Tutti gli articoli di Angelo Australi

L’eredità

di Angelo Australi

 Non ci fu preparazione per quel viaggio, perché il nonno mi aveva preso in contropiede mentre sfogliavo un fumetto di Mandrake. Quel giorno non avevo voglia di studiare, ero indeciso su tutto, la noia superava ogni limite dell’immaginazione. Spesso mi affacciavo alla finestra con lo stimolo di uscire, sperando di scorgere qualche amico che stava giocando nello sterrato davanti al nostro gruppo di case, ma alla fine ogni spinta a inventarsi una trovata per trascorrere il pomeriggio restava qualcosa di refrattario e sfogliavo i fumetti così, per forza d’inerzia. Continua la lettura di L’eredità

Il lusso democratico italiano

di Angelo Australi

Ho scoperto di recente che sul tabellone della pubblicità a ridosso della rotatoria hanno affisso un manifesto che riporta la frase IL LUSSO DEMOCRATICO ITALIANO. È scritto bello grande, a caratteri cubitali. Continua la lettura di Il lusso democratico italiano

Rebecca Curtis

 Ventimila dollari – storie d’amore e di soldi

di Angelo Australi 

In questi giorni ho riletto la raccolta di racconti della scrittrice americana di origini armene Rebecca Curtis, pubblicato in Italia nel 2008 dalla Casa Editrice palermitana Gea Schirò con il titolo Ventimila dollari – storie di amore e soldi (Twenty Grand and Other Tales of Love and Money), nella traduzione di Chiara Stangalino. Per quello che possono contare le classifiche, a cui invece negli Stati Uniti sembrano tenere in modo particolare, questo libro di esordio della scrittrice nata nel New Hampshire nel 1974, è stato inserito dal The New York Times tra i migliori 50 libri di narrativa usciti in America nel 2007. Continua la lettura di Rebecca Curtis

… il bianco e il nero sono due colori senza tinta

 di Angelo Australi

 “Nei vecchi archivi del Dienneà
le domande dei fossili viventi
con altre pratiche e altri documenti
ingialliscono nell’oscurità.”

Carlo Lapucci, da Canti Paleolitici e fossili viventi senza un domani
Le Sámare Editrice Firenze, marzo 2022

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La vita dell’albero e la mia

di  Angelo Australi

Invece di giocare in strada con gli amici, per me era più divertente ammirare le montagne dalla terrazza. Spesso le osservavo con un binocolo che era un residuato bellico della seconda guerra mondiale. Non ricordo come fosse finito tra i beni di famiglia, lo vidi in mano a mio padre che una notte d’estate ci guardava le stelle cadenti. Nel buio della campagna che avevamo di fronte percepivo appena i contorni del corpo, ma visto che gli giravo intorno mi fece curiosare in cielo, dove non vidi che bagliori fissi e qualche aereo lampeggiare per tutto il tempo, prima di dileguarsi nel nero più fitto. La notte dietro casa nostra si vedevano solo un po’ di luci che indicavano la viabilità dei paesi di montagna, poi un buio compatto fino al profilo della linea dei monti che si attenuava leggermente su di un cielo punteggiato di stelle. Le montagne erano lì da milioni e milioni di anni, percepivo tutta la staticità che produceva una potente sensazione di silenzio assoluto. Che bello stare zitto per ore, in attesa di immaginare un gioco.

Negli ultimi anni che ci ho abitato, sui campi confinanti con il nostro orto, contemporaneamente alla prima circonvallazione furono costruiti dei palazzi di tre o quattro piani. Quello che infastidiva era la visuale ostruita sui monti più alti, tra le case si vedevano solo dei tratti di altopiano dove sorgevano piccoli paesi, così il mio istinto a giocare fu attratto dal grande susino che slanciava il suo tronco dall’orto fino alla terrazza. Nel vigore primaverile alcuni rami si allungavano su di un lato fino a fare con le foglie una sorta di pergola che in estate ci rinfrescava con la sua ombra. Quella pianta ormai vecchia mio padre diceva che era nata casualmente quando da ragazzo, dopo aver mangiato le susine, gettava i noccioli nell’orto sottostante, un certo giorno era spuntata questa esile pianticella che nell’arco di pochi anni aveva raggiunto la dimensione per essere innestata. Cresci e cresci, tutti gli anni prima della potatura si discuteva di abbatterlo, era troppo a ridosso della casa e nel tempo avrebbe indebolito le fondamenta con le sue radici, ma poi il susino germogliava e fioriva, ed era una soddisfazione alla fine del ciclo vedere i suoi frutti giallo oro brillare sotto il sole.

Nelle notti d’estate i conoscenti venivano a trovarci per stare a veglia. Solo noi nel vicinato avevamo una terrazza così grande, aperta sulla campagna e situata in una posizione ideale per il vento incanalatosi nel corso del fiume, che prima di raggiungerci incontrava l’aria fresca rilasciata dalle gole boscose a ridosso dell’abitato, gole dove non batteva che un po’ di sole nelle ore centrali del giorno. Era una terrazza grande come tre stanze, ho sempre avuto dei dubbi, ma mio padre anche negli ultimi anni di vita, quando ne parlavamo assicurava che misurasse sessanta metri quadrati. Durante quelle veglie le donne si mettevano in cerchio intorno a mia madre che ricamava, gli uomini invece, istigati da mio padre, trasferivano il tavolo dalla nostra sala per giocare a carte tra un valzer di falene e di pipistrelli attratti dalla luce elettrica. Dicevano di stare meglio a frescheggiare qui che in strada, perché il nostro susino con la sua grande chioma rilasciava una certa frescura profumata dai frutti.

Mi ero costruito un fucile di legno che sparava proiettili ricavati dalle camere d’aria di bicicletta, salivo sull’albero dal ramo più grosso che sporgeva in terrazza, esploravo il nostro orto per sparare al gatto mentre stuzzicava le galline ovaiole che ruspavano la terra in cerca di lombrichi. Lanciavo gli elastici imitando il suono di uno sparo, mentre i colpi che non andavano a segno rimbalzando sui muri facevano come un sibilo che si perdeva sull’eco. Se lo colpivo, il gatto con tre salti fuggiva a nascondersi tra le grandi foglie di una zucca, o ai piedi della siepe di rosmarino o di salvia. A un certo punto la caccia grossa mi aveva preso così tanto che trascorrevo interi pomeriggi appollaiato sull’albero. Un giorno colpii un piccione che stava beccando il granturco delle nostre galline, lui barullò un po’ intontito prima di prendere il volo, ma dall’entusiasmo persi l’equilibro e caddi dal ramo rompendomi una gamba. Un salto di almeno cinque metri. Fui portato di corsa all’ospedale e così il mio anno scolastico finì con un mese di anticipo.

