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La mia vita a capitoletti (2)

SECONDA PARTE

di Luigi Sciagura 

A TORINO

Arrivano  ‘sti gruppi davanti alla Fiat: Lotta Continua, Potere Operaio e l’Unione dei comunisti guidata da Aldo Brandirali. Dopo un po’ Adriano Sofri trasforma la sua assemblea  di studenti e operai nel gruppo di Lotta Continua. Ricordo anche Mario [Dalmaviva]. Con altri entrano nelle assemblee per tentare di fare dei gruppi di operai.  Insomma, c’era una continua  battaglia  tra  i vari gruppi per diventare più grandi e ogni gruppo tentava come poteva di procurarsi studenti e operai. In realtà,  molti erano gli  studenti ma pochi gli operai reclutati.  E Sofri si procura anche quell’operaio, Leonardo Marino,  che dopo tanti anni lo denuncerà come mandante dell’omicidio del commissario Luigi Calabresi.

Nel ’69 c’è l’ultimo grande scontro tra operai e polizia in corso Traiano. Il sindacato indice uno sciopero generale che inizia di pomeriggio, alle 14. Gli operai formano subito dei grandi blocchi davanti alle porte della Fiat. Davanti ad una c’è un commissario di polizia (non ricordo più  il nome), un provocatore. Ci gridava:  «Allora, figli di puttana, vi rompiamo il culo subito o aspettiamo?». Iniziano gli scontri con le pietrate. Tutto il quartiere è coinvolto. Le bisarche che trasportavano le macchine Fiat vengono assalite dai manifestanti. Io vengo colpito al piede da un lacrimogeno.  Come un cretino pensavo di fermarlo col piede. Insomma, alla fine vengo catturato e  mi becco un sacco di manganellate paurose. Viene catturato con me anche un operaio e cerchiamo di metterci d’accordo: io dico che tu eri con me e tu dici…  Accordi  ingenui o stupidi.  Più tardi, quando arriviamo alla questura di Torino e lo vogliono  perquisire, lui dice: «Ma perché mi perquisite? Secondo voi, se avevo un’arma, sarebbe stato così facile catturarmi?». Lì, dopo un certo numero di minuti, lo chiamano: «Vieni al bagno che ora è libero, così puoi andare». Quando torna, torna massacrato. Gli hanno rotto le ossa.  E io, che pure avevo chiesto di andare al bagno, ci rinuncio, capendo che  sarei finito massacrato. Dopo un po’ vengo interrogato. E mi pongono la condizione:  dire che mi son fatto male stupidamente da solo. Io avevo una ferita alla schiena per le botte e anche quella al piede era paurosa.   Ho scritto che me l’ero fatte da solo.

All’inizio, dopo l’arrivo dei gruppi davanti alla Fiat, io e altri che eravamo contro i partiti volemmo entrare nell’Unione dei comunisti di Brandirali.  E io divenni funzionario dell’Unione. Purtroppo, facemmo quell’errore. In quel momento ci sembrava che quella fosse l’organizzazione più seria per costruire il partito dei comunisti. L’Unione dei comunisti collettivizzava le proprietà dei membri, organizzava anche i matrimoni tra compagni; e aveva presa su molti intellettuali allora famosi.  Dario Fo era vicino all’Unione. E c’era  anche il compagno di Eleonora Fiorani,  Francesco  Leonetti. Lui era quello che teneva i contatti con questi grossi big intellettuali.

Così in Corso Regina Margherita  aprimmo la sede dell’Unione. Oltre al primo piano, avevamo preso in affitto anche lo scantinato, dove organizzavamo le attività che riguardavano la produzione di manifesti. Costituimmo un gruppo che aveva imparato a produrre i manifesti mediante la serigrafia. Quello scantinato fu  utilizzato anche per fare una mostra sulla Repubblica popolare del Congo. Nella piazza di Corso Regina Margherita c’era un grande mercato, dove avvenivano le baruffe con i fascisti.  Qui conoscemmo R.D., operaio delle Carrozzerie Fiat, il quale era culturalmente zero ed era di un paese –  Nocera inferiore o  superiore –  tra Napoli e Salerno. Pur essendo analfabeta, era uno dei più attivi. E, quando venivano organizzati i cortei interni degli operai, lui era subito pronto ad armarsi di un tondino di ferro. Con quello colpiva quante più macchine poteva sulla gru del montaggio in modo che, spaccandole, si fermava la produzione.

Conoscemmo anche F. Z., altro operaio della Fiat. Però, col pallino del giornalismo. Era un pugliese molto bravo nel descrivere gli scioperi degli operai, meno bravo nel farli. Mi ricordo che lì al mercato di Corso Regina conoscemmo anche Carlo. Aveva un bar  dove la sera era pieno di prostitute. Tutti i nostri compagni andavano a cena lì. E tutti, al momento del conto, dicevano: «Paga Sciagura!».  Avevano capito che Carlo aveva molta fiducia in me e dicendo così tutto era a posto. Io mi ritrovai un conto chilometrico, un debito di  300 – 400mila lire di allora. Lì avevamo una casa al sesto piano – sì, una Comune – e non chiudevamo mai la porta.  Nel senso che era un posto sempre aperto,  dove passavano spie della polizia a non finire. Ma  a noi non ci fregava niente.  Tra noi, l’unico che aveva un lavoro serio era L. Z. Faceva il professore supplente a Ivrea. Allora noi, generalmente, per fare il bollito  compravamo patate e qualche pezzo di carne.  Una volta, però. L. Z non ci volle dare i soldi. Ci incazzammo. E, quando tornò da scuola e chiese cosa c’era da mangiare,  gli rispondemmo in malo modo.

