Archivi categoria: LETTURE D’AUTORE

Incontri e confronti con gli autori che ci parlano

Angelo Australi: «Tommisse»

di Donato Salzarulo

1.- «Tommisse» (Quaderni di Erba d’Arno, 2022) di Angelo Australi è un libretto piano e scorrevole. Scritto in terza persona, il protagonista del racconto è Spartaco. È un aspirante scrittore e, dopo otto ore di lavoro in una fabbrica di vernice, si china sulla macchina da scrivere per produrre non trame articolate di romanzi, ma racconti, piccole storie di persone semplici (anonimi accattoni, contadini, operai, ecc.) contrapposte alle grandi storie che finiscono sui libri, che hanno per protagonisti «uomini che fondano città» e vivono la loro vita, decifrandone il senso, carpendone «i segnali in un destino tracciato», ecc. Spartaco ha in animo di raccontare queste piccole storie per dar loro voce, sottrarle all’oblio, farle entrare nei libri e far sì che anch’esse sconfiggano il tempo. Ottima intenzione. Si dà il caso, però, che, fin dall’inizio, l’autore lo presenti in preda ad una sorta di blocco creativo e mentale. Quella mattina scrive senza convinzione, il racconto va avanti «privo di una motivazione, di una precisa idea da sviluppare» (pag. 7); la storia non riesce a trovare quell’«attimo di sospensione» che le permette di incontrare «la sua sintesi poetica», tra il suo bisogno di scrivere e i racconti che si trascina dietro «da quando si era preso quella colossale ubriacatura» (pag. 9) si era creato «una tale confusione che adesso si sentiva sempre più isolato e inutile» (pag. 10). Insomma, siamo al cortocircuito. Tant’è che l’autore mette in bocca al suo personaggio un bel «Basta così Spartaco, perché stamani non è banda». (pag. 13) Continua la lettura di Angelo Australi: «Tommisse»

Panaït Istrati

VERS L’AUTRE FLAMME. Àprès seize mois dans l’U.R.S.S.. Confession pour vaincus. (Edizione con annessi. Gallimard, Collana Folio/Essais, 1987)

di Lino Di Martino

“Vers l’autre flamme” era concepita come una trilogia, costituita da tre scritti:
Panaït Istrati: Àprès seize mois dans l’U.R.S.S.; Victor Serge: Soviets 1929; Boris Souvarine: La Russie nue.
Queste tre opere furono pubblicate a partire dal 15 ottobre 1929 dalle Edizioni Rieder, a Parigi. Sono la prima, documentata denuncia in Occidente della vera natura sociale e politica dell’Unione Sovietica staliniana. Dieci e più anni prima delle celebri requisitorie di André Gide (Ritorno dall’URSS, 1937) e Arthur Koestler (Buio a mezzogiorno, 1940)! Le reazioni e le calunnie da parte degli ambienti del PCF furono pronte e rabbiose. Soprattutto da parte dell’influente intellettuale stalinista Henri Barbusse. Sconfortato e deluso, Istrati torna in Romania, dove muore in un sanatorio nel 1935. Sarà poi completamente dimenticato per vari decenni, per essere infine riscoperto in Francia (aveva scritto in francese…) nei primi anni 70 da Marcel Mermoz (un personaggio anarco-comunista ‘comunitario’ che andrebbe riscoperto e studiato!). Mermoz, che adolescente aveva adorato il primo romanzo di Istrati), ne ritrovò le tracce in Romania nel 1971, creò nel 1975 a Parigi la Fondation Panaït Istrati, e riuscì nel 1978 a ripubblicare nella collana 10-18 proprio Vers l’autre flamme. Ah dimenticavo: Istrati non fu del tutto dimenticato in Romania. Era considerato fascista dai comunisti e ‘trotzkista e cosmopolitista’ dai fascisti. A buon conto, nel 1946 il regime ‘comunista’ vietò la pubblicazione dei suoi libri in Romania.

Ma veniamo al nostro libro, davvero un incendiario pamphlet!