Certe sere, sfruttando quei tranquilli momenti in attesa della cena, mentre mia madre apparecchiava, mio padre mi parlava e annaffiava la terrazza per rinfrescare l’aria intorno al tavolo dove avremmo mangiato. Allora non lo sapevo, ma hanno fatto grossi sacrifici perché in quegli anni per lui c’era poco da lavorare e mia madre aveva disseminato debiti in più negozi di alimentari e di abbigliamento. Quando ero sui sedici anni usarono questi ricordi per ricattarmi, ecco come l’ho scoperto: non potendo più obbligarmi a pensarla come loro tentavano di farmi nascere il senso di colpa. È duro essere figli unici, e queste cose, una volta cresciuto, le senti addosso come un senso di responsabilità verso te stesso e gli altri che a volte travalica ogni logica. Niente tristezze, è solo un dato di fatto con il quale convivere. Una volta avevo fatto una bandiera di stoffa rossa che poi esposi sui rami più alti del susino, in modo che tutti la vedessero. Nel vicinato si cominciò a dire che era la bandiera dei comunisti, così i miei genitori, con arretrati da pagare in ogni negozio, mi costrinsero a toglierla. Per questa ingiustizia piansi fino a farmi venire i crampi allo stomaco, maledicendo la stupidità dei vicini e la vigliaccheria dei miei. Chi erano per me i comunisti, all’età di otto anni? Niente, una parola come un’altra, che sentivo pronunciare ogni giorno senza riallacciare a persone fisiche diverse dalle altre. Ho scoperto molti anni dopo che anche i miei genitori erano comunisti, quando anch’io stavo per raggiungere l’età per votare. Prima non avevano mai esposto le loro idee politiche apertamente con me. Sì, li sentivo parlare di politica in presenza di altre persone adulte, ma come se fosse un discorso iniziato chissà quando.

La cena in terrazza era sempre un rito scaramantico per cacciare via i fastidi, la noia e le cose tristi che ci erano capitate durante la giornata, i miei genitori erano ancora abbastanza giovani, ma in quei momenti dimostravano sempre meno degli anni veri. Mentre il vento faceva frusciare le foglie del susino, ogni risata che gli veniva dal cuore finiva per amplificarsi. Una cena me la ricordo in modo particolare perché si misero a discutere su chi aveva più metodo e velocità nel lavoro. Quella sera erano più allegre anche le mosche che si posavano sugli avanzi nei piatti e sui nostri volti un po’ sudati. Soprattutto mio padre era particolarmente felice, perché finalmente aveva trovato un lavoro fisso e così sullo stipendio avrebbero potuto farci conto ogni mese. Tirata la cinghia per saldare i debiti, con un po’ di accortezza potevamo pianificare la soddisfazione di toglierci delle voglie.

– Io lavoro forte – disse mio padre, – non mi fermerebbe neppure un treno di cento vagoni.

L’improvviso sorriso di mia madre assordò anche il fruscio delle foglie mosse da una leggera brezza di vento.

– Che ridi, … è la verità.

– Non ti ho visto sul lavoro, ma …

– Ma cosa?

– … quando ti mando in un posto per una commissione, non ti sbrighi mai a tornare.

– Fare la spesa non puoi paragonarla a un lavoro in cantiere.

– Non posso?!

– Non è la stessa cosa fare le faccende di casa e tirare su un muro.

– Che c’è di tanto diverso?

Lei scuoteva la testa divertita.

– La fine del mondo, c’è di diverso!

– Mi fai ridere come una bambina.

– Quel muro si deve costruire a regola d’arte, altrimenti frana giù.

– Perché la spesa? I soldi che guadagni altrimenti finirebbero subito.

– Un mattone dietro l’altro, per tutto il giorno, con la consapevolezza che a un certo punto ci abiteranno degli esseri umani.

– Bevi, … fai meglio.

– Non ci piove: nel lavoro conta la qualità, ma in fondo alla giornata deve fare comparita anche il frutto del tuo sudore.

– Anche i piatti devono essere ben lavati, altrimenti mangeresti tra la sporcizia del giorno prima.

E rideva mia madre. Ridevano entrambi, a singhiozzi.

– Non ci siamo capiti, … vuoi dirmi è più complicato lavare i piatti che tirare su un muro?

– Per portare in fondo ogni giorno una faccenda noiosa, a volte ci vuole tanta forza d’animo. Tanta tanta, … credici, … non lo faccio per il gusto di contraddirti.

– I muri devono essere dritti, hai visto mai una casa pendere?

– Come no! … la torre di Pisa sta in piedi per miracolo.

– Che c’entra la torre di Pisa, io parlo di una casa dove vivono delle famiglie e dei bambini. Un muro cresce facendo il filo a piombo tra due regoli fissati al pavimento e al soffitto. Tiro una cordicella tra i due regoli e guardo con l’occhio la distanza che resta tra il muro e il filo. Un centimetro d’aria, non di più. Mattone dopo mattone.

– Mi fai ridere, mi fai.

– E di muri ogni giorno devo alzarne almeno quattro, che ci riescono a fatica anche i muratori più esperti.

– Allora sei un veicolo!!! – urlò mia madre ridendo.

– Un veicolo? … Ma va’!

– Esatto, sei una macchina che non si stanca mai.

Ricordo tutto ancora così bene, avevo le mani incastrate tra il piano della sedia e le cosce, li fissavo e ascoltavo incantato, perché era raro capitasse di vederli discutere da posizioni così diverse senza accanimenti o cattiverie represse da rinfacciarsi; si prendevano in giro scherzando, senza strascichi.

– Non mi sfottere, perché al lavoro sono consapevole delle mie capacità.

– Ma nelle faccende di casa non aiuti un bel niente – lei ribadì convinta ma divertita, dopo un istante di ponderazione.

– Mi annoio perché queste sono cose da donne.

– Appunto, sei un veicolo nel tuo lavoro e basta.

– Anche quando ti abbraccio però, che ti faccio ribaltare il cervello.

– Sei un cretino! Ecco cosa sei, …a parlare in questo modo.

Mio padre alzò il bicchiere per brindare e mia madre gli andò dietro.

Li fissai intensamente negli occhi e sorrisi.

Quella sera d’estate uscimmo a mangiare il gelato in centro e rientrammo dalla passeggiata dopo mezzanotte, stanchi e accaldati.

A quel punto però qualcosa già stava cambiando, tutti i giorni alla Tv davano dei film d’avventura e quando finivano in me si era persa anche la voglia di andare a giocare in terrazza. Stare alla televisione esauriva un po’ la fantasia, perché non avevo più stimoli a inventarmi dei giochi. Le montagne erano scomparse dal mio sguardo già da alcuni anni, nascoste dai nuovi palazzi. Quasi per caso un giorno mi accorsi che le foglie del nostro susino stavano ingiallando. Era vero che non giocavo più sull’albero, ma quella pianta mi stava sempre a cuore, così corsi da mia madre e la informai. Mi disse che era un effetto causato dalla siccità di quell’estate così afosa, che anche gli alberi ogni tanto si ammalavano. La sua risposta non mi lasciava tranquillo così decisi di curarlo con le mie forze. Iniziai ad uccidere tutte le formiche che salivano sul tronco in una stressante fila indiana. Impresa titanica, perché più ne uccidevo più che arrivavano di nuove dal terreno dell’orto. Per questo pensavo che fossero la causa del suo male. Dopo una settimana di stragi c’erano molte più foglie ingiallite e i frutti acerbi cadevano a terra. Pensai che forse gli serviva dell’acqua, ma se è per questo non avevo mai visto mio padre annaffiarlo. Ancora qualche giorno e le susine cadute si moltiplicarono, mentre le cime dei rami più esili già si spogliavano delle foglie come in pieno autunno. Una sera lo vegliai fino a tardi, cercando di capire se la causa della sua malattia si manifestasse con il buio, ma anche a quell’ora non accadde niente di particolare. Era un mistero e non riuscivo a darmi pace.

