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“La bisaccia del diavolo“

di Rita Simonitto

C’è un momento nell’arco della nostra vita in cui si ha l’impressione che le cose ci siano chiare o, per lo meno, che acquisiscano una loro configurazione certa e che tutto ciò potrebbe portarci di buon diritto ad esclamare “Eureka!”. E invece poi sembra ribaltarsi tutto e si re-inizia partendo da un riassetto diverso. Semprechè la realtà lo permetta.

Come gli esiti degli incroci della rosa Floribunda trovano il massimo splendore degli effetti di massa nelle giornate estive e il consenso estetico è unanime, così poi, ai primi rovesci temporaleschi, si ‘impappinano’ contaminando nella palta l’una rosa con l’altra, con un effetto a catena devastante. Brillantezza e profumo vengono sovrastati da un laidore diffuso.

Affacciato alla gotica porta-finestra dell’antico palazzetto romano, forse Don Bartolo stava pensando proprio a questi paradossali effetti di laboratorio, in quanto li vedeva palesati davanti ai suoi occhi, nel suo terrazzino che ospitava varie tipologie di rosa fra cui anche la Floribunda. La sua riflessione non riguardava però solo il tema della caducità delle cose o della loro trasformazione, bensì il doversi confrontare con delle incongruenze, e ciò gli richiamava alla mente l’espressione di suo nonno: “Chi ha pane non ha denti, chi ha denti non ha pane”. Ovvero la discrasia esistente tra il sogno e la realtà.

Ad esempio, che se ne faceva oggidì, a settantasei anni suonati, di questo appartamento che godeva di un certo prestigio e che sua zia Amalia gli aveva lasciato in eredità, chissà perché proprio a lui. Forse perché le idee di lui le conosceva benissimo o fors’anche perché lo sentiva una specie di risarcimento per aver sopito le idee sue, di lei, quando sposò il colonnello Jorge Alvarez, argentino, in Italia per chissà quale missione. Un amore travolgente divampato proprio in quell’appartamento che il focoso amante donò a sua moglie come regalo di nozze. E che lei, ritornando vedova in Italia, dopo la caduta dei colonnelli, riabitò per un certo tempo.

Quando si è soli è facile abbandonarsi ai ricordi quale unica compagnia. “Sì, sì, è proprio così”. Gli è che in questo modo siamo senza contraddittorio! Mentre questa particolarità è l’essenza della partecipazione e del contatto/contratto sociale! Altro che ‘isolamento’! Altro che ‘riscoprirete la vostra interiorità’, come venne propagandato per sostenere le chiusure domiciliari antipandemia… “così dopo ne usciremo migliori”! Bah!

L’osservazione pertinente, ma ininfluente, fece tirare su col naso Don Bartolo il quale, distaccatosi dalla rutilante porta finestra mosaicata, che non aveva voluto aprire e varcare per non vedere il disastro che trasudava dal silenzio di quel quartiere che era stato ricco di movimento, di vita, di storia, “ah, la Garbatella, Ah!” nonché di personaggi importanti che lo avevano reso famoso, rientrò, sfiorò appena appena il pianoforte e si afflosciò sul divano come un soufflé. …  ma che senso aveva ricordare ora?

Recitare Pasolini “Io sono una forza del passato./ Solo nella tradizione è il mio amore./Vengo dai ruderi, dalle chiese, /dalle pale d’altare, dai borghi  abbandonati “, sarebbe stato quantomeno anacronistico in questo dannato maggio 2020, visto che la tradizione (il nostro essere sociali, le nostre ‘chiese’, da intendersi come ‘ecclesia’, luogo di incontro) era stata sacrificata sugli altari di una scienza trasformatasi in ‘scientismo’ e pertanto volatile, umbratile, schiava di una politica diventata essa stessa politicismo? Come di-spiegare ai suoi studenti liceali, in DAD, nelle sue lezioni di filosofia a Siracusa, il senso di quanto diceva il filosofo Emanuele Severino: “un apparente illuminismo scientista, che non riconosce i limiti costitutivi della scienza naturale, sfocia sempre nel peggiore degli oscurantismi”?