Panaït Istrati è uno scrittore rumeno, di madre greca, che vive in Francia. E’ un fervente bolscevico, e amico personale del conterraneo Christian Rakowsky, nel 1927 ambasciatore sovietico in Francia, già protagonista e amico di Trotskij negli anni della Rivoluzione d’Ottobre, simpatizzante dell’Opposizione di Sinistra, che avrà però discutibili evoluzioni politiche negli anni seguenti. E’ con l’amico Rakowsky che Istrati, già noto in URSS per le sue opere, intraprende nel 1927, un viaggio semi-ufficiale che per 16 mesi lo porterà in varie terre dell’Unione. Viaggio in cui lo accompagnerà per molti tratti Nikos Kazantzakis, “il Cretese”, anch’egli fervente bolscevico.  Sono gli anni in cui la piovra staliniana prende il controllo del Partito, del KGB, dei soviet ormai burocratizzati, dei sindacati… e la vita si fa dura e rischiosa per chi non sia “dans la ligne”, allineato. Istrati se ne rende presto conto, nonostante riceva molti salamelecchi ufficiali, e ne è sconvolto. Lui poi, che si sente operaio, e tutto rapporta alla condizione e alla vita del comune operaio, che vede così diversa da quelle della nomenclatura burocratica… lui, anarco-comunista in fondo, e senza peli sulla lingua. “Nessuna traccia di volontà che si eserciti dal basso. Oppressione dall’alto.” Questo è quello che vede viaggiando nell’Unione. Si rende conto che lui, e quelli come lui, e tutta l’opposizione (debole o già deportata nella Kolima, e Trotskij ad Alma Ata…) sono ormai e saranno definitivamente dei ‘vaincus’, dei vinti.  Fra questi, il suo amico Victor Serge, “écrivain français”, ma già dirigente dell’Internazionale di Lenin. Serge ha casa a Leningrado, insieme alla famiglia della moglie. Uno degli episodi centrali della lunga invettiva di Istrati, è la lotta per salvare da un’infamante calunnia e da certa condanna a morte, il suocero di Serge, il vecchio operaio rivoluzionario, e ancora operaio!, Roussakov. I tentativi, frustrati ma almeno utili a evitare la fucilazione, di Istrati e Serge, offrono una descrizione tanto tragica quanto surreale e picaresca della ‘magistratura’ staliniana, incluso il massimo magistrato dell’Unione, Kalinin!, che riceve i due a Mosca, li blandisce, e li inganna. Si saprà poi che l’affaire era stato organizzato dalla Ghepeù, che spiava Serge.

Istrati parla e scrive sempre “pour sa classe”, in nome della ’sua classe’. Oggi, a quasi un secolo di distanza, in prima battuta la sua prosa lascia sconcertati. Ci imbarazza, quasi, questa scrittura sempre sopra le righe, eccessivamente appassionata e viscerale, spezzata dall’ira o dolente. Ma presto ci conquista la sua sanguinante sincerità: quella di tanti che morirono per la rivoluzione tradita, incrollabili nella fede comunista al punto da confessare colpe mai commesse. E non ci si aspetti da Istrati la ‘correttezza politica’, o la profondità analitica che sarà dell’amico Victor Serge, destinato all’esilio e a una morte in miseria, nel Messico accogliente. Istrati si sente sempre e comunque operaio, ed è la sottomissione degli operai in URSS che non può sopportare.

L’ultima pagina dell’opera non è un commiato, ma un invito alla lotta, dal titolo “Conclusions pour combattants”, per la “belle humanité”. Verso l’incrollabile ideale, l’altra fiamma.

Due piccole note:
1) Istrati fornisce una montagna di notizie di prima mano sulla realtà sovietica quotidiana, frutto delle confidenze di molti compagni (che sarebbero muti nelle riunioni ufficiali).
2) Menziona l’amico Francesco Ghezzi, un militante e dirigente anarco-sindacalista di Cusano Milanino, che rifugiatosi in URSS vi sarà emarginato e perseguitato, insieme alla moglie russa. Ghezzi morirà nel 1942 nel gulag di Vorkuta. Sarà riabilitato solo nel 1956, e la figlia Tatiana solo nel 1994.