Conobbi anche un nipote di Donat Cattin, un duro molto alla buona che ci combinò molti  guai. E poi, non so perché, s’è suicidato. Aveva due figli e anche con il solo lavoro della moglie stavano abbastanza bene. Si chiamava Carlo come lo zio. Una volta ci aveva portato da lui  ad Aosta, perché noi volevamo presentarci alle elezioni in tutto il Piemonte.  Solo che lo zio disse: «Guardate, non mi frega niente, non vi do niente, ve ne potete andare». E ci cacciò di casa. Ad Aosta c’era una comunità abbastanza grande di intellettuali di sinistra. La cosa da ridere fu  che, quando andammo a cercar voti nelle campagne,  tutti quelli che vi lavoravano erano   meridionali e ben pochi o nessuno della Val d’Aosta. E noi che pensavamo di sentir parlare il patois! Lì erano o calabresi o pugliesi. Erano donne che sposavano i pastori che facevano il formaggio. Sempre come funzionario dell’Unione poi da Torino mi mandano a Novara. 

 

A NOVARA

Novara  politicamente era una piazza difficile. Secondo me era un punto così piccolo e poco importante. No, no – mi dicevano –  quando vogliamo costruire un partito, lo si fa in tutte le zone.  Lì  prepariamo due manifestazioni a cui partecipo. Sono manifestazioni un po’ sceme, però riescono bene. Tra parentesi, è l’unico posto dove partecipiamo alle elezioni politiche comunali; e per un solo voto non vengo eletto consigliere. A Novara poi c’era un famiglia, la famiglia dei calabresi. Molto dura. E successe che uno di questa  famiglia, che era dei nostri, combinò un casino. In pratica doveva sparare sui fascisti. Invece, presa la pistola, se l’era messa nella cintola dei pantaloni e s’era sparato nei coglioni. Un cretino veramente pauroso. Ma io allora di quello che era veramente accaduto non sapevo niente. Facemmo una manifestazione in cui dicevamo che  i fascisti avevano sparato sul nostro compagno. E solo tempo dopo, quando abitavo in una casa che affacciava in una piazzetta sopra una pizzeria e ti contendevi il cesso che c’era sul  balcone con i gatti –  c’erano gatti a non finire –   ho saputo la verità. Da uno che abitava nello stesso cortile dove abitava il padre di questo nostro compagno. Che ci disse: «Non è un cazzo vero che i fascisti gli hanno sparato. Quel coglione nel prendere la pistola s’è sparato nelle palle».

Allora in tanti andavano nella Val Grande [1]  per allenarsi a sparare. La valle era piena di calabresi, i quali in quel periodo facevano  i contrabbandieri. Portavano la roba (sigarette, cioccolato). Quando scendevano dall’alto in auto, erano bravi a guidare. Scendevano velocemente. Una volta noi avevano dei compagni dove c’è il bellissimo Lago Maggiore, dove si specchiano tre paesini che poi vennero uniti assieme; e  io andai lassù con uno che si chiamava S. Durante il tragitto, però, manifestò tutti i segni della sua pazzia. Diceva che lui aveva visto una donna in bicicletta e le aveva detto: ti chiavo. E quella ci stava.  Il guaio è che io non sapevo guidare la macchina. Con questo S. dovevamo arrivare in Val Grande a prendere un calabrese che guidava lui le macchine. Poi scendemmo giù a Novara: io, questo pazzodi S. e il calabrese.  E la moglie di questo, quando ci vide, non volle assolutamente ospitarci. No, disse, siete matti! Vi tirate dietro uno che è impazzito.  

S. era giovane e faceva il pastore.  Quella era una zona dove tutti facevano i pastori. Solo che i fratelli più grandi  e più in gamba di lui avevano cercato un altro lavoro. L’unico che era rimasto tagliato fuori era questo qua. Una volta andai a trovare lui e  e i suoi fratelli  con un mucchio di ragazzi e ragazzine di Milano. E  il giorno dopo S.  venne sotto casa mia a Novara. Voleva il numero di telefono di una ragazza che avevo portato lì. No, non te lo do. E feci bene.  Seppi poi  che s’era sposato con una bonazza del paese e che era divorziato dopo un anno. Adesso non so se è vivo o morto. A Novara conobbi anche D. Era il figlio di uno dei più grandi industriali della provincia di Novara.  Ma diceva sempre che non aveva soldi. Perché così gli avevano insegnato a dire i suoi genitori. Attualmente non ne so più niente. Mi ha scritto dalla Polonia.  Ho capito che fa lo chef in un grande ristorante all’italiana. E mi verrebbe da chiedere: ma tu in Italia avevi moglie e figlia. Che fine hanno fatto,  visto che  parli solo di un tuo figlio, che è uguale a te come conformazione fisica.