E poi che risultati ne derivavano dallo stare alla finestra dei ricordi?

Conosceva quell’appartamento. Lo aveva utilizzato più volte come base per mantenere i contatti con amici e/o compagni che dal Nord si erano trasferiti nella Capitale immaginata come la Mecca dei sogni. Ma soprattutto per stare vicino a sua zia Amalia, per lenire in qualche modo la sua devastante vedovanza. Il fratello di lei, padre di Bartolomeo, la disconobbe. Non solo perché si vergognava del fatto che la sua sorella maggiore, all’età di 17 anni avesse deciso di fare la soubrette al Teatro Jovinelli di Roma, ma soprattutto perché si era sposata con un militare, un ‘colonnello’, rompendo clamorosamente con le tradizioni familiari. Infatti suo padre, quando nel 1953 morì J. Stalin, ebbe il coraggio di esporre sul balcone di casa in quel piccolo paese della provincia vicentina (dominata dallo scudo crociato) la bandiera rossa del PCI listata a lutto. Il fatto che lei, dopo aver seguito il marito in Argentina, e, a seguito della morte di lui – eliminato dalle faide interne alla dittatura di J. R. Videla -, fosse riuscita perigliosamente a ri-approdare sulle rive del Tevere, ciò non modificasse, salvo che per Bartolomeo, l’isolamento familiare, per Amalia non rappresentò certo una buona accoglienza in famiglia. D’altronde questo è il destino della proscrizione ideologica.

Ragion per cui non solo lei ri-approdò a quelle sponde, ma alcuni anni dopo una vedovanza etichettata come infamante da un pensiero ‘politicamente corretto’, decise di abbandonarsi proprio a quelle bionde acque gettandosi dal ponte Sublicio poco distante da quel nido d’amore che, nel bene e nel male, aveva dato un senso alla sua vita. L’ostracismo della sua famiglia, l’evitamento da parte del gruppo sociale, senza sapere se il colonnello Jorge fosse stato o meno implicato negli assassinȋ della giunta militare argentina, non l’aiutarono certo a superare la perdita di quella persona che aveva veramente amato e dalla quale era stata amata.

Come spesso accade, da quello sprofondamento sul divano, un ricordo tirò l’altro. Ecco vivida la scena in cui la zia si trascina tristemente per i corridoi e lui che, mettendosi al piano, grida “Zia Ami, senti questa!”

Che cosa gli fosse passato per la testa per mettersi a strimpellare il brano “Everybody Needs Somebody to Love ” dei Blues Brothers, non se lo seppe spiegare. Forse il messaggio era che ognuno ha bisogno di qualcuno da amare, e se non di qualcuno, almeno di un’idea?

Zia Amalia, nonostante stesse raggiungendo la ottantina, era ancora una bella donna, flessuosa nel suo portamento e il colore fulvo della sua capigliatura aveva ingannato il passare del tempo assumendo quelle striature chiaro-dorate che turbano l’osservatore quando, in autunno, raccoglie una foglia di platano dai colori variegati che non preludono alla fine ma a una nuova rappresentazione sulla scena della vita.

Così, accompagnata dalla musica, la zia si lancia in un ballo scatenato, degno del suo passato di soubrette, piroettando fra i mobili, mimando amplessi con i cuscini colorati e i copridivani di arredo… solo che dopo quella meravigliosa esibizione crolla di botto a terra in un pianto dirotto, disperato. Poi, davanti allo sguardo atterrito di Bartolomeo, si alza e corre a chiudersi in camera.

Il ricordo poi si sfuma nella mente di Don Bartolo ma non si cancella una domanda: perché, nonostante la tragicità di quei vissuti, l’orrore dei momenti passati, pur tuttavia permaneva in lui una idea di futuro mentre invece oggi, per quanto ci si possa sforzare, e lui ci prova, tutto sembra nebuloso?

