penetranti sull’arte del medioevo gotico, del rinascimento italiano ,della pittura olandese e dell’impressionismo francese. Proust vi ha gettato tutto il suo bagaglio di conoscenze, per farne un “tesoro”, nel senso medievale della parola»).
Ma è sul contrasto tra memoria volontaria e involontaria che Fortini diceva (negli anni Ottanta!) qualcosa degna di discussione, perché misura tutta la distanza nostra da Proust e contestualizza *politicamente* la questione della memoria volontaria e involontaria, riportandola ai nodi irrisolti della nostra esistenza individuale e politica tuttora irrisolti. Riporto perciò un lungo brano dal secondo scritto:

È risaputo che dopo i primi vent’anni del nostro secolo l’opera di Proust propose ai propri lettori una pratica di ascesi, di conoscenza e di redenzione fondata sul recupero di particolari esperienze trascorse. «Le verità che l’intelligenza afferra direttamente nel mondo della piena luce hanno qualcosa di meno profondo, di meno necessario di quel che la vita ci ha comunicato nostro malgrado in una impressione; che è materiale perché ne siamo stati penetrati per la via dei sensi ma della quale noi possiamo *dégager l’esprit*, liberare, e svolgere, l’essenza spirituale».
Nulla di troppo nuovo, in questa proposta; analoghe discipline sappiamo essere state sempre vigenti in società o gruppi umani di forte vita religiosa; dove si è sempre insegnato come disporsi a ricevere la Grazia o a salire i gradini dell’estasi. La novità era semmai questa: Proust constatava che il recupero salvifico era possibile solo convertendo l’esperienza «richiamata» dalla memoria in un equivalente spirituale che definiva «opera d’arte». Vedremo che questa, a prima vista bizzarra pretesa di trasformare tutti gli uomini in artisti, può aiutare a chiarire alcuni aspetti della nostra realtà contemporanea.
Proust distingue fra una memoria volontaria, che egli tende a vedere come già formulata in pensiero verbale (e che, per semplificare, possiamo chiamare «ricordo») e una involontaria, che ci riporta invece una totalità di esperienze, concentrate in un punto del tempo che è passato e che torna presente. Decostruire le totalità ineffabili che la memoria involontaria ci ripropone, per crearne un equivalente metaforico: questo ne consente la riappropriazione e in tale riappropriazione è la sola nostra possibile compiutezza umana.
Per quanto questo itinerario si proponesse a tutti in realtà esso opponeva ancora una volta – in analogia con numerose formulazioni elitarie apparse fin dall’alta età del romanticismo tedesco – una capacità di separazione dal volgare «ricordo» che è di tutti, non senza colpire le pretese della storiografia positivista, con la sua sottintesa o esplicita nozione di tempo quale continuità o flusso senza cesure. Ebbene, quel che qui posso enunciare solo in modo assertivo, e non dimostrare, è che il genere di vita quotidiana ormai solidamente costituito nelle società urbane del moderno universo tecnologico di produzione e consumi ha creato nel giro di un cinquantennio le condizioni perché in masse grandissime di uomini gli episodi della emergenza della memoria involontaria si moltiplichino e dilatino sino ad occupare una larga parte della vita psichica, di altrettanto riducendo e svalutando la funzione del «ricordo».
Invece di ricordare, si gestiscono episodi di memoria involontana preconsci o subliminali (come li chiamava Joyce; che parlava anche di «epifanìe»). Essi vengono così adibiti ai piccoli cerimoniali dell’angoscia e della privata superstizione, a delizie coatte, a forme degradate di mistica. Brodo di coltura delle nevrosi, consolazioni di melodie private.
Lo sviluppo contemporaneo non si è davvero limitato ad attrezzare un diverso paesaggio (come, un po’ ingenuamente, avevano previsto i futuristi) e neanche a diminuire (come avevano voluto i surrealisti) la distanza fra universo della coscienza e zone del preconscio. Con tutto questo si restava ancora sulla solida, diurna terra; e i «viaggi» delle esperienze erotiche, oniriche o mistiche, con o senza l’aiuto di droghe, avrebbero continuato a essere forniti di biglietto di ritorno. Si era ancora ben lontani da quella giustapposizione schizoide fra universo del «ricordo» (ossia della razionalità e della prestazione) e universo della «memoria involontaria» (ossia del piacere e del sogno). O, per meglio dire, tale giustapposizione, sempre presente, non era diventata, come oggi è, costitutiva della società e istituzionalmente intrattenuta e sfruttata.
È quasi inutile rammentare che questo processo – altra volta ebbi a chiamarlo «surrealismo di massa» – ha una sua sorgente nei modo produzione della fabbrica moderna (si vedano e pagine di Braverman) che le successive «generazioni» elettroniche stanno bensì alterando ma forse non diminuendo; anzi aggravando. Non sarà (già non è) più la ripetitività del lavoro al pezzo a indurre lo stato di diminuita lucidità e l’emersione di episodi di memoria involontaria di cui hanno scritto non pochi psicologi della vita di fabbrica; ma semmai la sempre più irrecuperabile distanza tra l’operatore e l’esito degli automatismi, con la scomparsa – al limite – di ogni «materialità» ossia di ogni esperienza sensibile insieme ad ogni vera attività intellettuale.