Quando eravamo a Novara, mi aveva fatto conoscere un certo Capellone. Capellone era uno di quei giovani di diciotto anni, che dammi una pistola e un obiettivo su cui sparare, non ci pensava su. Di nome faceva U. e dopo l’hanno trovato alcuni amici tra i fuoriusciti in Francia. E dicevano che con U. bisognava stare attenti. Perché, dato che suo fratello era stato al servizio della polizia francese,  U. era più violento dei violenti. Per rifarsi sul fratello. O per staccarsi dal fratello.  Quando ero a Torino ed ero appena tornato da militare, gli portava ogni settimana una bottiglia di Four roses bourbon, che gli dava la donna con cui stava.  Tutti questi erano militanti dell’ Unione dei comunisti. in parte reclutati da me in parte trovati sul posto e trasferiti poi in altri punti d’Italia.

 

TRE ANNI A GENOVA

Sempre come funzionario dell’Unione dei comunisti fui mandato da Novara a Genova. La cosa che più ricordo è che nel porto di Genova avevamo la sede nello stesso locale dove Garibaldi organizzò la spedizione dei Mille. C’era una scalinata che andava su e c’era un grande stanzone. Genova è una grande città, più vicina come stile di vita a Torino. Anche se qui in fabbrica c’erano quelli che avevano fatto i  partigiani e dicevano: «E tu  trent’anni fa dov’eri?». E io gli rispondevo:  «E dove sarai tu tra trent’anni? Sarai a concimare i vermi». A Genova ho partecipato a diverse iniziative. Tra parentesi eravamo un bel  gruppo di 20- 30 persone. Qui  conoscemmo anche dei giovani di Africo nuovo [2]. Erano dei delinquenti.  Allora c’erano delinquenti di destra e di sinistra. Questi si consideravano di sinistra. Una volta mi ricordo che quattro o cinque di loro erano scomparsi per un po’ di tempo. E io chiedevo a uno di loro: ma dove siete andati? E quello, per tutta risposta, tirò fuori un coltello a serramanico e si pulì l’unghia.  Un altro capì cosa voleva dire quel gesto. Voleva dire: «Statti zitto, non son cazzi tuoi». Allora gli dissi: « Ma tu sei scemo, tira via quel coltello». Più tardi, quando sempre come funzionario dell’Unione passai a Milano trovai un loro parente.  Era stato in galera nel carcere di massima sicurezza di Opera. E gli chiesi: «Ma tu vieni da Opera o da Africo?». « Io vengo da Africo nuovo». Allora pensai che era meglio stargli lontano.

Dopodiché mi arriva l’avviso da Torino che debbo assolutamente andare al militare. Dico: «Ma voi non mi avete avvertito!».  Io ho sempre sgamato il militare, ma stavolta mi dissero: «Qui non siamo riusciti a trovarti, quindi devi andarci per forza». Allora ci andai.  Era il periodo in cui era forte   il movimento dei soldati in divisa di Lotta Continua.  E noi anche dell’Unione eravamo forti con i vari scioperi che conducevamo. Il militare lo feci a Udine. Fu nel 1976, l’anno del terremoto. Tant’ vero che noi veniamo impiegato per sgombrare le macerie.

 

ANCORA A TORINO

Finito il militare, tornai ad abitare a Torino. In una viuzza vicina alla Mole [Antonelliana]. Abitavo con due tipi. La moglie era una brigatista. Lui no, era un operaio bravo. Io  a lui dicevo: «Tua moglie mi sembra un po’ strana». Perché andava nei supermercati e rubava. «No», MI diceva lui, «noi potremmo anche vivere con ciò che guadagniamo ma, rubando, se la beccano, non finisce in galera  come brigatista. Mi ricordo anche  una sera in cui lei mi mostrava la sua arma di guerra: un pugnale. Le dissi: «Che cazzo, sei scema? Quando uno vuol fare la guerra, la fa seriamente». Allora pianti dirotti da parte sua.  A me sembrava di aver detto una  cosa giusta. E, infatti, i fascisti se ne fregavano del suo pugnaletto.

 

A MILANO

Sempre dopo il militare un gruppo di noi, che stavamo a Torino ed eravamo i  più bravi, fummo chiamati a Milano da Francesco Leonetti che, dopo l’espulsione di Brandirali dall’Unione dei comunisti, voleva fare il grande partito mettendosi con quelli di Potere Operaio. A Milano ho frequentato per diverso tempo  Eleonora Fiorani, la donna con cui Leonetti viveva, che è morta da poco e che aveva tutti i suoi libri pubblicati da Lupetti. Poi i rapporti con Leonetti si guastarono.  E lui  ci espulse tutti dal PC (ml) perché eravamo di destra. Cioè, eravamo contrari a fare azioni in comune con quelli di Potere Operaio  che volevano fare la lotta armata. Dopo essere stati espulsi da Leonetti, alcuni di noi hanno proseguito. Eravamo uno sparuto gruppettino di dieci, dodici operai e lavoratori vari con varie persone. Cerchiamo di organizzare gli operai e i lavoratori nelle fabbriche  fondando «Operai Contro», che è andato avanti  per più di vent’anni senza riuscire ad allargarsi.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è operai-conro.jpg