Panaït Istrati con Nikos Kazantzakis.

 

 

 

Appendice: Un brano da “VERS L’AUTRE FLAMME”, pagg. 75-79. Gallimard, Paris 1987, Collection Folio Essais. (Edizione completata da numerosi documenti annessi. Traduzione di E. A.)

ALL’INDOMANI DELL’OTTOBRE ROSSO
[LE CELEBRAZIONI DEL DECENNALE DELLA RIVOLUZIONE]

Perdio, non resta niente di insudiciato in ciò che nasce dalle mani dell’uomo! Povero, povero mondo. Se solamente il diavolo ti portasse via presto, e la si facesse finita.
Giusto all’indomani di questi grandi anniversari,  uno degli ascessi della Rivoluzione  scoppiò sotto i nostri occhi. Ioffe[1] si fece saltare le cervella in segno di protesta contro le angherie di cui i suoi amici dell’Opposizione erano stati vittime durante i festeggiamenti.
Questo deplorevole suicidio di un bolscevico, che avevamo conosciuto dai giorni di Brest-Litovk, raggelò i nostri cuori commossi. Non c’erano dunque solo festaioli, c’erano anche tragici guastafeste?
Ce n’eravamo accorti il giorno stesso della grande parata, quando l’Opposizione fece sentire la sua voce e rischiò di lasciarci le penne.
Io mi trovai di persona preso in mezzo ai tafferugli, che avvennero sotto il mio balcone, dal quale i capi dell’Opposizione tentarono di parlare alla folla. Mi salvai al momento giusto, quando le guardie a cavallo si fecero strada nella folla con la durezza sufficiente delle guardie rosse, spingendo i manifestanti   anch’essi rossi quanto loro. Noi venimmo a sapere che a Leningrado s’era messa male: ci si era discretamente picchiati, tra fratelli, per parecchie ore.
Allora un dubbio serio s’impadronì del mio animo: che cosa mai poteva essere, dopotutto, questa Opposizione? Cosa voleva? E perché non le si permetteva di esprimersi né da una tribuna, né su un giornale?
Un altro fatto, più rivoltante ancora, arrivò a scandalizzare subito dopo tutti i delegati o gli invitati in buona fede.  Il potere faceva pubblicare, appositamente per noi, un foglio occasionale, stampato in tre lingue: francese, inglese, tedesco. Esso ci metteva brevemente al corrente di ciò che accadeva nel mondo. Ma ci parlava molto più a lungo dell’Opposizione trotzkista e di Trotzky, con un tale odio che restammo stupefatti. Per la prima volta leggevamo gli appellativi di «traditori», di «controrivoluzionari», di «bianchi», di «menscevichi», ecc. Ci veniva raccontata una storia che non si reggeva in piedi, secondo la quale una «tipografia clandestina» era stata creata da Trotsky e affidata alla direzione di un vecchio ufficiale wrangeliano.[2]
La cosa mi fece uscire dai gangheri. Col giornale in mano, andai a cercare il «comandante» della squadra di cui facevo parte e gli dissi: – È una vergogna mostrare simili  menzogne sotto gli occhi degli stranieri. Se siete innocenti e la faccenda della tipografia e del suo ufficiale bianco è vera, che si fucili immediatamente Trotsky!  Invece non l’avete neanche arrestato. E non a caso. Perché tutta la «tipografia» si riduce a un ciclostile e l’ufficiale wrangeliano è un agente della Ghepeù.[3] Che fraterna porcheria!
Ma fino a quel momento, questa porcheria, noi la intravvedevamo solo in questi incidenti  e costumi rivoluzionari russi: divergenze di vedute sul problema dei kulaki,  sull’industria pesante o leggera, il regime politico interno,  l’oppressione bonaria.
I pochi oppositori che allora mi frequentavano s’intrattenevano con me con molta prudenza, poiché mi vedevano «marciare» con totale fiducia. Essi ci sfuggivano, silenziosi, melanconici, ascoltando molto, parlando quel tanto per eludere una risposta categorica, guardandosi bene da ogni denigrazione. Li si sarebbe detti quasi stranieri, ombre dalle labbra cucite. Li capisco meglio oggi, e soprattutto quello sguardo addolorato che i migliori tra loro posavano sul mio, quando mi sentivano esclamare:
– Insomma! Credo che qui potrei lavorare molto più utilmente che in Francia! Siamo tra noi. Andiamo dritti alla meta: alla rivoluzione mondiale. È qui che voglio finire i miei giorni.