Ridicolo pensare di sfuggirvi passando dal tempo coatto, iscritto in un fatale «software» (sequenze audiovisive o della pubblicità o dei pubblici trasporti o dell’auto) a quello privato della contemplazione o della meditazione. È proprio quest’ultimo ad essere definitivamente imbevuto dai «tempi» forniti dalla fabbrica, dal mercato e dalle fabbriche di consenso. Qual è, oggi, la durata media di una lettura continuata? Quale la capacità di attenzione sostenuta? Non paradossalmente, quanto più si rinuncia a «ricordare» ossia a formulare verbalmente la storia che conosciamo, di noi e degli altri, tanto più la congerie dei frammenti memoriali emergenti da esperienze scomparse diventa medium delle nostre giornate, un glutine attraversato da pulsazioni e da soprassalti. Quando ci illudessimo di poterne elaborare un frammento, interrogarlo (come Proust ha fatto) fino in fondo, ci dovremmo accorgere che il tempo di contemplazione di cui si dispone si esaurisce rapidamente, come in certe affollate esposizioni o nei dibattiti televisivi dove, ben presto, «il tempo sta per scadere». Nella cella dove credevamo, attardati seguaci di Teresa di Avila e di Marcel Proust, di poter conversare con le intatte vergini della memoria profonda o involontaria, appaiono invece le oscene meretrici mondane che ossessionarono gli antichi monaci penitenti. E la maggioranza dei nostri pari ci grida che va bene così. Per di più, tutto questo, oggi e nel nostro paese, appare non come un processo in corso ma come alcunché di stabile e di solido e di cui ormai nessuno più si accorge. Questa è la «modernizzazione», lungo più di un secolo auspicata da intellettuali e politici. Penso all’ultimo Vittorini, ai suoi scritti sulle *Due tensioni,* di recente ristampati; e a come si fosse sbagliato. Penso ai politici, all’arco amplissimo che va dagli uomini della destra tecnologica e laica a quelli della sinistra operaista: oggi sposi.
Quei desideri sono adempiuti. L’Italia è un paese «moderno» con qualche trascurabile ritardo. Se fra il grado di informazione dei gruppi dirigenti e quello delle masse dirette ci sono ancora delle «discrasìe», come non senza eleganza ha detto giorni fa uno specialista in «ricordi» cioè uno storico (Paolo Spriano), discorrendo delle vicende del suo partito; se cioè i meno hanno sistematicamente mentito ai più per vent’anni, nulla di male; un po’ di pazienza e il progresso (o un congresso) metterà tutto a posto.
Le conseguenze di tutto questo non però sono state quelle che erano temute dai deprecatori del tecnologismo e dai nostalgici dell’umanesimo; e neanche quelle auspicate dagli apologeti della «rnodernizzazione» che ho sopra nominati. O meglio: si sono avute queste e quelle ma le une e le altre sono state, e di molto, oltrepassate dalle conseguenze della situazione economica e, ancor più, di quella politica. Con brutalità, gli anni del «miracolo» avevano «modernizzata» tanta parte della penisola; quelli della fine del decennio Sessanta avevano, con altretanta brutalità, alterato gli equilibri fra società e ceto politico.
Con l’inflazione, vale a dire con l’impossibilità di risparmio equivalente a impossibilità di «ricordo» e di «previsione», con la disoccupazione e la sottoccupazione e, finalmente, con la liquidazione d’ogni possibile prospettiva politica, l’ultimo decennio ha avuto bisogno di produrre una gran e quantità di tranquillanti e di analgesici che abbassassero la soglia della coscienza; l’oblio omerico, quello che toglie ogni ricordo della patria e ogni nostalgia è diventato un bisogno collettivo. Alla lettera, non sappiamo più che cosa abbiamo fatto, chi eravamo, che cosa volevamo, un mese, un anno, dieci anni fa. Non sappiamo. Ma viviamo per soprassalti, attraversati da pulsioni memoriali. Come gli ubriachi, siamo tuttavia abbastanza lucidi per eseguire certe sequenze di comportamenti.
Parlo di sonnambulismo ma non è una metafora. Di questa permanente produzione di effimeri psichismi in sospensione aveva già profetizzato e forniti esempi la grande letteratura europea fra il 1915 e il 1935. Quel ventennio aveva così anticipa to modi di esistenza che oggi sono cibo e escremento quotidiano di masse enormi. Di qui si può vedere che il presente ragionamento si ricollega al tema delle adolescenze prolungate e del sarcasmo come cultura del nullismo, dunque, della assenza di «ricordo», e quindi di storia, per chi vuole sapere qualcosa del proprio passato e di quello del proprio padre. Il gesto di chi si droga è simbolico di noi tutti, lo sappiamo da un decennio. Chi vuole che non si ricordi (ossia chi vuole un mondo di adolescenti e di servi) vuole anche che le esperienze della memoria involontaria e le emersioni del subconscio – capaci di compiere, in altri tempi, miracoli religiosi, rivoluzionari e artistici – siano diffuse, incontrastate e quindi impotenti come molecole di un gas decompresso. L’espropriazione del «ricordo» cioè della tra dizione è il vero esito della colonizzazione; perché di questa, in definitiva, sto parlando. Su questo tema Simone Weil ha scritto parole indelebili.
So bene, così rivendicando ricordo e storia contro l’immagi-aria pienezza della memoria «profonda», di scrivere contro due dei miei più cari e grandi maestri, Proust e Benjamin. Manon si può lasciare il ricordo e la storia nelle mani dei padroni e signori. Non si può, come dice il poeta, nutrirsi dei «sogni giocondi d’error». I nostri sonnambuli (questa è la mia conclusione provvisoria) vivono quindi nella dimensione degradata, dell’«estetico».
E quando si è afferrati dall’angoscia di morte, entro di noi non sappiamo trovare se non feticci di figurazioni culturali o frustoli di poesia. Il «ricordo» invece, nella sua definitività narrativa, è oggetto o strumento. Può passare di mano in mano. Già in sé contiene giudizio e scelta. Strappa al magma dei paradisi e degli inferni solo interiori. Costruisce dure sequenze di una temporalità non individuale. Esige il patto fra persone e generazioni; e la fedeltà al patto.