Qui a Milano ricordo che una volta vengo fermato dai carabinieri in via Moscova. Si trattava della brigatista di Torino,  che nel frattempo  era finita in galera. Mi dissero: «Vogliamo sapere da lei come la pensa».  Io dissi: «Voi volete sapere da me come la penso, ma io non ho voglia di discutere con voi. Che cazzo volete?».  «Guarda, se non discuti con noi,  minimo minimo un mese di galera glielo facciamo fare». «E allora, vabbè», gli dissi, «Guardate che  io ho abitato con loro ma non sapevo chi fossero. Ho abitato con loro perché non avevo casa e mi facevo ospitare». 

 

BILANCIO

Dopodiché pian piano vengono fuori i fallimenti dei vari gruppi. Viene fuori il fallimento di Lotta Continua con Sofri che poi molto tempo dopo sarà  denunciato da Marino. Poi Brandirali, di cui  noi dell’Unione dei comunisti pretendevamo di diffondere il verbo in Italia, entra  in Comunione e Liberazione. Altri non so che fine fanno. Brandirali l’ho conosciuto di persona più tardi qui a Milano. Lo conosceva un operaio della Breda, che era stato assunto da lui in una impresa di costruzione elettrica e si formò  come perito elettrotecnico aiutato da me. Una sera   questo operaio invitò me e Brandirali  a cena. E  ricordo che Brandirali mi disse: «E che vuoi, Sciagura, io quando parlavo del matrimonio comunista e delle altre questioni di sinistra, dicevo roba dei preti. Solo che non l’avevo capito. Dopo l’ho capito bene. E allora son passato direttamente con loro».

Cosa pensavano i miei parenti o mio padre quando seppero che facevo il funzionario  dell’Unione? Che ero un  coglione. Mio padre disse: tutti gli studi che hai fatto per  prendere novanta mila lire al mese. E io a spiegargli: ma voi non capite…

 

Note

 

[1] Il parco nazionale della Val Grande è un’area naturale protetta, interamente compresa nei confini della provincia del Verbano-Cusio-Ossola, in Piemonte, istituita nel 1992 per preservare la zona selvaggia più estesa delle Alpi e d’Italia.
[2]  Su  Africo aveva scritto un libro Corrado Stajano: https://www.ilsaggiatore.com/libro/africo/

*La PRIMA PARTE di La mia vita a capitoletti si legge qui

Duetto draghiano

di Samizdat

1. AL VOLO/UCRAINA/ADRIANO SOFRI
Mio commento a
https://www.facebook.com/conversazioneconadrianosofri/posts/pfbid03232bAu69Bdx92JZG3pTpTuDwm7cnPXrUgLcKhoupNrVnDw2KKc3SE9pa5fUJWThul

Non ci sono guerre giuste e non ci sono neppure paci giuste. C’è un conflitto irrisolto tra quelli che hanno l’aria condizionata (e altro ancora) e quelli che non hanno né questa né l’altro.
Continua la lettura di Duetto draghiano

Riordinadiario 1997 (4)

L’ex Circolo La Comune degli anni Settanta a Cologno Monzese

di Ennio Abate

Adriano Sofri etc. e il ’68 incarcerato. Mio scetticismo verso il “movimento” che alcuni giornalisti, rimediando qualche spicciolo di combattività in un passato di lotte ormai oscurato, stanno costruendo attorno  a Sofri e ad altri “carcerati volontari”. Mi paiono tutti personaggi che hanno accettato i meccanismi statuali. (Anche se Sofri ne è oggi  una “vittima eccellente”). L’obiettivo che inseguono è ormai un altro: che lo Stato si corregga, si mostri “ragionevole”. Non riesco ad applaudire. Da isolato, m’accorgo  meglio di quando ero militante che  sia Sofri che altri dirigenti dei nostri mini-gruppi già nel ’68, e come adesso, lottavano, sì, ma stando  in mezzo ai borghesi; e noi, invece,  in mezzo ai proletari e ai piccolo borghesi.  I due schieramenti borghesi (di Destra e di Sinistra) hanno ostacolato entrambi una nostra più piena partecipazione politica. Continua la lettura di Riordinadiario 1997 (4)

Guerra in Ucraina. Prese di posizione (10)

Tabea Nineo, Maschera del sospetto, 1980

RIORDINADARIO 22 febbraio – 4 marzo 2022

di Ennio Abate

 