Comunque adesso è a Roma e qualcuno deve pur incontrare!

Compone un numero: “Cristina?”

“Bart, sei tu? Ma te possino..! Che ce fai a Roma? Sei sgusciato dalle maglie dell’ultimo DPCM? Guarda che questa libertà dura poco! In Sicilia ce devi tornà! Sennò te c’arimanno io!”, conclude ridendo.

Quanto odiava essere chiamato “Bart”. Ma Cristina era così, decideva lei, faceva le domande e poi si dava le risposte. Eppoi era la sua cara amica, docente come lui al Liceo A. Pigafetta di Vicenza. Ne era sortito un sodalizio interessante dove le frizioni fra terra (il pragmatismo di Cristina) e cielo (l’inconoscibile che tormentava Bartolomeo) trovavano alla fine delle linee di compromesso. Almeno nelle loro animate diatribe verbali.

Poi Cristina si sposò con un politico che, diventato parlamentare, la trascinò a Roma. Bartolomeo invece si unì con una amica di Cristina, Susanna, detta Susy. La quale Susy, nella convinzione che bisognava fare esperienza di tutto (però senza fare tesoro di niente) si infatuò della antroposofia, a dirla tutta di uno dei suoi docenti steineriani, e diede il ben servito al ‘compassato’ Bart. Così fu che Bartolomeo decise di abbandonare il Nord e accettare una docenza al Sud, a Siracusa.

“Cristina, sì, sono a Roma. Devo definire ancora alcune pratiche per l’appartamento di zia. Che cosa fai questa sera? Ti va di andare, visto che adesso si può, alla Pizzeria Garbatella? Ce l’ho qui sotto casa!”.

“Tesoro, non posso. Mio marito è ancora reclutato agli ‘scranni’ e la Caramella ha fatto la sterilizzazione questa mattina… gli altri gatti/e la sentono come ‘strana’ e le soffiano per via che porta il collare autoprotettivo per non leccarsi il taglio….  per cui devo stare a casa. Magari ci sentiamo domani”

“O.K. O.K. Sì, certo. Va bene per domani”.

“Ciao Bart. A domani”

Sì, essere chiamato Bart gli dava fastidio, ma era sempre preferibile a quella eco di “Meo… meo… meo” cantilenato a scuola come un miagolio…: presa in giro a causa dell’epiteto vicentino di “magna gati”. D’ altronde la filastrocca parlava chiaro: “Venexiani, gran signori; Padovani, gran dotori; Vissentini, magna gati; Veronesi… tuti mati; Udinesi, castelani co i cognòmj de Furlani; Trevisani, pan e tripe; Rovigòti, baco e pipe; i Cremaschi fa coioni; i Bresàn, tàia cantoni; ghe n’é ncora de pì tristi… Bergamaschi brusacristi! E Belun? Póre Belun, te se proprio de nisun!”.

Certo, non gli piaceva nemmeno essere chiamato ‘Don Bartolo’, ma quella usanza sicula gli aveva dato meno fastidio. Era una specie di onorificenza!

In quel momento di disagio che lo frastorna, sente pressante il bisogno di ritornare al Bistrot 36, alla Garbatella, dove andava ogni tanto o con la zia oppure anche da solo, seduto davanti all’antico orologio tondo, che troneggiava sopra un vecchio menù incorniciato, e a lato la lunga fila di bicchieri posti sul ripiano dietro la mescita…

Riprende in mano il telefono.

 “Ehi ciao, Giorgio. Ti ho disturbato? Sono Bartolomeo  eo… eo.. eo…ti ricordi? Sono risalito dal profondo Sud! Come va?”

Il silenzio dall’altra parte non depone favorevolmente e il click del telefono chiuso è raggelante. Giorgio non ha fiatato. Eppure si sentiva che era lì…

Una volta, le motivazioni legate a quei silenzi pesanti erano ‘essenzialmente’ due: o eri un STR tu, oppure lo era la persona che ti stava tenendo sulle spine. Oggi si è aggiunto un altro fattore: il terrore del contatto, quello dell’attacco pandemico, dell’essere un untore in senso stretto o in senso lato, anche soltanto portando qualche pensiero non accreditato!