( da F. Fortini, «Insistenze» pagg. 133-137)

*La discussione si svolse il 24 ottobre 2015 e si legge per intero qui 

 

Il Fortini smacchiato del giovin Marchesini

a cura di Ennio Abate

Ho letto su FB un articolo di Matteo Marchesini, «Su Pasolini e Fortini, per anniversario (dal Foglio)» e mi sono accorto che, accanto alla insidiosa imbalsamazione accademica di Franco Fortini, procede  la banalizzazione della sua figura anche sui social. Provo ancora una volta –  non me l’ha chiesto nessuno –  a difenderne la memoria marxista e comunista. E invito chi ancora ne è capace ad una rilettura attenta anche della sola introduzione  così ricca, problematica e sincera  al suo «Attraverso Pasolini». [E. A.]


1. Attraverso Pasolini (1993)

Introduzione  di Franco Fortini

Aveva torto e non avevo ragione. Una differenza c’è, la conosco. Il conflitto di indoli, poetiche, intelligenze e impegni, che fu il nostro, il tempo non sopravviene a renderlo illusorio più di quanto non faccia con ogni impresa ed esistenza. Lo tramuta in una parte sempre più opaca; ma un’altra renderebbe preziosa, purché ci fosse chi sapesse leggerla come qualcosa di meglio che due singoli destini.

Quando dico che ebbe torto, non parlo della poesia sua, dove fu tale. La poesia non ha né torto né ragione ma presenza. I torti e le ragioni sono semmai nelle risposte di chi ne partecipa. Parlo di qualcosa di diverso dalla passione e dalla ideologia. Con «passione» intendo il progetto che proponiamo a sé e agli altri. Con «ideologia» l’ordine intellettuale delle convinzioni e delle ragioni. Credo che il progetto di Pasolini, ossia la projezione di una complessiva proposta di sé a se stesso e degli altri a loro, sia stato erroneo e senza avvenire; e che il suo rovello intellettuale sia stato spesso o oscurato o limitato da un irrimediabile sconcerto della mente.

Quando dico che non ebbi ragione, non parlo però di quanto posso avere scritto, anche a lui e su di lui. Parlo del non aver voluto né saputo vincere neppure io la passione per il progetto o effigie che venni e tuttora vengo proponendo a me e agli altri, tanto più pronunciando, anzi con accento privato e ‘idiota’, quanto più andavo proclamando impersonalità e oggettività. Sebbene creda, sì, di aver avuto, quanto a Pasolini, ragione nell’ordine della ragione, so di avere avuto torto di fronte all’albero d’oro della vita.

Su Pasolini, le pagine che seguono non sono un saggio ma una raccolta di quanto ne ho scritto in quarant’anni. E anche documenti e lettere del periodo della rivista «Officina». Di che cosa vorrebbero parlare queste pagine?

Vorrei essere utile ai più intelligenti critici che in questi ultimi anni hanno scritto su Pasolini. Sono convinto che una valutazione critica sulla sua opera non possa distinguersi subito dai suoi enunciati ideologici; ma che da quelli debba distinguersi subito dopo. Probabilmente nella propria opera nessuno scrittore italiano del nostro secolo ha accumulato, come Pasolini, giudizi sulla storia contemporanea e la società in cui visse; con altrettanta costanza nessun altro ha fatto di quei giudizi materia del proprio scrivere. Lo ha fatto però in modi che chiedono di venir decifrati.

Serve una lettura linguistica e stilistica che si apra la via attraverso la congerie degli enunciati e delle perorazioni ininterrotte e vi identifichi gli elementi radiattivi per poi, alla loro luce, reinterpretare l’insieme. Quasi sempre, e ci sono anch’io, «ognuno loda, ognuno taglia» e porta a casa quel che più gli conviene. Accade che si sia tentati di dare notizia dei tanti aspetti dell’autore – il fabulatore autobiografico, il lirico, il drammaturgo, il narratore, l’uomo di cinema, il polemista e il critico – e pervenire a una sintesi accettabile. Ma così non si è discesi nei luoghi decisivi, nei nessi più contraddittori della sua scrittura in versi; che, secondo mi è sempre parso, nella sua forma dice alcunché di altro o di diverso da quanto intendesse dire l’intelligenza autocritica del loro autore, resa quasi delirio dall’antagonismo fra volontà dispotica di onnipotenza e celata certezza di impotenza. Ma di questo non qui posso discorrere.

Qui raccolgo quel che dal 1952 a oggi su Pasolini ho scritto: articoli, appunti, saggi, lettere, intenzioni critiche e autobiografiche, polemiche e pretesti. A quelle scritture, le edite e le inedite, accompagno informazioni e commenti, spesso intenzionalmente arbitrari. Non ho avuto in passato, voglio ripeterlo, né ho l’intenzione o capacità di tenere oggi un vero discorso critico sull’opera di Pasolini. Il lettore si avvedrà da solo dei limiti e dei propositi dei singoli contributi. Posso solo dire ad alcuni dei più valorosi critici odierni di Pasolini quel che Šklovskij (più di una volta l’ho ricordato) disse, chiamato da vecchio a parlare a studenti e studiosi di Mosca che scoprivano la scuola formalista di quarant’anni prima: «I nostri avi, gli Sciti, prendevano ogni loro deliberazione due volte, la prima da ubriachi e la seconda da sobri. Voi state ora ripetendo da sobri quel che noi, qualche decennio fa, abbiamo detto nell’ebbrezza».