22 febbraio

Leggo su FB  nella pagina di Brunello Mantelli: « La decisione di Putin di considerare annullati gli accordi di Minsk (Minsk II) è gravissima. Sebbene non attuati da entrambe le parti (Russia ed Ucraina, ancorché firmatari) quegli accordi rappresentavano una cornice negoziale entro cui aprire trattative. Il riconoscimento unilaterale delle Repubbliche separatiste del Donbass e l’invio ufficiale di truppe russe al loro interno sono pressoché sinonimo di guerra. Che poi sia la coda (il Donbass) che muove il cane (la Russia) o viceversa è sicuramente materia di riflessione, attuale e ancor più futura, ma allo stato una qualche reazione dura da parte di Usa + UE mi pare del tutto indispensabile. Sgradevole da dirsi e da pensarsi, ma non mi pare esistano alternative, ora. L’unica, fragile, via, per riaprire un qualche dialogo con Mosca è qui e adesso reagire con molta durezza. Con tutti i rischi che ciò comporterà».
Che prontezza. La presa di posizione non mi piace. Anche perché è immediatamente corredata  da insulti sprezzanti  nei confronti dei primi commentatori che la criticano e vengono accusati – a freddo e senza argomentare –  di essere dei Quisling, dei Pavolini, dei Pétain.  Evito di commentare. Continua la lettura di Guerra in Ucraina. Prese di posizione (10)

Facebookando sull’assalto di Forza Nuova alla sede della CGIL


Appunti politici

di Ennio Abate

Questa è  la posizione  generale su vaccinazione e green pass che avevo espresso il  4 settembre 2021 in risposta a X su FB:

 Bisognerebbe essere cauti e non confondere il proprio discorso con quello degli avventurieri. Come singoli poi non vedo nessuna strada alternativa. O ti vaccini e fai il green pass. O ti associ e protesti con questo movimento ambiguo e senza un vero progetto alternativo.  Per me l’attuale “opposizione” sfrutta il malcontento, ma non ha una reale alternativa di governo della pandemia. Dire no, criticare le scelte (anch’esse ambigue o di parte) del governo non basta, purtroppo, a costruire un’alternativa. E ancheconsiderando soltanto il piano della salute, ammesso che le “terapie domiciliari”  siano scientificamente valide (per la maggioranza dei casi a rischio) non esiste oggi una forza politica organizzata per imporre questa scelta all’attuale governo. O fare un altro governo che cambi strategia. Con la realtà si fanno i conti. Non saltandola e guardando solo al malcontento.

Negli ultimi due giorni (9 e 10 ottobre)  ho  avuto modo di confrontarla (e confermarla) leggendo su FB le reazioni di alcuni tra i commentatori politici che seguo con più attenzione . E a chi mi ha fatto notare che a Roma in piazza c’era il “popolo” ho obiettato così:

'Popolo' è un termine ambiguissimo. Popolo sarebbe questo della foto, quello di piazza Venezia ai tempi di Mussolini, quello delle manifestazioni degli anni '70? Non è soltanto il numero a qualificare una folla come 'popolo'. Vanno considerati almeno gli obiettivi, la composizione sociale (ceti, classi o gruppi sociali), i leader che in esso agiscono più o meno approvati, le forme di lotta attuate.

Sulla solidarietà (critica e circoscritta a questa aggressione) alla Cgil non ci piove. Ma evitiamo di farla diventare “santa subito” soltanto perché assaltata dai neofascisti di Forza Nuova. Bisogna dirlo che da tempo non è più in grado di difendere gli interessi dei lavoratori.

APPENDICE

Qui di seguito una selezione dei commenti letti su FB

Vittorio Agnoletto

Tutta la mia solidarietà alla CGIL per il vergognoso attacco subito. Indecente e inaccettabile il comportamento della polizia che ha lasciato mano libera ai fascisti.

Conversazione con Adriano Sofri

L’assalto alla sede della Cgil da parte di manifestanti sedicenti No Green-pass è un episodio osceno all’interno di una vergognosa manifestazione di fascisti e di imbecilli al centro di Roma.


Massimo Tesei  

 su fascisti non c’è dubbio, basta guardare i ceffi di Forza nuova infiltrati in ogni iniziativa. Imbecilli non c’è dubbio perché nemmeno vi accorgete di essere sempre strumentalizzati dai fascisti, veri campioni di libertà e di democrazia.

 Cosimo Minervini 

Quello che è successo a Roma è gravissimo. Aver permesso l’assalto della sede della Ggil da parte della polizia è ancora più grave. I leader di queste manifestazioni sono noti fascisti. Non ci sono né scuse, né giustificazioni. I così detti no green pass si dissocino pubblicamente o sono complici dei fascisti. Tertium non datur.

Stefano G. Azzarà 

Capitanata dalle bande fasciste uscite a bella posta dalle fogne, la feccia piccoloborghese che ha nell’arbitrio assoluto il proprio unico credo tracima per le strade e assalta le sedi delle organizzazioni dei lavoratori, tirandosi dietro i lumpen di ogni classe sociale.

Speriamo che la Costituzione della Repubblica – la cui verità è l’equilibrata prevalenza dell’interesse generale sugli interessi particolari – sappia difendersi e venga difesa.

Purtroppo, in assenza di una sinistra seria tutta questa sceneggiata porterà a una ulteriore stabilizzazione dell’ordine grandeborghese.

Lino Di Martino 

REAZIONE SALUTARE DELLE FORZE POLITICHE E SINDACALI ANTIFASCISTE.