Ecco uno squillo … un segnale quasi allarmante visto che non ha avvisato nessuno della sua presenza a Roma. Invece è Ernesto che è stato allertato da Cristina!

“Ehilà. Non ci si può proprio liberare di te! Hai finito di pontificare con i tuoi ‘bla…bla’’ filosofici? Cristina diceva che il progetto era la Pizzeria Garbatella. Mi lasci sentire la disponibilità e poi ti richiamo?”

Pur essendosi laureato in Lingue e Letterature Straniere, Ernesto ha scelto di fare il tipografo, come se avesse bisogno di rispondere ad una ricerca di combaciamento: la versatilità delle varie lingue con la versatilità delle varie immagini tipografiche. Infatti la sua produzione è molto ricercata.

Alle 21.15 i due amici si trovano davanti alla Pizzeria. Ovviamente, non ci si può abbracciare, le regole anticovid lo vietano, ma i loro sguardi sono come viticchi che non possono che sciogliersi attraverso dolcissime parole scurrili: il loro codice linguistico!

All’interno della Pizzeria, l’Orologio sta sempre lì… che gliene frega a lui… se le ore passano, i tempi cambiano… mica è affare suo! Questo pensiero lascia correre un brivido lungo la schiena di Bartolomeo.

Le loro ordinazioni sono di routine: d’altronde non è per quello che si sono trovati lì. Tutti e due sembrano sovrastati dai ricordi di un passato ormai ininfluente che però li richiama ma a cui non vogliono lasciarsi andare.

Fa ancora chiaro a Roma a quell’ora, e questa luce particolare sembra gettare un certo movimento sui bicchieri esposti in bella fila davanti al bancone: “Ernesto, guarda!”.

Ernesto si gira e rimane incantato dal gioco di rimandi luci/ombre che l’andare avanti e indietro di Cesira e suo marito creano sullo sfondo a specchio. Poi sembra re-immergersi nella sua esperienza professionale, come se la sua mente incominciasse a viaggiare in territori sconosciuti ai più. Una libertà che, di sponda, attiva reminiscenze anche in Bartolomeo.

E’ il moment del “post prandium”, quando, gambe distese sotto il tavolo, si riassumerebbero le varie esperienze sia culinarie che emotive.

Ma i tempi tecnici, dettati sempre dall’ottemperanza alle regole del Covid, sono invece stretti e pertanto devono lasciare il loro tavolo. E se Ernesto si avvia verso l’uscita, il suo amico sembra bloccato alla sedia, paralizzato da rigurgiti di intolleranza intrecciati ai vissuti personali. La collera, cattiva consigliera, suggerisce a Bart che, se si può soccombere alla durezza dei fatti (la realtà esterna, così come è avvenuto per zia Amalia), non si può, né si deve invece soccombere davanti alla sovversione dei principi e alla loro manipolazione. La suggestione Orwelliana è ben presente dentro di lui. Ed è questo che tenta di spiegare ad Ernesto quando lo raggiunge fuori: questa la ragione per cui è rimasto paralizzato al tavolo, proprio per non esplodere.

Il ‘gherbino’ (ponentino) romano che accompagna i loro passi fuori dalla Pizzeria, pur galvanizzandoli, li tiene distanti. Ognuno incapsulato nei propri pensieri e che il fantasma del contagio, connesso ad un eventuale e desiderabile abbraccio, inibisce ancor di più.

Ernesto sembra, paradossalmente, essere il più inquieto tant’è che inciampa e starebbe per rovinare a terra se non venisse provvidenzialmente sorretto dall’amico.

Gli ‘sconnessi sanpietrini romani!’.