Che senso ha allora il titolo e di che cosa parlano queste pagine?

In primo luogo parlano di chi le ha scritte, paragrafo di autobiografia qualsiasi. Del genere hanno le servitù, le contraddizioni e l’arbitrio. In secondo luogo, parlano in quanto documenti di una vicenda – di cultura, letteratura e politica – che può essere di qualche interesse per capire che cosa avesse abitato l’immaginario e il giudizio di chi qui scrive attraversando l’opera e i rapporti personali e intellettuali con Pasolini, tanto nel ventennio antecedente la sua morte quanto in quello successivo; e, probabilmente, anche quelli di molti altri.

Equilibrio e distacco mi sono stati impossibili. Non solo perché allora intervenni quasi sempre in occasioni estemporanee (recensioni o lettere); ma anche perché per lungo tempo ogni mia parola a proposito di Pasolini prendeva subito posto a fianco o contro quelle che lui scriveva o altri su di lui e noi.

Non è più così, oggi. Quanto in lui e in me si agitò in quelle occasioni non può non apparire alcunché di incomprensibile, quasi al confine della mania, per un giovane di oggi. Ma non eravamo né pazzi né fanatici. Eravamo, a poco più di dieci anni dalla fine della Seconda Guerra, nel cuore del secolo, ancora ricchi di qualcosa che – scrisse Pasolini – ci faceva piangere guardando Roma città aperta. Le lacrime non sono affatto un buon criterio di giudizio. Eppure mi piacerebbe sapere che cosa possa oggi far piangere un uomo di trent’anni, che tanti allora Pier Paolo ne aveva.

E a uno o due di quei giovani anche vorrei dire: come si impara una lingua straniera, cercate di capire la lingua nostra, solo in apparenza simile a quella che ogni giorno impiegate conversando o pensando. Se ritenete che non valga la fatica, chiudete in fretta i nostri libri e l’età che li produsse; e buona fortuna.

Quegli argomenti non riguardavano insomma lo scrittore e il poeta e neanche la sua o mia biografia: ma la nostra esistenza ossia il senso del nostro essere al mondo, i nostri compiti, le scelte. Non quel suo lavoro o il nostro: ma il modo in cui vennero vissuti e bruciati alcuni decenni. Dico questo pur invocando l’ironia di chi sa quanto sia scarsa, in realtà, l’importanza delle vicende di gruppi intellettuali e letterari. E anche con tutta la rabbia di non aver saputo con bastante energia rifiutare la ridicola e non innocente enfiagione dei ruoli che il potere – o l’antipotere, che del primo non di rado è complice – attribuisce alle corporazioni delle arti e delle lettere.

Perché allora parlare di «torto» e di «ragione»?

Una risposta è in un passo, scritto da me, di una risposta di «quaderni piacentini» per una polemica con Pasolini, in una lettera del 20 ottobre 1964; la si legge a p. 563 del secondo tomo delle Lettere. Lei – vi si diceva a Pasolini – si crede un Poeta «e non invece, com’è, il signor Pasolini autore di poesie che ammiriamo».

Questa distinzione è alla radice. O si leggono, come si debbono leggere, le opere (e anche tutto il sistema significante che chiamiamo vita di qualcuno o di molti o di tutti) come alcunché da interpretare con un lavoro interminabile di ermeneusi, eterno antefatto di un Giudizio Finale che non ci sarà; oppure si accettano le rozze ma irrespingibili ma necessarie divisioni in «generi». E allora, nei sistemi di segni che Pasolini ci ha trasmessi e lasciati ve ne sono di quelli sui quali più che su altri è possibile esercitare le categorie e i giudizi del vero e del falso, del giusto e dell’ingiusto: sono i suoi scritti teorici e critici, gli interventi ideologici, politici, polemici, giornalistici, epistolari, comportamentali. A costo di apparire ottuso, gretto, sordo, cieco e peggio, sempre ho difeso e continuo a difendere che quest’ordine di segni, questi modi del linguaggio, sono giudicabili in logica e in etica, contro le correnti confusioni fra biologia e autenticità, fra oscurità e religione. So di poterlo fare perché so bene che un altro sistema di segni c’è ed è quello poetico-letterario. Altro sistema di segni; che va appreso, come ho detto, nella sua «astanza»; sapendo però che, sottoposto alla traduzione critica che ogni recettore inevitabilmente ne compie, si tramuta da uno ad altro sistema di segni, salvo ricomporsi, per ogni futuro riuso, nella propria originaria figura formale. Così viviamo.