Ci contavo, perché i fatti di oggi sono gravissimi, ma radicati in una ‘distrazione’ di molti anni. Ottima l’idea di una manifestazione nazionale a Roma, ma soprattutto la volontà politica esplicita di mettere al bando, secondo Costituzione,le organizzazioni, sette e bande neofasciste e neonaziste. Necessarie una vigilanza antifascista permanente e una mobilitazione dell’Unione Europea. IMHO, of course.

Riccardo Rosati

 la mia non è una teoria, ma una valutazione. Le tutele sono venute a mancare gradualmente negli ultimi decenni con la sconfitta di un glorioso ciclo di lotte contro il capitale. Non mi importa se chi partecipa ad una protesta imbecille non sia tale perché possiede qualche talento individuale, resta un idiota sociale. Il punto di vista che difendo non è l’intelligenza astratta, ma quella degli interessi di classe, che per quanto di aperture larghe io sia, non credo vengano rappresentate da confuse bandiere new age, libertari del weekend, stregoni, terrapiattisti, impauriti senza criterio, esercenti di discoteche e cazzari vari. Chi non accetta la sconfitta non conosce più il nemico, chi non conosce il nemico si aggrappa a tutte le scorciatoie immaginabili, che non funzionano più, se non per assaltare una sede sindacale, che per quanto criticabile, non va assaltata al comando di una armata brancaleone di fascisti satolli

Nicola Lagioia

Gli intellettuali che, per puro narcisismo, per appannamento, per sopraggiunta anzianità, per orgasmo televisivo, per terrore di un passaggio del testimone, hanno portato avanti in questi mesi discorsi del tutto alieni alla ragione, al buon senso, alla statistica, persino alla matematica, si ritrovano oggi (nemmeno più cattivi maestri, ma utili idioti) branditi dai violenti, dovrebbero avere la decenza di riflettere un po’ di più, e l’intelligenza di fare ciò che non fanno da decenni: mettersi in discussione.

Francesco Bertolotti

Adesso i neofascisti stanno rompendo veramente i coglioni. Cosa c’entra il no Green pass, il no vax con assaltare la sede della CGIL e poi come si fa a caricare le forze di polizia che stanno garantendo la legge questi sono i prodromi del Fascismo

Marco De Guio

Questa volta non ci sarò. Il fascismo violento delle squadracce ha avuto un ruolo in un preciso periodo storico, alla fine di una guerra mondiale, in un contesto politico nel quale le forze di sinistra avevano una presenza non compatibile con i programmi del capitale di riconversione e sviluppo dell’apparato produttivo. Non credo che oggi il pericolo sia determinato dall’agire di qualche frangia violenta della destra estrema. Il controllo sociale è totale, il governo Draghi ha disarmato le organizzazioni della sinistra e imbrigliato i sindacati.

La mobilitazione contro la CGIL sembra un’arma di distrazione di massa a conferma delle linee tracciate dal governo e difese dalla cosiddetta sinistra. La condanna dei fatti di Roma da parte di tutti gli attori della scena politica ed economica mi lascia sconcertato.

La mia parola d’ordine è sempre stata “scendere in piazza ogni volta che la destra provoca azioni violente”, ma questa volta non riesco a mobilitarmi, mi sento preso in giro, sento di avere di fronte solo le scelte che qualcun altro ha deciso di lasciarmi.

Non vengo al presidio e non parteciperà allo sciopero generale del sindacalismo di base che non ha avuto il coraggio di inserire nell’elenco delle rivendicazioni l’opposizione all’utilizzo del Green pass come elemento di discriminazione, dei lavoratori in primo luogo.

Giovanni Scirocco

Ulteriore domanda: come mai i capi di forza nuova, presenti a fare danni in tutte le manifestazioni, sono sempre a piede libero? E a coloro che si ritengono molto di sinistra e che marciano con costoro, una calda raccomandazione: attenti a non fare la fine degli anarchici e dei sindacalisti rivoluzionari finiti con Mussolini…

Antonio Moscato

i toni populisti e l’agire violento sono una replica in sedicesimo della violenza squadrista di cento anni fa. E’ bene essere chiari: questo tipo di violenza è sempre contro i lavoratori e le lavoratrici, anche quando sembra scagliarsi contro obiettivi istituzionali e rivendicare “libertà”. Forse i raid di questa sera turberanno l’armonia fra neofascisti dichiarati e settori di piccola borghesia che, fin dall’inizio della pandemia, si sono mostrati insofferenti alle misure di precauzione ma anche i cosiddetti settori pacifici sono del tutto estranei alle rivendicazioni di un servizio sanitario pubblico e di un reddito per tutte e tutti che, invece, sono state agite dai settori più avanzati dei movimenti sociali e del movimento operaio

Michele Corsi

TRE DOMANDE

a seguito dell’assalto fascista alla sede CGIL

  1. Cosa sarebbe accaduto se al posto dei no green pass ci fosse stato un corteo dei centri sociali o di metalmeccanici incazzati o di studenti mobilitati in manifestazioni non autorizzate?
  2. Cosa sarebbe accaduto se nel corso di una manifestazione di sinistra ci fossero stati atti di vandalismo e attacchi alla polizia?
  3. Cosa sarebbe accaduto se un gruppo di manifestanti di sinistra avesse fatto irruzione nella sede NAZIONALE di un partito di destra minacciando e devastando?

