Archivi categoria: Letture d’autore

Incontri e confronti con gli autori che ci parlano

Louis Althusser: «Filosofia per non filosofi»

LETTURE IN QUARANTENA (3)

di Donato Salzarulo

  1. Un manuale per non filosofi

La filosofia non appartiene ai professori di filosofia. Tutti gli uomini sono filosofi. Lo diceva Gramsci, Lenin e anche Diderot. Adolescente, ho imparato questa verità sui Quaderni dal carcere e non l’ho dimenticata più. È ovvio che non sarà la filosofia di un Platone o di un Aristotele, di un Kant o di un Hegel. Non sarà neanche quella di un professore. Si tratta di una filosofia “naturale”, di un modo di “vedere le cose” sull’origine del mondo, ad esempio, o sulla morte, sulla sofferenza, sulla politica, l’arte, la religione. È una filosofia che serve al singolo da orientamento per la propria esistenza. Combina un certo sapere (più o meno fondato) sulla necessità delle cose con un suo certo modo di servirsene nei vari momenti della vita, cioè con una certa saggezza. Per dirla col filosofo statunitense Wilfrid Sellars: «capire come le cose, nel senso più ampio possibile del termine, stanno insieme, nel senso più ampio possibile del termine» e comportarsi di conseguenza.

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Su “La disciplina dell’attenzione” di Roberto Bugliani

Oswaldo Guayasamín, Capilla del Hombre, Quito 

di Franco Casati

Ecco il primo intervento sul romanzo di Roberto Bugliani, già segnalato qui. Casati parla di “romanzo-saggio” e, per il forte descrittivismo, lo collega all’ècole du regard del Nouveau Roman francese tra anni ’50 e ’60 del Novecento. Vi legge anche “un ‘manifesto’ di denuncia contro le condizioni di sfruttamento economico-sociale” di un paese latino-americano, l’Ecuador, che l’autore ha conosciuto da vicino durante i suoi viaggi. [E. A.]

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Paralleli inquietanti tra ‘crudeltà’ diverse

di Rita Simonitto

Ieri sera ho rivisto, per l’ennesima volta, un film di Pietrangeli del 1965 “Io la conoscevo bene” (*) e, rivedendolo – come accade sempre quando possiamo ritornare sopra alle opere d’arte – ho preso contatto con una realtà inquietante che non atteneva solo alla palese denuncia fatta dal regista soprattutto verso il mondo del cinema che in quegli anni, dietro il miraggio di una vita facile ed enfatizzata dai rotocalchi, ‘bruciava’ senza pietà gli incauti che vi si volevano avvicinare senza le dovute protezioni. Ma rappresentava sotto traccia una allucinante fiera delle crudeltà, un catalogo delle varie forme di abbrutimento a cui può pervenire l’essere umano quando, stanco di sacrifici e di patimenti, si fa sedurre dalle sirene del facile successo. Non una scena, non un fotogramma sono esenti dall’evidente spietatezza che permea ciò che viene rappresentato,  a partire dalla stessa protagonista Adriana (una strepitosa Stefania Sandrelli), inconsapevolmente impietosa verso la propria persona, incapace di salvaguardare la sua intimità, impossibilitata quindi a proteggersi, a difendersi e pertanto facile preda di personaggi senza scrupoli. Dalle canzoni selezionate (e che fanno da accompagnamento tragico a questa storia), ai dettagli delle tenerezze che questa fragile fanciulla è in grado di dedicare agli altri più deboli di lei (ad esempio nei confronti di un bambino che lei tiene in custodia) fino al ticchettio dei suoi zoccoli estivi che arrivano all’orecchio dello spettatore come tante fucilate: tutto concorre a sottolineare la crudezza nella quale la ragazza è avviluppata.

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«Il mestiere di pensare» di Diego Marconi

LETTURE IN QUARANTENA (2)

di Donato Salzarulo

1.- «Povera, e nuda, vai Filosofia ».

Qualche anno fa, un progetto ministeriale prevedeva di ridurre da tre a due anni l’insegnamento di filosofia nei Licei e di eliminarla dalle tabelle disciplinari di vari corsi di laurea perché – questa la singolare motivazione – trattasi di disciplina troppo specialistica. Mentre la matematica, la chimica, la fisica, ecc., per i cervelli di certi consulenti ministeriali, non lo sono.