E come la legge giuridica non può non accettare la propria «inumanità», così le affermazioni erronee (e magari le sciocchezze) ideologiche, politiche, filosofiche, critiche e così via, enunciate da grandi o piccoli poeti, debbono essere valutate senza illudersi che si «riscattino» dalla, e nella, loro complessiva opera e biografia. Su questo punto Pasolini non poteva essere d’accordo con me. Non tollerava limiti alla legislazione del suo piacere e infuriava accusando tutti di moralismo e di intellettualismo. Però nello stesso tempo, non rinunziava a intervenire, a volersi – anzi ad essere – quel che allora si diceva un «intellettuale militante», come altri suoi amici e come me stesso. E se era messo alle strette per i suoi giudizi e gli atteggiamenti pratici e intellettuali tendeva a volgere il discorso in sofisma, in dialettica d’apparato, a invocare l’irresponsabilità del nume poetico. Non voleva mai perdere; perché si sapeva perduto. Così l’atterrito rispetto che ho avuto e ho tuttavia per le verità che balenavano dentro i suoi errori logici e ideologici, continuo a negarlo a quanti difendono in quel suo titanismo una irresponsabilità e immunità più vitalistica che poetica o artistica, quella che si faceva complice – così gli avevo scritto, non senza temeraria giustizia, nel 1956 – del male del suo e mio popolo. Dunque Pasolini era proprio il signor Pasolini autore di poesie che ammiriamo. Non era il Poeta. A differenza della santità, la poesia non è mai inhaerens ossibus, è sempre prima o dopo il soggetto.

«So che la nostra storia è finita»; «La nostra storia non è mai finita». La differenza era tutta nel valore di quel ‘nostra’. Per Pier Paolo era quella dei suoi coetanei e sua, che aveva avuto come luogo centrale l’adesione al ‘popolo’, l’antifascismo resistente, la milizia nella sinistra dei comunisti, nel decennio 1945-1955. Tale storia era realmente finita. Con estrema penetrazione egli aveva veduto e detto nei versi di Le ceneri la fine di quelle immagini simboliche e patetiche. A differenza di altri che avevano parlato di quella «fine» pochi anni dopo la guerra (Tobino, Arpino, Carlo Levi, Cassola, Saba, Sereni, Bassani) ossia fra 1946 e 1950, Pasolini ne parlò proprio quando un ciclo nuovo si apriva, in Italia, con processi sociali ed economici che avrebbero rapidamente iniziata quella che Pasolini chiamò ‘mutazione antropologica’. È vero che almeno da due secoli (e forse più) la poesia si alimenta del pathos di quel che scompare e dilegua; ma non fa dubbio che, a partire dal 1956, la società italiana (quale era stata per chi aveva avuto fra i quindici e i venticinque anni presso a poco fra il 1935 e il 1955) andava mutando a precipizio e a vista d’occhio. In questo senso (più ancora che Le ceneri di GramsciIl pianto della scavatrice e Una polemica in versi dicono il fatale passaggio del 1956. È vero che lo stridore della scavatrice piange «ciò che muore || e ricomincia» e che «in questa melanconia è la vita», ma da quel momento Pasolini saprà sempre meglio di essere «una forza del Passato» e che quindi, soprattutto dopo Accattone, andrà sempre più scrutando i caratteri degenerativi della trasformazione fino a rifiutare dieci anni più tardi, sebbene in forme contraddittorie, i ‘figli’ del 1967-1968.

Un punto notabile. Oggi è chiaro a molti quel che a parole era chiaro da almeno tre decenni: il tratto di vita nazionale che ha coinciso con la vita di chi scrive e con quella di Pasolini è stato asservito oltre ogni immaginazione, prima e oltre al conflitto delle cosiddette superpotenze, alla volontà politica e militare degli Stati Uniti. I partiti di opposizione, d’accordo con quelli di governo, col ceto imprenditoriale e con i meccanismi della informazione, hanno convenuto nel mantenere il silenzio sul grado di quella subordinazione. Non mi si replichi che non sono mancate menti e analisi che chiarivano la verità. È cosa molto diversa riferire gli avvenimenti ad uno stato di generica dipendenza e invece vederne gli effetti. Per questa vista sono stati necessari la caduta dell’Est europeo e gli avvenimenti mondiali e italiani degli scorsi due anni, 1991-1993.

Se si vuol capire allora di che cosa stessero parlando due intellettuali e scrittori italiani fra i trenta e i quarant’anni nel decennio che va dal XX Congresso del Partito comunista dell’Urss alla «contestazione» giovanile del 1967-1970, bisogna aver presente due dati maggiori: uno, che guardava al passato, era il non esaurito lascito della guerra antifascista e la fondazione di una società pluralista e democratica, quindi un enorme cumulo di simboli, connessi con l’idea di comunismo e di rivoluzione (oggi incomprensibili, torneranno visibili presto). L’altro era la trasposizione di quel passato in un avvenire di solidarietà internazionali e intercontinentali, dal Vietnam all’America Latina.

Perché allora «Attraverso Pasolini»? Il titolo non vorrebbe solo alludere a un percorso difficile dentro o lungo l’opera e il fantasma biografico, da cui si esca come da un tragitto etico o estetico o esoterico. Per quanto mi riguarda, non lui ma altri sono stati gli amici e gli autori che ho sperato di avere «attraversato». Vorrei perciò dare a quel verbo anche un altro e non secondario significato: quello di reciproco intoppo, contraddizione, ostacolo. Non ‘avverso’ ma ‘di traverso’.