[…]

Siamo il Paese dove al G8 di Genova chi ha diretto il massacro è stato promosso, chi l’ha perpetuato, ha sequestrato e ha torturato non è nemmeno stato identificato, ma chi ha divelto un segnale stradale ha trascorso anni di carcere. Ma basta che uno sia di estrema destra e in questo Paese non gli succede mai assolutamente NIENTE. Quando le combinano proprio grosse e li mettono al gabbio, tornano fuori in men che non si dica e si rimettono a fare indisturbati le stesse cose.

E non mi si dica che là era pieno di poveri no green pass che sono tanto da comprendere. Non ho alcun rispetto per gente che manifesta contro il green pass come se fosse il grande problema su questa terra e se ne fotte allegramente che la gente venga licenziata e prenda stipendi da fame. Gente che non si accorge di essere manovrata come pupazzi dall’estrema destra per quel che mi riguarda può solo andare a farsi fottere. E non mi si dica che la CGIL non merita solidarietà perché non difende i lavoratori, dato che mi si dovrebbe spiegare perché non sono state assaltate le sedi della CISL o della UIL.

Ma quello che mi preoccupa è un centro sinistra imbelle che continua a stare dentro un governo DA CUI DIPENDONO LE DECISIONI ANCHE SULL’ORDINE PUBBLICO. Mentre l’estrema destra si organizza, si espande, saccheggia indisturbata assaltando le sedi del movimento sindacale. Allarmismo? NON è fantasia: perché E’ GIA’ ACCADUTO.

Brunello Mantelli

In merito all’assalto squadrista di ieri alla sede centrale della CGIL, a Roma:

Prego l’amico e compagno Andrea Colombo di non fare confusione, una confusione tipica della piccola borghesia (merdosa), tra mob, mass, e class. Il mob è quello dei linciaggi, il mass è quello dei mouvements, il class è quello che si riconosce come soggetto collettivo.

Il mob è strumento della reazione, il mass è ambiguo in sé, il class è rivoluzionario (se intendiamo per rivoluzione NON la presa di qualche palazzo d’inverno, ma un processo di trasformazione della società)).

Quello di ieri a Roma era mob, esattamente come, oltre due secoli fa, i “lazzaroni del cardinale Ruffo”.

Se questi ultimi ti dovessero piacere, caro Andrea Colombo, allora per favore fatti smettere di piacere Eleonora de Fonseca Pimentel; casomai scrivi che l’aristocratica e colta dama (tale era) se l’è cercata, ad essere contro quelle che tu chiami, sbagliando, “masse” (io invece mob).

Mi sa comunque che più che un seguace di Karl Marx sei un adepto di Gustave Le Bon. Saresti, lo sai, in ottima, calva e mascellare compagnia.

Marco Revelli

Condivido. Quelle sono piazze naturaliter fascistoidi. Chi non lo vede è cieco o in cattiva fede.

Alessandro Visalli

Chiariamo. Non ce ne sarebbe bisogno, ma forse è meglio scrivere due righe.Sono la stessa persona che nel lontano 2014 ha scritto un duro post di commento della famosa intervista di Luciano Lama alla Repubblica nel 1978. Ma non ho alcun dubbio a stare con la CGIL quando viene assaltata da una folla che urla “libertà” ed è guidata da FN.
E’ chiaramente più facile scaricare sul singolo lavoratore e affidare il controllo alle imprese. Più facile e più coerente con la costituzione materiale del nostro paese. Opporsi a questo è sacrosanto. Farlo per le ragioni sbagliate è disastroso, ci troveremo con un enorme rafforzamento del senso comune neoliberale.
Dunque nessun fascismo nella folla
Ma quando questa folla, unita dalla rabbia per le promesse tradite, si forma intorno al significante tutt’altro che “vuoto” della “libertà” mostra di essere piena della cultura del nostro tempo. Vera figlia del completo dominio neoliberale. Si tratta, è semplice dirlo, di una folla liberale. Come ogni altra, solitaria.Dunque il sono dalla parte della CGIL e non sono dalla parte delle folle solitarie liberali. Oggi.

Pino Timpani

La mia impressione è che questo inasprimento dipenda anche dal risultato elettorale delle amministrative, in cui i grenpassari hanno preso una solenne bastosta, come prevedibile. Peggio di tutti Paragone, con tutto quello che ha speso in propaganda e con l’alleanza con Grande Nord, costola fuoriuscita dalla Salvini Premier. Hanno dato “fuori di matto” come suol dirsi. E’ diventato, ora, evidentissimo quanto questo movimento sia profondamente reazionario, compresi quelli che portano sigle “comuniste” in questa pagliacciata grottesca. E’ il sintomo del delirio particolarista.

Pasquale Cirillo

Perché io dovrei lavorare a fianco di un non vaccinato aumentando la possibilità di crepare? Il mio diritto alla salute va prima della paura e della manipolazione di soggetti asociali deboli psicologicamente? Perché la CGIL dovrebbe difendere questa gente e non me?

