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Segnalazione

Ci sono fenomeni antropici che costringono a interrogarsi sulla psiche umana: comprenderli appare spesso difficile, talvolta risulta profondamente inquietante, ma non di meno necessario se non si vuole cadere nella facile tentazione di sbarazzarcene frettolosamente etichettandoli come “disumani” – il che costituisce una chiara contraddizione in termini dato che è di comportamenti umani che parliamo e che, per dirla con Publio Terenzio Afro, “humani nihil a me alienum puto“, neppure le sue più efferate nefandezze.

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Spiegarsi

di Ezio Partesana

Un motore a scoppio o un innesto di vite non posso spiegarsi, funzionano e questa è la loro ragione; non posseggono la scienza o la tecnica che li ha prodotti, non allo stesso modo dell’ingegnere o del contadino, e non ne hanno bisogno. Alla fine il vino sarà messo in bottiglia e finirà sopra la tavola di bevitori che non sanno nulla di quel che è accaduto e nemmeno ci pensano.

Spiegare, aprire i fogli dell’involucro per mostrare che cosa ci sia dentro, non è un atto naturale, ma la conseguenza di un dovere o di una scelta. È facile riconoscere nei ruoli di insegnante o madre l’obbligo a mostrare come funzionino le addizioni, per esempio, perché sia bene salutare con garbo e quando astenersi da un comportamento pericoloso. Sono istruzioni più che dimostrazioni e come il motore o la vite devono funzionare per avere senso, mostrare un risultato che chiamiamo “apprendimento”. Sono spiegazioni sì, ma sotto il condizionale del risultato pratico, del saper fare e comportarsi come prima non si era capaci.

La condizione indispensabile affinché un uomo possa spiegare qualcosa è che egli stesso capisca bene come è fatta, a quali princìpi risponda, che la tecnica sia efficace, e virtualmente riproducibile. Non necessariamente vera: ampolle d’acqua magica hanno ancora oggi un gran mercato e spiegazioni dettagliate sul loro funzionamento. Si possono dunque “spiegare” sia conoscenze utili che leggende basate sul nulla, la forma è la stessa e il contenuto non è discriminante. Un triangolo con quattro lati non può essere spiegato, la forma chimica di un cristallo di sale sì, eppure la chiarificazione va spesso persa allo stesso modo, perché anche la comprensione ha le sue regole e una spiegazione che nessuno capisca, per quanto esaustiva, non è un spiegazione.

Il medico che spiega cosa accada a un cuore che non funziona bene è impotente quanto il muscolo stesso a “spiegarsi” se chi ascolta non è in grado neanche di riconoscere le parole. Tra le condizioni di esistenza di una “spiegazione”, dunque, ci sono tanto il parlante quando il ricevente; non esiste spiegazione che possa fare a meno di un ascoltatore.

Nella nostra lingua esiste però un’accezione di “spiegarsi” che rasenta il “rendere ragione”, “dare una giustificazione”, per una scelta o un comportamento che appaiono insensati a chi li vede ma non a chi li compie; in questo caso sono conoscenze che mancavano a chi doveva comprendere l’atto e che vengono portate alla luce deliberatamente dal colpevole di condotta straordinaria al giudice che assolverà l’amico o il compagno d’armi. Sembrano sciocchezze ma sono il modello di ogni spiegazione.

Il fuoco e gli alberi non hanno bisogno di essere capiti, noi sì. Gli anziani vogliono che si perdoni loro quando si lasciano prendere dai ricordi, il fuoco non fa questione si tratti di un libro o di sterpaglie; il musicista si vergogna se sbaglia l’accordo, il pianoforte non se ne accorge; il debitore deve saldare il conto, un torrente non sa nulla dell’acqua che raccoglie. La differenza tra mondo naturale in sé e per sé e società umana appare essere uno dei fondamenti della necessità, o dovere, di spiegarsi.