L’agonia del nostro susino si protrasse fino a ottobre, poi, un sabato che aveva libero dal lavoro, mio padre decise di abbatterlo.

– Aspetta babbo, è stato con noi così tanto tempo.

– Spartaco, non c’è altra soluzione… Peccato però.

– Chi l’avrebbe mai immaginato -. Si era intromessa anche mia madre.

– Ma può riprendersi babbo. Il sacerdote al catechismo a scuola ci ha raccontato che era stato testimone di una morte apparente. Dicendo messa per un funerale sentiva provenire dei rumori dalla bara, l’hanno aperta e quell’uomo è uscito fuori spiritato, ma vivo.

– Lascia stare le barzellette dei preti – disse mio padre ridendo.

E mia madre: – È inutile aspettare Spartaco, … fa più tristezza questa pianta secca qui davanti agli occhi a ricordarci che si muore. Se non c’è il susino, avrai altre cose vive a cui attaccarti.

In quello spazio che si sporgeva sui campi come una mano protesa ho trascorso molta della mia infanzia, in compagnia di un binocolo, del mio gatto, degli album da disegno dove facevo gli acquerelli, dei soldatini di plastica con i quali guerreggiavo sperimentando tattiche militare di ogni epoca della storia umana. Ero un ragazzo curioso, vivace e ribelle, ma in quella terrazza tutte le ansie si addolcivano per dare spazio a una forma di equilibrio grazie alla quale, ogni cosa facessi, non sentivo mai nessuna fatica. A volte fantasticavo che gli antichi studiati a scuola avessero giocato a inventare degli eroi per combattere la noia eterna solo per sfizio di competizione, un po’ come egoisticamente immaginavo il tempo deformato dai giochi che facevo in quello spazio circoscritto, ma mentre mio padre stava tagliando il susino e la nostra terrazza si riempiva di rami e di frasche, mi sembrava davvero piccola, come non lo era mai stata ai miei occhi. Ogni suono e ogni colpo d’ascia si riducevano a un sordo rumore rimbombante in un volteggiare di segatura e di foglie secche sbriciolate, e dello stesso tono erano le voci, ogni passo, tutti gli oggetti che spostava mia madre per non fargli prendere troppa polvere. Volevo sentirmi utile ma non ci riuscivo. Tutto mi sembrava assurdo, la terrazza era come una donna nuda che si vergognava di essere guardata.

Naturalmente aveva ragione mia madre: si deve sempre guardare avanti, … nonostante tutto. Oltre al susino anche molte di quelle persone su cui avvicino dei pensieri ormai non ci sono più. I genitori li ho in testa ogni giorno perché conservo tanti beni anche materiali che gli sono appartenuti, invece delle altre persone adulte che ci sono state nella mia infanzia certe volte non ricordo nemmeno i nomi. Mi tornano davanti dei volti, dei particolari, delle frasi e dei sorrisi, magari il tono di una voce. Immagini vaghe, gesti ripetuti, … nient’altro. È più naturale quando vado al cimitero a far visita ai defunti, scorrere lo sguardo tra le lapidi per leggere un nome e cognome collegato alla foto di un volto, solo così una certa persona torna in vita in un modo quasi fisico. Mentre per il susino è diverso, sembra sempre che sia esistito solo nella mia mente.

 

NOTA: Il racconto La vita dell’albero e la mia è stato pubblicato sul numero 77 di Nuovi Argomenti – IL FANTASMA NELL’OPERA – gennaio/marzo 2017.

Il male sta accadendo

di Filippo Nibbi

Una pagina di Fantastica in esercizio che mi ha inviato l’amico Filippo Nibbi. È legata a questi giorni di guerra e sento il bisogno di condividerla con voi.

                                                                                                                       Angelo Australi

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[… come una mela sa di mela]

Alcune riflessioni sul romanzo di Claudio Piersanti

di Angelo Australi

Nel finale del romanzo La dismissione (Rizzoli 2002), raccontando lo smantellamento dell’Ilva di Bagnoli attraverso l’esperienza del tecnico di area alle colate continue Vincenzo Bonocore, Ermanno Rea ci ricorda un aspetto basilare del perché si scrive accennando al fatto che il romanzo … è di necessità la storia di una perdita, la storia di qualcosa che prima c’era e poi non c’è più. Una Fabbrica, un quartiere, il respiro di un’idea, un amore, un’amicizia, un paesaggio che cambia nel tempo, qualsiasi cosa di cui siamo in grado di percepire la mancanza, purché le contraddizioni risultino credibili agli occhi di chi legge, la navigazione da immaginare non suoni falsa. Anche nel modo di raccontare di Claudio Piersanti, dal suo primo romanzo Casa di Nessuno (Feltrinelli, 1981) a Quel maledetto Vronskij (Rizzoli 2021), si ha sempre l’impressione che affiori questo bisogno di mantenersi ad un livello dove l’invenzione della scrittura, nello sforzo di combinare una trama con la realtà, sia impegnata a inseguire uno specifico punto di vista nel registrare il nulla che percepiamo dietro alle cose, ma anche all’importanza che come esseri umani diamo alla “perdita” di queste cose nell’accettare l’imprevisto come quel vuoto che può trasformarsi nell’archetipo di un’esperienza molto più complessa. Con questo movimento intenzionalmente poetico Piersanti mantiene viva la lezione dei grandi scrittori del passato, rinnovandola senza mai esagerare con gli squilli di tromba, perché interessato a ricercare quel percorso che può celarsi in un quotidiano all’apparenza così banale. Un percorso verosimile, ma anche misterioso e pieno di ostacoli, per superare i quali non è sufficiente opporsi alla cultura di un mondo contemporaneo basato principalmente sulla simultaneità, un mondo che si può dire abbia raggiunto il massimo del kitsch nello stallo ormai evidente di un corto circuito sempre più propenso a riciclare, nel nome di un briciolo di popolarità, qualcosa di vecchio da spacciarsi per nuovo. Per quanto mi riguarda anche il lettore deve poter giocare non solo identificandosi in un personaggio o in un’idea, ma anche con il modo in cui la trama si sviluppa nel ritmo e nel tono della scrittura, per creare così un qualcosa di credibilmente autentico intorno a quello che si è perso. A mio avviso questo è l’orizzonte dove la scrittura di Claudio Piersanti vuole portarci a guardare. Continua la lettura di [… come una mela sa di mela]