Non ho nessuna difficoltà a scorgere in questa relazione con Pasolini vivo o morto un esemplare degli psichismi – che probabilmente un analista chiamerebbe «omosessuali» – frequentissimi anzi correnti fra chi (come lui e me) ha ereditato buona parte della figura storica dell’«intellettuale». Psichismi di ammirazione, devozione, stima e reciproca competitiva aggressività. Posso solo cercare, coi miei mezzi, di controllarli e interpretarli. I sentimenti di invidia, rancore, amore, narcisismo frustrato e altro ancora sono con poco pudore offerti in questo libro a chi se ne accontenta. Fra l’altro, in un commento odierno a una lettera di Pasolini del novembre 1965 mi pare di avere intravveduto di che cosa avesse potuto trattarsi. Ma, direi, tutte le lettere finali di Pier Paolo e mie, con quel mio rifiuto di collaborare a «Nuovi Argomenti», mi pare chiariscano e fissino. Anche per questo esibisco la sequenza delle occasioni di dialogo e scontro.

Posso insomma liberamente partecipare di quel che i libri firmati da Pasolini propongono solo dopo aver dette fino in fondo le mie ragioni di dissenso da quel che egli era e faceva. I sentimenti e i pensieri che ho ricevuti – non so bene da chi – in deposito e in mandato per la durata della mia vita hanno avuto modulazioni e fini differenti da quelli che Pasolini ebbe a ricevere. Egli lo sapeva benissimo. Ebbe a scrivermelo. Anzi, posso oggi dire che gli anni di «Officina» furono anche l’esercizio di una sempre più ricca conoscenza reciproca che doveva condurre a una certezza. Non di ostilità, ma di inconciliabilità. Ho dunque avuto un doppio fine: indicare un tragitto e dimostrare una contraddizione.

Franco Fortini
(da  La letteratura e noi)

 

 

A un noto studioso di P.P.P., tempestato d’interviste per il centenario della nascita del poeta, di recente hanno chiesto perfino “cosa penserebbe Pasolini della rielezione di Mattarella”. Ora lo marcheranno stretto sull’Ucraina. Qualunque cosa accada, lo sappiamo, Pasolini l’aveva detto. E comunque si può prendere una sua citazione perentoria e adattarla alle circostanze, poco importa se a vantaggio di Renzi o di Fusaro. “Pare che a Brembate di Sopra non ci siano commemorazioni pasoliniane” ha scritto ironicamente su Facebook un mio contatto. Ma Brembate è il paese dell’omicidio Gambirasio, su cui ha girato un film il regista di “Pasolini – Un delitto italiano”. No, non c’è un luogo depasolinizzato in cui rifugiarsi, mentre sventolano ovunque le belle bandiere con quel volto scavato e chiuso come un pugno, che secondo Paolo Febbraro è il vero capolavoro pasoliniano. Quest’anno più che mai Pasolini è in tutto e tutto è in Pasolini. Eppure sospetto che alle celebrazioni si pronuncerà di rado un nome che invece non solo è lecito ma doveroso associargli: quello di Franco Fortini, il suo ‘fratello avverso’. I due poeti-critici, diversamente marxisti, si conobbero negli anni ’50, ai tempi di “Officina”. Strinsero un legame forte, seppure a distanza; e dialogarono pubblicamente in versi. Poi Pasolini accettò le regole della nascente industria culturale, cercando di piegarle ai suoi scopi di regista e scrittore di successo, mentre Fortini s’inabissò nel lavorio delle riviste che prepararono la Nuova Sinistra e il ’68. E fu appunto nel ’68, durante la polemica sugli studenti, che il rapporto si ruppe. I due però continuarono a tenersi d’occhio; e dopo la morte dell’amico, Fortini gli dedicò un intero libro. “Aveva torto e non avevo ragione” vi scrisse con la sua felicità di epigrammista. La “non ragione” di Fortini appare oggi fin troppo chiara: sta nel suo settarismo, in quello che Pasolini definì il suo “bisogno di sentirsi in guerra” – in una cavillosità ideologica che di tutto sospetta fuorché di sé stessa, e che lo ha reso sempre meno leggibile. Il ‘torto’ di Pasolini è invece una formidabile capacità di semplificazione, che fa apparire come realtà collettive i suoi conflitti interiori poeticamente mitizzati: quello tra il marxismo e il rifiuto della modernità, ad esempio, o quello tra la tensione religiosa e l’estetismo. “Pasolini (…) non è stato mai né cristiano né comunista; è stato un rousseauiano del 1770 e un decadente del 1870 in lotta con una realtà del 1970” ha affermato lapidariamente Fortini. Questo rousseauiano-decadente fonde tutti i linguaggi (politico, letterario, critico, privato) nella forma della Poesia, che non consente un vero dibattito. “Temo e suppongo che tu non parli realmente più, che tu ‘scriva’ soltanto” lo avvisa l’amico nel ‘64. Secondo lui, coi suoi poemi impegnati Pasolini gioca a nascondino: a chi gli fa notare che sono brutti risponde che a contare è la loro analisi politica; a chi osserva che esprimono un’analisi sbagliata, risponde che non si può giudicare la poesia come una pura argomentazione. Ma ciò che più irrita Fortini è il fatto che Pasolini si finga solo contro il mondo quando ha ormai una posizione privilegiata: “Una voce clamante nel deserto non può usare un microfono”. L’autore delle “Ceneri” mantiene uno stato d’ignoranza colpevole nei confronti dell’industria culturale che lo promuove. E’ fin troppo indulgente verso le élite intellettuali e i sottoproletari, mentre disprezza quella piccola borghesia che pure coincide col suo pubblico. Le critiche di Fortini sono giuste, almeno quanto quelle di Pasolini a lui: i due s’illuminano acutamente a vicenda. Ma dietro ai dissensi c’è una differenza di caratteri, e si direbbe di fisiologie. Da una parte abbiamo un Narciso che si esprime impudicamente senza limiti, mentre vaga per le periferie di un’Urbe africana o asiatica; dall’altra un ideologo inibito, che nel gelo milanese misura anche la scelta di una metafora sul metro della Storia, e invano reprime il narcisismo che proietta una grande ombra alle sue spalle. Anche sul Pasolini erotico Fortini ha voluto dire la sua. Nel 1977 ha ipotizzato che il ruolo pubblico di pedagogo gli sia servito per espiare il peccato dell’abbandono dei singoli ragazzi sedotti e usati, abbandono in cui consisterebbe la sua “corruzione”. Chissà cosa gli avrebbe risposto P.P.P., scisso tra l’amore angoscioso della madre e il sesso dei “corpi senza anima”. Certo è che non per caso, né per mero masochismo, Fortini è rimasto a lungo per lui, come gli confessava nel 1961, “l’ideale destinatario di quasi tutto quello che scrivo”.
\
\
\
\
\
\
 3. Mio commento  a Marchesini