“Ehi, Bart, ti ricordi di Valle Giulia? Dai! Sì che c’eravamo! E’ stato emozionante, no? Ma poi non avevi scritto un articolo in appoggio alla poesia di Pasolini sui poliziotti e ti avevano trattato come si tratta un cane in Chiesa? Sì, forse stava iniziando una trasformazione generazionale e culturale già da allora! Meno male che io non avevo nessuna tessera e così potei prendere liberamente le tue difese! Ma me ne dissero lo stesso…”

“E tu adesso…?” Ma, vista la faccia cupa dell’amico, Ernesto si trattiene dal proseguire: sarebbe stata una domanda rischiosa o quantomeno inutile.

I cieli romani sono sempre imprevedibili e di punto in bianco si ‘sturbano’. Ora pare che si stia preparando un temporale e bisogna correre subito verso un riparo. Per fortuna l’auto di Ernesto non è molto distante e mentre i goccioloni compiono la loro danza di fine maggio, dentro l’abitacolo i due amici sembrano crollare sopraffatti dai loro pensieri.

Il tipografo sa di aver toccato un nervo scoperto di Bartolomeo: a suo tempo quelle situazioni politiche avevano creato forti discussioni tra loro due ma senza incrinarne la amicizia.

Nel silenzio che ingravida quello spazio ristretto, il lampo accecante che investe la vettura ha una potenzialità disvelatrice che Ernesto coglie al volo: gli appare davanti l’acquaforte n. 43 di Francisco Goya (1797) dal titolo “Il sonno della ragione genera mostri”.

Ma poi c’è un altro lampo dentro di lui che, in modo copernicano, rovescia la vulgata di quel titolo. Ovvero, quando la ‘Ragione’ occupa un posto non suo, è “in sonno” – vale a dire che non rispetta la differenza tra i registri del sogno e quelli dominati dai vincoli della logica -, non solo inibisce ogni forma sognante e creativa ma costringe il reale nella tenaglia assolutista del pensiero unico. Allora sì che si scatenano i mostri, non più controllati da niente e da nessuno. Il ‘Sogno’ (ed effettivamente Goya lo chiamò così) della Ragione di poter controllare tutto fa sì che si produca una aberrazione, in quanto viene millantato come reale – solo perché risponde ai canoni della ‘ragionevolezza’- ciò che invece è molto distante dal reale.

“Non ti sembra, Bart, che sia questo ciò a cui stiamo assistendo oggi? La Ragione deificata, timorosa della libertà individuali, ha cercato di omologare i nostri sogni, li ha vincolati al giogo della maggioranza (è la quantità che fa testo, non la qualità), ed è da questa costrizione che poi si scatenano i deliri?” E, a fare da insano contrappunto, la visceralità ostile ad ogni limite, ad ogni regola…libertà, libertà, libertà”

Come non convenirne…

Un altro lampo illumina quell’angusto spazio. La parola “libertà” attiva in Bartolomeo non solo fascinazioni letterarie sopite, ma anche intuizioni filosofiche svelatesi in tempi non sospetti. Preso dalla felicità per queste reminiscenze vorrebbe uscire dall’auto anche se la pioggia continua a cadere a secchiate. Vorrebbe saltare nelle pozzanghere ma… forse è meglio parlare … anche se ciò è più difficile.

Personalmente provava una idiosincrasia verso i ‘luoghi comuni’, queste ‘ostie consacrate dal mainstream che ti danno la benedizione: ‘evvai’ sul sicuro, sei dei nostri! Quanto gli stava sulle scatole la tanto abusata espressione di Martin Luther King: “La mia libertà finisce dove comincia la vostra”. Non perché non avesse un qualche fondamento, ma solo per l’uso spregiudicato che ne veniva fatto!

In quei cortocircuiti mentali che a volte accadono, veniamo infatti travolti dalla fascinosità dell’effetto che si gioca a partire proprio da una banale ovvietà che va a coprire una sostanza, la quale andrebbe invece indagata più in profondità. Vedi, ad esempio, il concetto di libertà (= fautori della “liberté, fraternité, égalité”, ça va sans dire) che, al pari della ‘democrazia’, sembra essere un ‘pass’ per essere accreditati nel Palazzo dei ‘migliori’ dei “saggi”.