Una carezza di sonno

Fantastica in esercizio

di Filippo Nibbi

1 febbraio 1935 – 1 febbraio 2022. Sembra quasi un compleanno festeggiato con il suono di parole che fa 87. Ma in questa Fantastica in esercizio spunta anche Silvia Plath, e senza entrare nei luoghi comuni della sua malattia e del suo suicidio, perché è una grande poetessa che si regge anche senza l’appiglio di puntelli romantici, caro Filippo ti rispondo proprio con un suo verso: Il sole sorge da sotto la colonna della tua lingua (dalla poesia Il Colosso, trad. A. Ravano). E, visto che ci siamo, anche con la testimonianza della povera Franchetta Borrelli, estratta dal verbale del processo nel quale fu accusata di stregoneria insieme ad una dozzina di altre donne di Triora, un paesino arroccato sui monti di Imperia: Io stringo i denti e poi diranno che rido. Nel 1587-1588 fu sottoposta per un intero giorno alla tortura del “Cavalletto”. In fondo la poesia non è sempre un po’ stregona? [Angelo Australi] Continua la lettura di Una carezza di sonno

un uovo all’occhio di bue

di Angelo Australi

[…] Secondo me è una vergogna che nel mondo ci sia così tanto lavoro. La cosa più triste è che lavorare è tutto ciò che un uomo può fare per otto ore al giorno, un giorno dopo l’altro. Non si può immaginare per otto ore al giorno, né bere, né fare l’amore, per otto ore. L’unica cosa che si può fare per otto ore è lavorare. Ed è per questo che l’uomo rende se stesso, o chiunque lo circondi, così miserabile e così infelice”.

(W. Faulkner, da “Intervista a W. F., di Jean Stein del Heuvel)

La cucina era esposta al sole di mezzogiorno, così Marisa prima di servire in tavola socchiuse le persiane. Indispettito Bruno si voltò verso la moglie e accese la luce dicendo che al buio ci sarebbe stato da morto, quando mangiava preferiva guardare il cibo che stava nel piatto. Continua la lettura di un uovo all’occhio di bue

Eugenio

di Angelo Australi

Con Eugenio Centini sono in debito per tanti motivi. Ne citerò solo alcuni che reputo importanti. Mi ha stimolato a scrivere quando ancora non avevo le idee chiare, mettendomi in contatto con uno scrittore al quale far leggere i miei primi racconti, ma soprattutto mi ha fatto capire che esistevano infiniti punti di convergenza tra il vivere in una città o al paese, che non è importante il numero delle occasioni si presentano quanto il trovare il tuo bisogno in uno spazio da immaginare infinito anche se piccolo, da esplorare con quel poco sei riuscito a seminare come uomo. Il trucco è trovare se stessi nel perché si ha una voglia matta di scrivere, e non sono tante le occasioni che possono rivelarti questa urgenza. Fare lo scrittore non è come indossare un nuovo vestito, cambi pelle, trovi lì, intrecciato alle parole, una tua chiave di lettura del mondo, e si tratta sempre di un coraggio da spendere senza una finalità concreta, grazie alla predisposizione di un temperamento del carattere che richiede un naturale istinto di coerenza. Scoprire nello spazio il tuo tempo naturale è un po’ come sentirsi liberi di pregare intorno a un’idea per renderla concreta. Diventa una sorta di rivelazione, alla quale non puoi opporti. Se consideriamo questo il punto di partenza, la scrittura non diventa qualcosa di faticoso, semmai è un modo di giocare che ti avvicina agli altri. La fatica la incontriamo strada facendo, qui come in ogni mestiere che facciamo per vivere, però mai al punto di partenza. Può essere problematico trovarla, raggiungerla, ma quando ci sei arrivato senti di far parte di una forma dalla leggerezza espansiva. Eugenio non mi ha mai dato indicazioni sul come scrivere, sul come strutturare delle storie, sul tono da usare per creare un equilibrio armonico al ritmo del racconto, con la sua volontà di reagire alle avversità cercando la poesia anche nel più banale dei luoghi è diventato piuttosto un esempio nei comportamenti, ed è stato un vero maestro nel farmi cercare la sensibilità di un essere umano anche nel più scontato dei gesti. Di questo, soprattutto ora che sto invecchiando, con lui sono e sarò sempre debitore.

I nostri primi incontri risalgono al 1972, quando frequentavo il bar dove lui si affacciava a farsi qualche bicchierino di vin santo. Uscito dal lavoro bazzicavo lì ogni pomeriggio perché c’era un flipper che giocandoci potevi strattonarlo violentemente e non andava mai in tilt. Avevo diciotto anni, vivere al paese mi stava stretto, così le poche persone che si proponevano fuori dagli stereotipi di una provincia ingessata in delle abitudini ferme a chissà quando, finivo per trasformarle in una via di fuga idealizzata. Eugenio si ammalò di poliomielite negli anni dell’infanzia. Soffriva molto a camminare, aiutandosi con la giannetta sosteneva tutto il peso del corpo con la gamba ancora sana. Quando si presentava al bar Spiaggia aveva già bevuto qualche bicchiere alla bottega dei generi alimentari dove si fermava a fare merenda con degli amici. Mangiavano cotechino, aringa, acciughe, una spuntino ipercalorico, che invitava a bere e a fumarsi quintali di sigarette. Proprietario del negozio era un suo amico d’infanzia, anche lui anarchico. A queste merende partecipava qualche glorioso vecchio che nonostante le purghe si vantava di non aver mai preso la tessera del Fascio, e un medico, ma lui solo nei giorni che non faceva ambulatorio. Quando nel negozio arrivava la clientela a fare la spesa il gruppo, ormai eccitato dal vino, si disperdeva per il paese. Gli anziani formavano dei capannelli a ridosso dei loggiati della piazza, sostando nelle vicinanze delle bacheche dove i partiti esponevano i loro commenti politici su qualche seduta del Consiglio Comunale, invece Eugenio, prima di recarsi alla Casa del Popolo, si fermava al bar Spiaggia. Beveva un vin santo, poi un altro e un altro ancora, e argomentava delle sue teorie con chi gli dava spago, eccitato e pieno di discorsi contro un certo conformismo di provincia che sentivo anche mie. Fu il barista a dirmi che scriveva poesie, e che aveva militato fin dal dopo guerra prima nella FGCI e poi nel PCI. Lo ascoltavo incantato, perché nei suoi ragionamenti trovavo un approccio che sembrava libero da ogni condizionamento, e poi riusciva sempre a tenere sullo stesso piano la vita concreta di ogni giorno con le idee più astratte, capaci di aprire lo spazio all’infinito. Non avevo ancora letto le poesie, ma nei suoi ragionamenti trovavo un legame con la musica rock che mi faceva sentire diverso non solo dai miei genitori, ma anche da molti della mia generazione. La musica che sentivo come per liberarmi di un peso ero sicuro che Eugenio non l’avrebbe mai capita, per questo, piuttosto che parlarne, preferivo ascoltare le sue critiche alla politica del partito Comunista, fatte in un bar dove tutti lo lasciavano parlare. In quei suoi ragionamenti ispirati dalle bevute il paese diventava diverso dal come lo avevo sempre guardato, si trasformava in un qualcosa di strano dove almeno con la testa realizzavo il mio bisogno di fuggire. In quell’oretta che stavo al bar, mentre gli amici cercavano d’imbroccare una ragazza passeggiando sotto i loggiati della piazza, provavo davvero l’impressione di essermi trasferito a vivere altrove. Lo ascoltavo portare quei suoi esempi che sfidavano le convenzioni, poi s’infilava in un vortice di spiegazioni su strategie e programmi troppo articolati per la mia età, distanti anni luce da quei messaggi scorgevo nei linguaggi del rock che cercavo di trasmettere con Musica in Piazza, un giornale autoprodotto in forma ciclostilata che distribuivo in occasione di qualche concerto. Ancora non avevo la ben che minima idea di mettermi a scrivere dei racconti, mi bastava ascoltare musica e fare quel foglio di cultura alternativa con alcuni amici pittori che collaboravano per la parte grafica.