Quasi tutto ben detto e in un modo facile e accattivante per i lettori giovani di FB. Anzi, contro l’invadente celebrazione del “Pasolini per tutti” (belle bandiere, foto seriali del volto scavato di Pasolini), Marchesini,  evocando Franco Fortini, «il suo ‘fratello avverso’», sembra  andare controcorrente. Eppure, ancora una volta, sia pur con qualche incertezza, usa a freddo le parole di Fortini contro Fortini.

Tre veloci appunti di dissenso:

1. Se «Pasolini accettò le regole della nascente industria culturale, cercando di piegarle ai suoi scopi di regista e scrittore di successo, mentre Fortini s’inabissò nel lavorio delle riviste che prepararono la Nuova Sinistra e il ’68», come fa Marchesini a scrivere che «le critiche di Fortini sono giuste, almeno quanto quelle di Pasolini», equiparandoli sbrigativamente? Varrà ancora la pena, credo, distinguere tra le due scelte ( e non soltanto in questo caso) e  precisarne le ragioni o giudicarne gli effetti.

2. Sostenere che  «da una parte abbiamo un Narciso che si esprime impudicamente senza limiti, mentre vaga per le periferie di un’Urbe africana o asiatica; dall’altra un ideologo inibito, che nel gelo milanese misura anche la scelta di una metafora sul metro della Storia, e invano reprime il narcisismo che proietta una grande ombra alle sue spalle»  è bella letteratura ma è una semplificazione e un travisamento. I limiti di Pasolini c’erano. E Fortini nella sua introduzione  li indica.  A Pasolini venivano  proprio dalle «regole della nascente industria culturale», da lui accettate fino in fondo.  E il travisamento lo vedo nel generico  psicologismo («Ma dietro ai dissensi c’è una differenza di caratteri, e si direbbe di fisiologie»), col quale Marchesini accantona – senza dire una parola,  con disinvoltura, come fosse questione trascurabile –  « il contrasto tra i «due poeti-critici, diversamente marxisti».  È un bene o un male questo suo silenzio (ostile)? A me pare un difetto di critica. Perché un’area di problemi, storicamente cruciali e posti proprio da marxisti come Fortini in quegli anni ’60-’70 del Novecento, è  stata squalificata, ridotta a “ideologia”; ed è diventata tabù soprattutto per le  nuove generazioni. (Si vedano i commenti dei post di Marchesini…).

3. Altrettanto semplificante e superficiale mi pare un’altra affermazione dell’articolo di Marchesini: «La “non ragione” di Fortini appare oggi fin troppo chiara: sta nel suo settarismo, in quello che Pasolini definì il suo “bisogno di sentirsi in guerra”».
Vengono qui riecheggiati i più facili  clichè antifortiniani («settarismo», «cavillosità ideologica», oscurità o illegibilità). Ma per non misurarsi con un problema reale: è il capitalismo porta alle guerre. E Fortini  è il termometro critico di eventi reali e non uno che delira dietro fantasmi.  Realtà del capitalismo, ben presente  all’intelligenza del marxista critico Fortini, dalla fine della Seconda guerra mondiale ai suoi ultimi anni: quelli della Guerra del Golfo e di Composita solvantur. Quel problema che  oggi è evidente a tutti, vista la guerra in atto  in Ucraina e i suoi possibili apocalittici risvolti.  (Ne avevo parlato polemizzando con Alfonso Berardinelli, uno dei maestri – mi pare – del giovin Marchesini, in due saggi. Da cui stralcio qui sotto, in Appendice, due passaggi .

Appendice

1.
«perciò [Fortini] non “ha elevato in tutta la sua opera un altare di lugubre e tormentosa devozione barocca alle idee di guerra, guerra di classe, antagonismo, conflitto, contraddizione”  come scrisse Berardinelli, in Stili dell’estremismo (Diario 10 1993), iniziando, con un infelice autodafé, una revisione riduttiva non solo della figura di Fortini, ma della stessa formula [“compresenza conflittuale di storia e trascendenza”] di cui stiamo parlando, coniata tra l’altro dallo stesso Berardinelli. Quel suo saggio affronta temi psicanalitici interessanti da indagare (come aveva già fatto Remo Pagnanelli in Fortini), ma scolla completamente il fondamento psichico  della biografia e dell’immaginario di Fortini  dalla  storia sociale e politica del Novecento.