Fuori la pioggia continua a picchiare senza sosta e ciò crea uno scenario surreale di tensione tra i ‘rumori’ esterni e quelli che vengono dal travaglio interno dei due amici.

Bartolomeo si decide a parlare: “Ernesto, ti sembrerà assurdo ciò che sto per dirti, ma, ti prego, ascoltami. Durante le vacanze natalizie dell’anno scorso ero tornato su dai miei, a Vicenza. In quei pochi giorni avevo vissuto non solo l’esperienza di essere quell’“Ospite inquietante” (forse anche per le vicende di zia Amalia), come argomentava F. Nietzsche, ma anche di sperimentare “in vivo” quella domanda da lui formulata ne “La Gaia Scienza”: “Che mai facemmo, a sciogliere questa terra dalla catena del suo sole?” (F. Nietzsche, La Gaia scienza, Milano, Adelphi, 1988, par. 125). Già. Che cosa avevamo fatto? Da QUALE ‘sole’ dovevamo distoglierci?

Così, chissà per quali imprevedibili associazioni mentali, mi venne in mente il racconto di F. Kafka “Davanti alla Legge”, la passività che contrassegnava il ‘contadino’ il quale, testardamente, rimaneva lì nell’attesa che finalmente i portoni della Legge si aprissero per lui e senza che lui dovesse fare niente.

Incominciarono a frullarmi idee per la testa in merito ad una visione oggi abbastanza generalizzata e cioè quella di poter accampare dei diritti a fronte di Legge e Libertà. Buttai giù uno schema per le prossime lezioni a scuola in cui avrei messo a confronto le intuizioni del filosofo e del letterato. Poi le restrizioni pandemiche modificarono tutto”.

I finestrini dell’auto erano così appannati che fu necessario aprirli anche a costo di far entrare la pioggia.

E la pioggia cadde dentro, incurante del fatto di bagnare tutto. Ma cadde anche un silenzio inquietante, come se ognuno di loro due avesse toccato qualche cosa di significativo, di importante. Ma nello stesso tempo si fosse giocato anche le sue ultime cartucce: pur nella convinzione della giustezza della battaglia, la battaglia era persa.

Infatti a chi avrebbero potuto raccontare che l’eccessivo razionalismo, o un falso “illuminismo scientista” che ‘costruisce’ una realtà fittizia che risponde solo ai criteri della credibilità ma non ha una visione progettuale, genera alla fine mostri? E che la libertà non è un diritto caduto dal cielo ed è inalienabile, bensì è l’esito non solo di una dolorosa conquista ma anche di una scelta altrettanto impegnativa?

E, soprattutto, che la scelta è sempre individuale? Ed è questa individualità che ci spaventa perché dobbiamo rispondere solo a noi stessi? Non abbiamo ‘supporter’!

Nel Racconto di J. Kafka, il ‘contadino’ insiste nel suo volere stare lì, convinto della giustezza del suo presupposto, perché la sua linea guida è agognare alla conoscenza (e chi lo potrebbe contraddire?), e a quel fine sacrifica tutto, immagina che la Legge debba essere lì per lui e che prima o poi la raggiungerà e molto dipenderà dalla benevolenza del Guardiano al quale affida la sua sorte. Ma Albert Einstein diceva: “Follia è ripetere sempre la stessa cosa aspettandosi risultati diversi”. E invece il ‘contadino’ ripete…ripete… incurante dei cambiamenti che pur è costretto ad osservare.

 Come scuotere le menti appiattite da quella corrente dominante che omologa i cervelli portandoli a pensare che solo nella uniformità e disconoscendo i conflitti legati alle differenze il mondo sarà migliore?

Quanta pazienza, quanta fiducia (e speranza), quanto tempo sarà necessario per far vedere che le bisacce del diavolo non contenevano monete sonanti ma solo foglie secche?