Questo linguaggio non era fatto per conquistare la fiducia di quanti la sapevano più lunga di noi. Ma anch’io avevo i miei momenti di rifiuto, quando le visite al galoppo, le insopportabili arringhe chilometriche, i colpi di turibolo de L’Internazionale mi tramortivano, letteralmente.
Ho avuto sempre una profonda avversione per qualunque tipo di parata. Ora, tutto era parata in quei giorni di festa. E se, per un po’ di giorni, la cosa m’impressionò, alla fine di una settimana ne ebbi abbastanza. Fabbrica dopo fabbrica, museo dopo museo, ospedale dopo ospedale, scuola dopo scuola, banchetto dopo banchetto. E dappertutto, dappertutto, gli stessi orribili discorsi. In molte occasioni – riunioni, congressi, conferenze – ciascun oratore era immancabilmente salutato, alla fine, con il medesimo squillo di fanfara che tutti i presenti dovevano ascoltare in piedi. La prima volta l’emozione mi serrò la gola. Era grandioso. La seconda non provai niente. Avevo provato tutto la volta precedente. La terza, non ne potevo più, «mi annoiavo».
Gli uomini hanno questa superiorità sugli animali: banalizzano subito tutto ciò che rende grandiosa la vita
Un altro aspetto della parata contribuì altrettanto ad allontanarmene. Avevo constatato che, dovunque ci portassero, i comitati di ricevimento, erano composti per lo più da gente che ti dava sui nervi. Se alcuni di loro vi conquistavano per la loro franchezza, la loro semplicità, la loro purezza, gli altri tradivano la loro falsità, il loro arrivismo.
Più di una volta mi sono trovato di fronte a delle vere assemblee, dove la selezione ufficiale non aveva lasciato passare che questa gentaglia, dalle intenzioni indecenti e dall’entusiasmo a comando. Le loro dichiarazioni d’amore mi facevano soffrire. E bisognava, che volentieri o per forza, io rispondessi con lo stesso tono.
Fu allora che cominciai a piantare in asso la mia squadra e il mio «comandante». Vagabondavo da solo o con qualche simpatico conoscente. La strada – con la sua folla che rientrava a casa, il pane sottobraccio, il viso naturale, lo sguardo franco, la conversazione sincera – mi rinfrancavano. Poi mi misi a praticare la clausura nella mia stanza, e un mucchio di persone vennero a farmi visita e a intrattenermi su tante cose, pur senza sbottonarsi troppo. Un primo passo era fatto.
Questo atteggiamento fu notato. Mi fu fatto sapere:
– Non siete stato invitato per restarvene in camera vostra né per isolarvi dal vostro gruppo. Bisogna vedere tutto, come fanno tutti.
Io risposi: – Non ho fretta. Il vostro «tutti» se ne va, io resto. Consideratemi cittadino sovietico. E se volete, io smetto subito d’essere un «invitato». Ho di che mantenermi.
In effetti, le edizioni di Stato mi domandavano di firmare un contratto in esclusiva, offrendomi un acconto di mille rubli. Io ne avevo altri mille in tasca. In più i miei otto libri si vendevano a decine di migliaia di copie. Il film tratto da Kyra Kyralina[4]  e girato dalla società di produzione Vufku, a mia insaputa, costituiva ai loro occhi una piccola fortuna che mi era ancora dovuta. Io potevo quindi fare a meno dalla mangiatoia ufficiale e occasionale.
Ma, nel frattempo, continuai ancora per tre mesi. Vennero organizzate delle magnifiche gite nel Caucaso: Mosca- Ucraina, Georgia, Mar Nero e ritorno. M’invitarono a partecipare ad una di esse, in compagnia di altri diciannove delegati, sempre interamente a spese della collettività stracciona.
Un vagone miakhki,[5] da cui noi non avremmo dovuto più separarci se non alla fine del sogno, ci attendeva alla stazione. Due guide, i nostri «comandanti», correvano per tutta Mosca per riunire, alla stessa ora, in vista della partenza, la marmaglia di scribacchini che eravamo.
E voi credete che non ci fosse anche là da gridare: viva il comunismo? Peccato che tutti questi gridi non fossero nella stessa lingua: ci si sarebbe capiti come una banda di ladri al mercato.[6]