Lanfranco Caminiti

1.

l’assalto di ieri alla cgil a roma – è la nostra giornata del 6 gennaio a washington alla casa bianca. non abbiamo jake angeli cornuto – ma di cornuti ce n’erano parecchi. lì c’erano QAnon e trump a guidare i “patiti del complotto mondiale”, qui c’erano i fasci e castellino e fiore a guidare quelli del no green pass. certo, dobbiamo capire – e c’è sempre un tempo per capire. c’è pure un tempo in cui finisce, la necessità di capire.

2.

non tutte le motivazioni dei “complottisti americani” sono strampalate. come, di certo, non tutte le motivazioni dei no-green pass. poi, c’è la questione “politica”: lì la voce era trumpista. qui la voce è progressivamente (e a roma, sempre) diventata fascista

3.

[…] a roma i fascisti hanno fornito l’ossatura e la militanza alla “gente comune” che non li ha di certo cacciati dalle manif ma li ha accolti (sono quelli delle bombe, delle stragi eccetera, ma non da ieri, non nell’ultima settimana, ma durante tutte le manif no-green pass di questi mesi). si poteva e doveva rompere – e non, gridare “libertà libertà” insieme ai fasci

4.

 […] sono mesi che castellino e i suoi scherani organizzano queste cose – e mesi che ci lavorano sui social. poi, c’erano famiglie, gente con bambini eccetera. potevano benissimo – costoro, che hanno diritto a manifestare e dire la loro, prendere le distanze e organizzarsi per conto proprio. fare da “copertura sociale” a castellino e fiore mi sembra un “ragionamento” fuori di testa. ieri, era tutto pensato e organizzato: i media non danno più lo spazio di prima a questa protesta e non danno più spazio a castellino e fiore. dovevano farla grossa per riconquistarlo – era questo il “segno” di tutto

5.

noi – e lo dico in senso molto vasto, largo – non siamo stati in grado dire una beneamata mazza di senso su tutta la questione della gestione del contagio, parcellizzandoci su questo o su quello, intessendo discorsi generici e generali sul capitalismo apocalittico. siamo rimasti “tagliati fuori” da ogni possibile soggettività su questa vicenda enorme, epocale. impauriti per un anno e mezzo, rintanati, mentre le piazze venivano lasciate a ristoratori e destre (politiche e di piazza). poi, ci siamo svegliati, appena hanno allentato un po’. la partita però – l’arbitro l’aveva già dichiarata chiusa e tutti negli spogliatoi. così è andata. ci sono ultras sugli spalti che fanno ancora casino ma la partita, questa partita è già finita da un pezzo

Renato Tassella

Comunque i fatti successi ieri sono stati paradossalmente utili. Quella gentaglia ha smesso di manifestare il sabato pomeriggio, almeno a Roma. Chiuso. Gli stronzi che hanno imitato i trumpisti, tra le ovazioni dei “compagni”, così come all’epoca di Capitol Hill, sono e saranno al gabbio, riconosciuti attraverso i loro stessi filmati in possesso della polizia che li ha già identificati.

Daniele De Stefano

Purtoppo ieri è stato uno schifo dappertutto. Ieri sono passato per sbaglio vicino la manifestazione no green pass a Piazza Dante. Hanno detto al microfono che non esiste il cambiamento climatico. Gli ho urlato contro d’istinto. Gente che parla di grande complotto, di abolire la scienza e i giornalisti. Cioè 30 anni di lotte sociali cancellate in un lampo: Le lotte ambientali in Campania e la giustizia climatica, le lotte universitarie per l’istruzione pubblica e la ricerca libera. Le lotte per l’informazione libera e dal basso. C’erano pure persone che giravano nei cortei sociali. Qui non è più tempo di fare analisi del disagio. Al microfono c’erano persone alfabetizzate e alcuni erano persone che stanno negli spazi o organizzazioni sociali, in più pare che fosse stata organizzata da studenti universitari contro il green pass. Le cose che sono state dette sono gravissime. Per me non è ne giustificabile, né sostenibile.

L’umano, chi?

di Cristiana Fischer

Arrivano di continuo echi di opinioni contrastanti su quanto accade nel mondo cattolico sotto questo pontificato. Ad es. sulla pagina FB di Adriano Sofri (qui) leggo: «una versione dello schieramento bipolare nei riguardi di Francesco, e non la meno significativa, oppone i credenti, compresi quelli impliciti, che sentono un sincero scandalo per il suo supposto cedimento a una religiosità universale e generica e compromissoria, ai non credenti, che lo figurano quasi affine all’idea che non si possa non dirsi laicamente cristiani, di cui “Dio non è cattolico” è a un passo dall’essere sinonimo. Si capisce che, essendo la vita contraddittoria, e la vita di un papa a maggior ragione, gli uni e gli altri siano di volta in volta rallegrati o infastiditi da accenti di Francesco che curvino di qua o di là dalla tradizione e dalla supposta ortodossia. Ma insomma, almeno in questa parte del mondo, il papa Francesco rischia di appartenere di più agli infedeli che ai fedeli, e di passare alla storia come colui che alla testa della Chiesa finì per ratificare un ecumenismo sospettamente agnostico».  Per un avvio di riflessione sulla questione, pubblico questa nota di Cristiana Fischer. [E. A.]

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