20.08.2021

Per te ho raccolto il mirto, poca la menta

di Rita Simonitto

                                        A Giava

 
Per te ho raccolto il mirto, poca la menta
perché non ti piaceva, ma rosmarino
a mazzi dove con felina goduria smusavi,
a onde le scure strisce sull’oro
del mantello, micro felicità di tigrotta
addomesticata, distolto da me lo sguardo.
E anche adesso,
le pupille che mi tagliano fuori
dai tuoi lidi perduti toccano note
di linguaggi inaccessibili al contrabbando
di malcelate convenzioni.
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Rondini, Osterie e il Rinco. La realtà nei suoi teatri

di Rita Simonitto

Tra le piante del terrazzo rigoglia un Rincospermum, arbusto sempre verde detto anche ‘falso’ Gelsomino. In certe giornate, vedere la sua chioma esuberante che deborda dal vaso già abbastanza capiente mi infastidisce. Allora gli dico: “‘ahò, a Rinco, ma ‘ndo vai?”. Ma nello stesso tempo mi rendo conto che lui figura come un mio punching ball su cui riversare i fastidi che provo verso chi, zitto-zitto, quatto-quatto, si appropria di spazi altrui. Continua la lettura di Rondini, Osterie e il Rinco. La realtà nei suoi teatri

Su le mascherine. Ma giù la maschera dell’ipocrisia

Lettera aperta a Ennio Abate

 di Rita Simonitto

Le  denunce circostanziate e non ideologiche, le analisi puntuali e problematiche, i tentativi di interrogarsi sulle strategie politiche messe in atto per la gestione di una pandemia da Covid, che appare a molti  contraddittoria e a tratti insensata, sono numerose anche sul Web. (Solo alcuni esempi: qui, qui, qui, qui, qui). Questi scritti richiederebbero letture impegnative e gruppi di riflessione che oggi sono quasi inesistenti.  Vengono perciò presto dimenticati o  sono  facilmente sovrastati dal rumore di fondo dei mass media. Questi forniscono esclusivamente valanghe di notizie emotive tese ora a rassicurare ora a impaurire. E sono queste purtroppo che i social riecheggiano o entrano nei discorsi quotidiani. Poliscritture ha pubblicato  vari contributi sul tema della pandemia ma  si fatica – è bene dirlo – a ragionare e a comprendere in profondità  i mutamenti che stanno avvenendo a tutti i livelli esterni e interni alla vita organizzata delle popolazioni. La Lettera aperta di Rita Simonitto è un generoso tentativo di rilanciare una riflessione intermittente. Ricostruisce criticamente la cronaca degli ultimi mesi, denuncia le responsabilità politiche di governo e opposizione, testimonia vivacemente  un disagio che è di molti e la volontà di non rassegnarsi. Ripropone anche, senza farla esplicitamente, la domanda più difficile: cosa si può fare di più e meglio? [E. A.]  Continua la lettura di Su le mascherine. Ma giù la maschera dell’ipocrisia

Aspettare e non venire

di Rita Simonitto

                                    “Aspettare e non venire,  
                                     stare a letto e non dormire,
                                     ben servire e non gradire,
                                     son tre cose da morire.”
 
                     (da La serva padrona – Intermezzo di G.B. Pergolesi)              

La spiaggia, ovvero quel fazzoletto di spiaggia, era incassata tra due propaggini di costa alta che scivolavano giù al mare e la cui vegetazione era variegata,frammista di rocce aguzze, ginestre, lentischi e corbezzoli e, più in alto, a svettare disordinate, piante di orniello dalle tremule foglie.

Ci si arrivava attraverso un accidentato sentiero, ombroso al punto giusto per non far demordere il viaggiatore nel suo tragitto verso la caletta.

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“C’era una volta un Re….”

di Rita Simonitto

Dopo ” Jamaica Rum” (qui) e “Straocio” (qui) questo è il terzo racconto del trittico che Rita Simonitto ha dedicato ai “disagi socio/familiari che si riflettono sui giovani”. [E. A.]