Ci siamo persi di vista per circa un anno e mezzo perché avevo seguito la transumanza degli amici che dopo un certo periodo scelsero un altro bar dove incontrarsi. Si usava fare così nel mio giro di conoscenze, ogni tot mesi cambiare luogo di ritrovo, quasi fosse una reazione naturale contro le abitudini. Non ero convinto di questa cosa, ma li seguivo per il bisogno di stare a parlare anche con gente della mia età.

Lo ritrovai all’ospedale del mio paese, nel 1974, durante il periodo che facevo il servizio militare presso la caserma del Genio Pionieri, alla Cecchignola. Verso la fine di settembre, tornando a casa con un permesso di 48 ore, mi ero fatto ricoverare sperando in una convalescenza. La città militare della Cecchignola si trovava nella campagna romana e durante la libera uscita prendevo la metropolitana e raggiungevo il centro di Roma dove frequentavo il Folk Studio e altri locali alternativi di Trastevere che per entrare era obbligatorio iscriversi. In quel periodo mi sono preso anche un’ubriacatura di concerti rock. Memorabile è stato quello di Frank Zappa, e poi dal 20 al 24 settembre, prima di ottenere il permesso di 48 ore, avevo partecipato al Festival Pop di Villa Pamphili, dove suonavano dei gruppi di cui possedevo i dischi ma che non avevo ancora ascoltato dal vivo: il Banco del Mutuo Soccorso, i Perigeo, gli Amazing Blondel, i Soft Machine. Stavo vivendo delle esperienze bellissime, però c’era la vita di caserma, le sue regole mi mandavano fuori di testa, non le sopportavo proprio. Per reagire compravo dei libri alle bancherelle dell’usato che si trovavano tra la Stazione Termini e Piazza Esedra. Li leggevo in caserma, aspettando il momento della libera uscita, per oppormi in qualche modo all’ossessione di quelle giornate oziose che non passavano mai. È qui che ho trovato una vecchia edizione de Il Sempione strizza l’occhio al Fréjus di Elio Vittorini e ho capito che potevo scrivere. Ricordo che lessi il libro almeno tre volte, che poi, non contento, trascrissi tutto il romanzo su di un paio di quaderni. Quel lasciare fuori campo l’azione e privilegiare il dialogo mi sembrava uno strano modo di mettere il lettore in condizione di capire cosa c’era dietro, cosa muovesse il tutto. Ero rimasto talmente affascinato che volevo quel libro mi entrasse dentro. Un po’ come accadeva con il lavoro di decoratore che avevo imparato alla bottega di un artigiano prima di partire per il militare, che consisteva nel rifare sempre le stesse operazioni per raggiungere l’armonia di un certo automatismo anche con il tuo corpo. Ho iniziato così a scrivere le mie prime cose, partendo da dei dialoghi che si limitavano a parlare senza seguire una trama, come se fossero stati fermati nella sospensione di uno scatto fotografico.

Per giustificare il ricovero in ospedale avevo dichiarato una forte infiammazione gastrica che influiva sul sistema nervoso, ormai vicino a collassare. L’obiettivo era farsi trasferire da qui al reparto neurologico dell’ospedale militare San Gallo di Firenze, per cercare di essere riformato con l’articolo ventinove, un tentativo che l’anno prima aveva sperimentato con successo un amico pittore. Quando fui ricoverato d’urgenza in ospedale, da alcune settimane Eugenio aveva subito il taglio della gamba buona che a forza di bere e fumare era andata in cancrena. Vivendo da solo adesso stava trascorrendo la convalescenza in ospedale, aspettando che si liberasse un posto per essere trasferito alla Casa di Riposo. In quei dieci giorni di degenza abbiamo parlato molto. Gli ho confessato che mi era presa una voglia matta di scrivere delle storie e lui mi ha fatto leggere alcune poesie scritte dopo l’operazione. Fui sincero, per me forse era solo un modo per combattere lo sconforto del servizio militare, ma intanto ci trovavo gusto. Lui mi guardava ridendo seduto sul letto, con il moncone di gamba nascosta sotto il lenzuolo e l’altra, poliomielitica, fragile come quella di un bambino, esposta all’aria. “Fai bene”, mi disse, “se ti aiuta a sbarcare il lunario”. Per lui almeno era stato così, passato il momento in cui rischiava di morire, aveva trovato la forza di volontà per reagire tornando a scrivere in versi come faceva da giovane. Nella sua vita aveva composto poesie a periodi alterni, seguendo il bisogno di sincerità che gli nasceva dentro. Il suo silenzio poetico si protraeva dal 1954, e adesso lo interrompeva con una dozzina di liriche battute a macchina che mi regalò in fogli sciolti. Ne riproduco qui un paio.

DOLORE E SOGNO
Come in un rito Maja
mi posaste
su un verde letto di pietra
verdi le vesti
verde il grembiule
verde, verde, verde.
Bisturi: - non sentii una parola.
Scesi in un sonno
che fu dolore e sogno,
pensieri
mi portarono lontano
un quaderno chiazzato di sangue
mi trovai fra le mani
una dietro l’altra
voltavo pagine di dolore.
Da una mi apparve un volto di donna;
il tuo Emma.
L’arcobaleno dei tuoi occhi
rideva al mio volto;
la tua mano strinse la mia
storpie
le mie gambe camminarono
al vento
i tuoi capelli cotonati
mi portavano leggero
così
senza stampelle
senza giannetta
libero come mai
sudando
di stupore e di gioia ti seguii
creatura Eva
su passi nuovi e campi sconfinati.
Era il tempo dei maggesi
segnò
i miei ultimi passi
il frinire della cicala.
La tua mano Emma
asciugò il sudore
di questo sogno impossibile.
Mi tornò tra le mani
il quaderno chiazzato di sangue,
tu evanescente uscisti
come luna all’alba;
io sfogliai ancora
pagine di dolore.
Riposto il bisturi – era
compiuto il rito
abbandonai
il verde letto di pietra
svegliando me stesso
in una camera d’ospedale
rientrai in questo mondo;
ci sarà anche per me
un posto per amare.
Sul letto bianco d’ospedale – rividi
il primo sorriso di un infermiere,
alzai le lenzuola e sottrassi
due meno uno: - uno
mi mancava una gamba.
Ma la vita continua.
Se è necessario
la scaleremo con le mani.
 