Eppure il costante ripudio della guerra (altro che “devozione barocca” ad essa!) da parte di Fortini non pare affatto originato da voglia di un interiore quieto vivere né da pulsioni inconsce di cui sia impossibile cogliere le radici storiche. L’inconscio di Fortini, per dirla con Jameson, è politico e   le metafore, che il poeta vi attinge e che Berardinelli giudica “ossessive”, si precisano meglio proprio alla luce di fatti reali e storici.

Una tale rimozione della realtà della violenza nella storia, ridotta da Berardinelli ad immaginario quasi privato poteva aver breve credito, assieme alle teorie della “società trasparente” e di un nuovo ordine imperiale pacificato e quasi augusteo, soltanto all’indomani della caduta del Muro di Berlino del 1989 e dell’implosione dell’ex Unione sovietica».

http://www.poliscritture.it/2021/09/27/fortini-la-guerra-la-pace/

2.
«La debolezza dell’impolitico di Berardinelli, invece, a me pare riassunta in una sua affermazione del 1983, che trovo ne Il critico senza mestiere, quando troppo presto si rallegrò della fine dell’«epoca totalizzante e mitologica nella quale i sistemi e le classi sociali si facevano una guerra sorda, fredda o aperta impugnando non solo le armi ma anche filosofie della storia e teorie sociali» (p.116); e troppo presto, come Vattimo e tanti altri, annunciò anche lui pomposamente: «Siamo entrati per l’ennesima volta nell’età della ragione. I miti sono caduti» (p. 116).Oggi «le evidenze tragicamente tangibili della guerra permanente» (p. 46) non incrinano – come sostiene Zinato – solo i presupposti ideologici del postmoderno, ma mostrano, ancora una volta, l’insufficienza di una difesa della letteratura, che fatica a riconoscere o nega del tutto, come fa Berardinelli, il «tasso di politicità nello specifico del proprio mestiere» (p. 46), che proprio Fortini ha sempre sottolineato».

http://www.poliscritture.it/2007/07/22/critici-senza-mestiere-meglio-se-contrabbandieri/

Riordinadiario 17-18 dicembre 1983

 Rileggendo «Questioni di frontiera» (1977) di Fortini. Appunti.

 

di Ennio Abate

Fortini critica il concetto di proletariato di Pasolini, degli operaisti, del PCI in nome di un proletariato terzomondista, che l’intellettuale può/deve   pensare da esterno. Continua la lettura di Riordinadiario 17-18 dicembre 1983

Fachinelli e/o Fortini? (2)

Per un libro da scrivere

di Ennio Abate

Seconda parte

FRANCO FORTINI,  IL DISSENSO E L'AUTORITA'
(QUADERNI PIACENTINI N. 34 - MAGGIO 1968

Dicevo nella conclusione della Prima parte: «Tutte queste perplessità si rafforzarono dopo la lettura della  replica di Fortini a Fachinelli».
Sul numero successivo dei Quaderni Piacentini – il 34 del maggio ’68 –  nel saggio «Il dissenso e l’autorità» di Franco Fortini trovai, infatti, un immediato contrappunto al discorso psicanalitico del saggio di Fachinelli.
Qui si suonava un’altra musica, dissonante rispetto a quella utopistica e suadente-ambivalente di Fachinelli. Ho pensato  più tardi che, leggere Fortini dopo Fachinelli, fu come passare  dal tiepido-bollente dell’occupazione della Statale di Milano a una doccia fredda in una stanza appartata e in ombra. Vediamo perché. Continua la lettura di Fachinelli e/o Fortini? (2)

Ripensare Cologno Monzese nel 2022 (3)

di Ennio Abate

Vorrei, ma non so se ci riuscirò, stampare una Antologia dei numeri della rivista «Laboratorio Samizdat». Per ora, a riprova del lavoro fatto, tra 1986 e 1990, con un bel gruppo di persone di Cologno Monzese ma anche di Milano (e di altre città), pubblico le copertine della rivista e un Indice veloce degli articoli e delle rubriche.

Continua la lettura di Ripensare Cologno Monzese nel 2022 (3)

Dieci anni di IPSILON


Peripezie  di un’associazione culturale a Cologno Monzese

di Ennio Abate


Lavorando al mio Riordinadiario,  ritorno sulle «peripezie di Ipsilon». Ne avevo scritto a caldo già nel 1999 in Samizdat Colognom n. 2 (“foglio semiclandestino per l’esodo”) e poi nel 2009 (qui ). Ad ogni rilettura mi rifaccio le stesse domande: perché  ci dividemmo? era inevitabile? cosa non capii io o non capirono gli altri le altre (qui sopra nella foto)?
Continua la lettura di Dieci anni di IPSILON

Riordinadiario 1997 (5)

di Ennio Abate

11 novembre

Crisi con  gli  amici  di Ipsilon Fatico a sbrogliare i miei umori viscerali da quelli più politici.  Invidia o difficoltà di affrontare le nostre reali differenze politiche?  Io parlo di una piega “salottiera” di Ipsilon ma in fondo a dividerci è l’atteggiamento verso l’attuale centro sinistra locale. Poi ci saranno anche risentimenti  e delusioni più personali per piccoli sgarbi o  disattenzioni o diffidenze nei miei confronti. Mentre io gli faccio spazio nelle iniziative a cui vengo chiamato a collaborare, essi non fanno lo stesso con me e mantengono ( o sono costretti a mantenere?) separate altre loro attività  da questa di Ipsilon, che facciamo insieme. Oscillo  tra confronto,  mediazione e  voglia di staccarmi per riprendere  più apertamente la mia funzione di dissidente samizdat. Continua la lettura di Riordinadiario 1997 (5)