 

 

[1] Adol’f Abramovič Ioffe (Sinferopoli22 ottobre 1883 – Mosca17 novembre 1927) è stato un rivoluzionariopolitico e diplomatico sovietico. Si tolse la vita nel 1927, lasciando una lettera d’addio indirizzata all’amico Trockij, in cui criticava aspramente la leadership staliniana e auspicava il “risveglio” del partito.

[2] Seguace del generale bianco Pyotr Wrangel (1878-1928). Aristocratico e zarista devoto, si oppose alla Rivoluzione di febbraio e poi accettò a malincuore di continuare il suo servizio militare sotto la Governo provvisorio – ma quando il bolscevichi presero il potere nell’ottobre 1917, Wrangel si dimise e si trasferì in Crimea. All’inizio del 1919, Wrangel  guidò le forze bianche nel Caucaso sotto il comando supremo di Anton Denikin.

[3] Nome della polizia politica dell’URSS dal 1922 al 1934.

[4] Kyra Kyralina, da cui prende il titolo il romanzo di Istrati,  è una bellissima ragazza, sorella del protagonista del romanzo di Istrati, Stavro, gay proletario che, per cercarla, vagabonda senza sosta, dalla Romania a Istanbul, dalla Turchia alla Siria e al Libano.

[5] Vagone di lusso.

[6] Come marrons en foire. Espressione idiomatica: a meraviglia.

 

Sofferenza individuale e Storia

Dario Borso, Ostaggi d’Italia. Tre viaggi obbligati nella storia, Exorma 2021

di Elena Grammann

Se c’è un fatto che emerge immediatamente dall’ultimo lavoro di Dario Borso: Ostaggi d’Italia. Tre viaggi obbligati nella storia (Exorma 2021), è che la diseguaglianza, in pace, fra “popolo” e “signori” si acutizza in guerra fino a un diapason di sofferenza difficilmente immaginabile e generalmente ignorato. Continua la lettura di Sofferenza individuale e Storia

Ma l’ambiguità è davvero imprescindibile?          

   Walter Siti, Contro l’impegno

di Elena Grammann

Il titolo provocatorio dell’ultimo saggio di Siti (Rizzoli 2021) prende di mira una letteratura ormai egemone che per essere “impegnata” rinuncia a essere letteratura. Al messaggio educativo/edificante, esplicito e univoco, che essa mette in atto attraverso la nominazione e l’affermazione diretta e insondabile (insondabile non perché profonda, ma perché del tutto mancante di profondità: bidimensionale come la superficie in senso geometrico), Siti oppone quelle che considera le caratteristiche irrinunciabili di ogni vera letteratura: densità, stratificazione (cioè profondità), ambiguità. Continua la lettura di Ma l’ambiguità è davvero imprescindibile?          