La motivazione che fa comprendere è un atto di compassione, letteralmente toglie l’altro dall’ignoranza e gli apre una esperienza che, per quanto mediata dalle parole, dal particolare, persino dalla foga del sentimento, è pur sempre un materiale che può essere comune, l’opposto dell’ignoranza e della presunzione. Emerge però, persino contro ogni volontà esplicita, la differenza tra chi conosce e illustra e chi deve essere illuminato oppure, il che è lo stesso, tra chi ha il potere per esigere una spiegazione e il sottoposto che si giustifica.

La violenza insita nel sapere o nel non sapere ha il suo doppio nella pretesa di essere comunque ascoltati così come nell’indagine di polizia che verifica gli alibi dell’indiziato, la grazia del rendere ragione si rovescia nel pretendere o imporre una spiegazione. Se il mondo naturale non ha bisogno di spiegare se stesso, la società produce competenze culturali che non possono essere condivise. Non è solo questione di divisione del lavoro, del professore di chimica che non sa leggere una partitura per violino, ma di una vera e propria esclusione dal sapere sociale. E non bastano le buone intenzioni a far intendere a un analfabeta, poniamo, l’architettura barocca; la mancanza di quegli agi che un tempo si sarebbero chiamati intellettuali, e cioè tempo liberato, fanno diventare incomprensibile qualunque spiegazione superi i cinque minuti di un parlare comune.

Ragioniamo sopra quel che accade per rintracciare le cause, prevedere il futuro e, se possibile, condurre le danze. Le leggi di natura si mostrano in tutta la loro universalità solo quando un soggetto le mette in formula a favore di un altro soggetto, tra loro e loro sono oscure come un buco nel nero. Quel che non sappiamo, dunque, e quel che non possiamo, hanno in comune questa forma dell’impossibilità che non dipende da noi bensì dall’essere il sapere non raggiungibile.

La rivolta nasce dalla consapevolezza di essere stati esclusi, non dall’odio per i meccanismi di selezione. È così una opposizione a se stessi il rifiuto della propria condizione e la relata pretesa che ogni ragione venga spiegata senza distinzione di classe, censo e istruzione. Si suppone un imbroglio da qualche parte e per svelarlo si denuncia tutto quello che non dimostra di essere semplice. Il razionale sentore che aspira alla cancellazione delle diseguaglianze diventa la triviale affermazione secondo la quale se conosci davvero una materia allora sei in grado di spiegarla a chiunque, come se lo stato di minorità nel quale vivono milioni di persone fosse un complotto degli intellettuali e non una necessità del sistema di produzione attuale.

Anche gli stregoni però pretendono di sapere che solo chi è già avviato sulla via dell’illuminazione possa comprendere le loro parole e penetrare la verità profonda delle cose; non c’è corso, per quanto stravagante, che non rivendichi una coscienza superiore per i propri accoliti, coscienza dalla quale gli altri, gli scettici o i novizi, sono per definizione esclusi. “Spiegarsi” diventa così insegnare una verità nascosta, e il soggetto delle frasi si smarrisce nei meandri dei predicati.

Il confine tra “spiegare” e “giustificare” viene varcato quando nel discorso una qualunque cosa può stare al posto di una qualunque altra. Se in una spiegazione la congiunzione astrale può sostituire la storia sociale dell’individuo, allora gli elementi razionali diventano meri segnaposto di bisogni e necessità che vengono soddisfatti con un sorriso, ovvero un animale da compagnia con la collezione di pipe in radica.

Chi chiede di essere chiari e di spiegarsi dovrebbe sempre specificare cosa intende, se il motivo di un’azione compiuta o l’azzeramento di differenze nel sapere che non possono essere azzerate. Nel primo caso ha il diritto di essere soddisfatto, nel secondo, se protesta contro il mondo, gli si indichi la porta, giacché il primo motore immobile del quale dovrebbe chiedere ragione è proprio la necessità di ricevere da altri una spiegazione.