LA MORTE
È stata la sentenza
in camice bianco
- metastasi!
Su questo letto
mi danza intorno
un cancro galoppante
dalle mille teste
cavallo di lutto
si srotola nel sangue
a spaccarmi la cellula.
– CANCRO – dilagante
vicinissima nebbia
mi saturi l’anima
al palato
mi leghi la lingua
per non dire
una parola;
di questa terra
non saranno gli occhi
a guardare
l’alba più lunga.
Cancro
– io ti vinco!
mi impicco e ti uccido
di me
qualche parola
resterà
sulla bocca dei figli.

Quelle dodici poesie le leggevo ogni giorno, anche declamandole agli amici che venivano a trovarmi, che poi chiedevano di conoscerlo. Intorno al suo letto era un via vai di persone anche lontano dagli orari delle visite, perché quei versi ormai circolavano tra i medici e gli infermieri dei vari reparti ospedalieri, che quando avevano un momento libero si fermavano a parlare. Se non leggevo stavo sempre a discutere con lui di qualche argomento che mi premeva conoscere la sua opinione. Nonostante l’aria del reparto sapesse sempre di chiuso, stranamente non sentivo nessun disturbo alla testa. Sembrava di essere in villeggiatura.

Dopo quei dieci giorni fui dimesso con una cartella clinica con la quale dovevo presentarmi all’ospedale militare per avere la convalescenza. Me ne andai in un modo molto triste, nella notte tra il sabato e la domenica fummo svegliati dalle sirene dell’ambulanza acutizzate dall’eco che si creava nel cortile dove si trovava il pronto soccorso. Le infermiere e i medici del turno di notte erano agitati perché l’ambulanza aveva trasportato d’urgenza un bambino di dieci anni che giocando con il fucile da caccia del padre era stato colpito al volto e adesso in sala operatoria stavano tentando di salvarlo. Passammo tutti una notte agitata, pazienti, medici, infermieri. Io giravo nel corridoio del reparto, a volte andavo da Eugenio, a volte parlavo con gli altri pazienti, a volte mi fermavo nella stanza dove gli infermieri di altri reparti si affacciavano per avere o dare gli ultimi aggiornamenti. Il bambino non ce l’ha fatta, è morto all’alba, dopo che i chirurghi avevano fatto l’impossibile per salvarlo. Mi ricordo che alcune infermiere essendo mamme piangevano come se fosse stato il loro figlio. Nel reparto c’era una cappa di angosciante tristezza, adesso nessuno aveva più voglia di parlare. Io che non avevo nessun malanno vivevo una forte tensione a trovarmi lì, mi sentivo in colpa per stare insieme a chi stava male per davvero e che spesso moriva. Cominciai a pensare che le mie preoccupazioni mentali, rispetto a quanto era accaduto quella notte, fossero assurde. Che diritto avevo di fingermi malato? Nessuno. Così finii per sentirmi come uno stronzo che si preoccupa di trovare solo al modo di star meglio nella vita, e ci prova con qualsiasi mezzo. Mi convinsi che ero un privilegiato di merda, anche se i miei scopi non avevano influito sull’atroce morte di un bambino. Quando il lunedì mattina fui dimesso provai davvero un forte sollievo.

 Dopo il militare ho mantenuto i contatti con Eugenio, anche perché era l’unica persona che conoscevo in paese che amava scrivere. La maggior parte dei miei amici ascoltava musica rock e alcuni dipingevano, alcuni si spacciavano per fotografi, ma nessuno di loro sembrava appassionarsi alla letteratura, nonostante insistessi a parlarne continuamente. Eugenio ha avuto per me un ruolo importante, anche se non voleva sentirsi definire poeta, oltre alle poesie scriveva lettere di denuncia molto interessanti, che inviava ai vari giornali di sinistra, di cui mi faceva partecipe informandomi sui motivi e la finalità. Le poesie le faceva circolare in fotocopie tra gli amici che andavano a fargli una visita alla Casa di Riposo per anziani dove lo avevano trasferito nella primavera del 1976, spesso le stampava componendo dei collage con i ritagli di giornale, dove sovrapponeva al suo testo foto, titoli di articoli, riuscendo così a creare una certa armonia, impattante anche a livello visivo. Forse non ne era consapevole, ma quei volantini rispondevano a un bisogno eversivo di condizionare la mente del lettore sul significato stesso che per lui aveva la poesia.

Solo con lui riuscivo a parlare delle mie ambizioni di scrittore. Era amico di Davide Lajolo, allora direttore di Giorni, che anch’io sapevo chi era perché avevo letto la sua biografia di Cesare Pavese. Eugenio era in contatto con lui dai tempi della FGCI, quando aveva partecipato giovanissimo a un concorso con lui membro della giuria, risultando vincitore nella sezione poesia, mentre Renzo Vespignani in quella di pittura. Negli ultimi anni aveva cominciato una fitta corrispondenza perché Davide Lajolo era stato colpito da infarto. Su questa esperienza scrisse anche il libro Veder la vita dalla parte delle radici, con il quale ha vinto il Premio Viareggio del 1977. Dopo la mutilazione della gamba incancrenita Eugenio era entrato in una profonda crisi, dalla quale voleva uscire a tutti i costi. Sotto Natale, prima di scrivere a Lajolo, mi chiese se avevo un racconto pronto da allegare alla lettera, così avremmo sentito anche la sua opinione. Gli diedi il racconto. A gennaio del 1977, una sera telefonò a casa per informarmi che Lajolo gli aveva risposto scrivendo anche del mio racconto. La sera stessa sono andato con Sabrina alla Casa di Riposo e lui, ridendo, con il fiasco di vino già mezzo vuoto sopra il comodino, mi passò una fotocopia della lettera.
– Leggi qua, amico mio… Cara Sabrina, qui si fa sul serio… Abbiamo per le mani un talento di razza! – disse ridendo, prima di servirsi da bere.
Sabrina sorrideva divertita, mentre leggevo la lettera che poi le passai.