Una serata con Majorino

di Donato Salzarulo

La scuola, che ho diretto per un quarto di secolo, programmava annualmente tre “Incontri con la poesia” e invitava i poeti a parlare della loro attività, partendo, magari, dal loro ultimo libro pubblicato. Nella serata del 14 Ottobre 2008, l’invitato era Giancarlo Majorino. L’ultimo suo libro da cominciare a conoscere, assaggiando, per l’occasione, qualche pagina era «Viaggio nella presenza del tempo» (Oscar Mondadori, 2008, pagg. 424, euro 13). L’incontro venne introdotto dal sottoscritto: un po’ nei panni del dirigente scolastico che fa gli onori di casa, un po’ in quelli del lettore di poesia che frequentava (e frequenta) da tempo, anche se con una certa discontinuità e con attrazione intensa ma altalenante, l’opera omnia del poeta milanese. Di seguito, la mia introduzione alla serata e gli appunti sulla conversazione che ne seguì, stimolata anche dalle domande che Ennio Abate gli rivolse. [D. S.]  Continua la lettura di Una serata con Majorino

Un filosofo celaniano

 

di Dario Borso

Gianni Carchia (1947-2000) nel 1974 tradusse 29 poesie da Papavero e memoria, sette delle quali intersecano la recezione italiana di Celan all’altezza del capitolo “Outsiders” del mio Celan in Italia (Prospero Editore, 2020). Il giovane filosofo le aveva inviate nei primi anni Ottanta alla rivista “Erba d’Arno”, dove poi non uscirono. Continua la lettura di Un filosofo celaniano

Su “I turbamenti del giovane Törless”

di  Davide Morelli

Omen nomen, nel nome un destino: Törless significa letteralmente “senza porta”, perciò da intendersi qui come chiuso, introverso. Prima di tutto una curiosità: alcuni traducono il titolo di questa opera  “I turbamenti del giovane Torless” ed altri “I turbamenti dell’allievo Törless”. In questo romanzo di esordio di Musil, in parte autobiografico e pubblicato nel 1906, vengono descritte le esperienze di un allievo sedicenne, proveniente dalla buona borghesia, in un esclusivo collegio militare austro-ungarico. È un romanzo sia di formazione che psicologico. Descrive minuziosamente la crisi esistenziale del ragazzo. Continua la lettura di Su “I turbamenti del giovane Törless”

Nietzsche come fondamento della metapolitica?

Franco Fortini, Una lettera a Nietzsche

Per introdurre l”accurata,  problematica e non scolastica analisi  che Elena Grammann fa di un preveggente scritto, in cui Franco Fortini, verso la fine degli anni Settanta del Novecento, avvertì – tra i primi – i rischi della Nietzsche-Renaissance,  stralcio questo passo da uno dei saggi che Roberto Finelli – un filosofo che spesso ho segnalato  – ha dedicato su “Consecutio Temporum”  del  30 aprile 2019 (qui)  al tema dell’abbandono del pensiero di Marx  dopo la breve fioritura avvenuta a cavallo del biennio “rosso” del ’68-’69 : «Così in breve, a partire da quei fine anni ’70, filosofi, intellettuali, operatori culturali a vario titolo, diventarono quasi tutti heideggeriani e anziché di processo di valorizzazione, di composizione organica, di saggio del plusvalore, di tecnologia come sistema forza lavoro-macchinismo nella produzione di capitale, si cominciò a parlare di «Tecnica» come volontà di manipolazione e potenza di un Soggetto umano nella sua contrapposizione all’Oggetto: e come realizzazione nell’età moderna di una metafisica cominciata nell’età classica di Platone ed Aristotele, quale conseguenza di una rimozione originaria del senso dell’Essere e quale affermazione di un miope quanto ottuso antropocentrismo». [E. A.]

di Elena Grammann

 […] gli ormai numerosi necrofori delle lettere e della critica che vanno gridando «Viva la morìa!», come i monatti, subito dopo tornando a portarsi il fiasco alla bocca.
                            (F. Fortini, Avanguardie della restaurazione)

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La boccetta di Baudelaire

di Donato Salzarulo

Questo testo nasce da un’intensa corrispondenza intrattenuta con l’amico Adelelmo Ruggieri nella primavera del 2005. Da qui alcuni passaggi colloquiali e allusioni a precedenti comunicazioni. La comprensione, però, è assolutamente possibile e non compromessa. Vista la lunghezza devo soltanto fare appello alla pazienza di chi legge. Del resto, i temi in discussione hanno a che vedere col senso della morte, della vita, della poesia, dell’arte, ecc. Insomma, questioni tutt’altro che secondarie.

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