Il problema, politico quanto mai altri, è che la spiegazione deve essere vera. Poiché del nulla non si può dare ragione, giustificare l’oroscopo o la lunghezza d’onda delle radiazioni emesse da una barra di rame riscaldata opportunamente, sono esercizi privi di senso. È banale, ma può essere spiegato solo ciò che è vero e si conosce, per studio o per esperienza, il resto sono illustrazioni da rivista di dubbio gusto. Detto in altro modo: è sempre un soggetto che spiega, giustifica o ragiona di una cosa con un altro soggetto, e la condizione affinché questo accada è che in quel momento, e sopra quella data materia, i due soggetti non siano affatto uguali.

Ogni spiegazione, per quanto minima o personale essa sia, richiama dunque sempre una differenza reale di sapere, un io e un tu che non sono la stessa cosa, una dialettica tra signori e servi che non può, e forse nemmeno deve, essere compensata dalla buona educazione. Chi insegna può essere attento, gentile, rivoluzionario, ma non può fare finta di non conoscere quel che va spiegando a persone che non lo sanno, pena l’essere inutile a sé e sopra tutto agli altri.

La figura perfetta della “spiegazione” è quella dove i ruoli si invertono spesso, Socrate alle prese con i suoi pari, un meccanico di automobili e un insegnante di matematica. Ma perfino l’astratta formula della parità svela il rapporto di potere che è sotto inteso a ogni spiegazione; può essere momentaneo e ricreativo a sera a cena, non lo è affatto nel mondo reale dei contratti a tempo determinato e dei subaffitti. Certo che esiste anche una “sapienza operaia”, o contadina o qualunque altra cosa, ma i rapporti di forza in corso la relegano a fiaba della buona notte, mentre chi dovrebbe diffondere il sapere, spiegare appunto, capisce al volo da che parte tira il vento e cosa può vendersi in cambio di un riconoscimento monetario. Nessuna scelta politica verrà demandata alla sapienza contadina, nessuna decisione lavorativa alla conoscenza operaia, senza una lotta per ottenere la quantità di potere necessaria a esigere di sapere.

Esistono, si suppone, la madre che si sacrifica per il figlio, l’insegnante che ha una vocazione per il suo mestiere, il prete dei poveri e il correttore universale di tutte le bozze umane venute male. Sono nobili figure che non fanno parte della attuale struttura sociale e, cosa ancora più importante, non ne modificano il funzionamento. Pensare che la conoscenza sia per tutti è come credere che un violino alla fine non sia altro che un pezzo di legno sul quale devono passare delle dita, una bugia. Rivoluzione, ammesso che il termine abbia ancora un senso, significa identificare l’oppressione e eliminarla, non fare liste di irragionevoli speranze. Rendersene conto è il prossimo compito.

Violenza sulle donne: da addomesticare? da eliminare?

a cura di Ennio Abate

Nella mia quotidiana esplorazione sulle pagine degli “amici su FB”  m’imbatto  stamattina nello scritto di Roberto Buffagni. Il tema mi  attira e rispondo  subito con un commento. La discussione proseguirà forse. Spero anche qui su Poliscritture. Continua la lettura di Violenza sulle donne: da addomesticare? da eliminare?

Sconsolata ragione

di Ezio Partesana

La retorica dei sentimenti è ristretta: chi ha cominciato, i morti, la dismisura; la retorica della ragione non ha chi possa essere convinto; il conflitto è una propaganda.

Gli attori, studiata la parte, protestano uguali e pretendono dal pubblico maggiore attenzione e applausi più forti a conferma che hanno dato tutto e non c’è altro da fare, anche se sono contenti di essere entrati in scena. Continua la lettura di Sconsolata ragione

Taccuino di un militante di AO. Quattro mesi del 1978

Domani 22 febbraio 2021 alle 17,30, collegandosi su Facebook ( qui) o su Yotube (qui), è possibile seguire la presentazione di “VOLEVAMO CAMBIARE IL MONDO. Storia di Avanguardia Operaia (1968-1977).