C’era una volta un Re, seduto sul sofà, che disse alla sua serva: raccontami una storia.

La serva incominciò: “C’era una volta un Re, seduto sul sofà, che disse alla sua serva: raccontami una storia…”

“La serva incominciò: “C’era una volta un Re, seduto sul sofà, che disse alla sua serva: raccontami una storia…”.

Chi non ha mai sentito questa filastrocca da bambino! Pur sapendo che si sarebbe ripetuta all’infinito, pur tuttavia si continuava a stare lì, nell’attesa che forse qualche cosa sarebbe cambiato…

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“Straocio”

Franz Xaver Messerschmidt (Wiesensteig6 febbraio 1736 – Presburgo19 agosto 1783)

di Rita Simonitto

I suoi genitori gli avevano dato un nome impegnativo, Benedetto, forse perché lo avevano aspettato a lungo e finalmente questo maschietto era arrivato a riempire la loro vita che, ormai tutta presa da casa e soprattutto lavoro, sentiva il bisogno di un qualche cosa di ‘caldo’, che trasmettesse affetti e buoni sentimenti. E, non ultimo, anche il desiderio di passare in eredità a qualcuno il cospicuo patrimonio di famiglia che negli anni si era accumulato.

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Jamaica Rum

di Rita Simonitto

Quando mi chiamano Jamaica Rum certamente la cosa mi dà fastidio, anzi, dirò di più, li odio. Quel Rum che mi affibbiano addosso come nomignolo glielo verserei addosso e poi ci butterei sopra un fiammifero acceso: ecco i miei compagni ‘flambè’!. Ma poi mi ritraggo inorridito da queste mie fantasie, frutto dell’esasperazione a cui vengo portato. So che non lo fanno per ferirmi ma per giocare, loro si divertono così. Forse sono io che non so stare al gioco, non so reagire con ironia. Ma da quando mia madre è andata via con il mio fratellino faccio molta fatica a divertirmi anche se questo è accaduto quasi cinque anni fa, quand’ero ancora alle medie. Adesso sono all’ultimo anno di Liceo Scientifico e ho appena fatto la Maturità che è andata bene. Il Prof di Fisica, terminate le operazioni scrutinali (i nostri professori, dopo gli esiti, hanno voluto incontrarci e salutarci, non con la solita ‘pizzata’ di fine anno, ma con una specie di saluto personale, con un messaggio personale ad ognuno di noi. E questo l’ho molto gradito. Fors’anche perché non so se alla ‘pizzata’ ci sarei andato volentieri), il Prof. di Fisica, dicevo, mi aveva detto “Bravo Gia… Giorgio – so che stava per dire Giamaica, ma poi si era corretto. D’altronde lo avrà sentito anche lui quel nomignolo risuonare per i corridoi della scuola quando i miei compagni mi gridavano “Ehi, Jamaica! Jamaicarum che cosa aspetti ad arrivare…!” – sì, stavo dicendo che il Prof di Fisica si era complimentato per i miei risultati e voleva sapere quale indirizzo di Studi avrei intrapreso.

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Il cane

 

di Rita Simonitto

“Tiresia si sentiva stanco e si sedette sul muretto.

Aveva fatto quella camminata sul monte Cillene, più facendosi trascinare dai profumi che dai colori della primavera che su quel monte comunque procedeva stitica. Ma tant’è. Senza saperlo, oppure lo sapeva, perché cieco sì ma stupido no, era come se fosse tornato sul luogo del misfatto. Succede. Sempre succede quando qualche cosa non è stata ancora chiarita del tutto. Si sedette dunque in attesa che qualche vaticinio, anche se proveniente da lui, lo smuovesse da quel turbamento. Ma nessun alito di chiarezza gli arrivò anche se percepì un muoversi leggero d’aria davanti a lui. Leggero, perché la ninfa Liriope aveva il passo danzante e quasi non poggiava al suolo. Non la vedeva ma ne conosceva a filo le sembianze, la sua dolce bellezza piegata dalla brutalità del Dio Cefiso.

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