Milano, 11 gennaio 1977
Caro Centini,
ho ricevuto la tua lettera con il racconto di Angelo Australi.
Prima di tutto voglio congratularmi con te per i successi che ottieni per la tua salute. I momenti neri sono passati ed è molto importante. Mi rendo benissimo conto delle tue sofferenze perché ho provato sulla mia pelle i segni dell’infarto e lentamente con molta fatica sono riuscito a vincere e ti assicuro che non è stato facile.
Angelo Australi scrive bene. I pensieri sono veloci e il racconto è fresco e divertente. Per la copia arretrata o la fotocopia della tua poesia dovresti inoltrare la richiesta all’Unione Donne Italiane (Via Bagutta, 12 – Milano). Noi come giornale non abbiamo molti contatti con Noi Donne.
Aspetto le tue poesie.
Per ora tanti auguri e tanti saluti,
                                                                              Davide Lajolo

Mi convinse ad inviare anche qualcosa direttamente, per prenderci contatto. Insieme alla lettera ho allegato un altro racconto, ad aprile lui rispose.

Milano, 6 aprile 1977
Caro Australi,
ho letto il tuo racconto e per quanto mi riguarda, posso dirti che è veramente interessante.
Ti consiglio di continuare. Quando ne hai scritti un po’, magari relativi alla vita, alla gente del tuo paese, mandameli e cercherò di farteli pubblicare.
“Qualcosa come una storia di Ernesto” dovrebbe essere un po’ corretto. Ci sono alcune ripetizioni, alcuni periodi troppo lunghi.
Il titolo va benissimo.
Appena sei pronto fammi sapere qualcosa.
Cari saluti,
                                                                              Davide Lajolo

La prima conferma sul mio lavoro di scrittore era venuta grazie a Eugenio Centini. Quello del 1977 fu un aprile magico prima di tutto perché io e Sabrina ci siamo sposati, e poi quel Qualcosa come una storia di Ernesto si è trasformato in un libro che nel 1980 sono riuscito a pubblicare con il titolo di Roscio, grazie all’interessamento di Vincenzo Guerrazzi.

Da allora all’anno in cui è morto, il 1988, sono sempre stato in contatto con lui e posso dire che non ha mai smesso di meravigliarci. Un paio di volte l’anno organizzavo dei pranzi per gli amici a casa mia, con lui a capotavola, con accanto la bottiglia del vino. Negli anni ‘Ottanta, in una serie di strutture annesse alla Casa di Riposo, si era inventato una piccolo laboratorio dove produceva in modo artigianale profumi, sciampi, bagno schiuma. Noi amici siamo stati le sue cavie, ma l’assurdo è che quei prodotti erano di ottima qualità e riusciva a venderne alcuni anche per corrispondenza. Sembrava qualcosa di folle eppure c’era riuscito, a scalare la sua vita con le mani, realizzando proprio quel desiderio che aveva in testa da molti anni. Non so dove trovasse tutta quella forza di volontà. Nel 1980, per un po’ di anni aveva frequentato l’officina INAIL di Vigorso di Budrio per adattarsi a comminare con la gamba artificiale che gli era stata costruita. Ricordo che per perdere peso aveva smesso di fumare e di bere. Prima di fumare, poi di bere. Ma l’esperimento della gamba non aveva funzionato, malgrado il nostro incoraggiamento ad insistere e la sua grande forza di volontà, dopo un annetto la protesi cominciai a vederla appoggiata in un angolo della sua cameretta, nascosta dietro il comodino. Nonostante la passione del fare cosmetici scriveva ancora delle poesie, alcune le passai a Giovanni Garancini perché le pubblicasse sulla rivista Abiti-Lavoro, dove usciranno nell’autunno inverno 1983-1984.

Negli ultimi tempi si era procurato una carrozzina elettrica, con la quale si recava in paese a incontrare i suoi vecchi amici. Uscendo sotto le feste di Natale lo aveva sorpreso un forte temporale, l’acqua gelida e la rigidità della temperatura invernale lo fecero ammalare di una polmonite che lo distrusse in poco più di una settimana. Il giorno della sua morte, il 18 gennaio 1988, saputo che gli avrebbero fatto il funerale religioso, contattai subito due amici ai quali ero molto legato e che lo frequentavano. Giuliano Bisuschi e Pier Giovanni Decembri. Anche se nell’ultimo anno alla Casa di Riposo stava frequentando molte persone impegnate in associazioni del volontariato cattolico, mi dispiaceva non fare almeno un tentativo per convincerli sul funerale civile, perché credevo fosse questo che lui avrebbe preferito come ultimo gesto di saluto. Andammo insieme a parlare con alcuni di loro, che furono irremovibili sulla forma di cerimonia.
– Ma Eugenio è ateo da una vita! – gli urlai in faccia, non riuscendo a controllare il disappunto.
– Sì, è vero – mi risposero, – ma di recente si era anche avvicinato alla fede. Facciamo passare un po’ di tempo, così prepariamo un’iniziativa in suo ricordo, tutti insieme.
Uscimmo da quell’incontro decisi di non partecipare al suo funerale. Eravamo arrabbiati, io più di tutti. Ci fermammo in un bar per il caffè, e con la calma ritrovata presi una decisione di cui informai gli amici.
– Io non mi rassegno – dissi in modo concitato. – Va bene, domani vado al funerale perché è giusto andare a salutare Eugenio, ma ho intenzione di fare un libro con tutte le sue poesie, se mi aiutate sono sicuro di farcela. Questo sarà il nostro modo di ringraziarlo un’ultima volta.

A maggio usciva Dolore e sogno, una raccolta con tutte le poesie di Eugenio Centini. Me le aveva procurate Giuliano Bisuschi, che in mancanza di parenti prossimi si stava prendendo cura dei suoi beni, almeno in un primo momento. Le poesie si trovavano in alcune cartelline apparentemente suddivise per periodi, ma con all’interno di ognuna tanto materiale da studiare, per dare un senso cronologicamente corretto al suo lavoro.
Presi i contatti con la tipografia Sartimagi per avere dei preventivi su come realizzare il libro partendo da un’idea che avevo in testa. Conoscevo bene il proprietario, dal quale andavo ogni volta che dovevo rilegare le pagine dattiloscritte dei miei racconti. Insieme alle poesie avrei inserito delle fotografie recuperate dal suo archivio. Ci lavoravo di notte, dopo che Egle e Sabrina se ne andavano a dormire distribuivo tutto il materiale sul tavolo di cucina cominciando a fare tanti mucchietti affiancati a foto dello stesso periodo. Allora abitavo in un palazzo che si trovava sulla circonvallazione del paese, mi ricordo che alle quattro, dopo l’ultimo movimento dei turnisti alla Pirelli, c’era un’oretta in cui la notte sembrava raggiungere il suo culmine, in giro non si sentiva un’auto e il silenzio sembrava sprofondare in un sospeso nulla che anticipava l’alba. Io ero stanco, a volte preoccupato di essermi messo a fare una cosa che non stava nelle mie possibilità. Presto il paese si sarebbe svegliato, ma per il momento c’era solo la luce della mia cucina accesa sulla notte, mentre la luna riversava il suo bagliore in una striscia dietro la fila di villette a schiera che aveva finito per modificare il profilo di alcune colline che si trovavano a ridosso del centro storico. Una luce più forte di quella del lampione seminascosto tra gli alberi. Scrissi una breve premessa che condivisi con Pier Giovanni Decembri e Giuliano Bisuschi, e la firmammo con gli amici.
A maggio il libro era già stampato, in una tiratura di cinquecento copie numerate che esaurimmo nel giro di pochi mesi. Ne vendemmo più di un centinaio durante la presentazione che con il Circolo Letterario Semmelweis organizzammo presso la Biblioteca Marsilio Ficino di Figline Valdarno, in una sala stracolma di persone ricordammo il nostro amico insieme ad Alberta Bigagli e Giovanni Garancini. Rimasi impressionato dal numero di persone, nell’immensa sala che aveva una capienza di oltre un centinaio di posti, molte di loro erano in piedi, appoggiate alle pareti colme di libri. Era una cosa che faceva commuovere, perché mi rendevo finalmente conto di quante fossero le persone con le quali Eugenio fosse entrato in contatto. Dopo aver pagato la tipografia avanzarono dei soldi che in parte utilizzammo per fare una cena in suo onore, in parte devolvemmo in beneficienza a quelle stesse associazioni che avevano contrastato la nostra volontà di celebrare il suo funerale in forma civile.