di Ennio Abate

Sono stato in Avanguardia Operaia dal 1968 al 1977, cioè fino alla sua scissione. Da allora, in tutti questi anni ho continuato a rimuginare e a scrivere su quella mia militanza politica e sulle vicende degli anni Settanta. Dei numerosi appunti (in forma di diario, di narratorio e di saggio) ho pubblicato finora pochi brani su Poliscritture ma ho sempre colto qualsiasi occasione per tornare su quella storia e confrontarmi con i miei ex compagni di AO. E’ accaduto in particolare nel 2016 sulla pagina FB “Via Vetere al 3”, dove per la prima volta  si affacciò l’idea di una Storia di AO. E quando uno di loro, Luca Visentini, ha pubblicato «Sognavamo cavalli selvaggi», una rielaborazione narrativa della sua esperienza in AO, che ho attentamente recensito (qui).

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Riordinadiario 2013. Una polemica su Tolstoj

di Ennio Abate

Nel dicembre 2013 ebbi modo di leggere questo saggio: L. Tolstoj Le memorie di un folle, nel frattempo comparso sulla Rivista di psicologia analitica  (qui). Me l’inviò, chiedendomi un parere, l’autore, un certo Baio della Porta, pseudonimo di uno studioso che preferiva non rivelare la sua identità anagrafica. La mia reazione fu  di sconcerto, tanto trovai esasperata e ipersoggettivistica la sua dissacrazione del narratore russo. E risposi con questa lettera polemica di cui non mi pento neppure oggi. Non sono in grado di riportare direttamente il saggio su Poliscritture; e, per farsi  un’idea  precisa delle critiche a Tolstoj di Baio della Porta,  il lettore dovrà  andare al link che ho indicato.  [E. A.]
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12 dicembre 1969. Piazza Fontana

a cura di Ennio Abate

[da una replica del 13 dicembre 2018 a un’amica su FB] Gli scontri cavallereschi sono una favola o comunque momenti eccezionali. Quando il conflitto supera una certa soglia e mette in gioco i corpi oppure si carica di motivazioni politiche, religiose, ideologiche, non si sa mai dove può arrivare. Anche quando fosse gestito da grandi strateghi. Come dimostrano le due guerre mondiali. Perciò “Il rispetto …. dovuto a tutti a livello personale ed in particolare alle istituzioni” è un’istanza morale, che ha purtroppo una presa e un consenso molto labile nella realtà. Mi ha sempre impressionato, anche nei punti in cui non condivido suo pessimismo lucido e realistico, il “Saggio sulla violenza” di Wolfgang Sofsky ( Einaudi 1998). E ne voglio citare qui un passo che riflette sul mito della nascita della società:

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Sulla violenza nella storia

La questione della violenza nella storia, ora anche in una dimensione “gobalizzata” (in passato affrontata su Poliscritture almeno qui, qui, qui e qui), resta irrisolta . Meglio insistere a interrogarsi sul fenomeno. Da tutti i possibili punti di vista. Senza mai arrendersi all'”evidente” e finire per sublimarla o esorcizzarla. Va bene anche partire da materiale “datato” o “passato” o riflettendo a distanza di anni da questo o quell’evento traumatico. All’indomani della discussione scaturita dal post di Donato Salzarulo sugli anni ’70 (soprattutto nella sua seconda parte: qui) e per continuare ad approfondire, pubblico dal mio “Riordinadiario 2005” le ben meditate e ancora lucidissime e attuali “Sette tesi sul terrorismo nel Ventunesimo secolo” di Peppino Ortoleva. Apparvero il 5 agosto di quell’anno sul sito della LUHMI (Libera Università di Milano e del suo hinterland, promossa da Sergio Bologna) e vale la pena rileggerle e rifletterci. Aggiungo il mio intervento e le conclusioni dello stesso Ortoleva (purtroppo non più accessibili on line a quanto vedo, ma di cui avevo conservato una copia). Chi volesse conoscere il resto della discussione lo trova qui (andando in ‘Archivio’ > ‘Sul terrorismo’). Un’ultima precisazione. Ad Ortoleva, che nella sua replica scriveva: «La mia posizione sulla violenza politica implica un corollario, su cui credo Ennio non sia d’accordo. In materia di violenza politica l’etica della convinzione (per rifarci al binomio weberiano rimesso in circolazione da Bobbio) non serve a nulla: se si agisce sul terreno della storia è su questo che si deve essere giudicati; se si coinvolgono altre vite non si può pretendere di essere giudicati solo sulla propria coscienza», rispondo sia pur a distanza di anni di concordare invece in pieno con lui: no, per me pure non è la coscienza individuale (o soggettiva) a misurare da sola il valore di un’azione. Lo può essere (forse) un “io/noi” capace di proporre e attuare – fosse solo per poco tempo (nella storia le rivoluzioni sono lampi) – un progetto razionale e condiviso evitando sia i deliri incontrollati dell’”io” sia quelli standardizzati dei “noi” eterodiretti. [E. A.]