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“Cose. Per una filosofia del reale” di Felice Cimatti

LETTURE IN QUARANTENA

di Donato Salzarulo

1.- Questo non è il libro del momento. Non è Spillover. Aspettava di esser letto da più di un anno. Pazientemente in fila, fra tante pile di libri da leggere. Non è del momento ma qualcosa ha a che fare con questo momento. C’è chi vorrebbe dare la parola alle Cose. E il virus cos’è?… Avete notato che ho tirato in ballo “cosa” per cercare di definirlo?…Le cose ci assediano. Sono dappertutto. Usiamo cose (scarpe, pantaloni, occhiali, computer…) e mangiamo cose (pasta, riso, pane…). Noi stessi, in ultima istanza, siamo atomi di cose (acqua, carbonio, azoto, calcio, potassio, fosforo…).

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«Spillover»: il libro del momento

di Donato Salzarulo

1.-Ecco un libro che forse non avrei mai letto se il coronavirus non fosse venuto a turbare e a rendere infausti i nostri giorni. La curiosità mi è sorta leggendo l’articolo di Paolo Giordano sulla “matematica del contagio che ci aiuta a ragionare” (Corriere della Sera del 26 febbraio), articolo – non mi stancherò di ripeterlo – benedetto, di cristallina chiarezza, che merita di essere diffuso dappertutto, in primo luogo nelle scuole; merita di essere diffuso perché di questo virus non ci libereremo facilmente e, comunque, altri virus sconosciuti sono o potrebbero essere in agguato per la nostra specie. Quindi, è decisivo far crescere la nostra consapevolezza razionale.

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A proposito della poesia di Fortini “Agli dèi della mattinata”

di Rita Simonitto

Ancora una riflessione su “Agli dèi della mattinata”. Pubblico questo intervento di Rita Simonitto non come semplice commento alla precedente discussione (qui e qui) che c’è stata su Poliscritture ma dandogli il risalto di una “lettura d’autore” autonoma, capace di essere ad un tempo attenta al testo, alla rete di relazioni con altri testi e alla soggettività dl lettore/ice, che col testo si confronta e produce “suggestioni” utili per interpretarlo. Tra esse trovo particolarmente acuta quella che rimanda al “Faust” di Goethe, opera tra l’altro che Fortini tradusse e pubblicò nel 1980 facendola precedere da una propria approfondita introduzione. Per accompagnare l’articolo di Simonitto ne ho scelto perciò la copertina. [E. A.]

Non posso trattenermi dall’intervenire nella discussione su questa intramontabile poesia di Fortini. Rileggendola dopo tanto tempo (e anche in virtù delle disamine su essa fatte da Ennio, da Bugliani e da Aguzzi) questa composizione lascia tracce, così come gli ‘unghioli’ del Gatto nella poesia di Fortini stesso [qui]. Indizi che aprono la mente a tante riflessioni e considerazioni, esito che dovrebbe appartenere all’animus della poesia, a fianco del vissuto emozionale/partecipativo che prende il lettore di primo acchito.

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Leonardo Sciascia e la letteratura come smascheramento del mondo e delle trame del potere

di Giorgio Riolo

Non è solo un anniversario (essendo nato a Racalmuto il 8 gennaio 1921) a muoverci e a ricordare Leonardo Sciascia. Ci sono letterati e intellettuali che hanno una presenza permanente, che ci accompagnano e ci aiutano a decifrare la nostra Italia, e, in senso lato, il mondo, in ogni dimensione, politica, culturale e antropologica. Ricordo qui solo Sciascia e Pasolini, soprattutto anche per il loro piglio profetico. Ma molti altri e molte altre potremmo ricordare.

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Qualcosa non torna

Su “Ogni vigilia è disarmata” di G. Mannacio

di Ezio Partesana

L’ultima raccolta di versi di Giorgio Mannacio ha un titolo meraviglioso: Ogni vigilia è disarmata – e non c’è nei testi, non c’è nelle rime. Qualcosa gli rassomiglia, è vero, e si dà per scontato sia quello. Eppure non c’è. Contro qualsiasi intuizione questa vigilia lascia tracce in chi la vive ma non in chi la guarda; a morire si è sempre soli e mai pronti. Hai un bel parlare – e Mannacio ha un parlare bellissimo – di ricordi, di eredità e persino delle cose comprese, dei fiumi che rendono memoria del bene fatto e cancellano gli errori, quell’ascesa è cosa che non impareremo mai a fare. E non perché ci manchi la fede o la speranza né la carità degli amici e degli amori; quelli sono lì ad aspettare che si compia il trapasso e di noi si possa finalmente piangere senza destare sospetto. Sono proprio e letteralmente le armi che mancano: andando si lasciano tutte indietro, e non ci si volta nemmeno. Ora io non so cosa si chiami a raccolta in punto di morte, non sono ancora morto e chi ho visto andare non me lo ha voluto confessare. Però una cosa è certa: dopo qualcosa manca che non torna.

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