                                                                                   dicembre 2021

APPARATI

BREVE NOTA BIOGRAFICA

Eugenio Centini, 1928 – 1988, è una pagina della storia di Figline Valdarno, la pagina di quella storia fatta da gente comune che trova nei contatti affettivi la forza di andare avanti. Malato di poliomielite fin dall’infanzia, perde il padre all’età di undici anni. Lo scontro con la crudezza della vita sembra inevitabile già da quel trapasso così critico dall’infanzia all’adolescenza. Nel 1946 si iscrive al PCI. Il periodo che va dal 1946 al 1966 lo vede direttamente impegnato in politica. Nel 1966 esce dal PCI, e nel 1967 muore sua madre. Da qui all’amputazione della gamba destra, nel 1974, causata da disturbi di circolazione che hanno portato alla cancrena, Eugenio Centini attraverserà un periodo in discesa verso il precipizio dell’annullamento. Il 1974, anno dell’operazione, è il punto di massima disperazione, ma anche di rinascita, lo testimoniano le poesie scritte all’Ospedale Serristori di Figline Valdarno. Nel 1976 Eugenio si trasferisce alla casa di Riposo L. Martelli di Figline Valdarno, dove resterà fino al giorno della sua morte. Dalla casa di riposo scriverà ancora poesie, ma soprattutto inizierà una nuova attività dedicandosi alla produzione di cosmetici, che era stato un suo desiderio da sempre.

Le 47 poesie che compongono Dolore e sogno sono state trovate nell’archivio di Eugenio Centini, in una busta di cellofan legata con degli elastici. Tranne alcune parole aggiunte a mano, le poesie originali sono dattiloscritte e appaiono in quella versione definitiva che lui stesso fotocopiava per farle circolare.

Oltre ad un volumetto con dodici poesie dall’ospedale, stampato in copia unica per farne dono all’infermiera dell’Ospedale Serristori Daniela Grigioni e illustrato dai disegni di Lorenzo Bonechi (il libro è stato riprodotto in una tiratura di 50 esemplari numerati da Gabriele Bonechi nel 2018, in occasione del trentennale della sua morte), l’unico libro di poesie di Eugenio Centini è Dolore e sogno, pubblicato nel maggio del 1988 dagli amici del Circolo Letterario Semmelweis, nella collana La parola come segno di identità. Le sue poesie sono apparse su molti giornali e riviste, che è corretto citare: Pattuglia, La Voce Aretina, Noi donne. Figline Democratica, Abiti e Lavoro, La voce dell’anziano, l’Unità.

POST SCRIPTUM

Ci sono un paio di poesie scritte da Eugenio Centini nel 1980, quando si trovava all’Officina INAIL di Vigorso di Budrio, che io sento molto diverse dalle altre. Poesie che si muovono con pensieri singoli, trattenuti da spaziature che fanno pensare ad un ritmo musicale. Non so se questo fosse il suo modo di lavorare prima di raggiungere una certa forma lirica tipicamente poetica, una specie di brogliaccio dove fissare le immagini. Anzi, forse è proprio così, anche se a me piace credere che in questi appunti lui avvertisse il bisogno di trovare un nuovo modo di scrivere, forse più libero. Questo è consolidato dal fatto che ne esistono sono due, raccolte sotto il titolo di – Momenti scritti alla poesia, pensieri –

I
Avete stuprato questa terra e le nostre anime – ci fate pagare il sole – un grappolo di sole – sono i tempi dell’impossibile – sei l’universo e mi hai incantato, sei il cielo e la terra, l’acqua e il fuoco – io cammino con loro – sennò dopo l’amore non ha volo, non morire dentro, la riva ci attende – sul piatto del colonialismo – i riflussi storici –sei tenera come il pane di primo forno – nascere, vivere, crescere: morire – non piangere sul domani – sei la mia isola – la morte di un bambino l’ultimo fiore del mondo – non è più l’antilope di un tempo – il mio corpo è stato territorio di conquista – si era seccato la rosa – accendiamo delle lampade spente per far luce su un passato già morto – eri un fiume e la sua riva – coperto di una pietra profumata – bastava un bacio – c’era una vita da vivere – in vasi d’argilla si mantiene la speranza – odoravi d’amore e d’erba – alari per caminetti – treppiede – pentolo di coccio – orcio – dal giardino di gesso della mia solitudine filtravo calda la tua parola, camminavo dentro i tuoi passi.

II
Innocenti giocavamo nel vicolo fra carretti e la sala per fiaschi – in un piatto immaginario – a tavola c’è già posto per il figlio che attendiamo tutti i giorni – tessuto di ricordi, come l’albratos, fisso, in permanenza nel cielo meravigliato ti guardo, tessuto di ricordi – urlo in silenzio per non sentirmi – meravigliato lascio la prima orma sul tuo cuore – ti fiorivano i seni, fra gli aromi densi di cucina quieto sbocciava un sorriso sul rinascimento del tuo volto – cara balia ti penso in paradiso assieme a mia madre – volevamo inventare il futuro, si accartoccia la foglia sulla vite, cade a marcire per rinascere – transumanza, trattura – aiutami a sognare – sembrava l’eternità fu soltanto un attimo – infuocati struggenti tramonti profumano del tuo corpo di donna – la bellezza non è che un poema alla felicità – commosso uditore la catena del rosario legava la famiglia – e poi un giorno ci accorgemmo che eravamo cresciuti – fiducioso esilarò le meraviglie della vita – il grande cielo non è uguale per tutti – siamo figli dell’arco e della freccia – fermentava come il pane la sua pancia – le rivoluzioni si fanno nascere ma non si fanno vivere – resta solo una calda sera ovattata di sogni – negli itinerari segnati dall’uomo – cavalcando