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I miei anni Settanta a Cologno (2)

di Donato Salzarulo

La seconda parte del racconto sui suoi anni ’70 di Donato Salzarulo. La prima si legge qui [E. A.]

7. – Dall’autunno del ’69 la mia partecipazione alla costituenda cellula di Avanguardia Operaia si fece assidua e sistematica. Non vivevo più in una stamberga o in una mansarda; la situazione economica della mia famiglia stava migliorando; mia sorella s’era iscritta al secondo anno dell’Istituto magistrale, al Virgilio di Milano; io continuavo a fare il doposcuola in Via Vespucci, avevo sistemato la valigia dei libri dalla casa di zio Peppe su uno scaffale di Via San Martino e, di tanto in tanto, sostenevo qualche esame all’Università. In verità, me la prendevo comoda e senza nessuna ansia di recuperare il ritardo accumulato. Sarei sicuramente finito fuori corso, ma non davo a questo fatto grande importanza. Avevo abbastanza introiettato la critica ai saperi borghesi, sebbene con la mia provenienza e la storia della mia famiglia alle spalle, continuassi a portare scolpita indelebilmente nel cervello la frase di «Lettera ad una professoressa», messa in bocca a Lucio, che aveva 36 mucche nella stalla: «La scuola sarà sempre meglio della merda». D’altronde, non avevo letto in una poesia di Bertolt Brecht la lode dell’imparare? Non avevo letto che l’uomo all’ospizio, il carcerato, la donna in cucina, il senzatetto, l’infreddolito, l’affamato dovevano afferrare il libro come un’arma? Brecht diceva che «dovevano sapere tutto» perché «dovevano prendere il potere». Forse era venuto il loro e il nostro tempo. Non ho mai pensato ad una rivoluzione dietro l’angolo, ma ad un grande fermento sociale contro i padroni, a delle grandi scosse anticapitalistiche questo sì. Questo l’avevo sotto gli occhi. Dopo la riluttanza iniziale, mi buttai allora convinto nel periodo di preparazione, in quella che, secondo me, sarebbe passata alla storia come la fase di costruzione del partito rivoluzionario italiano.

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Noi e loro

Nota a margine de I dannati della terra di Frantz Fanon

di Giorgio Riolo

Pubblico la nota introduttiva a “I dannati della terra” di Frantz Fanon. argomento conclusivo del ciclo di incontri di letteratura che Giorgio Riolo tiene a Milano (qui), accogliendo in pieno – anche con un invito a guardare e ad ascoltare le voci di questo tremendo video (qui ) – l’esigenza di capire il dramma dell’Africa, liberandoci dai paraocchi del sovranismo nazionalista o eurocentrico. Non per “romanticismo rivoluzionario”, ma per obbligo a pensare tutta la realtà. Di fronte alla “tempesta” in corso, non possiamo metterci, come aveva capito Sartre citato da Giorgio, dalla parte dei “seminatori di vento” . Essi l’hanno alimentata e ora se ne lavano le mani. Dobbiamo impedirglielo o, se non fosse più possibile, almeno testimoniare la tragedia. [E. A.]

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